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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Mafia, Cosa Nostra e fenomeni connessi PDF Stampa E-mail
di Giorgio Bongiovanni



RAI 1, 1° giugno 1994, diretta, ore 20.40, Giulio Andreotti risponde alle domande di un giornalista

D: “...però lei ha parlato, anche se non ha usato proprio l’espressione complotto, però ha fatto intendere, insomma di un complotto, come dire, che potrebbe in qualche modo vederla, diciamo, coinvolta...”
Andreotti: “...Ne sono convinto perché guardi fin che si dice, un pentito dice, ma sa poi a Roma le cose me le aggiustava, uno può averlo sentito dire, oppure dire Lima era amico di Andreotti, quindi allora io posso avere le spalle coperte,... se fossero frasi di questo genere, può essere uno ha sentito dire, ma quando uno dice che sono stato a casa di Salvo a vedere Riina, o sono stato non so in una tenuta di caccia di, non so, uno di questi mascalzoni a fare una riunione, questo non può essere occasionale, qui c’è veramente un tirafili...”
D: “Ecco, ma questo tirafili, lei ha detto che potrebbe trovarsi negli Stati Uniti, a chi pensa?”
Andreotti: “No, io penso intanto a tutta la rete di mafia siculo-americana, che è una rete molto forte, molto presente, molto attiva ed anche molto protetta, diciamolo pure...”
D: “Molto protetta da chi?”
Andreotti: “Ehm, beh, molto protetta da una parte dei loro servizi”
D: “Servizi,...servizi...?”
Andreotti: “Questo, guardi,...non è una calunnia o un modo di dire, scusi, nel libro di Bisiach sul presidente Kennedy, c’è scritto, per esempio, degli incarichi dati alla mafia della Florida per andare a fare delle operazioni nei confronti di Fidel Castro, quindi...”
D: “Quindi...in questo caso lo dico io, per capire, lei vede dietro questo complotto, diciamo, siculo-americano mafioso, l’ombra dei servizi segreti americani?”
Andreotti: “Guardi, ehm, dei servizi segreti, non lo so, ci possono essere dei rami, degli spezzoni, certamente noi abbiamo dato dei colpi molto seri, in modo particolare con tutta la legislazione e gli accordi internazionali fatti contro la droga, con la creazione di strumenti nuovi nei confronti della lotta alla droga che certamente non erano fatti per crearsi in quell’ambiente criminale delle amicizie...”
D: “No, questo lo capisco, però...”
Andreotti: “Questo poi, io non lo posso naturalmente dire, mi auguro che ci arrivi poi il magistrato a poter vedere chi ha tirato i fili, perché oltretutto chi inventa queste cose, non solo colpisce in un modo ignobile le persone, ma depista...”
D: “ Questo lo capisco, però, lei, diciamo mi consentirà, di dire...”
Andreotti: “Prego”
D: “Che, sentire Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, ventuno volte ministro affermare che il tirafili, diciamo, di questo complotto è negli Stati Uniti, che dietro ci potrebbe essere l’ombra, anche... potrebbe essere negli Stati Uniti...”
Andreotti: “io ho detto può essere, potrebbe non essere il solo, potrebbero...”
D: “Ci potrebbe essere persino l’ombra, diciamo, dei servizi, ci aiuti però a capire meglio, non può sottrarsi, in qualche modo, dal farci capire di più”
Andreotti: “No, no perché io non ho elementi per poter dire, io faccio uno più uno fa due, noi abbiamo colpito fortemente il narcotraffico, noi abbiamo colpito fortemente la criminalità mafiosa e siccome questo collegamento fra mafia siciliana e mafia americana, questo collegamento esiste, una delle spiegazioni può essere questa, un’altra spiegazione può essere chi voleva far crollare tutta la democrazia cristiana, beh doveva naturalmente cercare di cominciare a togliere quelli che, a torto o a ragione, per molti anni avevano una certa posizione”.
D: “Dunque leggo da uno dei suoi articoli, forse uno degli ultimi dall’Europeo, nell’aprile del ‘93. ‘Grandi forze peggio che gattopardesche aleggiano nel mondo distribuendo gratuite patenti di terzomondismo e di pauperismo cristiano’, a parte che questo non è proprio il suo modo di scrivere...”
Andreotti: “Eh, beh, ma è una realtà questa”
D: “Ma per terzomondista, diciamo, possiamo immaginare che lei facesse riferimento a lei stesso, pauperista cristiano qualcuno vede il Papa, questo cosa significa che lei e il Papa avete gli stessi nemici?”
Andreotti: “No, no, questo, non mescoliamo il sacro e il profano, ma certamente esiste un certo nucleo di forze di interesse finanziario cieco, potentissimo che tutto quello che riguarda il sociale, lo considerano invece una specie o di comunismo o di pauperismo e c’è un contrasto. Per esempio, altra cosa è l’economia di mercato altra cosa è l’economia sociale di mercato e avere fatto, per esempio, nei confronti dei paesi ex comunisti una specie di ubriacatura come se l’economia di mercato da sola risolvesse tutti i loro problemi, fa sì che dopo pochi anni questi stanno parlando di dirigenza comunista...”
D: “Tutto questo fino ad arrivare di tentare di distruggere delle persone?”
Andreotti: “Beh, guardi, adesso io non posso dire questo, certamente, che esistono dei contrasti molto forti, io dirò di scuola, per essere elegante, ma non sono solo di scuola, ma anche di grossi interessi che si scontrano e che possono creare anche vittime lungo il loro tragitto.”



Dice Salvatore Riina a Giovanni Brusca

“Se la sono fatta sotto, hanno smosso persino i servizi segreti americani per la mia cattura”, queste le parole che Salvatore Riina avrebbe rivolto al boss Giovanni Brusca nei giorni successivi la strage di Capaci, secondo la testimonianza dello stesso Brusca, collaboratore di giustizia, durante uno dei processi a suo carico.
Il primo ottobre scorso,  durante l’udienza che lo vede imputato per le bombe di Firenze, Milano e Palermo assieme a Giuseppe Graviano, Salvatore Riina avrebbe così risposto alla domanda del pubblico ministero Nicolosi riguardo le dichiarazioni di Brusca a proposito del coinvolgimento del trafficante d’arte Bellini e dei servizi segreti nelle stragi delle bombe:
“Brusca non lo conosco, ma un’idea me la sono fatta seguendo la sua deposizione”. “Allora la ritiene giusta?” gli ha chiesto il pm. “Troppo giusta”, ha risposto Riina.

Globalizzazione criminale

La società olandese Inter Access Risk Management, esperta in frodi bancarie e riciclaggio di denaro, diffonde i suoi dati e rende noto che il volume di affari della criminalità organizzata di tutto il mondo ha toccato, nel 1996, i mille miliardi di dollari, somma superiore a quella dei bilanci di più di 150 paesi membri delle Nazioni Unite.
Di questi mille miliardi, circa la metà provengono dagli Stati Uniti e ben 400 dal traffico di stupefacenti. In dieci anni, dal 1986, questa economia illegale parallela ha registrato un aumento del volume d’affari del 500%, assolutamente inimmaginabile per qualsiasi multinazionale. La globalizzazione della criminalità, secondo un esperto dell’università del Minnesota, si evolve di pari passo a quella del sistema finanziario mondiale e il processo di informatizzazione sempre crescente di quest’ultimo facilita entità dinamiche come le criminalità organizzate, mentre penalizza notevolmente le burocrazie statali, lente per definizione, preposte a contrastarle.
L’ex capo della CIA, James Woosley, rileva come il crimine organizzato minacci non solo la sovranità delle nazioni, ma anche, addirittura, la stabilità mondiale. I cinque grandi della globalizzazione criminale sono: la Mafia italiana, la Mafia russa, la Jakuza giapponese, le Triadi cinesi, i Cartelli colombiani, (intorno a cui ruotano le organizzazioni minori come la mafia nigeriana, panamense, polacca, caraibica, ecc).


Mafia e ANTIMAFIA duemila

Il fenomeno mafioso si presenta complesso e articolato. Parlarne e addirittura scriverne significa addentrarsi nelle sue reti di connivenze e di misteri che coinvolgono la vita politica ed istituzionale del paese. In questo suo cammino ANTIMAFIA duemila cercherà di approfondire tutti i temi che riguardano la lotta alla mafia. Per comodità li abbiamo suddivisi per argomento, consapevoli comunque che molti aspetti si intrecciano l’un con l’altro. Non vi è certamente la pretesa di esaurire tutte le sfaccettature della peggiore piaga sociale del nostro paese, per tanto estendiamo a tutti i giornalisti e agli addetti ai lavori l’invito a collaborare con noi per diffondere un’informazione più corretta possibile a tutti i cittadini italiani che, sfiancati dalle continue polemiche, hanno smesso di prestare attenzione agli avvenimenti, e si accontentano di notizie sommarie e spesso tendenziose.
Quanto segue è il quadro generale in cui Cosa Nostra si presenta oggi dopo 150 anni di convivenza con lo Stato, dopo botte e risposte che l’hanno vista abbassare la testa, ma non arrestarsi mai, anzi modificarsi e proliferare.

Secondo le investigazioni svolte a partire dal metodo di Giovanni Falcone fino ad oggi gli elementi fondamentali per la lotta alla criminalità mafiosa sono i seguenti:

a) le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che ovviamente devono essere scrupolosamente vagliate dagli inquirenti e di cui vanno cercati tutti i riscontri possibili;

b) la ferma applicazione dell’articolo 41 bis, il carcere di rigore per i condannati mafiosi;

c) l’aggressione agli immensi capitali della mafia. Un detto infatti recita “Per il mafioso è meglio rimanere in carcere tutta la vita, ma essere miliardario che vivere libero, ma povero”.
Questo ultimo punto costituisce la maggiore difficoltà per l’operato delle forze dell’ordine, anche se è bene ricordare che negli ultimi anni sono stati sequestrati migliaia di miliardi a boss, costruttori e collusi con Cosa Nostra. Un esempio è la vicenda del sig. Cannizzo che aveva riciclato per la “famiglia” di Nitto Santapaola più di 1600 miliardi, i cui beni sono stati sequestrati.


I latitanti

La prova inconfutabile che la mafia è in piena attività ai giorni nostri si trova proprio nelle latitanze eccellenti: Bernardo Provenzano, ora riconosciuto come il capo di Cosa Nostra, Giuseppe Morabito, uno dei capi della ‘Ndrangheta, e Angelo Nuvoletta, camorrista, quest’ultimo già affiliato di Cosa Nostra.
ANTIMAFIA duemila intende dare il suo contributo alla ricerca e cattura di questi uomini, ricostruendo la loro storia e fornendo tutti gli indizi possibili alle forze dell’Ordine e alla Magistratura.


Il sacrificio degli uomini giusti

Percorreremo nei dettagli le vite degli uomini di giustizia che si sono sacrificati per combattere questo fenomeno. Magistrati, politici, cittadini, imprenditori, uomini della scorta, le loro storie e i loro ideali, uomini laici, come Falcone e Pio La Torre, o credenti come Borsellino e Livatino, che una commissione ha proposto di beatificare per la sua dedizione al prossimo.


I numeri della mafia

a) Cosa Nostra conta nella sola Sicilia circa 6000 affiliati, se si considerano invece le altre regioni si giunge alla vertiginosa cifra di 15.000 uomini. Con questo autentico esercito la mafia mantiene un controllo serrato del territorio. Prestando attenzione agli arresti e ai vari movimenti di battaglie tra bande, è possibile delineare una certa statistica di capi e soldati di Cosa Nostra.

b) Le attività di Cosa Nostra
I maggiori introiti di Cosa Nostra oggi sono il racket, gli appalti, la droga e soprattutto il reinvestimento delle immense quantità di denaro accumulate negli anni del boom del traffico di stupefacenti.
Le statistiche più recenti rivelano che il 98% dei commercianti delle cinque regioni italiane più a rischio (Campania, Basilicata, Calabria, Puglia e Sicilia) sono vittime delle estorsioni. Il margine di errore per difetto è dell’1%. In questo caso non è tanto il business ad interessare primariamente, quanto il controllo capillare del territorio.
Il sequestro di persona non è quasi più utilizzato, se non in rarissimi casi; negli anni ‘70 il severo codice mafioso proibiva i rapimenti in Sicilia, fino alla ascesa dei corleonesi che invece sfruttavano fortemente anche questo mezzo.
Fino agli anni ‘70-‘80 Cosa Nostra possedeva il dominio assoluto del traffico di droga, oggi invece incassa solo il 5-10% sui proventi illeciti guadagnati dalle altre organizzazioni criminali ad essa connesse.
Gli appalti costituiscono la maggior entrata di liquidi. In Sicilia infatti per il 2000 è previsto uno stanziamento di circa 20.000 mld per lavori pubblici e privati.
La situazione di stallo nella politica della lotta alla mafia favorisce l’attività affaristica di Cosa Nostra che è proprio nel patteggiamento con lo Stato che trova la situazione ideale per i suoi affari.

La legislazione sui pentiti

La collaborazione dei cosiddetti pentiti si è rivelata fondamentale per penetrare all’interno dell’organizzazione Cosa Nostra, per comprenderne i codici, le regole, ma soprattutto per combatterla. I risultati del maxi processo istruito da Falcone e Borsellino ne sono una prova. I magistrati che conducono gli interrogatori devono ovviamente cercare tutti i riscontri possibili delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. In tema di programma di protezione, occorre innanzi tutto precisare che, contrariamente a quanto ci è stato fatto credere finora, la gestione del pentito in libertà non dipende dalle Procure della Repubblica, ma dal Servizio Centrale di protezione o da un organo amministrativo preposto dal programma di protezione stesso. Casi come quelli di Baldassarre Di Maggio che mentre si trovava sottomesso al programma di protezione, insieme ad altri due collaboratori Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera ha commesso omicidi e crimini, non devono più ripetersi, affinché i magistrati non debbano essere screditati da quelle forze che, in buona o cattiva fede, vogliono sminuire l’importanza delle rivelazioni dei pentiti.
Il programma di protezione in vigore attualmente prevede che il pentito goda di una certa libertà, ma dovrebbe essere esercitato maggior controllo per evitare affari illeciti come quelli compiuti da Salvatore Contorno che spacciò droga, e Maurizio Avola che addirittura fece alcune rapine a Roma.


La cattura di Riina

La storia dell’arresto di Riina è ancora avvolta da mistero e per certi aspetti, riporta alla mente la cattura di Giuliano, che non fu ucciso dai carabinieri, ma fu consegnato morto allo Stato dalla mafia.
E’ certamente un punto oscuro la mancata perquisizione della abitazione di Riina in via Bernini per cui vi fu un forte scontro tra la Procura della Repubblica e il comando speciale dei ROS al quale vennero chieste spiegazioni.
Il colonnello Mori (oggi generale N.d.R.) disse che c’erano stati degli equivoci. Un altro mistero rimane legato alle trattative tra il mafioso Antonino Gioé, uomo del boss Giovanni Brusca e il trafficante di opere d’arte, Bellini, dietro cui si possono scorgere i servizi segreti.
Ovviamente la responsabilità di questi muri di gomma non è da imputarsi nella maniera più assoluta al capitano dei carabinieri “Ultimo” che eseguì la cattura con grande professionalità e tempestività.
Prova ne sia che nulla si sa nemmeno sui filmati effettuati dal capitano “Ultimo” in cui macchine del Ministero degli Interni si trovavano parcheggiate davanti a determinati luoghi scelti dai boss della commissione di Cosa Nostra come Ganci, Cancemi e Biondino per riunirsi. Chi c’era in quelle macchine? Chi possiede attualmente i filmati? (Il capitano “Ultimo” ne parlò con il giornalista Maurizio Torrealta nel suo ultimo libro a lui dedicato: “Ultimo, il capitano che arrestò Totò Riina”).


Il 1993

Tutti gli anni ‘90 sono stati particolarmente significativi per la lotta alla mafia, ma il 1993, ha sicuramente segnato un momento di svolta. Vengono arrestati Salvatore Riina, Nitto Santapaola, Giuseppe “piddu” Madonia (Agrigento), in Italia, mentre in Colombia viene preso e ucciso Pablo Escobar, re del traffico di cocaina. In Italia, negli anni successivi fino al 1997, cadono nelle mani della giustizia numerosi boss di Cosa Nostra e gregari.
Si assiste ad un progressivo smantellamento dell’area fedele a Riina nel clan dei corleonesi, con il tacito consenso di Provenzano. Non si può parlare di un vero e proprio tradimento, ma è certo che l’uscita di campo del capo lo ha fortemente agevolato. Allo stesso modo, dall’altra parte del mondo, in Colombia, il Capo del Cartello di Medellin, Pablo Escobar, viene preso, come risulta dalle testimonianze processuali, grazie alla collaborazione dei fratelli Ghilberto e Miguel Rodriguez Orejuela, esponenti del cartello di Cali, con i servizi segreti e le autorità.
Coincidenza? Certo non si può teorizzare la presenza di un “grande vecchio” che tira le fila, ma non si può nemmeno ignorare che Cosa Nostra e il cartello di Medellin in Colombia avevano iniziato una fruttuosissima relazione d’affari negli anni ‘80-’90, e che nel ‘93 i due capi vengono espulsi dal giro. Di fatto gli Orejuela, arrestati successivamente, rafforzano il proprio Cartello di Cali e Provenzano in Sicilia prende le redini di Cosa Nostra. Ci vorranno sette anni perché gli schieramenti si delineino definitivamente; i capi mandamento siciliani, infatti, si erano richiusi a riccio proteggendo il loro territorio, ma alla fine Provenzano è stato totalmente riconosciuto il capo ufficiale, o comunque esercita una forte influenza sui mandamenti attuali di Cosa Nostra
 

La mafia in borsa

Nel 1987 Falcone sostiene che la mafia è entrata in borsa. Gli affari più redditizi sono quelli degli appalti. In questo caso il giudice simbolo della lotta a Cosa Nostra, si riferiva al gruppo Ferruzzi, ma le prove sono state scoperte solo dopo la sua morte. La compagnia Ferruzzi aveva, infatti, ditte di costruzione in Sicilia che dovevano corrispondere a Cosa Nostra. Un esempio sono le costruzioni abusive sulla collina di Pizzo Sello a Palermo per cui la compagnia aveva stretto affari con la sorella di Michele Greco, uno dei capi della commissione, un patto voluto da Cosa Nostra. Essa stessa aveva infatti lo stesso tipo di accordo con le lobbies politico-imprenditoriali del nord per la spartizione delle tangenti in Sicilia sugli appalti pubblici e sugli investimenti edili dei privati. Secondo le inquietanti rivelazioni del collaboratore Angelo Siino, dagli anni ‘60 fino ad oggi nessuna azienda in Sicilia è rimasta esente dal versamento di tangenti alla mafia.


Sicilia indipendente

Per molte volte nel corso della storia, la mafia si è adoperata per rendere la Sicilia indipendente dal resto d’Italia. Il primo tentativo fu all’indomani dello sbarco degli alleati nel ‘43, ma la Democrazia Cristiana era già in grado di poter garantire determinate logiche politiche per evitare il pericolo dell’infiltrazione comunista. L’ultimo invece non risale a molto tempo addietro.  Nel 1995, secondo le dichiarazioni di Vincenzo Sinacori e altri pentiti, Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina, insieme a Matteo Messina Denaro, capo della provincia del trapanese, e Vincenzo Sinacori chiedono ad un certo Naimo o Naomi, in contatto con Cosa Nostra americana, di rivolgersi ai cugini d’oltre oceano affinché si interessino per la indipendentizzazione della Sicilia. Anche questo tentativo, però, finisce nel nulla.
Un interessante ripetersi di questo piano nella storia, indicativo delle alleanze esterne a Cosa Nostra siciliana che riappaiono solo nei momenti di emergenza per poi inabissarsi e sparire durante i periodi di calma.


Strategie politiche interne a Cosa Nostra

Cosa Nostra vive e prospera grazie alle connivenze politiche, economiche ed imprenditoriali di cui gode. Si regge grazie alle sue enormi ricchezze, e ai preziosi referenti presenti in ogni campo. E’ bene ricordare però che l’organizzazione preferisce gestire affari con uomini politici, che non annetterli direttamente facendo di loro “uomini d’onore”; quindi imprenditori e prestanome sono essenziali alla struttura di Cosa Nostra.
Secondo i pentiti, il capo attuale della commissione è Bernardo Provenzano. E’ interessante notare come quasi tutti gli uomini della sua corrente all’interno della “famiglia” dei corleonesi siano tutti liberi o latitanti imprendibili. Fatta eccezione per Pietro Aglieri, arrestato nel 1997 insieme al suo braccio destro Carlo Greco, lo stesso Provenzano, Antonino Giuffré, capo mandamento di Caccamo, Benedetto Spera, capo mandamento di Belmonte Menzagno, Matteo Messina Denaro, capo “famiglia” di Castel Vetrano, e capo di Cosa Nostra per la provincia di Trapani, prima alleato e fedele di Riina,  altri latitanti come Virga, Mangiaracina, sempre in provincia di Catania, Nuvoletta nel napoletano, Giuseppe Morabito nel calabrese, alcuni appartenenti alla “famiglia” Piromalli, alla “famiglia” Mammoliti, sono tutti personaggi appartenenti o legati a Cosa Nostra.
Non si può parlare di una vera e propria guerra tra due fazioni Riina e Provenzano, ma di fatto, tutti gli uomini di Riina, sebbene vengano rispettati, sono ora in galera o comunque non ricoprono posti di potere.
Vito Vitale è detenuto, Giuseppe Graviano, detenuto, Santo Mazzei, (Catania), detenuto, Leoluca Bagarella, detenuto, non parlano, ma rimangono comunque privati del loro potere passato ora in mano a reggenti. Una sorta di guerra fredda, mai dichiarata, ma molto sottile.
Questa strategia si può comprendere in un recente fatto di cronaca del 2/2/2000.
L’avvocato difensore di Pietro Aglieri, detenuto, capo mandamento di Palermo e fedelissimo di Provenzano, Rosalba Di Gregorio, durante il processo per l’omicidio dell’On. Salvo Lima, ha dichiarato che il delitto era stato eseguito per distruggere il cosiddetto CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) e che alla fine degli anni ‘80, la commissione si riuniva in gruppetti. Abili parole di un avvocato difensore che deve fare il suo mestiere, ma ad una lettura attenta possiamo decifrare un messaggio ben preciso di Cosa Nostra. L’intento di Aglieri è di scagionare se stesso, prima di tutto, dopodiché di addossare a Riina e ad altri la responsabilità: dire infatti che la commissione si riuniva in gruppetti equivale a dire che tutte le decisioni venivano prese da Riina, essendo il capo assoluto di Cosa Nostra, e che gli altri dovevano rispettare l’ordine dato.
Questa sorta di guerra interna mai dichiarata potrebbe svolgersi in provincia, a Catania e in altre province dell’ovest della Sicilia, dove ci sono stati omicidi tra le due correnti. Da una parte quella di Riina, con Vitale, Mazzei, Bagarella, dall’altra quella di Provenzano, Santapaola, Giuseppe “piddu” Madonia, Laudani di Catania, Malpassotu di Catania.  
Nel 2000 gli equilibri dovrebbero già essersi ristabiliti.
Oggi ricordiamo il recentissimo omicidio del capomafia  Giuseppe Gaeta di Termini Imerese avvenuto il 24 febbraio 2000 per ordine del Capo Mandamento Antonino Giuffré perché considerato ribelle alla metodologia Riina-Provenzano.
I pentiti, infatti, che facevano parte della commissione, sono tutti corleonesi legati a Riina: Giovanni Brusca, reggente di San Giuseppe Jato, Salvatore Cancemi, reggente di Porta Nuova, appartenenti alla commissione di Cosa Nostra, Calogero Ganci, non appartenente alla commissione, figlio di Raffaele, un tempo vicino a Riina, ma per il quale si ipotizza il passaggio dalla parte di Provenzano, una possibile ragione della sua scelta di non pentirsi.
Nessun pentito, invece della corrente di Provenzano. Almeno per ora.


Atti  processuali

Il giornale “ANTIMAFIA duemila” darà spazio agli atti processuali di tutti i delitti e le stragi più importanti. Attraverso questo lavoro di trascrizione e diffusione è possibile infatti comprendere i nuovi legami esterni della mafia. Sono un esempio il “processo Dell’Utri”, il “processo Mangano”, e il “processo Musotto”, fratello del Presidente della provincia di Palermo. Vittorio Mangano, uomo della  mafia impiegato come fattore nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi, si è rivelato essere il reggente, capo mandamento di Porta Nuova, su richiesta di Brusca e Bagarella, dopo la spontanea consegna di Salvatore Cancemi ai carabinieri nel luglio del 1993; quindi non un semplice “mafioso di borgata”. Aspettando sempre prima il verdetto dei giudici, possiamo però cominciare ad avere un quadro delle nuove alleanze.


Mafia e Chiesa Cattolica

Il rapporto tra mafia e Chiesa Cattolica si è alternato tra silenzi e compiacenze, e denunce eroiche di onesti servitori di Dio, diventati poi martiri.
Negli anni ‘60, il cardinale Ruffini di Palermo diceva che la mafia non esisteva, mentre negli anni ‘70-’80 il cardinale Pappalardo si scagliava contro la mafia, per arrivare fino al 1993 quando il Papa ha lanciato un vero e proprio anatema contro i mafiosi esortandoli a pentirsi, pena il giudizio divino, al terribile sacrificio di Padre Puglisi ucciso per ordine dei fratelli Graviano. Rimane tuttavia, l’ombra più cupa sul passato della Chiesa Cattolica; lo “scandalo Sindona” banchiere di Papa Paolo VI, in cui rimasero coinvolti il vescovo Marcinkus, Calvi , Gelli, Ortolani, la loggia P2, il riciclaggio dei capitali illeciti di Stefano Bontade (uno dei grandi capi ucciso nel 1981), la misteriosa morte di Papa Luciani e i legami con la massoneria. Un’intrigante parte della nostra storia segreta.


Gli arsenali della mafia

La Sicilia è una vera e propria polveriera. Nel ‘95-’96 furono sequestrate bombe, granate, lanciamissili, mitragliatrici, fucili kalashnikov e centinaia di migliaia di munizioni negli arsenali di Brusca. Se si considera che Brusca stesso, durante una delle prime udienze da collaboratore di giustizia, disse che è probabile che ogni “famiglia” possieda un suo arsenale e calcolando che le famiglie mafiose saranno all’incirca 150, di cui solo 50 a Palermo, è lecito domandarsi quanti arsenali ci siano.




I legami di Cosa Nostra

Sin dagli anni ‘60-’70 i rapporti tra Cosa Nostra e le altre organizzazioni criminali del meridione erano molto attivi e stretti. Addirittura i clan camorristi dei Zaza e dei Nuvoletta furono affiliati a Cosa Nostra; più distaccati, ma sempre operativi i legami con la ‘Ndrangheta dei Piromalli e dei Di Stefano, mentre con la Sacra Corona Unita esiste un collegamento attraverso la Camorra.
Prova che questo sodalizio è ancora vigente è senz’altro la latitanza dei massimi esponenti oggi in contatto con il super boss Provenzano.
Il forte legame con Cosa Nostra americana, non è mai stato reciso nonostante la forte azione repressiva effettuata da FBI e DEA, che ha portato all’arresto dei capi delle cinque famiglie americane, tra cui John Gotti, della cosca dei Gambino. La conferma di questo antico gemellaggio ci viene persino dal senatore Andreotti nell’intervista sopra riportata. 
In uno dei suoi ultimi convegni, Giovanni Falcone dichiara che secondo i più recenti rapporti dell’FBI (siamo nel 1992 N.d.R.), Cosa Nostra americana contava all’incirca 1200, 1400 membri e pertanto aveva chiesto aiuto alla Casa Madre, in Sicilia, per rinforzare le file.
Per tutta risposta alle famiglie di Filadelfia, una delle città a più alta concentrazione di siculo-americani in breve tempo si erano affiliati 15.000 soldati. La Casa Madre aveva provveduto. 
Il traffico di droga costituisce il trait d’union con i Cartelli colombiani, dapprima con il Cartello di Medellin comandato da Escobar in contatto  con i Madonia di Resultana, successivamente il Cartello di Cali con i capi della ‘Ndrangheta legati a Cosa Nostra.
Con la Russia i collegamenti non sono dovuti alla familiarità, ma sono di natura economica, il riciclaggio dei miliardi di Cosa Nostra infatti è avvenuto in buona parte in  Russia. La conferma ci viene dalla testimonianza di Calogero Ganci; miliardi venivano “lavati” con i proventi delle miniere d’oro e di marmo in Siberia. Esistono inoltre i biglietti aerei che attestano i viaggi in Russia di Domenico Ganci. Lo scandalo della famiglia Eltsin, poi, che avrebbe ricevuto e riciclato somme di denaro consistenti, circa 50 miliardi di dollari, suggerisce che non solo la mafia russa stava facendo i suoi affari, ma anche quella sicula, e quella colombiana.
Non sono mai cessati nemmeno i contatti con la delinquenza organizzata dei Balcani, del traffico di sigarette, droga, armi e esseri umani lungo le antiche vie dei triangoli d’oro: Laos, Birmania, Thailandia, e Afghanistan, Pakistan e Iran per il rifornimento di oppio e morfina base, quando ancora c’erano le raffinerie in Sicilia, e poi di eroina. Anche se in percentuale l’affare droga è diminuito, non va dimenticato che le tonnellate di eroina smerciate hanno fruttato migliaia di miliardi pagati sulla pelle di tanti ragazzi morti anche a causa del silenzio e spesso della complicità di uomini politici e fiancheggiatori di ogni tipo.


La massoneria

La massoneria è il punto di congiunzione tra Cosa Nostra, politici, grossi imprenditori, massimi esponenti del Vaticano, militari, carabinieri e finanza che si sono rivelati essere massoni, ricordiamo la P2.
Cosa Nostra è indipendente da questi poteri, ma scende a patti con tutti e la massoneria funge da aggancio con i vari interlocutori.
Ad esempio il ragionier Mandalari, commercialista di Riina e condannato poi per associazione mafiosa, era un massone, e attraverso intercettazioni telefoniche si è scoperto essere in contatto con esponenti politici o futuri tali di Forza Italia e Alleanza Nazionale e altri nel periodo delle elezioni politiche del ‘94.
Lo stesso Bruno Contrada, capo del S.I.S.D.E, è stato condannato a 10 anni per associazione mafiosa (è in corso il processo d’appello N.d.R.); è presunta la sua appartenenza alla loggia dei Cavalieri di Malta del Santo Sepolcro il cui capo è l’ ex arcivescovo di Monreale, Mons. Cassisa. Inoltre uomini politici come Gioacchino Pennino, Calogero Mannino, i cugini Salvo, e Salvo Lima hanno avuto contatti con Cosa Nostra anche attraverso la massoneria.  Il Senatore Andreotti dovrebbe conoscere molto bene questi legami.


I nuovi soci

La mafia del 2000 non ha più lo stesso interesse ad avere referenti politici, ritiene di maggior utilità i soci economici, magari puliti, insospettabili che facciano da prestanome. I costruttori edili, ad esempio, rivestono perfettamente questa carica, sono i Piazza, i Sansone, i Polizzi, i D’Agostino, gli Ienna, gli Sbeglia di Palermo e altri, alcuni dei quali arrestati e condannati per associazione mafiosa negli anni d’oro di Riina e Provenzano, ai quali la giustizia ha sequestrato centinaia di miliardi in beni immobili.
A Catania lo stesso ruolo è stato ed è giocato dai Graci, dai Costanzo e dai Rendo, sempre più ricchi.
Anche se i processi non sono stati chiusi e quindi la sentenza non ancora emessa, il caso più eclatante è la presunta collusione mafiosa dell’onorevole Marcello Dell’Utri, braccio destro del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi.
L’inchiesta parte dal caso “Mafia a Milano” secondo cui Cosa Nostra aveva basi potentissime a Milano e godeva dei favori di imprenditori e politici.
Quindi la mafia non ha più la spasmodica necessità di avere particolari alleanze politiche, e se c’è la necessità di far votare un partito, il favore viene accordato e “l’amicizia” con i politici è sempre utile, infatti i legami individuali con esponenti politici non sono mai cessati, per varie ragioni, a seconda delle necessità di Cosa Nostra.


Tangentopoli e la lotta alla mafia

Falcone e Borsellino vengono uccisi quando è appena scoppiato lo scandalo di Mani Pulite.
Ancora prima di trasferirsi a Roma, il giudice Falcone aveva intenzione di indagare su Gladio in Sicilia, come hanno confermato i suoi diari, ma il procuratore Giammanco lo ostacolò perché amico di esponenti DC in Sicilia.
Falcone e Borsellino vengono uccisi perché memoria storica e nemici di Cosa Nostra e dei suoi alleati esterni.
Cosa Nostra, Gladio, fondi neri del Partito Comunista sovietico, affari con le cooperative rosse del PCI, conti miliardari in Svizzera dei tangentisti che si intrecciano con quelli dei mafiosi di Cosa Nostra determinano quella convergenza di interessi che decide per la strategia stragista. Prima Capaci, poi Via D’Amelio nel ‘92 e le bombe Milano, Firenze e Roma nel ’93.
Con l’avvento del primo governo della seconda repubblica, e con l’arresto del boss Riina, Cosa Nostra ristabilisce i suoi equilibri.
Il ricatto

In un’intervista storica rilasciata al “Corriere della Sera” nel ‘98 il magistrato Gherardo Colombo riferendosi alla scoperta della Loggia massonica P2 dichiarò che la vita dei poteri politici si basa essenzialmente sul ricatto. Le polemiche che ne seguirono furono furiose.
Anche in questo caso Cosa Nostra gioca un ruolo fondamentale perché possiede molti segreti di stato che potrebbero provocare uno sconquasso nelle istituzioni, se non una rivoluzione civile o comunque forti oscillazioni nelle borse europee.
Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Raffaele Ganci, Gaetano Badalamenti, negli USA, Salvatore Biondino, Giuseppe Calò, Nitto Santapaola, Francesco e Antonio Madonia ed altri sebbene ergastolani, non si pentono, anzi insistono nella loro versione che la mafia non esiste. Parlare significa per loro rivelare tutto e rischiare di non essere creduti o di essere eliminati. Fu la fine che fecero il bandito Gaspare Pisciotta, cugino del bandito  Giuliano e Michele Sindona che morìrono “suicidati” perché avevano minacciato di parlare.
Riina inoltre possiede miliardi che devono ereditare i suoi figli e questo costituirebbe un altro motivo per non collaborare con la giustizia, mentre per Provenzano, sicuramente, i segreti di cui è a conoscenza sono una garanzia per la sua latitanza.
Questo non costituisce un demerito per le Procure Antimafia d’Italia in particolare per quelle di Caltanissetta, Reggio Calabria, Palermo, Napoli ecc... o per le forze di polizia coordinate da professionisti eccellenti come Gianni De Gennaro o il questore Manganelli, o il capitano “Ultimo”.
Ma allora chi tratta con questi uomini?
Il dubbio può ricadere sulle coperture ad altissimi livelli delle istituzioni di cui i valorosi uomini che in prima linea rischiano la loro vita, intuiscono magari i loschi intrighi, ma non ne possono essere certi.
Cosa sanno Riina e Provenzano di tanto pericoloso da poter ricattare lo stato?
Nella sentenza-ordinanza redatta dal giudice Falcone nell’85 si legge che secondo le dichiarazioni del pentito Buscetta esiste la possibilità che ci sia una commissione segretissima all’interno di Cosa Nostra.
E’ nostra opinione che siano questi uomini a possedere informazioni tanto preziose da tenere in scacco lo stato.
Ritornando alla cattura di Riina, sappiamo che la sua abitazione di via Bernini non venne perquisita, e le testimonianze parlano di un buco in una parete che potrebbe corrispondere ad una cassaforte. Vi erano forse documenti da nascondere? E’ vero comunque che Cosa Nostra non lascia mai niente di scritto.
Facendo un passo indietro agli anni ‘80 vediamo che l’ascesa dei corleonesi comporta lo sterminio delle famiglie rivali. I clan Inzerillo e Bontade vengono letteralmente spazzati via, mietendo un migliaio di vittime tra affiliati, amici, parenti, e soci in affari.
Non solo Riina e Provenzano volevano il controllo assoluto della commissione, ma volevano detenere anche le armi necessarie per poter trattare con lo Stato sullo stesso piano. Infatti, Stefano Bontade, falco di villa grazia, aveva ospitato, insieme ad Inzerillo, Michele Sindona, che aveva inscenato il suo falso rapimento per sfuggire alla giustizia americana. Il banchiere, incriminato di truffa e bancarotta fraudolenta venne accompagnato in Sicilia da Miceli Crimi, il suo medico, massone, e da uno degli uomini della “famiglia” più potente di Cosa Nostra americana, John Gambino.
Sindona, con le sue pericolose speculazioni aveva perduto il denaro da riciclare della “famiglia” Bontade-Inzerillo. Come mai lo ospitarono a casa di Spatola per 50 giorni senza ucciderlo?
Sicuramente avrà proposto loro un cambio vantaggioso: la lista dei 500 nomi illustri dei suoi super clienti che conteneva, come si seppe in seguito, i nomi di uomini politici, banchieri, finanzieri, uomini dello Stato, prelati, uomini di Cosa Nostra e della massoneria. Lo scandalo Sindona e del banco Ambrosiano coinvolgerà il vescovo Paul Marcinkus, protetto dalle leggi dello stato Vaticano che non lo consegnerà alle autorità italiane e il banchiere Calvi che verrà trovato morto impiccato sotto il ponte dei “Frati Neri” a Londra nel 1982.
Il preziosissimo elenco diviene lo strumento che consente a Sindona di rimanere vivo, almeno per un po’ ancora, ma si trasforma in una condanna a morte per il clan Bontade e Inzerillo che viene distrutto in modo che l’arma del ricatto allo Stato passi nelle mani prima di Riina e poi di Provenzano. L’entità politica che colloquiava con la mafia a quei tempi potrebbe darci esaurienti spiegazioni.
Nel 1981, una parte di questi nomi è stata ritrovata nella lista degli appartenenti alla loggia P2 di Gelli, mentre altri si trovano ancora in Uruguay dove Gelli aveva uno dei suoi rifugi.
La mafia quindi ha tutte le carte in regola per combattere la battaglia ad armi pari, non ha bisogno di nessun terzo livello.
“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Diceva il giudice Falcone.
Il compito quindi si presenta assai arduo. Impossibile inoltre sviscerare i retroscena in poco spazio, ma ogni singolo aspetto messo in evidenza in questo elenco, sicuramente incompleto, verrà analizzato e ampliato.
Di fronte all’abbassamento della guardia da parte di politici e istituzioni, questa redazione, seppur con una modesta esperienza di antimafia, composta da cittadini italiani onesti e rispettosi della autorità e delle leggi vuole “fare la sua parte”.
Non nutriamo molta fiducia negli uomini di questo governo né dell’opposizione e ci chiediamo se per caso non ritengano necessario altro sangue giusto sulle loro coscienze, per reagire.
In vista delle prossime elezioni politiche, Cosa Nostra starà certamente assestando il suo nuovo equilibrio con i vari poteri occulti e non; ed è proprio attraverso gli schieramenti politici del prossimo anno che sarà possibile leggere e comprendere quante e quali entità convivono con Cosa Nostra alternandosi nei tempi e nei modi secondo una ipocrita tradizione che dura da 150 anni.
Ed è proprio in questo momento che chiedo prima di tutti a me stesso, a tutti i cittadini siciliani come me, a tutti gli italiani, e soprattutto ai poteri legislativo, esecutivo e giudiziario che si adoperino affinché i figli del terzo millennio possano vivere in una società senza più l’incubo della mafia.
ANTIMAFIA vuole inoltre essere uno strumento di sostegno ai magistrati e a tutti gli uomini delle forze dell’ordine che ogni giorno rischiano in prima persona e spesso isolati la loro vita per tutti noi, noi che siamo lo Stato, non quello stato formato, per fortuna solo in parte, da pallide statue di marmo e da personaggi corrotti, deboli e meschini.
 
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  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
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