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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Dove finiscono i patrimoni mafiosi PDF Stampa E-mail


Le cifre, gli immobili sequestrati e come vengono riutilizzati dai cittadini

di Alex Corlazzoli

E’ il segreto di pulcinella. Tutti sanno che esiste, un milione di cittadini l’hanno voluta ma oggi la legge 109 per l’uso sociale dei beni confiscati per reati di mafia non basta. A Cosa Nostra iniziano a tornare i conti: nella lotta alla criminalità la sproporzionalità tra i beni sequestrati e i beni confiscati è netta e in aumento. E un’alternativa alla criminalità organizzata rischia di andare in fumo.
La storia della nascita della legge 109, approvata nel febbraio del 1996, è originale. Nel 1995 l’associazione Libera raccoglie un milione di firme con una petizione popolare intesa a riformare la normativa 575, a riprendere in esame le proposte da tempo bloccate in Parlamento e, soprattutto, creare nuove norme per l’uso sociale dei beni confiscati ai mafiosi. Il 7 marzo del 1996, viene varata la legge 109 che rappresenta una delle più moderne forme di contrasto dell’economia criminale. In poco più di quattro anni la 109, ha permesso l’utilizzo a fini sociali di 586 beni immobili per un valore di oltre 171 miliardi di lire.
Ma quanti sono i beni sottoposti, secondo le norme vigenti , a procedimento di sequestro e i beni, sottoposti a procedimento di confisca e quindi assegnati, trasformati in centri sociali, scuole, comunità terapeutiche, uffici giudiziari e parchi giochi?
L’ultimo rapporto del Ministero delle Finanze aggiornato al 18 gennaio 2000 dimostra la convenienza dell’antimafia con l’applicazione della 109: in Sicilia  dal 1996 ad oggi sono stati assegnati oltre 47 miliardi di lire per un numero complessivo di 179 beni; in Campania, sono ritornati nelle mani dei cittadini 82 beni, per un valore di 58.208.819.000.
Nelle regioni settentrionali 83.600.000. In Lombardia sono tornati nelle mani della società civile beni per un valore di 10.941.000.000 (il 6% del valore complessivo, cioè 171.295.541.000).  In Veneto sono stati restituiti 5.212.600.000 miliardi (il 3% sul valore complessivo), in Piemonte 596.000.000 mentre in Emilia Romagna 934.000.000.
Ma diamo un’occhiata ai dati sui sequestri: se analizziamo il fenomeno a livello nazionale possiamo notare che il trend relativo alle misure patrimoniali dal 1992 al 1997 (anni per i quali i dati sono aggiornati) è costante, sull’ordine dei 3 mila beni sequestrati (a parte il picco del 1993) e sull’ordine delle 1500 confische nel triennio 1995 - 1997 a dimostrazione dell’efficacia della 109/96. Basti dall’altro canto prendere in esame le tabelle (fonte Direzione centrale della polizia criminale) su base regionale relative l’anno 1998 per rendersi conto del divario che esiste tra i beni confiscati e sequestrati: in Lombardia sono stati sequestrati 59 beni per un valore di 5.311.000.000 e confiscati solo 7  per un valore di 1.600.000.000. 
Cos’è che non funziona? Perché il provvedimento relativo alla confisca non è efficace come si vorrebbe? Il processo che porta dal sequestro alla confisca è sicuramente un iter complesso e lungo che causa ritardi e lungaggini imprevedibili. Il problema principale che impedisce di sfruttare al meglio, da parte delle associazioni beneficiarie e dei cittadini, la legge, è quello della mancanza di fondi finanziari previsti dalla normativa in vigore. La 109/96 prevede l’istituzione presso le Prefetture italiane di fondi finanziari realizzati con la confisca ai mafiosi. Tuttavia da un’indagine, condotta dall’Agenzia per l’uso sociale dei beni confiscati, è emerso che in pochi casi sono stati istituiti questi fondi.
Il seminario tenutosi a Corleone il 21 marzo del 1998, nella sede dell’Istituto tecnico Agrario, ex casa del boss Totò Riina, ha portato alla luce i problemi legati alla gestione dei beni. Questioni che riguardano soprattutto lo stato d’abbandono in cui sono ridotti gli immobili a causa dei tempi troppo lunghi che intercorrono tra il sequestro, la confisca e l’assegnazione. Lungaggini che non aiutano l’attivazione delle attività delle singole realtà associative, le quali, non disponendo di risorse finanziarie proprie, non hanno la possibilità di rendere utilizzabile l’immobile.
A bloccare la convenienza dell’antimafia, è proprio il sistema giudiziario. Il punto debole della 109/96 rimane ancora, nonostante gli sforzi per snellire le procedure, il processo penale che non è certo lo strumento più adatto ad un’indagine che richiede tempi non brevi. Esso inoltre, rischia di vedere ulteriormente dilatati i suoi tempi dalla necessità di verifica di aspetti che vanno al di là delle responsabilità penali dell’imputato.
Ecco allora che di fronte ad uno strumento potenzialmente efficace di contrasto dell’economia illegale non c’è un riscontro nella realtà. Un’altra volta compare una disomogeneità tra l’aspetto legislativo e giuridico. I regolamenti applicativi dell 109/96, condizione indispensabile per il reale funzionamento della legge, hanno impiegato oltre un anno a divenire pienamente operativi e ancora significativi ritardi si registrano nella capacità di costruire una banca dati di tutte le risorse confiscate, della loro tipologia, valore e stato. Lo stesso procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna ha ammesso nella guida realizzata da Libera sull’uso sociale dei beni confiscati ai mafiosi che “E’ stato da molti rilevato che numerosi problemi applicativi avrebbero riguardato la gestione dei patrimoni confiscati sia nella fase burocratica-amministrativa, sia in quella manageriale, tanto che è stato scritto che un modello organizzativo diverso, più agile e nello stesso tempo più efficace, avrebbe potuto essere costituito da un’agenzia cui affidare il compito della gestione, destinazione e liquidazione dei patrimoni mafiosi”.
La 109, sostenuta dalla raccolta di un milione di firme e da Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie presieduta da don Luigi Ciotti e Rita Borsellino), è oggi potenzialmente una realtà che potrebbe veramente togliere potere alle mafie per ridarlo ai cittadini.
Simbolo di questa operazione sono sicuramente i beni confiscati negli ultimi anni ai Coco Trovato nella provincia di Como, ai Carollo in territorio milanese, ai Valle in provincia di Pavia. A Galbiate (Como) una villetta del valore di 555 milioni sequestrata a Franco Coco Trovato è stata trasformata in un centro d’aggregazione giovanile e in un appartamento per anziani. A Vigevano il terreno con annesso fabbricato dei Valle è diventato un centro giovanile. A Trezzano sul Naviglio l’appartamento con box e le due villette dei fratelli Ciulla (valore 2.025.000.000) sono stati confiscati e dati al Comune che ha utilizzato i locali per un alloggio per soggetti sfrattati ed indigenti.
Così a Montecatini Terme (Pistoia) dove nel 1997 è stato concesso al gruppo Valdinievole – Associazione famiglie per la lotta alle droghe – dall’amministrazione comunale di Massa a Cozzile, un bene confiscato alla famiglia camorrista Di Maro: un fabbricato colonico di due piani e di sei stanze, circondato da terreno agricolo e da bosco.
I ragazzi della comunità hanno pensato a ristrutturare l’immobile, a estirpare i rampicanti, a tagliare il prato. Un atto di concessione che rappresenta uno dei primi casi di attuazione della legge 109/96 nel campo del recupero per la tossicodipendenza. Un bene prima simbolo del potere della Camorra è diventato luogo di pratica terapeutica per i ragazzi dell’associazione.
A Corleone la palazzina di via Salvatore Aldisio, intestata a Giovanni Di Frisco ed Angela Bagarella, di fatto di proprietà del cognato di Totò Riina, è diventata la sede dell’istitituto professionale di stato per l’agricoltura. La palazzina è stata confiscata (in primo grado di giudizio) dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo e concessa in comodato d’uso gratuito al Comune di Corleone per un anno. Il contratto di comodato d’uso gratuito stipulato tra il ragioniere Ettore La Valle, amministratore giudiziario dell’immobile e l’onorevole Giuseppe Cipriani, sindaco di Corleone prevede la destinazione del bene ad uso scolastico. Il 12 giugno 1997 il sindaco Cipriani aveva emanato un’ordinanza di requisizione della palazzina, che i vigili urbani avevano notificato a Maria Matilde Bagarella, procuratrice generale della sorella Angela e del cognato Giovanni Di Frisco, da tempo residenti in Sudamerica. Provvedimento che Cipriani giustificava con la necessità d’assicurare urgentemente dei locali alla scuola agraria. La famiglia Riina-Bagarella presentò ricorso al Tar. Davanti al Tar, le ragioni del Comune furono accolte e l’ordinanza divenne esecutiva. 
Ma quanta strada dobbiamo ancora fare affinché la mafia restituisca il maltolto? E’ necessario in questo momento un impegno e un coordinamento tra i livelli istituzionali e i soggetti interessati all’applicazione della legge (ministeri, prefetture, comuni e associazioni) affinché si possa contribuire alla riduzione del divario tra beni sequestrati, confiscati e assegnati attraverso certe, trasparenti e veloci procedure di assegnazione dei beni già confiscati. Togliere ricchezze alla mafia significa diminuire il potere economico che permette alle cosche di lavorare con le spalle coperte. La classe politica non può far finta di niente. 
Dobbiamo rifiutare il concetto di ‘normalizzazione’, di cui già parlava Paolo Borsellino nel 1985 e chiedere uno sforzo e una risposta allo Stato che deve garantire, nel rispetto doveroso dei diritti del cittadino, la possibilità di usufruire d’un atto legislativo. Solo allora potremo parlare davvero di convenienza dell’antimafia.

 
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