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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Scandalo a Messina PDF Stampa E-mail


Tutti i retroscena dell’inchiesta della Procura di Catania che ha portato in carcere due magistrati di Messina. Aprendo nuovi filoni.

Indagini aggiustate, una ragnatela di rapporti tra giudici e imprenditori. Storia di un brogliaccio tra finti pentimenti e accuse infamanti.


di Fabio de Pasquale


Magistrati antimafia collusi con Cosa Nostra. Boss che, nonostante siano sottoposti al carcere duro, danno suggerimenti ai pentiti. Carabinieri che minacciano i collaboratori di giustizia che vogliono dire la verità. Altri giudici che manipolano i verbali. C’è di tutto nel “verminaio” messinese. Un grumo di interessi e commistioni che negli anni è rimasto nel più assoluto silenzio. Chi doveva intervenire non l’ha fatto. Chi aveva l’obbligatorietà dell’azione penale non l’ha esercitata. E adesso che la Procura di Catania ha spedito in carcere il sostituto della Procura nazionale antimafia, Giovanni Lembo, perché accusato di essere colluso con la mafia è già scattato lo scaricabarile. Il Procuratore nazionale Pier Luigi Vigna dice di aver denunciato la vicenda al CSM. Ma l’ex vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Carlo Federico Grosso smentisce. L’ex ministro di Grazia e giustizia, Giovanni Maria Flick, oggi giudice costituzionale, nonostante gli ispettori Ciro Monsurrò e Gianfranco Mantelli, avessero scritto a chiare lettere che Lembo andava rimosso, non è intervenuto. Così come non l’ha fatto Vigna, il 18 marzo del ‘98, quando il sostituto Lembo, già indagato dalla Procura di Catania per la gestione allegra di Luigi Sparacio, gli chiese di “astenersi, per il futuro, dall’adozione di provvedimenti di qualunque specie concernenti il collaboratore Sparacio”.


IL DIKTAT DI LUIGI CROCE

Bisogna aspettare, invece, altri sei mesi perché Lembo faccia le valigie da Messina. E sempre su sollecitazione di terze persone. Siamo a metà settembre del ‘98. Ormai la notizia che Lembo è indagato dalla Procura di Catania, per la gestione di Sparacio, è un fatto di dominio pubblico. Ma Vigna continua a non intervenire. E Lembo imperversa sullo Stretto. Da un giorno all’altro si aspetta l’insediamento del nuovo procuratore di Messina, Luigi Croce, dopo il trasferimento forzato del predecessore Antonino Zumbo, rimasto coinvolto nel “caso Messina”. L’ex aggiunto di Gian Carlo Caselli a Palermo si reca a Roma, in via Giulia, alla sede della Procura nazionale antimafia. Un breve colloquio con Vigna nel quale Croce pone un diktat: “o mi levi Lembo da Messina o non mi insedio”. Un paio di giorni e il chiacchierato magistrato antimafia viene richiamato a Roma per essere applicato alla Dda di Ancona, L’Aquila e Campobasso. Una settimana dopo, inizia il nuovo corso con Croce. Al posto di Lembo a Messina arrivano Carmelo  Petralia e Giusto Sciacchitano.


L’ATTO D’ACCUSA

Responsabilità pesantissime quelle elencate dai magistrati di Catania nel lunghissimo atto d’accusa contro il collega di Messina. Lembo avrebbe sistematicamente agevolato il falso pentito Luigi Sparacio. In particolare, quando Sparacio iniziò a collaborare con la giustizia e pretese di poter continuare a muoversi liberamente, per mantenere i rapporti con i suoi affiliati, il pm intervenne presso le autorità di polizia che dovevano vigilare su di lui. Lembo avrebbe inoltre condizionato le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia affinché non accusassero parenti e amici di Sparacio. Il magistrato avrebbe inoltre concordato, tramite Michelangelo Alfano, i tempi e le modalità della collaborazione di Sparacio, garantendogli l’immediata libertà e la restituzione dell’ingente patrimonio sottoposto amisura di prevenzione del tribunale di Messina. Lembo avrebbe partecipato, anche in epoca anteriore all’inizio della collaborazione, a riunioni con Sparacio, Alfano e Santi Travia con i quali aveva interessi economici.


IL RUOLO DI MARCELLO MONDELLO

Ma non è solo Lembo il magistrato incappato nelle maglie della giustizia per i suoi rapporti con Michelangelo Alfano, l’imprenditore originario di Bagheria e considerato il referente di “Cosa Nostra” in riva allo Stretto. Agli arresti domiciliari è finito anche Marcello Mondello, ex capo dei gip del tribunale di Messina, ma anche primo presidente della Corte d’Appello. Secondo l’accusa, Mondello avrebbe avuto rapporti e frequentazioni non occasionali con il boss Santo Sfameni di Villafranca Tirrena. Nella masseria di quest’ultimo, nel centro tirrenico, a pochi chilometri da Messina, sarebbero state concordate le strategie difensive e l’adozione di provvedimenti giudiziari di favore per agevolare il clan di Sparacio, Alfano e Sfameni. In particolare per Mario Marchese, e Antonino Patti. Mondello viene chiamato in causa anche per il particolare trattamento riservato a Michelangelo Alfano, in occasione del suo arresto, quale mandante del ferimento del giornalista Mino Licordari. Mondello avrebbe concesso gli arresti domiciliari il 3 maggio del ‘95, rimettendolo in libertà tre settimane dopo. Il tutto mentre gli altri complici restavano in cella.


LA NUOVA INDAGINE

Una gestione allegra, quella dei collaboratori di giustizia, in riva allo Stretto. Dopo il ciclone, la Procura di Catania ha confermato che ci sono diversi fascicoli aperti in seguito a denunce, su fatti anteriori al 1998, che riguardano magistrati di Messina e Reggio Calabria. Ma, per il momento, nonostante una ridda di nomi, non c’è nessun indagato. Un’inchiesta lunghissima, quella che ha portato in cella Lembo e che prende lo spunto dall’esposto dell’avvocato Ugo Colonna il 22 novembre del ‘97. Due anni e mezzo di indagini, con centinaia di interrogatori per magistrati, poliziotti, carabinieri, ex questori e collaboratori di giustizia. Dichiarazioni vere e meno vere. Lo stesso Lembo, nel corso delle sue spontanee dichiarazioni del 7 luglio del ‘99, nega ai magistrati di Catania di avere rapporti con Michelangelo Alfano. “Ho avuto modo effettivamente di conoscere Alfano allorché costui era presidente della squadra di calcio del Messina: si parla quindi di circa 15 o 20 anni fa. All’epoca Alfano proprio per la sua qualità aveva contatti con vari esponenti delle istituzioni… Non vedo più costui da oltre 10 anni, neanche per caso e cioè da quando mi sono trasferito a Messina ed ho cominciato a sentire qualcosa sulle sue vicissitudini giudiziarie”.


LE ACCUSE DEI PENTITI

Ad incastrare il pm sono gli stessi pentiti da lui gestiti o protetti durante la sua permanenza alla DDA di Messina. Ha raccontato Santi Timpani, cognato di Sparacio, il 12 febbraio del ‘99 ai pm di Catania: “Anche prima del nostro arresto, sia mio cognato che alcuni dei miei familiari, avevano dei rapporti con alcuni magistrati. E mio cognato mi parlava di Lembo come di una persona che lui, per così dire, teneva in pugno… mio cognato aveva un numero di telefono particolare di Lembo… Mio cognato ha sempre avuto rapporti con Lembo… sia prima che durante la collaborazione… Quando ha visto che le cose stavano stringendo, ha collaborato. Ed ha contattato Lembo: tramite mia sorella ha fatto contattare Lembo. Poi è andato da questo suo nipote che è nella polizia. Inoltre, poiché mio cognato conosceva un funzionario della Squadra mobile… Mi pare che questa persona si chiamasse dottor Sanna… Quando gli sequestrarono gli immobili e tutto il resto, non c’era nessun problema, perché la cosa si sarebbe risolta. Glieli avrebbero dissequestrati, per via delle amicizie che c’erano”.


L’INCHIESTA DI REGGIO

Due inchieste che si intrecciano, quella di Catania ed un’altra di Reggio Calabria. In mezzo l’ex capo dei gip Marcello Mondello. Ad incastrare Mondello sono diversi pentiti. Nell’inchiesta di Catania sono confluite anche le dichiarazioni rilasciate dai collaboratori ai pm di Reggio Calabria, nell’ambito di un altro procedimento. Dice Guido La Torre il 13 aprile del ‘99: “Sapevo che il giudice Mondello era un magistrato ‘avvicinabile’ tramite Santo Sfameni, un costruttore edile di Villafranca Tirrena legato alla nostra organizzazione. In occasione dell’omicidio Cunsolo, Sparacio incaricò me Pasquale Pietropaolo ed altri di recuperare dei testimoni falsi per costruire un alibi ad Antonino De Luca. L’idea di costruire un falso alibi a De Luca era stata suggerita dal giudice Mondello a Sfameni e, poi, da questi a Sparacio. Tra la fine del 1994 e l’inizio del 1995 ebbi un incontro con Sparacio all’hotel Europa di Messina; in quella occasione feci presente che avevo reso dichiarazioni contro il giudice Mondello al dott. Lembo e Sparacio mi disse di non ‘toccarlo’ perché ci ‘serviva’ per farci ottenere nei processi l’attenuante prevista per i collaboratori”. Il 15 ottobre del ‘99 Mondello si presenta spontaneamente ai magistrati di Catania, conferma i suoi rapporti con Santo Sfameni ed indica come tramite della loro conoscenza il professore Matteo Vitetta “neuropsichiatra di chiara fama e spesso officiato dal giudice per perizie medico - legali”. Dopo le sue spontanee dichiarazioni, Mondello, il 30 ottobre fa la domanda anticipata di pensionamento. Nonostante questo, però, il giudice continua ad avere rapporti con Sfameni. Il 10 febbraio del 2000, nel corso di un pedinamento nei confronti di Antonino Sfameni, figli di Santo, Mondello viene visto incontrarsi con quest’ultimo.

Fabio de Pasquale




Identikit di protagonisti e comparse

Quattro magistrati, un carabiniere dei Ros, un imprenditore in odor di mafia e due falsi collaboratori di giustizia. Un’inchiesta che mette a nudo il sistema di gestione dei pentiti in riva allo Stretto. Un’allegra combriccola che adesso è finita nel mirino della Procura di Catania. Ma vediamo chi sono i personaggi coinvolti nell’indagine sulla gestione allegra del falso pentito Luigi Sparacio.

GIOVANNI LEMBO, 55 ANNI. Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia dal 1993. E’ rimasto applicato alla Dda di Messina fino al settembre del ‘98. Arrestato per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso e minacce.

MARCELLO MONDELLI, 71 ANNI. Ex capo dei Gip di Messina è stato anche, per otto mesi, primo presidente della Corte d’Appello facente funzioni. Dal 30 ottobre è in pensione. E’ finito agli arresti domiciliari per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso.

ANTONIO PRINCI, 34 ANNI. Maresciallo del Ros dei carabinieri di Messina, ex segretario del sostituto procuratore Giovanni Lembo. Da diversi mesi era in convalescenza. Arrestato per minacce.

SANTI TRAVIA, 62 ANNI. Imprenditore messinese in odor di mafia legato a Michelangelo Alfano. Sarebbe stato lui il tramite tra il pm Giovanni Lembo e l’imprenditore di Bagheria, attualmente in carcere con il 41 bis, Michelangelo Alfano. E’ lui che “presta” i cinquanta milioni che servono al magistrato come caparra per acquistare la casa di viale della Libertà. Arrestato per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso.

GIUSEPPE CHIOFALO, 50 ANNI. E’ stato il più sanguinario boss messinese. Il suo apprendistato criminale si è svolto in Campania ed in Calabria nelle fila di Camorra e ‘‘Ndrangheta. Negli anni ‘80 è tornato a Terme Vigliatore, suo paese d’origine, dove organizzò una cosca ed uccise tutti i boss della vecchia guardia. Finito in carcere si pente, proprio con Lembo, il pm che lo aveva fatto condannare a 4 ergastoli. Arrestato per calunnia.

COSIMO CIRFETA, 35 ANNI. Boss della Sacra Corona unita, originario di Salice Salentino, in provincia di Lecce. Si pente nel ‘92. Il suo nome, insieme a quello di Chiofalo è legato al tentativo di depistaggio nell’inchiesta di Palermo su Marcello Dell’Utri. Arrestato per calunnia.

CARMELO MARINO. Ex sostituto della Dda di Messina, oggi presidente del tribunale di sorveglianza. E’ stato il titolare del fascicolo sul delitto di Matteo Bottari. E’ indagato per abuso d’ufficio.

FRANCESCO MOLLACE. Sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. E’ indagato per abuso d’ufficio.




CHI E’  MICHELANGELO ALFANO

Ma chi è veramente Michelangelo Alfano. Imprenditore di Bagheria, si trasferisce a Messina all’inizio degli anni Ottanta. Poco dopo acquista la squadra di calcio della città e diventa presidente. Alfano era un personaggio già noto alle forze dell’ordine. Ad istruire il primo processo su di lui era stato l’allora giudice istruttore Giovanni Falcone. Secondo la Procura, Alfano sarebbe il referente di “Cosa Nostra” in riva allo Stretto. Circa due mesi, a distanza di diversi anni dalla proposta, il tribunale di Messina ha ordinato il sequestro preventivo di tutto il patrimonio di Alfano e dei suoi familiari, stimato in circa venti miliardi. Sempre il tribunale di Messina, ha disposto, per l’imprenditore in odor di mafia, la misura di prevenzione dell’obbligo di soggiorno del comune di residenza.




CHI E’ DON SANTO SFAMENI

Il nome di Santo Sfameni è tristemente legato ad uno dei più gravi e tuttora, in qualche misura, misteriosi fatti di sangue verificatisi nella zona di Villafranca Tirrena: l’omicidio di Graziella Campagna. L’iter contorto dell’istruttoria, il proscioglimento dei due noti mafiosi palermitani, Gerlando Alberto Junior e Giovanni Sutera, originariamente accusati di questo delitto, la succesiva riapertura delle indagini, e l’attuale celebrazione, appena iniziata, dopo moltissimo tempo dai fatti, del dibattimento di primo grado, già da soli attestano le capacità di “intervento” di Sfameni sui meccanismi investigativi. Sfameni, attualmente è agli arresti domiciliari, dopo il coinvolgimento nell’operazione antimafia “Witness” della Procura di Messina e poi transitata per competenza a quella di Catania.
 
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