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Alle radici di un fenomeno che segue la legge dei vasi comunicanti
di Enzo Guidotto
Mafia in Veneto : scenario immaginario o situazione concreta ? Evento futuro ed incerto o problema attuale, maturato nel passato e suscettibile di ulteriori sviluppi ? Nel settembre di due anni fa è stato il dottor Francesco Saverio Pavone, della Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia a dichiarare, in un’intervista a Gianluca Amadori de Il Gazzettino, che “il Veneto è terra di conquista”. Da parte di chi ? “Dopo l’eliminazione del grosso della “banda Maniero” c’è spazio per l’inserimento sul territorio di gruppi pericolosi che un tempo erano tenuti lontani proprio dal boss della mala del Brenta”. Quale il principale motivo ? “Siamo - ha spiegato il magistrato - in una zona ricca sotto il profilo del terziario, delle attività commerciali, del turismo. In una realtà come questa, dove attività imprenditoriali nascono e cessano in continuità, è facile trovare spazi e altrettanto facile mimetizzare attività illecite. È per questo che serve un monitoraggio continuo sugli insediamenti, soprattutto nel terziario, dove anche imprenditori onesti non disdegnano finanziamenti che possono arrivare anche dalla malavita. Spesso, questi imprenditori ignorano all’inizio la provenienza di questo denaro, salvo poi rimanere strangolati in vicende più grandi di loro. La diffusione dell’usura nel Veneto ne è la dimostrazione : anche l’usura, in certi casi, nasconde forme di riciclaggio”.
Quali le maggiori difficoltà per i magistrati ? “Qui si tratta di seguire canali e flussi finanziari, di trovare chi si nasconde dietro prestanomi, di ricostruire la provenienza illecita dei capitali. Non è possibile che indagini di questo tipo debbano essere coordinate da magistrati già oberati di processi, come accade a Venezia, dove sono in servizio appena otto sostituti procuratori : i delinquenti non aspettano che i pubblici ministeri siano liberi ed abbiano tempo di indagare !”. E per quanto riguarda le forze dell’ordine ? “Le forze dell’ordine sono preparate, ma quelle sul riciclaggio sono indagini lunghe e difficoltose che richiedono tanto personale e qualificato”. Una situazione preoccupante, dunque ? “La nostra regione è per le organizzazioni criminali come il miele per le mosche : siamo accerchiati e chi è competente per l’ordine pubblico deve prendere provvedimenti, rafforzando gli organici ed intensificando i controlli”.
Mafie vecchie e nuove
- Da cosa era scaturito l’allarme? Dalla scoperta, in provincia di Venezia, di almeno mezza dozzina di pelletterie e negozi di abbigliamento in mano al gruppo maggioritario della camorra, l’organizzazione che, come ormai la storia dimostra, si è sviluppata grazie all’appoggio di deputati e senatori, sottosegretari e ministri, molti dei quali - e tra i primi Antonio Gava, già ministro dell’Interno, eletto in Campania ma appartenente a una famiglia di origine veneta - sono finiti nelle patrie galere proprio per associazione di stampo mafioso, o camorristico che sia.
Se questo caso testimonia la capacità di penetrazione delle vecchie mafie nostrane nell’economia legale della regione attraverso attività di riciclaggio e di investimento di capitali accumulati altrove, altre situazioni dimostrano che nel settore dell’acquisizione di capitali con attività illecite cominciano ad avere un peso tutt’altro che indifferente le nuove mafie straniere. “Quella albanese, così la nigeriana, è una criminalità organizzata di stampo mafioso che si è ormai impadronita del territorio” ha dichiarato il dottor Pavone alla fine dello scorso mese di febbraio riferendosi al fatto che le due organizzazioni sono ormai entrate prepotentemente nel traffico della droga e nel controllo della prostituzione. Esistono - in Veneto come nel resto del Paese - strumenti specifici per contrastare la criminalità extracomunitaria? “L’attuale legislazione - è la denuncia del magistrato - è ridicola e non permette alle forze dell’ordine di arginare il fenomeno dei clandestini. Nessun pacchetto sicurezza sortirà alcun effetto se non si deciderà di restringere le norme in relazione ai reati di maggiore allarme sociale : oggi è sempre più difficile arrestare i criminali e sempre più facile rimetterli in libertà”. L’attuale legislazione - insiste - “è ispirata da un buonismo ipocrita, giustificato per chi arriva in Italia per lavorare, ma che invece viene esteso a tutti e che favorisce i disonesti”. È significativo il fatto che in grandi e piccoli centri “vi sono interi quartieri tenuti in ostaggio della criminalità. I cittadini possono soltanto subire, e poi va a finire che qualcuno decide di difendersi da solo, ed è l’unico che viene arrestato”.
Inadempienze
- Risposta delle autorità competenti ? Nessuna. Gli appelli del magistrato, ampiamente condivisi dagli altri addetti ai lavori e dall’opinione pubblica più attenta, sono così rimasti inascoltati. Cos’è dunque cambiato in questo campo rispetto al passato ? Poco o nulla : ancora una volta, come ormai la storia dimostra, di fronte al problema, la magistratura, in armonia con le forze dell’ordine, continua a portare avanti, con scarsi mezzi e notevole e lodevole impegno l’azione di contrasto che le compete, mentre la politica, sempre ritardataria per opportunismo, a seconda degli schieramenti, continua a distinguersi per tentennamenti ed incoerenze, contraddizioni ed ambiguità e comunque a muoversi solo davanti all’ “emergenza” del momento. Quali le conseguenze ? Un po’ alla volta l’andazzo, se da un canto affievolisce la credibilità delle istituzioni perché delude il cittadino , dall’altro finisce col fare il gioco dei malfattori e dei loro compari di turno.
Morale della favola : in tema di mafia la storia non è mai stata maestra di vita. E proprio per questo il fenomeno è diventato secolare e si è esteso ininterrottamente coinvolgendo tutte le regioni del Paese. “Da costume locale - osservò attorno al ‘70 il sociologo Franco Ferrarotti - la mafia è diventata un problema dello sviluppo nazionale”. Altro “concetto-chiave”, espresso nel ‘90 da Antonio Condorelli, magistrato a Verona : “Bisogna convincersi che il sistema malavitoso è unico e penetra ovunque attraverso sottili vasi comunicanti”.
Vasi comunicanti
- Vasi comunicanti - è il caso di aggiungere - che funzionano non soltanto nello spazio, ma anche nel tempo. Qualche esempio concreto ? Una situazione analoga a quella odierna, caratterizzata dalla presenza, nell’ambito della regione, di criminali di fatto liberi di agire per l’esistenza di leggi inefficaci si era già verificata vari decenni or sono. “Dal dopoguerra ad oggi il Veneto è la regione che ha lavorato di più nell’intera Europa e così è diventata tra le due o tre più ricche d’Italia” aveva dichiarato nell’aprile del ‘91 lo scrittore padovano Ferdinando Camon a Pino Nicotri, autore di un’interessante inchiesta dal titolo “Piovra alla veneta” pubblicata su L’Espresso. “Questa - aveva aggiunto - è la Lombardia del nordest italiano : ovvio che proprio come la Lombardia, attiri da tutte le parti, e sempre più attirerà, facinorosi, disadattati, grassatori e rapinatori d’ogni risma”. E non era il solo a pensarla così. “È risaputo - sostenne nella stessa occasione Luigino Rossi, imprenditore veneziano, editore del Il Gazzettino - che il miele attira le mosche (notare la stessa espressione usata dieci anni dopo dal dottor Pavone, ndr), ma bisogna anche dire che la maggior parte di responsabilità per il dilagare della malavita è da attribuire alla sciagurata idea di spedire al Nord un sacco di mafiosi al confino”.
Il soggiorno obbligato
- La prima “ondata” di soggiornanti obbligati risale al volgere degli anni Cinquanta. La seconda, assai più massiccia, al decennio successivo, quando nel Veneto ne giunsero 143 : 27 a Vicenza, 25 a Padova, 22 a Rovigo, 21 a Verona, 17 sia a Treviso che a Venezia e 14 a Belluno. A prima vista potrebbero sembrare troppi. In realtà rappresentavano soltanto il 6,06 per cento del totale, che ammontava a 2360 unità. Nelle Marche ne arrivarono 156, in Piemonte 207, in Toscana 228, in Emilia 246, in Lombardia addirittura 372. E come se ciò
non fosse ancora bastato, in seguito, in queste stesse regioni, furono spediti tanti altri boss di un certo calibro, come ad esempio i vari Contorno, Duca, Fidanzati, Cassillo e Piromalli in Veneto.
La colpa degli inconvenienti provocati dal soggiorno obbligato non può essere però attribuita a chi, nel 1956 e nel 1965, aveva emanato le relative leggi perché, per la verità, in un primo tempo, quelle “disposizioni contro la mafia” avevano consentito di raggiungere dei risultati positivi. Chiare e pesanti responsabilità di carattere morale e politico - e forse anche penale - vanno invece addebitate a coloro i quali non fecero niente per correre ai ripari quando, fra la fine degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta, si cominciarono ad avvertire chiari e netti gli effetti criminogeni della legislazione in materia.
Lo spirito della norma
- D’altra parte, lo spirito della norma non era certo quello di allontanare i mafiosi veri e presunti dall’ambiente in cui costituivano un potenziale pericolo per favorire la diffusione del seme della “malapianta” dappertutto: con quella misura di prevenzione il legislatore aveva soltanto cercato di offrire a certi personaggi la possibilità di imboccare la retta via attraverso l’inserimento in un tessuto sociale diverso, sano, privo di particolari e diffuse forme di devianza. Ma le speranze rimasero deluse perché la maggior parte degli interesssati preferì persistere con costanza e fermezza nei consueti propositi: da un canto mantennero infatti il “cordone ombelicale” con le cosche di appartenenza, dall’altro allacciarono rapporti saldi e duraturi con i confinati della camorra e della ndrangheta e con la malavita locale in funzione del promettente business degli stupefacenti che nel frattempo era stato avviato da tre “maestri” di prim’ordine di Cosa Nostra : Lucky Luciano, Frank Coppola e Joe Adonis, “padrini” dalla singolare esperienza che, rimpatriati come “indesiderabili” dagli Stati Uniti per il ruolo svolto nell’escalation del gangsterismo americano, si erano stabiliti rispettivamente a Napoli, a Pomezia (Roma) ed a Milano, posizioni strategiche che, a poco a poco, permisero di creare le condizioni per lo sviluppo del commercio e del conseguente spaccio dell’eroina in tutta la penisola, in piena sintonia con le correnti internazionali del narcotraffico. E fu così che si formò la vasta ed eterogenea ragnatela di mercanti di morte che non è mai stata smantellata del tutto.
Palmeri e Crimi
- La possibilità di inserirsi nel “giro” per far soldi a palate, per questi soggetti, non dipendeva però dalla posizione di maggiore o minore rilievo occupata nell’ambito della rispettiva organizzazione. Particolarmente significativo, al riguardo, l’episodio raccontato da monsignor Antonio Riboldi che, prima di essere nominato vescovo di Acerra, nell’hinterland napoletano , era vissuto per tanti anni in Sicilia, tra i terremotati della Valle del Belice. “C’era un uomo a Santa Ninfa, in provincia di Trapani - ricorda nel libro Il vescovo e la piovra - che ufficialmente non possedeva niente. In apparenza non aveva niente. Passava i suoi giorni fra casa, confino e galera. Quando tornava in paese non poteva viaggiare in macchina, perché gli avevano tolto la patente. Lui si faceva portare da altri. Trascorreva la giornata al bar. Quando i carabinieri andavano per arrestarlo, a casa o al bar, non faceva storie. Si alzava e porgeva i polsi alle manette. Fu inviato al confino a Cittadella, in provincia di Padova. Tutte le mattine andava a messa. Era così buono con tutti che la gente si meravigliava che fosse stato mandato lì. Un giorno lo arrestarono in macchina con sei miliardi di eroina”.
Monsignor Riboldi non fa il nome del mafioso, ma si trattava di Giuseppe Palmeri, il quale, già nel 1970, pur essendo sorvegliato speciale, costituiva nel Padovano il punto di riferimento di un’organizzazione internazionale di trafficanti di stupefacenti siciliani che acquistavano morfina in Medio Oriente, la facevano raffinare in Francia e trasferivano in Italia l’eroina ottenuta per spedirla poi in America per la vendita.
In questo contesto, Giuseppe Palmeri faceva la propria parte avvalendosi della collaborazione di Leonardo Crimi, suo vecchio amico, soggiornante obbligato a Conegliano, nel Trevigiano, ma originario di Vita, piccolo centro agricolo quasi confinante con Santa Ninfa. Particolare interessante : è naturale che i due, lontani dai paeselli natii, avessero mantenuto i collegamenti, ma è significativo soprattutto il fatto che, pur essendo Santa Ninfa e Vita dei comuni che rientrano nel territorio della provincia di Trapani, Palmeri e Crimi erano legati alla mafia palermitana ed in particolare a quella di Partinico, il cui vecchio patriarca era Frank Coppola, esponente del citato ... “triunvirato”.
Come si concluse la vicenda ? Il fiorente business era diventato talmente complesso che per arrestare entrambi, a un certo punto, dovette intervenire “in loco” John Molittieri, un agente segreto della DEA, l’agenzia antidroga della polizia federale USA.
Tornati liberi i due bellimbusti non ebbero lo stesso destino : Palmeri fu ucciso in una guerra fra gruppi contrapposti; Crimi, che pur essendosi esposto di meno, occupava già un grado ben più alto nell’organigramma mafioso, continuò invece a far carriera.
Carlo Palermo
- Nel 1980, esattamente dieci anni dopo, a Trento, prende il via la famosa inchiesta del giudice istruttore Carlo Palermo su traffici che si svolgevano all’ombra della P2. A chi facevano capo? A Karl Kofler, trentino, ed ad Henry Arsan, siriano, in contatto, a sua volta, con Renato Gamba, titolare di una fabbrica di pistole e fucili, nonché membro del comitato per il controllo delle armi operante presso il Ministero dell’Interno. “L’espletata istruttoria - rilevò il magistrato - ha consentito di appurare tramite numerose risultanze processuali che almeno dal 1978 Karl Kofler, in Trento, ha organizzato unitamente ad altre persone, l’importazione dalla Turchia e dalla Siria in Italia gli ingentissimi quantitativi di eroina pura e morfina base, istituendo al riguardo depositi, di sua univoca pertinenza e disponibilità, in Trento, Verona, Bolzano e laboratorio di Raffineria in Bolzano”.
L’eroina era destinata al consumo nelle zone circostanti, mentre la morfina veniva affidata ai mafiosi siciliani che avevano come punto di riferimento Gerlando Alberti - membro della “famiglia” di Porta Nuova di Palermo gestita da Pippo Calò e “allievo” di Joe Adonis nel periodo in cui era rimasto in soggiorno obbligato in Lombardia - ed ai fratelli Gaetano ed Antonino Grado, cugini di Salvatore Contorno ed elementi di spicco di una delle più potenti famiglie mafiose del capoluogo siciliano, molto impegnata nel procacciamento di voti per gli “amici degli amici” nelle campagne elettorali.
Una volta lavorata, la droga seguiva due direzioni : Alberti provvedeva all’esportazione in America ; i Grado rifornivano invece la zona di Milano, “regno” delle famiglie Fidanzati, che hanno esercitato una nefasta influenza anche nel Veneto Orientale.
E sull’altro versante ? “Fin dall’inizio - precisò Carlo Palermo - era emerso che, relativamente a tali importazioni di stupefacenti dal Medio Oriente, avveniva inverso traffico di armi dall’Italia ai paesi mediorientali” alimentato da elementi italiani, turchi e siriani “con luogo di trattative Sofia”, capitale della Bulgaria.
L’asse Trento-Trapani
- Per ricostruire minuziosamente la struttura organizzativa che consentiva lo scambio, il magistrato ritenne di incontrarsi con Giangiacomo Ciaccio Montalto, sostituto procuratore a Trapani, e nel giro di pochi giorni giunsead una interessante scoperta : in precedenza, Karl Kofler aveva trascorso alcune settimane in Sicilia, ospite, guarda caso, di Leonardo Crimi.
Passano alcuni mesi e il giudice Giangiacono Ciaccio Montalto rimane vittima di un agguato mafioso. Carlo Palermo sa quindi di aver toccato dei tasti molto pericolosi, che Trapani è una zona ad altissimo rischio, ma va avanti lo stesso. Anzi, dando una singolare testimonianza di tenacia e di coraggio, chiede ed ottiene il trasferimento proprio a Trapani per prendere il posto di Ciaccio Montalto. Divenuto sostituto procuratore di quella città, si rende subito conto della situazione, intuisce che in provincia potrebbe esserci qualche raffineria di droga e si comporta di conseguenza orientando le indagini in direzioni ben precise.
La reazione non tarda a scattare : una mattina la mafia cerca di colpirlo facendo esplodere un potente ordigno mentre, a bordo di un’auto blindata, stava per raggiungere il Palazzo di Giustizia. Si trattò della “strage di Pizzolungo” : il magistrato riportò soltanto qualche lieve ferita, ma lo scoppio dell’autobomba piazzata lungo la strada provocò la morte di tre persone che si trovavano di passaggio : Barbara Asta ed i suoi due bambini di otto anni, gemelli. Il marito morirà alcuni anni dopo di crepacuore. Una famiglia distrutta, toccata dalla mano del mostro assassino.
Poco tempo dopo, nei pressi di Alcamo, le forze dell’ordine, seguendo una delle piste già imboccate, individuarono nei pressi di Alcamo una raffineria di eroina : la più grande che fosse mai stata trovata in Europa.
Ballo senza maschera
- Carlo Palermo rimase comunque in Sicilia ancora per alcuni mesi. Poi si trasferì a Roma, al Ministero di Grazia e Giustizia. Oggi vive a Trento e fa l’avvocato.
Che tipo è ? Un personaggio straordinario ! Io l’ho conosciuto tre anni fa a Venezia. Eravamo entrambi relatori in un convegno sulla mafia organizzato dal sindacato autonomo della Polizia. Finito l’incontro, parlando della sua esperienza a Trapani con me che ho trascorso undici anni in quella città , gli venne in mente e mi raccontò un curioso episodio. Anche prima dell’attentato era costretto a condurre una vita blindata. Non aveva amici, non si concedeva svaghi. Una volta, in periodo di carnevale, viene invitato ad una festa al circolo degli ufficiali dell’Aeronautica. Ufficiali, quindi ambiente sano. C’è una ragazza molto gentile, figlia di un politico locale, che gli dedica tanta attenzione. Ballano, si divertono. Il giorno dopo ne parla a un amico, il quale, quando capisce di chi si trattava, gli dice : “Sai con chi hai ballato ieri sera ? Con la fidanzata del figlio di Leonardo Crimi”. Potenza dei vasi comunicanti !
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