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di Antonella Randazzo - 30 aprile 2008
- Colonizzare la
Palestina
Che si creda o no all'esistenza di Gesù Cristo o alle tribù
d'Israele, la Palestina rappresenta una terra importante nella Storia degli
esseri umani. Eppure è un luogo in cui la popolazione ha subito le più crudeli
persecuzioni, costretta ad oggi a vivere in guerra, controllata a vista
dall'esercito.
In molti territori dell'attuale Stato di Israele, 2700 anni
fa la situazione era più o meno la stessa, l'impero Assiro perseguitava gli
abitanti, distruggendo e deportando.
La località di Megiddo, o Tell al-Mutesellim (in arabo),
appariva nel Nuovo Testamento (nell'Apocalisse di Giovanni) col nome di
Armageddon, in ebraico "monte di Megiddo", ossia il luogo in cui,
secondo la mistica cristiana, dovrebbe avvenire una sorta di battaglia finale
fra le forze del bene e quelle del male.
Megiddo è una collina che comprende un sito archeologico che
nell'8° secolo a. C. fu un campo di battaglia. Gli Assiri uccisero buona parte
della popolazione e deportarono parecchie persone in Mesopotamia. L'impero
Assiro dominò per molto tempo, dividendo gruppi etnici e culture.
Paradossalmente, sembra che l'antico progetto di distruzione
del popolo palestinese non sia mai sparito.
Nell'età contemporanea tutto iniziò con la fine della Prima
guerra mondiale, quando gli inglesi avrebbero dovuto mantenere l'impegno preso
di rendere la zona indipendente.
Durante la Prima guerra mondiale, le potenze occidentali
sostennero con convinzione il principio di autodeterminazione dei popoli, e
fornirono alle popolazioni arabe più che una speranza di poter costruire un
assetto politico-economico liberamente scelto sulla base della loro cultura. Il
presidente americano Thomas Woodrow Wilson, nei suoi 14 Punti, sosteneva:
"Una sicura sovranità sarà garantita alle parti turche dell'Impero
ottomano attuale (compresa la Palestina); ma le altre nazionalità che si
trovano in questo momento sotto la dominazione turca dovranno avere garantita
un'indubbia sicurezza di esistenza ed il modo di svilupparsi senza ostacoli,
autonomamente".(1)
Dopo la Prima guerra mondiale, il problema del potere sui
territori ex ottomani assunse caratteristiche diverse rispetto alle aspettative
arabe. Per i paesi vincitori, la Gran Bretagna, la Francia e gli Usa, il
problema principale era diventato quello di spartirsi la “torta”, senza alcuna
considerazione per la cultura araba e per le promesse fatte agli arabi.
La Gran Bretagna avrebbe dovuto rispettare la dichiarazione
di Balfour, e permettere agli ebrei di ottenere parte della Palestina, ma
dovette esitare per evitare le proteste dei popoli arabi. Le autorità inglesi,
anche se non avevano alcuna intenzione di rispettare i patti conclusi con gli
arabi, volevano evitare di provocarli a tal punto da creare gravi disordini.
Le popolazioni arabe si accorsero ben presto che il discorso
sull’autodeterminazione era caduto nel dimenticatoio, e a partire dal 1920 si
ebbero numerose rivolte e sollevazioni contro il potere britannico.
Gli arabi della Palestina furono ingannati spudoratamente
dagli inglesi e dagli americani. Essi avevano combattuto contro i turchi, con
la convinzione che dopo la guerra avrebbero avuto una piena sovranità su tutte
le loro terre. Thomas Edward Lawrence (Lawrence d'Arabia), che si era prestato
a capeggiare la rivolta degli arabi, sospettando che le autorità inglesi non
avrebbero mantenuto la promessa, confessò a Winston Churchill:
"Azzardai la frode poiché ero convinto che l'aiuto
degli arabi fosse necessario per una nostra vittoria, veloce e a buon mercato,
in Oriente, e che fosse meglio vincere e non mantenere la parola data,
piuttosto che perdere... L'ispirazione araba fu il nostro strumento principale
per vincere la guerra d'Oriente. Così assicurai loro che l'Inghilterra avrebbe
mantenuto la promessa nelle parole e nei fatti. Sorretti da ciò, essi compirono
le loro belle imprese; ma, ovviamente, invece di essere orgoglioso di ciò che
facevamo insieme, provavo continua amarezza e vergogna."(2)
Quando gli arabi si accorsero che gli inglesi avevano fatto
il doppio gioco, organizzarono il congresso generale dei nazionalisti arabi,
che si riunì a Damasco nel luglio del 1919. I progetti sionisti e la
spartizione delle regioni islamiche, progettata dai paesi occidentali, vennero
decisamente rifiutati.
L’allora segretario di Stato alle colonie Winston Churchill,
per tranquillizzare i palestinesi, scrisse un memorandum (Memorandum
Churchill), in cui sosteneva che sarebbe stata limitata la possibilità di
creare uno Stato ebraico in Palestina, anche se gli ebrei continuavano a
giungere sul territorio palestinese. Da 83.790 (nel 1922) divennero, nel 1929,
156.481. Nel 1929, fu creata un’Agenzia ebraica per la Palestina, che si occupò
anche di costruire ospedali, scuole e l'Università di Gerusalemme. Mentre gli
arabi venivano indeboliti anche da divisioni interne (fra sostenitori degli
Husseini e degli Nashashibi), gli ebrei della Palestina si organizzavano e
diventavano sempre più numerosi, grazie ai notevoli finanziamenti di Rothschild
e all’appoggio politico degli Usa.
La formazione dello Stato d'Israele è stata fatta contro gli
interessi degli stessi ebrei, e fomentando l'antisemitismo.
Nel 1881 la Palestina era un'area tranquilla, popolata da
mezzo milione di abitanti, di cui 20.000 ebrei. C'era una notevole tolleranza
religiosa, e le caratteristiche culturali arabe si manifestavano anche
attraverso il calore e l'ospitalità del popolo palestinese. Con la nascita del
sionismo le cose sarebbero drammaticamente cambiate.
Il sionismo nasce ufficialmente nell’agosto del 1897, anno
in cui si svolge il Primo Congresso Sionista Internazionale. Il promotore è
Theodore Herzl, un giornalista austriaco ebreo non praticante, che l’anno
precedente aveva scritto il libro "Der Judenstaat" (Lo Stato
Ebraico), in cui promuoveva l’idea di creare uno Stato Ebraico. All’epoca il
suo progetto risultava sconcertante, perché equivaleva a privare migliaia di
palestinesi della loro terra. Le idee sioniste facevano parte di un ampio
progetto politico per colonizzare la Palestina, finanziato dal Barone Edmond de
Rothschild che, dagli anni Ottanta del XIX secolo, aveva organizzato diversi
insediamenti di ebrei russi e polacchi in Palestina.
Il progetto di Herzl, sostenuto dagli Usa, procederà con
cautela, e inizialmente non menzionerà nemmeno la parola “Stato”, ma
l’eufemismo “focolare”. Tuttavia, dopo la dichiarazione di Balfour, il progetto
avanzava, e con l'insediamento degli ebrei iniziò un percorso caotico di
separazioni, razzismo e prevaricazione a danno dei palestinesi.
Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, nacquero
movimenti armati sionisti per il controllo del territorio, come Lehi (chiamato
anche Stern dal nome del suo fondatore Avraham Stern), l’Haganà, e l’Etzel.
Queste formazioni organizzeranno molti attentati terroristici, per uccidere i
palestinesi o costringerli a fuggire dalle loro terre.
Negli anni Trenta del secolo scorso, i sionisti si
appoggiarono ai nazisti per riuscire a far arrivare in Palestina molte famiglie
tedesche di ceto medio-alto. Racconta l'ex capo della Federazione Sionista
tedesca, Hans Friedenthal: "La Gestapo fece di tutto in quei giorni per
dare impulso all'emigrazione, in particolare verso la Palestina. Ricevemmo
spesso il loro aiuto qualsiasi cosa ci fosse richiesta da altri enti a
proposito dei preparativi per l'emigrazione".(3)
Nello stesso anno in cui Hitler salì al potere, fu siglato
l'Accordo di Trasferimento, che permise a decine di migliaia di ebrei tedeschi
di emigrare in Palestina. L'Accordo, detto anche Haavara, venne firmato
nell'agosto del 1933, da funzionari tedeschi e da Chaim Arlosoroff, segretario
politico dell'Agenzia ebraica, centro palestinese dell'Organizzazione Mondiale
Sionista.
Ogni ebreo, che decideva di emigrare in Palestina, doveva
depositare il proprio denaro in un conto speciale. Il denaro sarebbe stato
utilizzato per comprare in Germania materiali da costruzione o prodotti
agricoli, che poi sarebbero stati venduti alla compagnia ebraica Haavara, e il
ricavato sarebbe stato restituito ai coloni. Tutto questo aveva lo scopo di
portare in Palestina coloni e capitale, per sviluppare rapidamente l'economia
del futuro Stato.
Gli inglesi pretendevano il pagamento di 1000 sterline per
ogni immigrato giunto ad Haifa o in altri porti, e per provvedere a questi
pagamenti venne creata la Banca Anglo-Palestinese, che aveva sede a Londra. I
sionisti puntavano a portare in Palestina le famiglie ebree benestanti, per
incrementare i capitali del futuro Stato d'Israele. Osserva lo storico Edwin
Black:
"Farla finita con l’embargo antitedesco era uno dei
traguardi dei sionisti. Il Sionismo doveva far uscire il capitale degli Ebrei
tedeschi e i beni commerciali erano l’unico mezzo a disposizione per ottenere
questo scopo. Ma ben presto i leaders sionisti capirono che le possibilità di
successo per l’economia del futuro Stato ebreo di Palestina erano
indissolubilmente connesse con la sopravvivenza dell’economia tedesca. Per
questo la dirigenza sionista ebbe motivo di andare ancora oltre: l’economia
tedesca andava difesa, stabilizzata e se necessario rafforzata. Quindi il
partito nazionalsocialista e l’organizzazione sionista avevano un comune
interesse al risanamento della Germania".(4)
I sionisti, dunque, sostenevano l'economia tedesca per
pagare l'emigrazione ebraica, ma avevano anche bisogno di propagandare il
regime nazista come crudele e sanguinario, per spaventare gli ebrei e
convincerli ad emigrare. Fra il 1933 e il 1941, emigrarono in Palestina circa
60.000 ebrei tedeschi, attraverso l'Haavara e altri accordi con i nazisti; si
trattava di circa il 10% della popolazione ebraica della Germania. Fu
trasferito dalla Germania alla Palestina un capitale di 139 milioni e 57.000
marchi tedeschi (oltre 40 milioni di dollari).(5) Accordi commerciali con la
Germania nazista portarono in Palestina altri 70 milioni di dollari. Grazie
all'Haavara furono costruite industrie, aziende e imprese commerciali, che
svilupparono l'economia del futuro Stato israeliano.
I sionisti erano d'accordo nel discriminare gli ebrei, e
utilizzarono l'antisemitismo per convincere che fosse necessario far nascere
uno Stato ebraico. Stephen S. Wise, presidente dell'American Jewish Congress e
del World Jewish Congress, ad un raduno, nel giugno del 1938, disse: "Io
non sono un cittadino americano di religione ebraica, io sono un ebreo. Hitler
ha ragione su un punto. Egli definisce il popolo ebraico una razza e noi siamo
una razza".(6)
Le idee e i progetti dei sionisti furono condivisi e
appoggiati dal governo nazista, che li aiutò ad organizzare in Germania
quaranta campi e centri agricoli, dove trovarono rifugio temporaneo i futuri
coloni. Nei campi sventolava la bandiera ebraica, in violazione alle Leggi di
Norimberga.
Alla fine degli anni Trenta, il governo britannico cercò di
limitare l'immigrazione ebraica in Palestina, ma Hitler aveva stipulato un
accordo segreto con i sionisti capeggiati da Mossad le-Aliya Bet, per portare
gli ebrei in Palestina in modo clandestino.
Sia il nazismo che il sionismo partivano dal presupposto che
gli ebrei non dovessero integrarsi nella società tedesca. Scriveva il
"Jüdische Rundschau", giornale della federazione sionista:
"Il Sionismo riconosce l'esistenza di un problema
ebraico e desidera una soluzione costruttiva e di vasta portata. A tal fine il
Sionismo desidera ottenere l'assistenza di tutti i popoli, sia favorevoli che
contrari agli ebrei, perché, dal suo punto di vista, noi qui siamo affrontando
un problema concreto e non di sentimenti, alla soluzione del quale tutti i
popoli sono interessati".(7)
Il governo di Hitler sostenne il sionismo e l’emigrazione
degli ebrei tedeschi in Palestina dal 1933 fino al 1940. Grazie all’aiuto da
parte del governo nazista, la federazione sionista guadagnò molte adesioni, e
attraverso numerose pubblicazioni fece ampia propaganda per convincere i
tedeschi ad emigrare in Palestina.
All’inizio degli anni Trenta erano molto pochi gli ebrei
tedeschi che volevano andare in Palestina, ma dopo l’ondata di propaganda
antisemita da parte del governo, molti iniziarono a convincersi, soprattutto
perché impauriti dalle conseguenze che l’antisemitismo diffuso dal nazismo
avrebbe potuto avere. Secondo alcuni storici, come Walter Laqueur, gli ebrei
tedeschi, prima che Hitler salisse al potere, non erano inclini a considerare i
sionisti come i loro leader politici e non avevano nemmeno lontanamente l'idea
di dover emigrare in Palestina per risolvere i problemi ebraici.
Il giornalista Klaus Polkehn ritiene che le autorità
sioniste desiderarono che il nazismo andasse al potere per essere aiutati a
portare ebrei in Palestina.(8) Di fatto, Hitler collaborò attivamente e fu
grazie al suo aiuto che i sionisti riuscirono a far trasferire il 10% degli
ebrei tedeschi in Palestina. Secondo Black, il sionismo puntava a far emigrare
soprattutto le famiglie ebree di classe medio-alta, per costruire l’economia
capitalistica in un’area non sviluppata:
"Il Sionismo doveva far uscire il capitale degli Ebrei
tedeschi e i beni commerciali erano l’unico mezzo a disposizione per ottenere
questo scopo. Ma ben presto i leaders sionisti capirono che le possibilità di
successo per l’economia del futuro Stato ebreo di Palestina erano
indissolubilmente connesse con la sopravvivenza dell’economia tedesca. Per
questo la dirigenza sionista ebbe motivo di andare ancora oltre: l’economia
tedesca andava difesa, stabilizzata e se necessario rafforzata. Quindi il
partito nazionalsocialista e l’organizzazione sionista avevano un comune
interesse al risanamento della Germania."(9)
Al contrario delle autorità sioniste, molti ebrei si
opposero al nazismo, e in tutto il mondo protestarono quando, nel 1933, Hitler
salì al potere. Il 27 marzo del 1933, i capi della Comunità Ebraica
internazionale organizzarono manifestazioni di protesta a Londra, Chicago,
Philadelphia, Boston, Baltimore, Cleveland e in altre 70 località.(10) Gli
ebrei capivano che il nazismo non sarebbe stato loro favorevole, e cercarono in
tutti i modi di far capire al mondo intero la pericolosità della Germania di
Hitler, auspicando sanzioni contro il regime, ma né le autorità inglesi né
quelle americane vollero adottare misure economiche penalizzanti. Al contrario,
le banche e le società anglo-americane fecero grossi affari con Hitler, anche
durante la guerra.
Il governo di Hitler fece una forte pressione affinché gli
ebrei tedeschi non si sentissero accettati, e riscoprissero la loro identità
ebraica. Le Leggi di Norimberga, approvate nel 1935, proibivano le relazioni
fra ebrei e non ebrei, e consideravano la minoranza ebraica come straniera. Ciò
incoraggiava gli ebrei ad avvicinarsi alle teorie sioniste, che sostenevano
l’importanza di emigrare nella terra di “Sion”.
Già negli anni Venti dello scorso secolo, il sionista Jacob
Klatzkin aveva cercato di convincere gli ebrei tedeschi ad emigrare in
Palestina, appoggiando l'idea che essi fossero stranieri: "Noi ebrei siamo
stranieri, un popolo straniero in mezzo a voi e desideriamo continuare ad
esserlo. Un ebreo non sarà mai un leale tedesco; chiunque chiama questa terra
straniera la propria patria è un traditore del popolo ebraico".(11)
L’antisemitismo era funzionale ai progetti sionisti, come
fece notare Ben Gurion: "Non sempre e in ogni luogo io mi opporrò
all'antisemitismo. I sionisti giocheranno regolarmente la loro utile carta
razziale antisemita". Lo stesso Theodor Herzl aveva istigato l'odio verso
gli ebrei per indurli ad emigrare: "E' fondamentale che le sofferenze
degli ebrei diventino peggiori perché questo favorirà la realizzazione dei
nostri piani. Io ho un'idea eccellente e indurrò gli antisemiti a liquidare le
ricchezze degli ebrei, gli antisemiti inoltre ci assisteranno quando
rafforzeranno la persecuzione e l'oppressione degli ebrei. Gli antisemiti
saranno i nostri migliori amici".(12) Il rabbino sionista Yosef Klausner,
alla Conferenza Ebraica Americana del 2 maggio 1948, sostenne:
"Sono convinto che il popolo deve essere forzato ad
andare in Palestina. Per loro, un dollaro americano appare come il più alto
degli obiettivi. Con la parola "forzare", io voglio suggerire un
programma. Esso è servito per l'evacuazione degli Ebrei in Polonia, e nella
storia dell'Exodus. Nell'applicare questo programma noi dobbiamo, invece di
dare conforto ai profughi, fornire loro il più grande disagio. Nella fase
successiva dobbiamo chiedere aiuto all'Haganah per tormentare gli
ebrei".(13)
I sionisti cercarono ovunque di spingere gli ebrei ad
emigrare, utilizzando l’antisemitismo e il terrorismo. Ad esempio, nel periodo
1949-1950, il sionista Mordechai ben Porat, attuò un piano per convincere
funzionari iracheni ad approvare leggi che inducessero gli ebrei a lasciare
l'Iraq. Facevano parte del piano anche diversi attentati terroristici contro le
sinagoghe di Baghdad, attuati nel marzo del 1950.(14)
Finché la Gran Bretagna ebbe il protettorato in Palestina,
non tutti gli emigranti ebrei furono accolti in Palestina. Nel luglio del 1947,
fu rimandata indietro la nave Exodus, che dall’Europa portava in Israele 4500
ebrei sopravvissuti all’Olocausto.
Nel novembre del 1947, l’Assemblea Generale dell’Onu decise
la spartizione della Palestina in uno Stato ebraico e uno Stato palestinese.
Quell'anno gli ebrei in Palestina erano 600.000, e
possedevano circa il 6% della terra palestinese coltivabile, mentre i
palestinesi erano 1.250.000. La risoluzione dell'Onu, votata il 29 novembre
1947, dava agli israeliani il 55% delle terre palestinesi, nonostante la
popolazione israeliana costituisse soltanto un terzo degli abitanti della
Palestina.
Nel 1948 venne proclamato lo Stato d’Israele, riconosciuto
immediatamente dal presidente americano Harry Truman, e poco tempo dopo anche
dall'Urss.
Il 14 maggio del 1948, la Lega Araba dichiarò guerra al
nuovo Stato, ma fu sconfitta, e l'anno successivo Israele firmò l'armistizio
con l'Egitto, il Libano, la Giordania e la Siria.
Nonostante le autorità israeliane avessero ottenuto molto di
più di ciò che avrebbero dovuto, iniziarono una vera e propria guerra per
occupare altri territori e per impedire il costituirsi di uno Stato
palestinese. Con la violenza, riuscirono ad occupare l'81% dell'area totale
della Palestina, costringendo alla fuga un milione di arabi. Occuparono 524
città e villaggi arabi, distruggendone 385. Sulle rovine dei villaggi,
costruirono nuovi edifici e insediamenti. Lo storico Benny Morris racconta il
massacro del popolo palestinese:
"I massacri compiuti dagli israeliani furono molto più
numerosi di quanto pensassi in precedenza. Con mia sorpresa, ci furono anche
molti casi di stupro. Nell’aprile e maggio del 1948 unità della Haganah (la
forza di difesa che esisteva prima della fondazione dello stato di Israele)
ricevettero ordini operativi in cui si affermava esplicitamente che dovevano
cacciare gli abitanti dalle loro case e distruggere i villaggi. Al tempo stesso
è emerso che l’Alto comitato arabo e i leader palestinesi diedero ordine di allontanare
da alcuni villaggi bambini, donne e anziani… il 31 ottobre 1948, il comandante
del fronte settentrionale, Moshe Carmel, emanò un ordine scritto in cui
comandava alle sue unità di accelerare l’allontanamento della popolazione
araba. Carmel intraprese quell’azione immediatamente dopo la visita di
Ben-Gurion al comando settentrionale, di stanza a Nazareth. Per me non c’è
alcun dubbio che quell’ordine provenisse proprio da Ben-Gurion… A partire
dall’aprile del 1948 Ben-Gurion si orientò verso i trasferimenti forzati di
popolazione… Lo stato ebraico non sarebbe nato senza la cacciata di 700mila
palestinesi dalle terre che abitavano".(15)
Nell’aprile e nel maggio del 1948, l'Haganah ricevette
ordini dal governo di Ben-Gurion di cacciare i palestinesi dalle loro case e di
distruggere i villaggi. Almeno 800.000 palestinesi furono cacciati dalle loro
terre. Durante i trasferimenti forzati si ebbero massacri, violenze e stupri
contro la popolazione palestinese. Molti villaggi furono dati alle fiamme, e
oltre 800 persone persero la vita. Gli arabi definirono tutto questo Nakba
(catastrofe).
Nel dicembre del 1948, in seguito alla visita di Menachem
Begin negli Usa, Albert Einstein e altri scienziati ebrei fecero pubblicare una
lettera sul "New York Times", che diceva:
"Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi
emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito
della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nella organizzazione,
nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente
affine ai partiti Nazista e Fascista. E’ stato fondato fuori dall’assemblea e
come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione
terroristica, sciovinista, di destra della Palestina. L’odierna visita di
Menachem Begin, capo del partito, negli USA è stata fatta con il calcolo di
dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni
israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti
conservativi americani. Parecchi americani con una reputazione nazionale hanno
inviato il loro saluto. E’ inconcepibile che coloro che si oppongono al
fascismo nel mondo, a meno che non sia stati opportunamente informati sulle
azioni effettuate e sui progetti del Sig. Begin, possano aver aggiunto il
proprio nome per sostenere il movimento da lui rappresentato.
Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso
contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla
creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in
Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli
obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.
Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per
capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e
anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina
dello stato Fascista. E’ nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il
suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che
farà nel futuro.
Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel
villaggio Arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di
comunicazione e circondato da terre appartenenti agli Ebrei, non aveva preso
parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano
utilizzare come una loro base. Il 9 Aprile, bande di terroristi attaccarono
questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la
maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando
alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme.
La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata
dal gesto e l’Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al Re Abdullah della
Trans-Giordania.
Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si
vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti
stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale
devastazione a Deir Yassin. L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere
e le azioni del Partito della Libertà.
All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto
di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri
partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la
distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni
corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica
violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore
sulla Comunità Ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di
loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettevano ai figli di
incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster,
pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno
intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo. La gente del Partito
della libertà non ha avuto nessun ruolo nelle conquiste costruttive ottenute in
Palestina. Non hanno reclamato la terra, non hanno costruito insediamenti ma
solo diminuito la attività di difesa degli Ebrei.
I loro sforzi verso l’immigrazione erano tanto pubblicizzati
quanto di poco peso e impegnati principalmente nel trasporto dei loro
compatrioti fascisti.
La discrepanza tra le sfacciate affermazioni fatte ora da
Begin e il suo partito, e il loro curriculum di azioni svolte nel passato in
Palestina non portano il segno di alcun partito politico ordinario. Ciò è,
senza ombra di errore, il marchio di un partito Fascista per il quale il
terrorismo (contro gli Ebrei, gli Arabi e gli Inglesi) e le false dichiarazioni
sono i mezzi e uno stato leader l’obbiettivo.
Alla luce delle soprascritte considerazioni, è imperativo
che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese. E’
maggiormente tragico che i più alti comandi del Sionismo Americano si siano
rifiutati di condurre una campagna contro le attività di Begin, o addirittura
di svelare ai suoi membri i pericoli che deriveranno a Israele sostenendo
Begin. I sottoscritti infine usano questi mezzi per presentare pubblicamente
alcuni fatti salienti che riguardano Begin e il suo partito, e per sollecitare
tutti gli sforzi possibili per non sostenere quest’ultima manifestazione di
fascismo".
Le autorità israeliane, che erano le stesse che capeggiavano
o avevano capeggiato i gruppi terroristici, perseguitarono la stessa cultura
araba, cercando di cancellarla uccidendo e distruggendo luoghi, moschee e
persino alberi d'ulivo, simboli della Palestina.
Si trattava di personaggi crudeli e spietati, che
consideravano gli arabi come inferiori e ritenevano di avere diritto a
cacciarli dalle loro terre per far posto agli ebrei. Ad esempio, Ben Gurion
sosteneva: “Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti… Dobbiamo
usare il terrore, l'assassinio, l'intimidazione, la confisca delle terre e
l'eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua
popolazione araba”.(16)
Secondo un altro primo ministro israeliano, Menachem Begin
(1977-1983), “(I palestinesi) sono bestie che camminano su due gambe”.(17)
Anche altri capi di governo israeliani mostrarono profondo
disprezzo per i palestinesi. Ad esempio, Golda Meir negava persino che i
palestinesi esistessero: “Non esiste una cosa come il popolo palestinese. Non è
come se noi siamo venuti e li abbiamo cacciati e preso il loro paese. Essi non
esistono.(18)
Ariel Sharon, in qualità di Ministro degli Esteri disse:
"Non c'è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento
degli arabi e l'espropriazione delle loro terre”.(19) E quando diventò Primo
Ministro dichiarò: “Israele può avere il diritto di mettere altri sotto
processo, ma certamente nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il
popolo ebraico e lo Stato d'Israele”.(20)
(CONTINUA -
SECONDA PARTE)
tratto da http://antonellarandazzo.blogspot.com/
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