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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Gli insabbiati PDF Stampa E-mail


Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza

di Luciano Mirone

“Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo. Un giornalista  incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, e le violenze che non è stato mai capace di combattere”.
Giuseppe Fava


Otto croci di giornalisti assassinati, rapiti o “suicidati”. Otto croci coperte dall’oblio e dall’indifferenza. Otto croci sparse in Sicilia, terra di intrighi sotterranei fra Stato e Antistato. In un camposanto simile a quelli che puoi trovare in Colombia o in Algeria, dove altri giornalisti sono morti perché “colpevoli” di avere scritto la verità.
Laggiù, in fondo alla Sicilia, sono sepolte otto storie. Si dipanano in un arco di tempo che va dal 1960 al 1993. Sono le storie di Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Giuseppe Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano. Vite spezzate da un potere che non ha mai tollerato il dissenso, da un sistema che si è fatto regime sopprimendo i portatori di verità e di democrazia. Come nei paesi totalitari dove vengono uccisi gli oppositori, così in Sicilia negli ultimi cinquant’anni, un braccio armato ha avuto il compito di mantenere l’ordine.
Mezzo secolo in cui è successo di tutto: lo sbarco degli americani nell’isola, auspice Cosa nostra; la morte del presidente dell’Eni, Enrico Mattei: la strage di piazza Fontana; il delitto Calabresi; Gladio:l’alleanza fra mafia, politica, servizi segreti, massoneria e P2: l’installazione dei missili nucleari a Comiso: il ruolo devastante (per l’economia siciliana) dei cavalieri del lavoro di Catania.
Anche se alcuni di questi fatti si sono verificati altrove, in un modo o nell’altro con l’isola hanno avuto dei collegamenti: la mafia e i poteri occulti erano ingranaggi troppo importanti per il mantenimento di certi equilibri.
Potevano otto giornalisti disarmati scrivere certe verità senza correre il rischio di morire ammazzati?
Quando l’assassinio non era sufficiente (e l’assassinio di un giornalista che scrive di mafia non è mai sufficiente per la forza devastante di certe inchieste realizzate prima del delitto), si metteva in moto un terrificante tam tam in cui verità e menzogna venivano sapientemente miscelate. Il compito di denigrare la vittima per deligittimare i suoi articoli, veniva demandato a certi  settori dell’informazione, della politica, della magistratura e delle forze dell’ordine. Insinuando dubbi, facendo serpeggiare strane voci, tirando fuori storie di donne e di ricatti (le più classiche), ma anche di terrorismo, di droga, di fallimenti. Un labile indizio era sufficiente per depistare, per creare confusione, per banalizzare l’ipotesi del delitto mafioso. Che col passare dei giorni diventava  “probabile”, fino a sgonfiarsi del tutto (sia nei rapporti giudiziari, che nelle  pagine di certi giornali). Alla fine i destinatari delle indagini diventavano le vittime e i loro familiari.
Dichiara Angelo Siino, uomo di Totò Riina, e “ministro” dei lavori pubblici di Cosa nostra: “L’on. Salvo Lima diceva che alle volte l’on. Nino Drago parlava del giornalista Giuseppe Fava come di  un personaggio bieco, lo dipingeva a fosche tinte con il solito motivo che era un estorsore, un ricattatore. Una volta mi ricordo che durante una discussione c’era  l’on. Modesto Sardo, il quale assentì. Mi pare che Gaetano Graci (cavaliere del lavoro di Catania, citato varie volte da Fava nei suoi articoli, n.d.r.), alla presenza di più politici, disse: ‘Non ho una lira, sono nei  guai, c’è Fava che mi attacca, mi ricatta’. Vedevo che a tutti i livelli, sia imprenditoriale che mafioso, questo Fava veniva messo in primo piano come il nemico pubblico numero uno. Quando sentivo discorsi di questo tipo e poi leggevo gli articoli di Fava e mi accorgevo che erano veri perché ne ero protagonista, non potevo non accorgermi che quelli contro il Fava erano dei fatti delegittimanti. Avevano messo in campo contro il Fava la classica strategia mafiosa della delegittimazione”. Una strategia che puntualmente scattava all’indomani dell’omicidio di un giornalista. Come avvenne per Cosimo Cristina, 24 anni, straordinario cronista di Termini Imerese (Palermo), che fra gli anni Cinquanta e Sessanta denunciò i rapporti fra la mafia e i “colletti  bianchi” di quella zona. Un giorno il suo corpo fu trovato privo di vita lungo i binari ferroviari e i magistrati  archiviarono l’indagine come suicidio, senza ordinare l’autopsia. I preti del paese, per condannare “l’insano gesto”, non gli celebrarono i funerali. Cosimo Cristina subì la più terribile delle ingiustizie: quella di morire in quel modo con una perenne condanna all’oblio.
Gli altri sette avrebbero fatto la stessa fine se per anni i familiari, qualche collega o qualche  magistrato testardi non avessero lottato per ristabilire certe verità. Su otto giornalisti uccisi o “suicidati”, solo gli assassini Giovanni Spampinato (l’unico caso in cui la mafia non c’entra, ma in cui fanno da sfondo gli ambienti delle “trame nere “, sulle  quali il cronista ragusano indagava) di Giuseppe Fava, di Giuseppe Impastato, e di Mario Francese sono stati scoperti. Ci sono voluti tanti anni di battaglie giudiziarie, ma certe verità adesso si conoscono. Purtruppo non sono mai stati scoperti i possibili mandanti politici. Ma il fatto di sapere che questi giornalisti non si sono suicidati è gia un risultato.




BOX1


Ci sono ancora giornalisti coraggiosi? Luciano Mirone ne è un esempio. Con “Gli insabbiati - storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza” , il suo ultimo libro presentato nei giorni scorsi al teatro San Carlino di fronte ad un folto pubblico, il giornalista siciliano, accanto al Pm Antonio Ingroia (“l’ultimo samuraj”, come lo descrive Antonino Caponnetto”) e Riccardo Orioles, è tornato a parlare di mafia, di fatti, di collegamenti, di collusioni. Una serata per parlare di etica professionale, del coraggio, della coerenza ideale di otto giornalisti , stroncati dalla legge mai scritta dei silenzi imposti, quella legge che ancora oggi impedisce alle redazioni di dire la verità, che cerca d’imporre al giornalismo il potere degli affari. <Nel mio libro - ha spiegato



Mirone -- si delinea l’inquietante scenario di una criminalità eccellente e radicata che ha saputo imporre le proprie regole negli ambiti vitali dell’informazione, delle istituzioni, della giustizia>. Mirone, figlio di una cultura giornalistica che non ha scelto i compromessi e gli opportunismi, è riuscito a tessere la tela che lega le storie di otto voci uccise dalla mafia, stroncate da una guerra che non ha fine: Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Cosimo Cristina, Peppino Impastato e Giovanni Spampinato. 
                       
Alex Corlazzoli
 
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  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
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    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
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    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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