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Antimafia Duemila

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Sequestro Di Matteo. Altri due ergastoli. PDF Stampa E-mail

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30 aprile 2008
Palermo.
Si chiude con due condanne all’ergastolo e due assoluzioni l’ennesimo capitolo giudiziario della drammatica storia del piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato quando aveva 11 anni, tenuto prigioniero per oltre un anno...


poi strangolato e sciolto nell’acido dagli uomini del boss Giovanni Brusca che si vendicarono così della decisione del padre, Santino Di Matteo, di collaborare con la giustizia. I giudici della prima sezione della corte d’assise d’appello di Palermo, presieduta da Claudio dall’Acqua, ribaltando in parte il primo verdetto, hanno condannato al carcere a vita Salvatore Longo e Giuseppe Fanara, boss agrigentini in precedenza assolti. Confermati i proscioglimenti di Alessandro Emmannuello e Alfonso Scozzari. Entrambi gli imputati erano accusati di avere «curato» la fase del rapimento che si consumò nell’agrigentino. Il bambino, infatti, durante la prigionia, venne spostato in diversi nascondigli nel palermitano, nel nisseno e, appunto, nell’agrigentino, dove Brusca godeva di salde alleanze con la mafia locale e trascorse poi l’ultima fase della latitanza.
Giuseppe Di Matteo venne prelevato ad Altofonte da un gruppo di «amici» nel maneggio che abitualmente frequentava. «Ti portiamo da tuo padre» (che già era pentito, ndr), gli promisero. Invece il bambino venne portato in una casa di campagna, nella prima tappa di un calvario progettato per costringere Santo Di Matteo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull’uccisione dell’esattore Ignazio Salvo. Ma, dopo un iniziale cedimento psicologico, il collaboratore di giustizia non si piegò al ricatto. E proprio le sue accuse furono poste dai giudici a fondamento della prima condanna all’ergastolo di Giovanni Brusca, a quel tempo latitante. Il boss di San Giuseppe Jato apprese la notizia della sentenza dai telegiornali. E in preda all’ira ordinò al fratello Enzo: «Uccidetelo». E l’11 gennaio 1995 il piccolo fu eliminato.

L'UNITA'

 
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    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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