Padre Bucaro indagato con il figlio di Vito Ciancimino
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo
E’ una giornata come le altre fino a quando arriva un dispaccio ANSA: Palermo, 17 febbraio 2005 - Massimo Ciancimino, imprenditore, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e il docente universitario Gianni Lapis sono indagati dalla Dda di Palermo nell'ambito di un'inchiesta sul riciclaggio. I magistrati che coordinano l'indagine stanno assistendo alla perquisizione che si svolge nello studio di Lapis da parte di carabinieri e Guardia di Finanza. L’inchiesta sarebbe partita da un pizzino trovato addosso all’ex boss Nino Giuffrè, un appunto che conteneva i nomi di Lapis e dell’”ingegnere italiano” e avrebbe preso corpo grazie a riscontri incrociati e a centinaia di ore di intercettazioni che hanno svelato un giro di 260 milioni di euro, frutto del riciclaggio di capitali mafiosi. I principalli interpreti di questa “commedia” sono Gianni Lapis, ex consulente finanziario di Vito Ciancimino e Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Dc di Palermo processato e condannato per mafia (morto per cause naturali il 19 novembre 2002). Gianni Lapis a suo tempo aveva gestito una società per la distribuzione del metano in Sicilia che poi era stata acquistata dagli spagnoli della “Gas Natural” per diversi miliardi di vecchie lire. I due avrebbero cercato di investire in imprese di metanizzazione operanti in Bulgaria, Romania, Russia, Colombia e Paraguay avvalendosi della “collaborazione” di altri professionisti, imprenditori e commercialisti (tutti iscritti nel registro degli indagati). L’affaire si snoda partendo dalla necessità impellente di “liquidi” da parte del prof. Lapis: servono 250.000 euro da investire in un affare gigantesco che dovrebbe fruttare il 400% annuo, 10.000.000 di euro al mese per 12 mesi. In quel momento il tributarista non dispone della cifra richiesta e si rivolge a Massimo Ciancimino che gli procura un finanziatore, un banchiere insospettabile (fuori dall’inchiesta) che presta i 250.000 euro. Secondo gli investigatori i soldi finiscono su un conto corrente del Banco di Bilbao (Spagna) intestato a una donna, un’agente immobiliare italo-svizzera (già individuata dagli inquirenti), su indicazione di un altro agente immobiliare, Giuseppe Giuffrida (anche lui indagato). Successivamente, nel bel mezzo di spostamenti di denaro, il prof. Lapis restituisce al banchiere insospettabile il prestito di 250.000 euro. Si innesca così un intricato meccanismo finanziario dove le cifre (in euro) che viaggiano da un conto all’altro hanno sempre più di cinque zeri. Una buona parte delle centinaia di milioni di euro apparterrebbe al “tesoro” di Vito Ciancimino. Un tesoro che in parte è stato confiscato, ma che in parte non è stato ancora individuato. Il nome di Ciancimino racchiude talmente tanti misteri che a seguito della segnalazione del dispaccio dell’agenzioa ANSA si è alzata immediatamente la soglia di attenzione nei confronti dell’intera vicenda. Passano 12 giorni ed esplode una di quelle bombe che a Palermo può significare l’inizio di una nuova stagione che spazza via quella precedente con tutte le sue certezze o ambiguità. Anche questa volta è un agenzia ANSA: Palermo, 1 marzo 2005 - Nell'inchiesta della Dda palermitana per riciclaggio di denaro, entra anche il nome del sacerdote antimafia Giuseppe Bucaro, presidente del centro 'Paolo Borsellino'. Padre Bucaro e' indagato per riciclaggio senza l'aggravante del favoreggiamento della mafia.
Il nome del sacerdote sarebbe saltato fuori da intercettazioni telefoniche e tirato in ballo da altre persone coinvolte nelle indagini. Non è una notizia che può lasciare indifferenti. Padre Giuseppe Bucaro, 59 anni, è un personaggio di spicco a Palermo, sempre fotografato al fianco delle più alte cariche dello Stato, molto vicino a diverse personalità del mondo politico siciliano e nazionale dell’attuale maggioranza e non solo. Padre Bucaro rappresenta il Centro Paolo Borsellino, da anni impegnato nell’assistenza ai minori svantaggiati, ma soprattutto è stato un grande amico di Paolo Borsellino e della sua famiglia, allora come oggi. E’ proprio per questo che la notizia lascia esterrefatti. Lo sconcerto viene dall’accostamento del nome del sacerdote ad un inchiesta di riciclaggio che vede coinvolto il figlio di uno dei “nemici storici” di Paolo Borsellino: Vito Ciancimino. Nel mirino ci sono 12 milioni e mezo di euro che sarebbero stati promessi come maxi donazione da Gianni Lapis a Padre Bucaro. Secondo gli investigatori Lapis aveva deciso di fare quella donazione per la creazione di una grande mensa per i poveri, per accontentare il figlio impegnato a tempo pieno nel volontariato. Ma di umanitario ci sarebbe stato ben poco. Di questo progetto Padre Giuseppe Bucaro avrebbe messo al corrente solo la coordinatrice del Centro (già ascoltata in Procura) e nessun altro, a cominciare dalla famiglia Borsellino completamente all’oscuro di tutto. Il giorno dopo essere stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di riciclaggio semplice Padre Bucaro si è dimesso dal Centro. Contemporaneamente le agenzie hanno diramato il comunicato stampa dei Borsellino: "La famiglia Borsellino, alla luce di quanto appreso dai mezzi di informazione sul presunto coinvolgimento del sacerdote Padre Giuseppe Bucaro in un'inchiesta giudiziaria sul riciclaggio, nel ribadire l'importanza del lavoro svolto dal Sacerdote per il Centro Borsellino, apprezza il nobile gesto delle sue odierne dimissioni dalla Presidenza del Centro Paolo Emanuele Borsellino sino all'accertamento della sua completa estraneità ai fatti addebitatigli, avendo piena fiducia nell'operato della magistratura". Poche parole che hanno racchiuso la grande dignità di una famiglia solitamente restia ai clamori medatici. Tramite Manfredi Borsellino, Commissario capo della Polizia di Stato, figlio del giudice assassinato, è arrivato un segnale forte attraverso una lettera pubblicata da la Repubblica e da alcuni quotidiani locali tre giorni dopo (e riportata integralmente da ANTIMAFIA Duemila). Il testo riassume l’essenza di ciò che Paolo Borsellino ha lasciato e che continua a vivere soprattutto nei suoi figli. Nei giorni a seguire l’aria si è fatta decisamente più pesante. Il pomeriggio di venerdì 4 marzo si è avuto il primo interrogatorio di Padre Bucaro, quasi 4 ore faccia a faccia con i procuratori aggiunti di Palermo Giuseppe Pignatone e Sergio Lari che, insieme ai Pm Michele Prestipino, Lia Sava e Roberta Buzzolani, stanno cercando di ricomporre i pezzi di questo puzzle. Gianni Lapis ha ammesso di aver avanzato l’offerta al sacerdote negando però di aver effettuato il pagamento. Padre Bucaro, difeso dall’avvocato Francesco Crescimanno, ha ammesso la “trattativa” e cioè di aver ricevuto l’offerta da Lapis, ma ha negato di aver ricevuto il denaro. I Pm hanno chiesto spiegazioni su determinati conti aperti e poi chiusi nei primi mesi del 2004 in attesa di quella “super offerta” di 12 milioni e mezzo di euro che però non sarebbe mai arrivata. Don Bucaro ha spiegato di aver temuto seriamente che qualcuno, venuto a conoscenza della maxi donazione effettuata dal prof. Lapis, potesse sequestrare qualcuno dei piccoli ospiti del Centro e chiedere un riscatto. I conti accesi tra Milano e Trieste erano a nome della “Azienda Sviluppo Centro Paolo Borsellino” e non del “Centro Paolo Emanuele Borsellino” di cui Padre Bucaro era fino a pochi giorni fa il Presidente. “Era un modo per accettare quella donazione così ingente senza mettere a rischio la sicurezza dei bambini…” si è giustificato il sacerdote. Padre Bucaro avrebbe anche dichiarato di aver inoltrato alla Prefettura di Palermo una lettera per sapere come accettare una “grande donazione”, senza però spiegare agli inquirenti come mai tale richiesta sarebbe stata effettuata in giugno quando ormai i conti erano già stati chiusi. Agli atti ci sarebbero delle intercettazioni telefoniche che non farebbero altro che aggravare la posizione del tributarista e del sacerdote. Nell’inchiesta sono finiti anche due ex funzionari del Banco di Sicilia, oggi consulenti privati, che avrebbero consigliato a Padre Bucaro il sistema per incassare la maxi offerta. I 12 milioni e mezzo di euro promessi dal prof. Lapis a Padre Bucaro sarebbero solo una parte dei proventi di un super investimento in Spagna. Nelle prossime settimane si potrebbero avere ulteriori riscontri proprio da una rogatoria internazionale in Svizzera e in Spagna dove furono fatti alcuni investimenti. Al momento gli inquirenti stanno analizzando minuziosamente anche alcune “manovre” di Lupis per il controllo della società di gestione dei pedaggi sul futuro ponte dello stretto di Messina. In attesa degli sviluppi, ci uniamo idealmente alle parole di Manfredi Borsellino, nelle quali ritroviamo la profondità di suo padre e tutto il suo coraggio. Parole rivolte alla città di Palermo, città che troppo spesso dimentica volutamente i suoi morti, quegli stessi uomini e donne che invece hanno creduto fino in fondo nella sua possibilità di riscattarsi.
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Totò Riina
e Massimo Ciancimino
“Perché non si deve sentire il figlio di Ciancimino che era in contatto con il colonnello dei carabinieri e l’allievo di quelli che mi hanno arrestato…?”. Parole di Totò Riina nell’udienza del 10 marzo 2004 al processo per il fallito attentato allo Stadio Olimpico in riferimento alla “trattativa” e al ruolo del figlio di Ciancimino, che ha accompagnato sempre il padre durante i vari incontri avuti con i carabinieri per pervenire all’arresto del boss.
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Gli amici di Ciancimino junior
Oltre a Massimo Ciancimino e a Gianni Lapis gli altri 6 iscritti nel registro degli indagati sono: Romano Tronci, Sebastiano Samperi, Luigi Francesco Geraci, Filadelfio Urrata, Salvatore Xerra e Giuseppe Giuffrida. L’accusa è quella di riciclaggio aggravato dall’aver favorito Cosa Nostra, reinvestendo in attività legali denaro di provenienza illecita.
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Trovati gli appunti di Vito
Ciancimino sulla “trattativa”
Durante la perquisizione della casa palermitana di Massimo Ciancimino, i carabinieri del Nucleo operativo hanno ritrovato gli appunti di Don Vito con la sua verità sulla “trattativa” fra Stato e Cosa Nostra avvenuta nei mesi a cavallo fra le stragi del ‘92. Si tratta di dieci pagine che contengono la fedele ricostruzione degli appuntamenti segreti avuti da Vito Ciancimino nell’estate del 1992 con l’allora capitano Giuseppe De Donno e con il colonnello Mario Mori, attuale capo del SISDE, mirati alla cattura di Totò Riina e non solo. “Il capitano Giuseppe De Donno – si legge nella prima pagina del manoscritto – è coetaneo e amico di mio figlio. Da tempo cercava di convincermi a parlare, ma io ho sempre detto di no. Ora a farmi cambiare idea sono stati l’omicidio di Salvo Lima, che mi ha turbato, quello di Giovanni Falcone, che mi ha sconvolto, e quello di Paolo Borsellino che mi ha atterrito…”. Ma per una serie di “impedimenti” reciproci, nonostante gli incontri fra Vito Ciancimino e gli uomini del Ros sembravano giungere a buon fine, nell’autunno del ’92 ci fu un blocco momentaneo nella “trattativa”. Poco tempo dopo Massimo Ciancimino chiamò personalmente il cap. De Donno invitandolo a riprendere nuovamente il contatto con il padre, ma il 19 dicembre 1992 Vito Ciancimino fu arrestato e l’operazione in corso subì una battuta d’arresto. Gli appunti, ora al vaglio del Procuratore di Palermo Piero Grasso, sono stati sequestrati insieme al famoso memoriale che Ciancimino aveva aggiornato prima di morire che si intitola “Le mafie”, il cui contenuto è una sorta di autobiografia, più o meno nota, alla quale finora mancava proprio il capitolo ritrovato nella casa del figlio.
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La munnizza è oro
Gli affari del prof. Lapis e del figlio di Ciancimino miravano alla realizzazione di termovalorizzatori, stabilimenti che trasformano i rifiuti in energia. Il docente avrebbe utilizzato come consulente l’imprenidtore Romano Tronci, ex direttore generale della De Bartolomeis, una società di rilevanza nazionale nella realizzazione di impianti per lo smaltimento dei rifiuti. Tronci era stato arrestato il 6 luglio del 1998 con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e rinviato a giudizio nel maggio del 1999 con altre 27 persone nel processo denominato “Trash” (spazzatura) nel quale venne accusato di aver truccato le gare. Nell’introduzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Palermo Renato Grillo (Buscemi Antonino + 30, del 1998) si legge che Romano Tronci "Non ha mai avuto scrupolo a cercare egli stesso rapporti con l'associazione mafiosa, non già - occorre puntualizzare - in funzione del pagamento del "pizzo" ma al solo scopo di intraprendere con svariati esponenti dell'associazione mafiosa, fra cui Brusca Giovanni, Siino Angelo, Buscemi Antonino e Virga Vincenzo, lucrose attività imprenditoriali, avendo sempre quale referente e suggeritore il noto Lipari Giuseppe". Ma per il prof. Lapis il passato di Romano Tronci non rappresentava un problema.
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Manfredi Borsellino risponde a Leoluca Orlando
Come nella più classica commedia pirandelliana dopo la lettera di Manfredi Borsellino la città di Palermo si è sentita colpita nel vivo C’è chi ha incassato il colpo senza fiatare e chi ha voluto replicare pubblicamente dalle stesse pagine dell’edizione palermitana di Repubblica. L’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha rimproverato Manfredi Borsellino di aver accettato “alcune presenze ingombranti” in occasione delle manifestazioni per l’anniversario della strage di via d’Amelio. “Nel nome di Paolo Borsellino – ha risposto il figlio del giudice – come dice giustamente Leoluca Orlando, si sono organizzate manifestazioni alla presenza di personaggi discussi che non avevano alcun titolo per partecipare, ma la famiglia, e in special modo mia madre, strattonata e strumentalizzata impietosamente dai potenti di turno, sovente è stata “vittima” incolpevole e “inconsapevole” di queste manifestazioni. Le cosiddette “presenze ingombranti” non ho mai permesso sedessero al mio fianco per la semplicissima ragione che il sottoscritto, durante quelle manifestazioni, ha continuato a svolgere il suo lavoro di commissario di Polizia come se fossero giornate uguali alle altre, e se mai si è verificato che vi partecipasse, ha partecipato in forma del tutto anonima “in piedi”, lontano da tutto e da tutti. Spiace evidenziare queste cose ma chi mi conosce e chi conosce la famigliaBorsellino sa bene quanto amiamo la vita appartata e quanto rifuggiamo da qualsiasi circostanza che ci possa porre al centro dell’attenzione, compresa questa. Mi corre l’obbligo di ricordare all’ex sindaco di Palermo, della cui buona fede non ho ragioni di dubitare, che lo scorso 19 luglio come in tutte le altre commemorazioni il sottoscritto è stato sempre in disparte, lontano da politici, uomini delle istituzioni e, soprattutto, lontano dai riflettori. Ho sempre e soltanto partecipato alle funzioni religiose tenutesi il 19 luglio di ogni anno, tra cui quella dello scorso anno che, vorrei ricordare, è stata celebrata dal cappellano della Polizia di Stato presso la Caserma “Lungaro” per espresso volere della famiglia ed in collaborazione con l’ex questore di Palermo Francesco Cirillo. Caro Leoluca, se dici che <<esprimere un giudizio politico, culturale e morale, a prescindere da quello penale, è un dovere>>, allora quello mio, come tu osservi, non può e non deve essere oggi, a Palermo, solo uno sfogo fatalista”.
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Le parole di Manfredi Borsellino
La vicenda umana e giudiziaria che in queste ore sta vivendo il Sacerdote Giuseppe Bucaro, indipendentemente dagli esiti processuali che riserverà, suggerisce una considerazione di fondo: vivere a Palermo è molto difficile ma lo è maggiormente quando si ricoprono determinati ruoli.
Ritengo che il presiedere o dirigere un Centro, o comunque un’istituzione che prenda il nome di una qualsiasi vittima della criminalità organizzata, si chiami Paolo Borsellino o Claudio Domino, comporti enormi responsabilità ma soprattutto imponga una condotta esemplare, scevra da qualsiasi condizionamento esterno ed improntata alla massima trasparenza.
E’ evidente che tutti ci auguriamo che il sacerdote esca limpido dall’intera vicenda giudiziaria, ce lo auguriamo noi familiari di Paolo Borsellino che abbiamo riposto la nostra fiducia sul suo operato, ma se lo augura l’intera collettività ed in particolare gli operatori del centro che hanno con lui condiviso l’attività e le iniziative ivi svolte.
Seguire l’opera e l’esempio di nostro padre per noi significa essenzialmente vivere nel rispetto assoluto delle leggi morali, credere ed ispirarsi ai valori dell’onestà, della trasparenza e del rispetto delle istituzioni, sacrificando se del caso amicizie e legami di ogni genere con persone che non si ispirino ai medesimi principi.
Non bisogna avere paura, soprattutto in questa città, di non intrattenere rapporti con uomini di potere, con persone importanti o denarosi, poiché è agli occhi di tutti che la c.d. Palermo bene, la Palermo dei circoli, la Palermo dei salotti buoni è inquinata, e lo è da tempo, da quando gli stessi rappresentanti delle istituzioni frequentavano, e purtroppo frequentano tuttora, persone sospette, chiacchierate o addirittura già destinatarie di inchieste giudiziarie.
La vicenda di Padre Giuseppe Bucaro sotto questo profilo si rivela esemplare, ci insegna come a Palermo, ma non solo a Palermo, bisogna avere, si deve avere il coraggio di evitare o troncare amicizie, frequentazioni o semplici contatti con persone importanti o altolocate chiacchierate da cui si possono trarre favori più o meno leciti, si deve avere la forza di rinunciare a coltivare rapporti con persone che nel tempo hanno intrapreso un’altra strada, la strada della contiguità e della complicità, come diceva mio padre, con il malaffare e la delinquenza in genere.
Questo è ciò che mio padre ha insegnato, la sua stessa vita è stata, anche e soprattutto per il suo lavoro, una continua rinuncia, una rinuncia ai divertimenti, alla vita mondana e ad amicizie risalenti ai tempi della scuola o dell’università con persone che egli stesso si è ritrovato ad indagare e perseguire anche per fatti molto gravi.
Ribadisco che, qualsiasi sia l’esito di questa vicenda processuale o di altre analoghe, i fatti di questi giorni impongono una riflessione: chiunque, ma soprattutto coloro che operano nel nome di persone che hanno sacrificato la loro stessa vita per una società migliore, ha l’obbligo morale prima ancora che giuridico di evitare rapporti occasionali o saltuari con personaggi discussi e discutibili, non già solo per rispetto dei martiri che non ci sono più, ma altresì per rispetto verso se stessi.
Manfredi Borsellino
ANTIMAFIADuemila N°43
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