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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Quel filo tra Roma e Palermo PDF Stampa E-mail
Proseguono le indagini sulle talpe in procura
di Silvia Cordella



"La mafia non ha bisogno di adoperare attualmente la violenza o l'intimidazione diretta se non nel minimo numero dei casi in cui usa la sua autorità. Essa ha ormai relazioni d'interesse così molteplici e variate con tutte le parti della popolazione; sono tanto numerose le persone a lei obbligate per la riconoscenza o per la speranza dei suoi servigi che essa ormai  ha infiniti mezzi d'influire all'infuori del timore della violenza, per quanto la sua esistenza si fondi su questa". 


Con questa nota tratta dall' "Inchiesta sulla Sicilia nel 1876" di Franchetti e Sonnino i pm della Procura di Palermo, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Maurizio De Lucia e Antonino Di Matteo, concludono la memoria riassuntiva dell'indagine che ha visto come protagonisti principali importanti signori della "Sicilia bene" legati agli uomini di Cosa Nostra, in particolar modo a quelli delle famiglie mafiose di Bagheria.
Una vicenda che si svolge attorno alla figura dell'imprenditore Michele Aiello arrestato lo scorso anno per associazione mafiosa, denominato non a torto il "maggior contribuente della Regione siciliana", che con l'aiuto di pubblici funzionari, forze dell'ordine ed esponenti politici avrebbe favorito, attraverso rivelazioni di notizie segrete investigative, la latitanza di vari boss, in particolare di Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. L'inchiesta, denominata per l'appunto "Talpe alla Dda" che ha messo in luce una serie di insospettabili "talpe" inserite fino all’interno della Procura palermitana, secondo gli inquirenti, sarebbe strettamente legata al procedimento nato dall’operazione "Ghiaccio 2", relativa ai rapporti tra mafia e politica che ha portato all’arresto di diversi esponenti politici e del medico Giuseppe Guttadauro ritenuto capo del mandamento di Brancaccio.
La vicenda è iniziata con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, arrestato  il 16 aprile del 2002 e con il ritrovamento dei suoi "pizzini", alcuni dei quali riguardanti proprio l'Ing. Aiello.
Chiamato a rispondere circa le infiltrazioni mafiose nelle strade interpoderali di penetrazione agraria nelle provincie di Trapani e Palermo e sui rapporti intrattenuti dall'imprenditore siciliano con Bernardo Provenzano, il "pentito" si è rifatto al tradizionale quadro dei "lavori pubblici" di Cosa Nostra e al denominatore comune: il "tavolino" degli appalti, dove mafia, imprenditoria e politica s'incontrano nella spartizione degli affari. 
Secondo la ricostruzione di Giuffrè, Michele Aiello avrebbe gestito nell'interesse di Cosa Nostra quasi la totalità dei lavori sulle costruzioni delle strade interpoderali di tutta la Sicilia e addirittura per alcune di quelle  strade <<esisteva un interesse diretto dell'organizzazione mafiosa>>. Un destino ereditato da suo padre Gaetano, scomparso nel 1992, che già dagli anni '60, come ha dichiarato agli inquirenti lo stesso Aiello <<era stato costretto a cedere il 50% della sua impresa edile ad esponenti mafiosi di Bagheria>>.
Giuffrè nei suoi interrogatori riferisce dei propri <<personali interventi>> sull’imprenditore bagherese volti ad accelerare i lavori che maggiormente interessavano gli uomini d'onore, come nel caso dei fratelli Liberto di Caccamo, ma soprattutto per curare <<la messa a posto>> delle sue imprese. Aiello avrebbe intrattenuto rapporti anche con i boss Nino Gargano e Nicolò Eucaliptus e successivamente con Pietro Lo Iacono, dei quali <<si era messo a disposizione>>, elargendo grossi versamenti di denaro alla "famiglia" mafiosa di Bagheria. Stando a quanto riferito da Giuffrè Aiello, in occasione del Natale 1988, avrebbe dato a Nicolò Eucaliptus 100 milioni per la famiglia di Bagheria.
Sempre secondo le rivelazioni di Giuffrè, dopo l'arresto del boss Nicolò Eucaliptus, l’ingegnere avrebbe chiesto direttamente a lui <<a chi si doveva rivolgere>> per "la messa a posto" dei lavori nel settore edile e per avere <<l'aiuto necessario per l'approvazione ed il finanziamento dei progetti>>. Giuffrè riferisce di averne parlato direttamente con Provenzano <<e con l'accordo di quest'ultimo>> decidono <<di mettere l'Aiello nelle mani di Pietro Lo Iacono>> che già si era <<occupato della messa a posto dell'Aiello per lavori sul territorio di Messina>>.
 Ancora il “pentito” ha specificato che Aiello <<in modo particolare ha un discorso direttamente da Provenzano>> e che Lo Iacono gli aveva suggerito che in caso di necessità <<mi potevo servire di loro a Bagheria perché avevano appunto a disposizione il centro di radiodiagnostica dell'Aiello>>.
 Insomma un rapporto, quello tra l'imprenditore e le "famiglie" di Bagheria, che si sarebbe consolidato nel tempo, come quello tra lo stesso e i fratelli Rinella di Trabia. Relazioni di comuni scambi e favori che hanno avuto validi riscontri anche in altre indagini eseguite su diverse attività investigative e che hanno avuto sempre come oggetto i lavori nel campo dell'edilizia e le strade interpoderali dell'impresa di Bagheria. E' questo il caso di una delle 68 lettere rinvenute e sequestrate il 4 dicembre '02 dai Carabinieri del Ros, in cui Provenzano scrivendo al suo stretto collaboratore di Caccamo fa un riferimento specifico all'imprenditore: <<Carissimo con gioia ho ricevuto tue notizie, mi compiaccio tanto, nel sapervi, a tutti, in ottima salute. Lo stesso, grazie a Dio, al momento, posso dire di me. … Omissis… Senti assiemi, al tuo presente, ti mando 21ml saldo x strade Aiello tuo Paese. Dammi conferma che le ricevi. In attesa di tuoi confermi, e risposti che ti ho chiesto precedentemente smetto, augurandovi x tutti voi un mondo di bene, inviandovi i più cari Aff. saluti per tutti. Vi benedica il Signore e vi protegga!. …Omissis… >>.
Il coinvolgimento dell’imprenditore con Cosa Nostra risalirebbe comunque a un periodo ancora precedente. Il suo nominativo era infatti comparso anche nell'ambito del processo "Grande Oriente" durante il quale riaffiorarono gli appunti dattiloscritti che Provenzano aveva scritto nel settembre 1994 a Luigi Ilardo (confidente del Ros ucciso poi a Catania nel '96 alla vigilia della sua collaborazione effettiva ndr). I messaggi riguardano i lavori edili dell’impresa di Aiello e la conferma sulla messa in opera di alcuni lavori: <<Ditta Aiello deve fare lavoro strada interpoderale a Bubudello Lago di Pergusa Enna>> e ancora <<Ditta Aiello deve fare lavoro strada interpoderale al Bivio Catena Piazza Armerina>>.
Perfino tra i “pizzini” sequestrati a Totò Riina, il 15 gennaio 1993, giorno del suo arresto, uno riportava <<Altofonte vicino cava Buttitti strada interpoderale. Ing. Aiello>>.
Su tale vicenda sono stati ascoltati anche i collaboratori di giustizia La Barbera e Giovanni Brusca. Soprattutto quest'ultimo ha affermato di aver compreso che la ditta dell'Ingegnere non era "regolarmente" soggetta al "pizzo" come di solito avveniva, ma che questa era particolarmente favorita da Cosa Nostra. Spiega infatti di <<aver ricevuto una serie di raccomandazioni direttamente da Provenzano per lavori che l'Ing. Aiello doveva fare nella zona di Altofonte, specificando l'epoca (tra il 1989 ed il 1994) […] tra i quali proprio quello nei pressi della cava Buttitta>> e che <<la raccomandazione del Provenzano, che veniva trasmessa con un "pizzino", comportava che all'Aiello venisse imposta solo la messa a posto pari al 3% o al 2,50% e che il denaro veniva dato a lui, in quanto capo mandamento, direttamente dal Provenzano>>. 
È da queste rivelazioni che inquadrano Aiello non una vittima della mafia, come continua a definirsi, ma al contrario come suo referente, hanno preso il via i primi accertamenti del R.O.N.O. di Palermo. Iniziava così una fitta attività d’indagine nei suoi confronti con una serie di intercettazioni telefoniche sulle utenze della sua abitazione e della clinica di Bagheria.
Le ricerche hanno portato alla luce una rete di “spie” insospettabili tra medici, investigatori, funzionari del'Asl, politici, che <<tra la fine dell'anno 2002 e gli inizi del 2003>> secondo il documento dei pm comunicavano in tempo reale all'ingegnere e al suo <<circuito criminale>>, oltre allo svolgimento dell'attività investigativa nei suoi confronti, anche gli sviluppi di delicate indagini antimafia volte alla cattura degli “uomini d’onore”.
 Ad informare dapprima l'imprenditore di Bagheria era il M.llo dei Carabinieri Antonio Borzacchelli (oggi agli arresti per concussione), all'epoca in aspettativa perché eletto deputato all'Assemblea Regionale Siciliana nelle liste del "Biancofiore", il partito del Presidente della Regione Totò Cuffaro.
Borzacchelli, che conosceva Aiello da oltre dieci anni, era ancora in stretti rapporti con moltissimi ufficiali e graduati dell'Arma, avendo prestato servizio presso il Nucleo Operativo di Palermo. I suoi "servizi confidenziali", secondo l'Aiello stesso, gli avevano permesso di ottenere del denaro (oltre un miliardo di vecchie lire), la cessione di una villa e molti altri vantaggi. Confidenze che venivano poi analizzate da Aiello e dai suoi "collaboratori" più stretti, il radiologo Aldo Carcione suo socio e cugino acquisito e i Marescialli Giorgio Riolo e Giuseppe Ciuro, questi ultimi al servizio dell’Arma e dell’antimafia con compiti di coordinamento per la ricerca dei latitanti. Il primo: Giorgio Riolo, in servizio al R.O.S. dei Carabinieri (tra i migliori esperti nella collocazione ed utilizzazione di apparati di intercettazione video e sonora), il secondo: Giuseppe Ciuro appartenente alla Guardia di Finanza ma in servizio alla D.I.A., ritenuto uomo di assoluta fiducia del Sostituto Procuratore dr. Ingroia, con il quale aveva partecipato ad alcune e complesse indagini. 
Secondo l’accusa entrambi i sottufficiali sarebbero stati responsabili di aver favorito l’organizzazione mafiosa e di aver protetto Michele Aiello dalle indagini a suo carico, arrivando perfino alla creazione di una “rete riservata” di telefoni cellulari funzionale esclusivamente alle loro conversazioni segrete che riguardavano lo sviluppo dell’attività investigativa antimafia.
Per questo minuzioso lavoro di spionaggio anche Riolo e Ciuro avrebbero ricevuto vantaggi di varia natura, denaro, prestazioni gratuite di opere e servizi, assunzione di familiari nella società di Aiello e raccomandazioni dirette a uomini politici (come nel caso di Ciuro che chiese ad Aiello la raccomandazione per il marito della segretaria del procuratore Lo Forte presso l'on. Cuffaro).
I due, attualmente in arresto durante i fitti interrogatori dei pm basati sulle intercettazioni che li hanno incastrati, ammettono e confermano in parte la ricostruzione fatta degli inquirenti, i quali avrebbero riscontrato in quei mesi un effettivo rallentamento nella lotta alla mafia. 
Riolo stesso ha riconosciuto di aver informato Aiello che l'8 febbraio 2003 gli uomini del Ros avevano registrato nell'auto di Salvatore Eucaliptus, uomo d'onore di Bagheria, una conversazione in cui si affermava che <<gli esponenti mafiosi di Bagheria dovevano usare la massima cautela nei contatti con l'Aiello per "salvaguardarne" la posizione all'esterno>>.
Inoltre il sottufficiale ha dichiarato (int. del 15 maggio 2004) di essersi impossessato delle lettere di Provenzano, ricevute dal Cap. Giovanni Sozzo del Ros, che all'epoca indagava sui "pizzini" sequestrati a Giuffrè (alcuni dei quali riguardanti Aiello). Un floppy disk dal contenuto "scottante" che, a suo dire, avrebbe tenuto in borsa per diverso tempo senza mai aprirlo per poi offrirlo in visione ad Aiello che allo stesso modo si sarebbe rifiutato di leggerlo. Versione inverosimile se si considera che proprio per trafugare segreti investigativi sulla figura di Aiello era stata creata quella "rete riservata" di telefoni cellulari. Sembra dunque paradossale che non abbiano controllato il contenuto che aveva dato inizio alle indagini.
Oltretutto il Cap. Sozzo ha negato di aver consegnato a Riolo alcun dischetto perché ha spiegato, per esigenze di lavoro tutti i militari avevano legittimamente facoltà di accedere agli archivi. L’atteggiamento di Riolo che sulla questione <<si è avvalso della facoltà di non rispondere>> secondo la Procura non avrebbe altra spiegazione se non quella del <<timore che tracce di "pizzini" del Giuffrè potessero essere ritrovati nell'ingente quantità di materiale informatico sequestrato a lui stesso ed all'Aiello>>.
Aiello, Carcione, Ciuro e Riolo, oltre a carpire notizie riservate si concentravano anche per valutare e arginare gli eventuali sviluppi processuali derivati dalle dichiarazioni dei pentiti (trovando anche una qualche strategia difensiva in caso di un risvolto processuale) soprattutto per le <<dichiarazioni molto pesanti>> che aveva reso Giuffrè in merito alle ingenti somme di denaro che Aiello aveva corrisposto ad esponenti mafiosi di primo piano.
Nel frattempo, in seguito ad un esposto anonimo, altre indagini venivano avviate per verificare, le irregolarità e le condotte illecite del centro clinico dell'imprenditore di Bagheria, in particolare quello della radioterapia e della diagnostica per immagini.
 Il 27 giugno 2003  i carabinieri del Nas acquisivano tutta la documentazione della clinica ed in particolare quella relativa ai "rimborsi" (decine di miliardi di vecchie lire) per le prestazioni di radioterapia.
Preoccupato <<a ben ragione, come poi farà comprendere l'esito delle indagini del Nas con l'accertamento di una truffa di dimensioni colossali>>, Aiello, che aveva saputo delle nuove indagini dal dr. Iannì, dirigente del distretto (anche lui sotto processo), si impiegava per prendere le dovute precauzioni con i suoi consulenti fidati.
Così mentre Carcione e Riolo si adoperavano per ottenere informazioni e un atteggiamento più morbido da parte dei militari del Nas, Ciuro si accertava dello stato del procedimento riguardante le indagini presso il Registro Generale Informatico. Tale ricerca non avrebbe comunque portato esiti positivi in quanto la missiva del Nas recava solo un numero relativo al registro degli esposti anonimi non inserito nel Registro Generale. E’stato allora che i sospetti di Ciuro sollecitarono la creazione di una "rete riservata" di telefoni cellulari che sarebbero stati usati da Aiello, Ciuro, Riolo, Carcione e dai loro più fidati collaboratori, il rag. D'Amico, il geom. Rotondo e la segretaria di Michele Aiello Paola Mesi, sorella di Maria Mesi, amante di Matteo Messina Denaro (capomandamento di Trapani latitante da dieci anni) che insieme al fratello Francesco era già stata condannata con sentenza definitiva per favoreggiamento.
Tranquillizzati da questa rete anonima che sarebbe dovuta restare impermeabile alle indagini, Ciuro e gli altri effettuavano le loro conversazioni liberamente.
Attraverso un accurato lavoro di intercettazioni telefoniche e di appostamenti l'inchiesta si è man mano arricchita di nuovi risvolti. L'11 giugno '03 viene così intercettata una conversazione tra Ciuro e Aiello su un’utenza ufficiale di quest’ultimo, durante la quale l’ufficiale lo avvisava che si stava recando a Roma con il dr. Ingroia per procedere all'interrogatorio di un "tale picciotto" che <<rendeva dichiarazioni su persone di Bagheria>> e in particolar modo su di lui: <<parla male di te>>. Dichiarazioni rese poi a Palermo e che non hanno mai fatto riferimento all'imprenditore ma che determinarono, insieme ad altre numerose intercettazioni precedenti,  un'incalzante attività investigativa nei confronti dello stesso Ciuro. <<Data la posizione del Ciuro all’interno di questo ufficio – scrive la Procura – il suo nome non veniva iscritto nel Registro ex art.335 c.p.p. e le intercettazioni a suo carico venivano richieste e disposte con particolari cautele. Gli stessi accorgimenti venivano poi adottati nei confronti del Riolo; i nomi dei due sottufficiali venivano iscritti solo dopo l’esecuzione delle misure cautelari a loro carico (5 novembre) e questo spiega perché, nonostante i ripetuti tentativi del Ciuro, che ha anche richiesto alla Buttitta,(segretaria di Gozzo ndr) che a questo afferma di essersi rifiutata di effettuare una ricerca di tutti i nomi  che iniziassero con le lettere “Ciù”, egli non ha mai potuto avere la conferma della sua iscrizione e  - tanto meno – delle intercettazioni sui telefonini della “rete riservata”>>. 
Rete che gli inquirenti hanno poi scoperto il 30 agosto ’03 grazie a un’imprudenza della moglie di Ciuro, che avendo  <<chiamato al cellulare “ufficiale” del marito con il telefono “riservato”>> ha svelato l'enorme, disastrosa attività di spionaggio che i due sottufficiali svolgevano regolarmente dall'interno della Procura di Palermo e dal Corpo del ROS.
Attività, soprattutto quelle del M.llo Riolo, che avevano determinato sin dal 1998 delle "anomalie" non certamente "comuni" nell'ambito delle operazioni antimafia, tanto da compromettere, secondo gli inquirenti, le investigazioni sulla cattura dei capi mafiosi a Bagheria da sempre ritenuta la "roccaforte" delle primule rosse di Cosa Nostra.
E’ lo stesso Riolo ad ammettere negli interrogatori avvenuti dopo il suo arresto (int. del 26 aprile 2004) le sue responsabilità in merito alla sua attività spionistica, dalle informazioni sulle microspie che lui stesso aveva piazzato a casa di Filippo Guttadauro (fratello di Giuseppe Guttadauro boss di Brancaccio e cognato del boss Matteo Messina Denaro) alle intercettazioni eseguite nei confronti di Giuseppe Lombardo, cognato di "Piddu" Madonia, alle microspie piazzate dagli uomini del Ros a casa di Nicolò Eucaliptus e dentro l'auto del figlio Salvatore, alla collocazione di telecamere nel territorio di Bagheria per controllare tutte le persone ritenute vicine a Bernardo Provenzano come gli Eucaliptus.
Riolo informava l'ingegnere anche sulle indagini nei confronti di Francesco Paistoia, gli rivelava, insieme a Ciuro, l'andamento delle indagini dello S.C.O. della Polizia di Stato, la cui presenza a Palermo (mirata alla cattura del latitante trapanese Matteo Messina Denaro e all'acquisizione di elementi sul fenomeno delle estorsioni a Brancaccio) era stata riferita dal dr. Iannì. Lo informava infine dei contatti che  persone del SISDE avevano con Salvatore Eucaliptus finalizzati all'acquisizione di notizie utili sulla cattura di Bernardo Provenzano : <<P.M.: Quindi in sostanza ha detto ad Aiello, a parte Ciuro, ad Aiello, che c'era uno della famiglia EUCALIPTUS che faceva il collaborante dei SERVIZI se ho capito bene. RIOLO: Si.>>  
Affermazioni queste di estrema gravità poichè lascerebbero intravedere un coinvolgimento in tutta questa vicenda anche dei Servizi Segreti. 
Ciuro apprendeva inoltre che era attivo a Bagheria un gruppo di investigatori venuto da Roma. Quindi contattava il Maresciallo del Nas Girolamo Calabrese, a nome del dr. Ingroia (del tutto estraneo all’intera vicenda), per cercare di ottenere notizie sulla ricerca di Bernardo Provenzano. Episodio che lascia dietro di se molti interrogativi soprattutto perché il Nas non annovera tra i suoi <<compiti istituzionali [..] la ricerca dei grandi latitanti di mafia>> ma che << solo di recente ha svolto attività di indagine in questo senso>>. Ciuro cercava di impossessarsi delle <<tavole riassuntive>>, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori, in cui viene riaffermata la composizione delle "famiglie" mafiose e  l'attività di intercettazione in corso nei confronti del Presidente della Regione l'on. Cuffaro, già sottoposto a indagini nel procedimento denominato "Ghiaccio 2" (tanto da rassicurare una segretaria sulla possibilità di contattarlo senza rischio ad una utenza cellulare che egli stesso le indicava). Ciuro inoltre, il 26 settembre '03, in appena tre ore riusciva ad avere la conferma di un’informazione che Aiello avrebbe ricevuto da Borzachelli, ossia che il dr. Di Matteo nel corso di un interrogatorio a Domenico Miceli, assessore regionale arrestato nella stessa inchiesta "Ghiaccio 2", aveva formulato domande sui rapporti tra Aiello e l'on.Cuffaro.       
Dalla Procura il M.llo Ciuro riusciva ad avere notizie di prima mano sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Salvatore Giuseppe Barbagallo e Giuffrè, quindi sui rapporti tra Aiello e Pietro Lo Iacono, sulla sua attività nelle strade interpoderali e sull'evoluzione del procedimento a carico della clinica di Bagheria per la quale Aiello è indagato per truffa.
Indagine che ha potuto chiarire come la casa di cura "Villa Santa Teresa" avesse registrato grazie alla complicità dei funzionari del Distretto Sanitario, e non solo, sin <<dalla metà del 1999 un vertiginoso aumento di ricavi annui (da pochi miliardi a molte decine di miliardi delle vecchie lire)>> (si parla di utili netti per circa 50 miliardi di lire annui), <<somme molto maggiori di quelle incassate fino a quel momento non solo per le prestazioni di livello qualitativo più elevato perché realizzato con nuove e migliori attrezzature, ma anche per prestazioni rimaste del tutto identiche al periodo precedente>>. Pagamenti che mediante <<artifizi e raggiri assai complessi ed articolati>> caratterizzati <<dalla mancata previsione di un tariffario ufficiale>> hanno portato a una colossale truffa ai danni della ASL 6. Ed è proprio nel '99 che, secondo quanto riferisce Riolo, essendo Aiello <<sull'orlo del disastro economico>> e in preda a una crisi suicida era stato aiutato da Borzachelli, che avvicinandolo a politici e pubblici funzionari, tra cui il presidente della regione Totò Cuffaro, ne aveva cambiato le sorti. Tale trasformazione economica, riferisce Riolo, pare fosse dovuta ai <<miliardi di Provenzano>>. Un’ipotesi che trova un possibile riscontro anche in un'intercettazione telefonica di Carcione a Ciuro, il quale di fronte alla possibilità di un’indagine bancaria affermava che <<il problema è che loro … tentano… non sapendo qual è la nostra situazione bancaria … che non cre… che non è debitoria nei confronti delle banche …mi spiego?>>. Stessa preoccupazione emerge  in un’altra conversazione tra Riolo e Ciuro nella quale si cercava di analizzare telefonicamente tutte le varie problematiche che avrebbero potuto nuocere a Michele Aiello, dai suoi legami con Matteo Messina Denaro, alla probabilità che i magistrati disponessero <<indagini bancarie e che queste (facessero) emergere l'enorme e sospetta liquidità che Aiello ha presso gli Istituti di Credito e in relazione alla quale lo stesso Aiello teme di poter essere sospettato di riciclaggio di denaro di illecita provenienza>>.
Insomma in quel periodo l'economia di Aiello era arrivata all'apice. Le sue conoscenze e i suoi introiti lo portavano a rinvigorire vecchie importanti conoscenze come quelle con il Presidente della Regione siciliana, con cui in passato era stato legato da rapporti personali e politici, avendo anche sostenuto il movimento dell'U.D.C. di cui Cuffaro è l’esponente di punta in Sicilia. Durante l'estate del 2003 i due si trovavano ad affrontare spesso il tema sull'aggiornamento del tariffario regionale che riguardava i compensi sulle prestazioni erogate dalla clinica di Aiello. La questione dei "rimborsi" veniva seguita anche da Carcione e dal geom. Rotondo, amministratore di una della società di Aiello, all'epoca consigliere comunale dell'U.D.C. a Bagheria. Il 20 ottobre dello stesso anno, Cuffaro avrebbe chiamato Rotondo in Presidenza oltre che per tranquillizzare Aiello sulla questione degli importi, anche perché aveva saputo di una telefonata <<tra Ciuro e l'ingegnere dove si raccomandava una persona>> e questa cosa non gli era piaciuta << mi da fastidio, non mi piacciono che si facciano queste raccomandazioni sulla mia persona>> (dato che - scrivono i pm -  per questa raccomandazione Aiello e Ciuro in sostanza facevano da tramite a favore di terzi, coinvolgendo il Presidente della Regione senza neanche informarlo preventivamente).
La telefonata a cui si riferisce Cuffaro è quella intercorsa il 10 giugno precedente tra Ciuro e Aiello, in cui il primo chiedeva <<il suo interessamento presso Cuffaro a favore di un funzionario regionale, marito della signora Pellerano, addetta alla segreteria del Procuratore Aggiunto dr. Lo Forte>>.
Cuffaro inoltre avrebbe messo Rotondo al corrente dell'esistenza d'indagini nei confronti dei due sottufficiali <<Ciuro ha problemi …è indagato>>  e che <<c'è anche un certo … un Maresciallo dei Carabinieri, un certo Riolo>> anche lui indagato.
Così, nonostante il Presidente della Regione siciliana fosse già impegnato a difendersi nell'ambito dell'inchiesta "Ghiaccio 2", a seguito della quale vari esponenti politici erano stati arrestati per collusione con la mafia, avrebbe ugualmente deciso di avvisare personalmente il suo amico imprenditore. Dieci giorni dopo, il pomeriggio del 31 di ottobre avveniva così l’incontro <<in incognito>> tra Aiello e Cuffaro presso il negozio di abbigliamento "Bertini" a Bagheria. Il colloquio che durava circa mezz'ora secondo i magistrati aveva come oggetto oltre che la regolarizzazione del tariffario regionale, anche le informazioni sulle indagini nei confronti di Riolo e Ciuro, rivelazioni che Cuffaro aveva, secondo lo stesso Aiello <<ricevuto da Roma>>. 
Ma chi era la fonte di Cuffaro a Roma? E chi ancora prima, aveva rivelato le notizie sull'interrogatorio del dr. Miceli? Chi erano le fonti di Borzachelli? <<Anche su questo punto  - afferma la memoria -  è agevole pensare che si sia trattato di altri militari dell'Arma>> perchè come ha affermato Riolo <<all'interno dell'Arma le indagini si sanno>>. <<Allo stesso modo - seguono i pm - non è stato possibile chiarire i rapporti intercorsi tra alcuni degli indagati ed esponenti dei Servizi Segreti>>. In particolare <<risulta dalle intercettazioni telefoniche che il Ciuro, che stava per transitare al Sismi, era anche una delle poche persone al corrente dell'esistenza a Palermo di un ufficio dello stesso Sismi con incarichi di coordinamento>> e che lui stesso, durante una telefonata intercettata il 28 ottobre '03, riferiva a Riolo questo suo contatto con il collega "del coordinamento" il quale gli avrebbe spiegato <<tutta la situazione…tutte le cose come stanno… […]>>.  Secondo le ricostruzioni <<gli sarebbe stato prospettato un ruolo del Borzachelli perverso nelle indagini su Aiello, su cui avrebbe influito anche il contrasto di interessi politici  ed economici nel settore della sanità privata (in particolare l'Aiello "vicino" all'UDC e altri imprenditori "vicini" a Forza Italia)>>. La cosa certa è che Ciuro "contava" sulle indicazioni che riceveva dal suo contatto interno ai Servizi e sapeva di un ufficio fantasma del Sismi in via Notarbartolo, scomparso improvvisamente proprio lo stesso giorno in cui scattarono gli arresti. Allo stesso modo anche Cuffaro avrebbe avuto la sua rete confidenziale d’informatori che da Roma o da Palermo stesso, gli avrebbero rivelato notizie di natura riservata. A tal proposito è opportuno ricordare la registrazione di una conversazione tra i boss Guttadauro e il cognato Vincenzo Greco, i quali domandandosi se un tale soggetto appartenesse o no ai Servizi Segreti affermavano: <<poi ci facciamo vedere a Cuffaro se lui (il tale) è davvero del Sisde o del Sismi, che lui ce l'ha il modo di saperlo, poi glielo chiediamo>>.
La conclusione dell'inchiesta sulle “Talpe alla Dda ” che ha portato alla luce una perversa macchinazione politico-mafiosa scaturirà dal primo febbraio 2005 in un processo che chiamerà  davanti alla Corte, professionisti, imprenditori, forze dell'ordine e politici, personaggi apparentemente di tutto rispetto. I capi d’imputazione, vanno dal favoreggiamento all’associazione mafiosa, concorso in associazione mafiosa, corruzione, abuso d'ufficio, truffa, falso ideologico, tuttavia molti lati oscuri dell’inchiesta rimangono da chiarire come il filo che ancora una volta lega Palermo e Roma.




BOX1
Il punto sull’inchiesta


L’indagine sulle “Talpe alla Dda” di Palermo riguarda una rete di insospettabili informatori finalizzata all’apprendimento di notizie riservate sull’inchiesta a carico dell’ing. Michele Aiello accusato di associazione mafiosa.
Tra gli indagati emergono diverse figure istituzionali tra le quali il Presidente della Regione siciliana Totò Cuffaro.
Colpito inizialmente da un avviso di garanzia che lo accusava di concorso esterno in associazione mafiosa, l’ipotesi di reato era stata poi modificata in “favoreggiamento” e “rivelazioni di segreto d’ufficio” con l’aggravante che le informazioni venivano riportate a Cosa Nostra. Ora il Gup Bruno Fasciana ha dichiarato il non luogo a procedere per quest’ultimo capo d’accusa, accogliendo così la tesi degli avvocati Nino Caleca e Claudio Gallina <<Innanzitutto – afferma - perché non viene rappresentata una condotta di istigazione. Cuffaro ha rivelato notizie coperte da segreto investigativo ma la sua condotta non è giuridicamente qualificabile come concorso in violazione del segreto istruttorio>>. Secondo il giudice <<perché sia configurabile il reato quando ci si trova in presenza di pubblico ufficiale che non è funzionalmente depositario del segreto, come nel caso del presidente della Regione, non è sufficiente la semplice rivelazione - che a parere di Fasciana è provata - ma occorre che l'indagato abbia istigato il pubblico ufficiale, per legge, invece, tenuto al riserbo, a svelare notizie riservate».
<<Reato – che il sostituto Nino Di Matteo considera comunque – assorbito nel favoreggiamento a Cosa Nostra>>. 
 Il presidente della Regione, insomma, non si sarebbe mosso per ottenere notizie sulle indagini ma le avrebbe soltanto ricevute girandole poi ai diretti interessati. Nonostante non vi sia per ora  un riscontro diretto sui presunti rapporti intercorsi tra lo stesso Cuffaro e i boss, diverse intercettazioni del Ros hanno comunque accertato quanto gli “uomini d’onore” facessero su di lui affidamento nell’apprendere notizie riservate.
Il medico Salvatore Aragona, arrestato nell’inchiesta “Ghiaccio2”, conferma nell’ambito del processo a Domenico Miceli il piano accusatorio della Procura e definendo Miceli (anche lui detenuto per concorso in associazione mafiosa), possessore di molti segreti di Cuffaro. Nel corso del dibattimento Aragona lo ha invitato a <<rompere il silenzio in cui si è trincerato>> e indica nel Presidente della Regione la fonte delle notizie segretissime sulle indagini a carico di Guttadauro. <<Il vero depositario di questa storia è Miceli – afferma con sicurezza Aragona -  e dovrebbe essere anche lui a dirla. E invece lui dicendo di non sapere nulla delle microspie, accolla tutta la responsabilità a me per salvare Cuffaro. Ma lui sa bene chi c’è dietro la vicenda delle microspie, c’è Cuffaro e c’è Borzacchelli >>.  Con ancora più precisione in sede  di controesame ha dichiarato: <<Io e Miceli eravamo intermediari presso Cuffaro delle richieste di Guttadauro>>. 
Per i pm, quella di Cuffaro sarebbe una condotta <<reiterata nel tempo>> che non si riferisce a un solo episodio, ma che comprende anche il periodo in cui l’onorevole interagiva con i medici Salvatore Aragona e Vincenzo Greco pur <<consapevole dei problemi giudiziari per mafia che avevano avuto in passato>>. Nel frattempo al processo Borzachelli, Aiello fa i nomi delle sue “talpe”: Borzachelli, Riolo, Ciuro e Calogero Di Carlo, quest’ultimo rimasto finora in ombra. Aiello poi riferisce dell’incontro con Cuffaro nel negozio “Bertini” definendolo casuale, dove si era parlato di tariffari e di quelle indagini nei confronti di Ciuro e Riolo <<il Presidente veniva da Roma – ha affermato Aiello – non mi disse da chi lo aveva saputo, ma io ritenni che lo aveva appreso da Roma>>
Il primo febbraio 2005 l’on. Cuffarò dovrà comparire davanti ai Giudici, insieme a lui sono stati rinviati a giudizio nell’inchiesta sulle Talpe altri dodici indagati fra cui i marescialli Giuseppe Ciuro della Guardia di Finanza e Giorgio Riolo dei carabinieri del Ros, entrambi accusati di concorso in associazione mafiosa e il Maresciallo ex deputato regionale dell’UDC Antonio Borzacchelli agli arresti per concussione. Per gli altri indagati le accuse vanno dalla violazione di segreto istruttorio alla corruzione, abuso d’ufficio, truffa e falso ideologico. S.C.


ANTIMAFIADuemia N°42
 
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  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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