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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
“La legge è uguale per tutti” PDF Stampa E-mail

Relazione integrale del Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia a Palermo, Teresa Principato. Palermo, Convegno “Non abbassiamo la guardia”, 29 gennaio 2000.


Non è facile affrontare le tematiche che questo dibattito propone. Non è facile nemmeno per noi che siamo da molto tempo abituati a tutti gli incontri sul tema della educazione alla legalità. Oggi per assolvere il ruolo, che io ritengo fondamentale, del libero confronto con i cittadini, di approfondimento, di coinvolgimento nei problemi della giustizia, di comprensione delle cause di questi problemi, senza affidarsi agli interessi contingenti della politica, senza improvvisazione, senza aspettare i morti per la strada e per affrontare il tema della cultura alla legalità credo che bisogna avere il coraggio di andare controcorrente, di mettersi in discussione anche su frontiere difficili. È necessario correre il rischio di apparire allarmisti, prospettando anche la concreta possibilità dell’insorgere di pericoli di cui gli operatori del diritto probabilmente non si rendono conto. E’ ancora più difficile quando i pericoli e le tensioni riguardano proprio le regole di fondo della convivenza civile come la legalità, la democrazia e la solidarietà. Sono tutte parole che oggi non hanno molto senso se non cerchiamo di riempirle di veri contenuti. Ai tempi delle stragi era facile operare una scelta tra il bene e il male. Oggi tutto è estremamente più difficoltoso. Ma non è possibile solo per questo tacere, chiudere gli occhi, accondiscendere a coloro che ritengono che tutto sommato vada bene così, che questo sia un sistema accettabile. Dimenticare, tacere, come hanno detto in tanti a Palermo e nel resto dell’Italia, è diventare complici. Bisogna dire qual è la situazione che stiamo vivendo. Sento il dovere di dirlo come magistrato. Diceva poco fa Saverio Lodato che sentiremo ora dai magistrati quello che non va, sentiremo le forme sbagliate, sentiremo parlare del 41 bis, del 192, ecc… Non parlerò di questo. Credo che oggi quello che seriamente è compromesso è proprio il principio di legalità nel quale devono rientrare prima di tutto l’osservanza delle regole di diritto e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Parlare di questo oggi significa giustizialismo. Cultura della legalità vissuta in questo modo significa giustizialismo, atteggiamento persecutorio della magistratura nei confronti di chi faccia parte di un contesto politico. Questa è la realtà che viviamo. Non saranno mille assicurazioni date da questo o quel politico che ci potranno rassicurare in questo senso. Viene bollata come una intollerabile espressione di protagonismo, di reducismo, come qualcuno lo definisce, parlare e  ricordare che appena sette anni fa dopo le stragi del ‘92 quando questo paese è stato letteralmente gettato in un baratro e sembrava che qualsiasi regola di convivenza civile dovesse essere spezzata, la magistratura compatta è riuscita anche con il concorso di tanti a non fare precipitare il paese nella violenza mafiosa, a risollevarsi e ad infliggere colpi alla mafia senza precedenti. Non possiamo certo fermarci agli arresti del ‘96, ‘97 e ‘98 come diceva giustamente Saverio Lodato. Oggi è accusato di volere costringere i cittadini a vivere in una situazione di emergenza solo chi prospetta e chi mette in guardia da uno scontato, seppure ancora per poco temo, latente pericolo di ricompattamento della vecchia Cosa Nostra, i cui rappresentanti già condannati al maxi processo sono stati quasi tutti scarcerati per la decorrenza dei termini di custodia cautelare. In questo momento  io rappresento la Procura di Palermo, non sono un politico né un giornalista. Rappresento il contesto nel quale ho vissuto dieci anni ed in cui ho visto ribaltarsi tante cose, ho visto corsi e ricorsi storici  che hanno dilaniato prima di tutto il nostro cuore e poi la nostra mente e il nostro impegno di magistrati. Viene considerata una propensione al protagonismo il fatto di ricordare che la Procura di Palermo in sette anni dopo le stragi ha ottenuto rinvii a giudizio di duemila mafiosi, ha sconvolto la geografia mafiosa di questo paese, di questa città, ha azzerato famiglie mafiose, ha sequestrato beni per decine di miliardi di lire, ha realmente contribuito al recupero di legalità e di credibilità delle istituzioni in un momento in cui le istituzioni erano totalmente sovrastate dal pericolo e dall’incursione direi barbarica delle orde mafiose. Questa è una realtà che nessuno può cancellare, nessuno di quelli che pure lo vorrebbero possono rimuoverla. Sono e continuano ad essere solo falsificazioni le prospettazioni di chi vorrebbe ridurre questi anni di durissimo lavoro, di risultati concreti solo ad una fallimentare sequela di processi politici e solo al tentativo di imporre il primato di questa magistratura rispetto al potere politico.  E’ un’accusa che viene rivolta per altro a tutte le magistrature che in qualche modo cercano di affrontare il potere. Nessuno oggi considera che gli spazi aperti dalla giurisdizione hanno anche indirettamente posto le condizioni perché la politica potesse riprendere possesso di un territorio che era stato espropriato dalla mafia. Si tratta di un territorio che non è più formato da tribù che non riconoscono lo Stato, ma di un territorio che è diventato sempre più cittadinanza con spazi aperti di identificazione collettiva. Gli effetti di questa giurisdizione sono stati anche quelli di consentire di porre le condizioni per esercitare la politica secondo criteri ispirati ad un’autentica democrazia, senza dover sottostare ai soliti scellerati patti di scambio con la mafia, alle necessarie collusioni che per troppo tempo, lo ricordava il presidente della Regione all’inizio del dibattito, hanno stravolto le regole della democrazia. Purtroppo da troppi anni è come se noi della Procura di Palermo giocassimo sempre in difesa rispetto a chi pone continuamente in discussione le motivazioni del nostro operato, quasi sempre identificandole con questa incommensurabile voglia di potere e di gestire i giochi della politica. Ma questo non può essere certo il discorso di chi ritiene che le modalità di acquisizione di questi spazi di legalità siano state prive di qualsiasi errore e che debbano quindi essere sottratte ad un controllo più che rigoroso dell’opinione pubblica. Nessuno nega che questo tormentato percorso sia stato gravato da errori anche notevoli che possono essere stati commessi e che sono stati oggetto di critiche per altro molte volte accettate da questa Procura. Ma una cosa è la critica, un’altra cosa è questa aggressione sistematica, quotidiana organizzata per colpire la credibilità personale e professionale di persone che hanno posto in essere determinate azioni di contrasto.  E’ un’aggressione che continua ancora oggi implacabile. Questo è il primo sintomo del fatto che questa azione è repressiva a tutto tondo, non è  tollerata e non è mai stata tollerata da nessuno. C’è una quotidiana e violenta delegittimazione. C’è la creazione di un clima di intimidazione spaventoso nei confronti di coloro che si ostinano a fare il loro dovere ed ogni giorno nei nostri uffici noi lo subiamo. Queste sono le situazioni. Questo bisogna conoscere oggi quando parliamo di non abbassare la guardia, come e perché. Un’ aggressione è una delegittimazione pericolosissima non solo per coloro che ne sono l’oggetto, ma soprattutto perché può determinare uno strisciante, occulto appiattimento della giurisdizione su quelli che sono i residuali oggetti di indagine consentiti dal sistema politico. Tutto ciò è una lenta marcia verso questo diritto penale degli stracci che volano, un sistema del buon tempo antico, con buona pace del fondamentale principio di legalità e dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Forse continuando di questo passo troveremo scritto nelle aule dei tribunali, come diceva Franca Rame, non “la legge è uguale per tutti”, ma “la legge è uguale per tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge”, cioè per i cittadini senza potere. Per i cittadini che non sono uguali davanti alla legge, perché dotati di potere, la legge rischia di non essere uguale. Il dibattito politico continua ad essere incentrato soprattutto su due aspetti: sulla progressiva rimozione del nesso tra questione criminale e questione democratica (di cui noi siamo stati sempre convinti sostenitori) e sulla riduzione del ripristino della legalità all’esclusivo tema dello sconfinamento della magistratura dai propri ambiti istituzionali. Allora oggi più che mai è utile e necessario comprendere dove stiamo andando, che cosa sta investendo la giurisdizione, con quali ripercussioni. Forse solo a distanza di anni questo potrà essere compreso. Ma di certo questa ondata di revisionismo feroce, dilagante che tutto sta investendo non potrà avere altro effetto che quello di annullare le distinzioni, le differenze, i percorsi individuali e collettivi, di confondere tutto: la politica, la storia, la giustizia. In realtà credo che il vero scopo di molti in questo processo che ci sta travolgendo è la creazione di una sorta di sacca di impunità per gli imputati cosiddetti eccellenti, diversi dagli altri, per i quali altre regole vigono, che non sono quelle di diritto. Di questo abbiamo il sintomo attraverso mille segnali ogni giorno. Ne ha già parlato Saverio Lodato quando si è espresso a proposito della  commissione di inchiesta su tangentopoli e della vicenda di Bettino Craxi. Consentitemi di dire però una sola cosa, perché è importante per il lavoro che dobbiamo continuare a fare e  perché poi nei tribunali siamo noi a sostenere le accuse. In questa confusione, in questo stravolgimento avanza nell’opinione pubblica il sentimento di questa sorta di amnistia strisciante, di questa specie di soluzione politica che nessuno ha decretato, che nessuno ha voluto, ma che si impone come condizione ineluttabile, come un dato di fatto che è presente nella quotidianità italiana. Tutto ciò avviene quotidianamente attraverso strumentalizzazioni, intimidazioni, killeraggio. Allora, mentre tutto questo avviene alla luce del sole, da noi magistrati cosa si chiede? Come dobbiamo operare noi che abbiamo inchieste aperte per corruzione, per processi su mafia e politica? L’opera della giustizia deve arrestarsi di fronte alla prospettiva che questa Italia strisciante dilaghi, prevalga? Visto che il clima è palesemente cambiato, i magistrati forse devono pensare che è più conveniente archiviare, tacere e che sono solo i rapporti di forza quelli che in Italia oggi vigono? Come si fa a vivere la giurisdizione in Sicilia in questa atmosfera? Vi rendete conto che cosa significa andare in un’aula di giustizia a sostenere che oggi le collusioni tra mafia e politica sono ancora un patto che dal punto di vista della democrazia è assolutamente necessario sciogliere, elidere? O forse anche noi dovremmo riconoscere quale principio di impunità quella che ormai è la ricorrente scriminante: “ma l’hanno fatto tutti”!
 
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

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    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
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