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PRIMULA, LA MAFIA E IL BUNKER | PRIMULA, LA MAFIA E IL BUNKER |
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di Riccardo Orioles Ultimora - La morte di Buscetta. Non ho il tempo, e tuttavia non riesco a farne a meno, di scrivere qualcosa su Tommaso Buscetta a cui tocco’ in sorte, dopo una vita fuori dalla legge, di dare un contributo forte e coraggioso alla (possibile) sconfitta del potere mafioso. Non fu colpa sua se le persone perbene decisero, alla fine, che questo potere poteva continuare. Fu uno dei pochissimi, fra i tanti “pentiti”, a pentirsi davvero, da uomo; e a pagare un prezzo altissimo per questo. Come cittadino italiano, e in particolare come siciliano, ho un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Il pezzo che segue e’ dell’aprile 86 (esattamente quattordici anni fa), e fu scritto mentre era in corso il maxiprocesso di Palermo, reso possibile innanzitutto dalle rivelazioni di Tommaso Buscetta. *** “Levati di la’” disse il vecchio ridendo. “No” disse ridendo il bambino. “Levati di la’ o ti sparo” disse il vecchio. “Io, ti sparo!” disse ancora il bambino. “Non che non puoi spararmi! La pistola non ce l’hai!”. “Neanche tu! Neanche tu, ce l’hai!”. “No, che il nonno ce l’ha, la pistola!”. La donna grassa disse questo e il vecchio annui’ soddisfatto. Il vecchio era piccolo e forte come possono esserlo i contadini di certi paesi della Sicilia fra Enna e Caltanissetta e sorrideva felice. Il bambino avra’ avuto un sette o otto anni, e anche lui sorrideva. Stranamente, sia il bambino che il vecchio avevano gli occhi d’un azzurro lucente. La corriera sarebbe passata da li’ a poco ed essi, il vecchio con la pistola, il bambino e la donna grassa e vestita di nero, attendevano la loro corriera in una citta’ del mondo che solo per caso era Palermo. Nella citta’ di Palermo, in quel periodo, c’era un Processo. * * * Dall’alto, la’ dentro, le figure appaiono molto piu’ nitide del normale. Nitide e lontane, quasi teatrali. Tutto in effetti, in quel posto, appare come accuratamente preparato - la luce bianca, le pareti verdi, il nero - per la rappresentazione di qualcosa. C’e’ un monitor in tribuna-stampa, un comune televisore, puntato sull’aula del processo, che riprende magistrati e avvocati nel momento in cui parlano e fanno casino o semplicemente stanno li’ ad aspettare. I cronisti ci affollavamo attorno a questi monitor, fissando avidamente gli occhi su cio’ che si muoveva dentro il piccolo schermo e che contemporaneamente, nell’indifferenza generale, accadeva in realta’ a dieci metri da noi: se un commando fosse sbarcato nell’aula e avesse portato via baracca e burattini stando attento a tenersi fuori portata dalle telecamere non ce ne saremmo probabilmente accorti, presi ipnoticamente dallo schermo; a meno che proprio in quel momento il primo piano del presidente Giordano non fosse sfumato nello spot pubblicitario dei pannolini Lines o di canale Cinque. E’ che ormai il filtro del televisivo - della vita-spettacolo, dell’ “altrove” - e’ nella fisiologia umana; ed e’ rassicurante. Fuori dal serial, intanto, Palermo si trascinava. La faccia del presidente Giordano era quella di un qualunque galantuomo a cui, nel corso d’un civile ricevimento, avessero rovesciato coscientemente del caffe’ sui calzoni e che, di tutti gli accidenti della vita, questo proprio - la maleducazione - non riesce a spiegarsi. In realta’ gli avvocati della mafia c’erano andati giu’ pesanti: il presidente, avevano detto, non puo’ continuare a processare perche’ “ha interessi personali nel processo”. Il giudice s’era imbrogliato “anticipando un nome di Contorno: insurrezione dei difensori, sghignazzate feroci - in sincronia - dei mafiosi e, un’ora dopo, il rappresentante degli avvocati di cosa Nostra che, consultati i colleghi e messo giu’ un documento, si alza ad accusare ufficialmente di malafede il presidente (nello stesso momento, a Messina, gli uomini delle Famiglie mafiose recitano la sommossa per bloccare anche l’altro processo). La faccenda sta a galla un ventiquattr’ore, poi la macchina riparte: Giordano resta, i testimoni continuano a parlare, i mafiosi a doverli ascoltare, il cancelliere a fermare tutto quanto diligentemente sul librone. E il processo va avanti. Questo e’ stato il primo tentativo serio di bloccarlo - contemporaneamente, a Palermo e a Messina - e, alla prima ripresa, non e’ riuscito. * * * Nel frattempo, fuori dal bunker; si moltiplicano gli “avvertimenti” e i segnali. Prima c’era stata la consegna ai carabinieri del boss latitante Greco: una prova di forza, un’ammissione di debolezza e un messaggio, in qualche contorta maniera, di disponibilita’ a “trattare” (di isolare cioe’ la parte piu’ esposta della struttura mafiosa). Poi i millecinquecento nomi della Loggia, nomi della Palermo-complice, ma degli anni passati (e nello stesso momento il principe Alliata di Montereale, eminenza grigia di cento corridoi fra Roma Palermo e Malta, viene nominato Gran Maestro del piu’ pericoloso e intrigante Ordine massonico d’Italia, quello di Piazza del Gesu’). Infine, la deposizione di Buscetta: della quale, cio’ che e’ rimasto in mente a chi doveva giudicare - fuori dall’aula, s’intende - e’ l’assoluta indisponibilita’ a ricordare nomi di politici. Infine, le mezzeparole di Liggio: due, tremila uomini mobilitati per un colpo di stato in Sicilia gia’ negli anni Settanta; la mafia mobilitata come struttura d’appoggio dei politici - vivi e morti: dei morti non si parla per rispetto, dei vivi perche’ vossia m’intende... - che lui, Liggio, non vuole nominare ma se volesse potrebbe... Liggio,parlando da critico teatrale, non ha dato la sua migliore interpretazione. Tutti gl’inviati della grande stampa s’aspettavano il Padrino con sigaro e sorriso sfottente, la faccia impassibile sotto le accuse dell’ “infame” Buscetta, uno stringer d’occhi - al massimo - nel momento del faccia a faccia. Hanno avuto invece il volgare assassino smascherato, che perde le staffe e si rivela, nel momento della verita’, non piu’ saldo di nervi del rapinatore di banca. Buscetta e’ riuscito a disprezzare Liggio, Liggio non e’ riuscito - per quanto disperatamente lo volesse - a disprezzare Buscetta. La mafia del “rispetto” - ha detto in sostanza Liggio: senza volerlo ne’ saperlo, ma con assoluta chiarezza - non esiste ormai piu’: eccomi qua, io, Liggio di Corleone, ad aspettare nervosamente quel che diranno di me i testimoni, insalivando un mezzo sigaro in bocca, senza riuscire a tacere ne’ a sembrarvi lontano: sono un povero storpio, dentro e fuori. Ed in realta’, anche in quel momento, l’unico “mafioso” era Buscetta, l’unico a possedere quella solitudine feroce, quel distacco da tutti gli altri, quel non attendersi nulla d’umano dalla vita che stanno al fondo dell’antica parola. Gli altri, soltanto gregge informe impaurito dal castigo. * * * Ne’ sappiamo quali pensieri passassero dietro gli altri visi in quei momenti. I giudici e i giurati, e gli stessi avvocati in toga, erano visibilmente tesi a non sfigurare nella Storia; il gesto tribunizio del legale, il sorriso sommesso del presidente volevano essere, prima di tutto, una degna immagine di se stessi (non per la televisione, supponiamo; per qualcosa di piu’ lontano); lo stesso avvocaticchio di provincia, che rotea le braccia e s’impappina sulle figure retoriche, sente confusamente che e’ un momento importante, e che proprio lui - chissa’ come - c’e’ dentro. Facilmente decifrabili, crediamo, anche i sentimenti d’un Contorno: libero ancora una volta di battersi e di colpire, ferocemente sincero, trionfante alla faccia di tutti; di Liggio e della sua decadenza non e’ stato difficile accennare. Piu’ complicato l’ “infame”. Ultimo della razza, senza speranze ne’ obbiettivi, e’ un robot improvvisamente sprogrammato; e procede in avanti, ciecamente, senza pensare assolutamente nulla. E’ stato, moltissimi anni fa, un ragazzo d’una borgata palermitana. Ha vissuto il “pani-cc’a-meusa”, la ferocia, lo scendere della sera nel quartiere; il “rispetto” dei vecchi, la serieta’ del farsi uomo. Tutte cose che con la mafia di oggi, trafficante ed elettronica, non c’entrano proprio piu’. Non ha nessuno nell’aula: non coloro che accusa (non tanto perche’ nemici, quanto perche’ irrimediabilmente “nuovi”); non coloro che aiuta, degni di rispetto ma “sbirri”. Non sa cosa fara’, finito l’ultimo “lavoro”. Sa solo adesso: colpire e, per un riflesso animale, restare vivo. Il resto non importa. Forse, di tanto in tanto, un qualche ricordo di quartiere. Forse, nemmeno quello. * * * La ragazza, improvvisamente, comparve dinnanzi alla Corte. Ha detto qualcosa ma nel clamore nessuno, che si sappia, l’ha sentita; e i giurati, del resto, fissi sul testimone, l’attraversavano con lo sguardo senza riuscirla a vedere. Eppure ella era la’ in piedi davanti a loro, fra gli avvocati e il presidente, e li guardava col viso serio, serenamente (C’era un giovane accanto, tormentato, che la teneva per mano, e taceva). “Io mi chiamavo Primula - dice ora la ragazza - Non ce l’ho fatta. Ma perlomeno ci ho provato. Non l’ho lasciato solo”. Due imputati continuano, sguaiatamente, a sussurrarsi qualcosa, ed il loro avvocato a perorare; il presidente, con gli occhi bassi, leggiucchiava una carta. Improvvisamente, spari’ d’un colpo l’aula del processo e ci ritrovammo su una strada. I camion passavano veloci, senza fermarsi, e i due ragazzi - il viso del ragazzo risplendeva, stavolta; avevano in spalla zaini e sacchi a pelo - li inseguivano ridendo, correvano tenendosi per mano e e si fermavano, ridendo e ansimando, al paracarro successivo. Avevamo appuntamento a Digione, ottanta chilometri piu’ avanti, ed era una di quelle estati da autostop, e lei gia’ l’aspettava un’overdose, a Bologna, in quell’inverno, e lui tre anni ancora in una piazzetta di Messina. Vorrei lasciarli la’, nella loro estate, sulla loro strada: mentre, molto lontano da loro, il presidente ricomincia a interrogare e il processo di Palermo, contro i signori della droga, faticosamente va avanti. Riccardo Orioles BOX1 Vita e morte di don Masino New York. Il 2 aprile scorso in una località americana sconosciuta si è spento in silenzio il boss palermitano Tommaso Buscetta, aveva 72 anni. A stroncarlo un male incurabile, che l’aveva colpito due anni fa. <<“Don Masino” sapeva di dover morire ma ci scherzava su>> dice il suo avvocato Luigi Li Gotti. E’ stato il primo collaboratore di giustizia dell’antimafia. Era il 18 luglio 1994 quando Buscetta incontrava Giovanni Falcone: <<sono stato un mafioso e ho commesso degli errori per i quali sono pronto a pagare>> furono le prime parole che disse al giudice. <<Non sono un pentito, sono solo un uomo stanco e tormentato che si è reso conto di cosa è diventata la mafia e che si è convinto ad aiutare la giustizia e smantellarla>>. Parla per 45 giorni, svela l’esistenza di Cosa Nostra e la sua organizzazione. Con le sue dichiarazioni vengono condannati all’ergastolo vari boss mafiosi, era il 1987, e consegnati alla giustizia Nino e Ignazio Salvo e poi Vito Ciancimino. Nei suoi confronti iniziano ad accanirsi i clan rivali dei corleonesi che l’8 novembre ‘81 uccidono il cognato Mariano Cavallaro, l’11 settembre ‘82 i figli Antonio e Benedetto, il 26 dicembre il genero Giuseppe Genova, tre giorni dopo il fratello Vincenzo e il nipote Benedetto. In cambio della sue deposizioni viene trasferito negli USA, dove ottiene il programma di protezione per sé e per la famiglia. Seguono l’uccisione del cognato Pietro Busetta e del nipote Domenico, (7 marzo 1995). <<Provo un grande rimorso nei confronti dei miei affetti. Mi pesa la maledizione di mia sorella privata dal marito per colpire me…>> dirà in seguito Buscetta. Personaggio controverso, ha fatto parlare molto di sé. Così lo ricordava Giovanni Falcone in un suo libro <<Prima di lui, non avevo – non avevamo – che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno…oserei dire che… ci ha insegnato un metodo>>. |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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