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di Maria Loi
Autonomia, indipendenza e libertà di giudizio sono le “qualità” più alte nel mestiere del magistrato che il Procuratore Generale di Torino, Gian Carlo Caselli, autore del libro Un magistrato fuori legge (Ed. Melampo), esorta a difendere e a sostenere contro “una certa classe politica” che spinge a delegittimare il lavoro del giudice e vuole una magistratura sempre più imbavagliata e asservita al potere mettendo a rischio l’efficacia reale della sua azione.
Quel potere giudiziario che dovrebbe essere il garante del rispetto delle regole da parte di tutti e anche della difesa dei diritti delle fasce più deboli si trova invece sovraesposto, soggetto a critiche interessate e di parte in favore di questa o quella parte politica.
Con le ultime novità legislative i cittadini saranno sempre meno uguali davanti alla legge: un sistema giudiziario garantista per gli imputati “eccellenti” e uno più cavilloso per il comune cittadino. Sfogliando le pagine del libro è lo stesso Caselli a ricordarci che <<oggi l’80% circa dei processi per direttissima che si celebrano nei tribunali italiani riguardano immigrati che non hanno obbedito all’ordine di lasciare il territorio nazionale>> e che <<uno scippo di pochi euro è colpito molto più pesantemente di una corruzione miliardaria>>. Per non parlare della riforma del nuovo ordinamento giudiziario. Il giudizio del magistrato è durissimo: i tempi dei processi saranno sempre più lunghi, ci sarà un indebolimento del meccanismo delle indagini - specialmente nei confronti degli “indagati eccellenti” - e le carceri saranno sempre più affollate.
L’indignazione lucida dell’autore emerge chiaramente già dal primo capitolo del libro in cui il magistrato guida il lettore attraverso gli avvenimenti che hanno caratterizzato questo 2005 che lo vede protagonista di una vicenda che gli ha impedito di concorrere alla poltrona di procuratore nazionale antimafia: dal “decreto Vigna” “all’emendamento Bobbio” approvato in gran fretta ad epilogo di una battaglia dove sono continuamente messi a rischio i principi della democrazia.
Non era mai accaduto. Come aveva avuto modo di ricordare Antimafiaduemila con le parole del direttore Giorgio Bongiovanni nello scorso editoriale oggigiorno Cosa Nostra non ha più bisogno di ricorrere al tritolo per eliminare un ostacolo. E nemmeno quella politica che una volta almeno era costretta a chiedere la cortesia alla mafia.E’ bastato un colpo di penna per compiere un attentato, un attentato alla Repubblica!
E una strage di mafia, forse più raffinata, sicuramente meno costosa visto che questa volta non è stato speso nemmeno un euro per l’esplosivo, per le coperture e per i depistagli vari per occultare i mandanti esterni.
All’ex capo della Procura di Palermo non viene perdonato di aver osato processare Andreotti e di aver contribuito, come si legge chiaramente, <<a dimostrare che le relazioni mafia-pezzi della politica non sono teoremi, ma una verità emersa non solo in tutte le sentenze di condanna, o di mancata condanna per intervenuta prescrizione, ma anche nelle sentenze di assoluzione, sempre per insufficienza di prove. In altre parole, in tutte queste sentenze è stata approvata l’esistenza di una serie imponente di fatti gravi, successi davvero e che nessuno si è inventato>>.
Con questa metodologia subdola, allo stesso tempo, si vuole inviare un messaggio di ammonimento a tutti quei magistrati che si trovino, come Caselli, ad occuparsi di processi “scottanti”: vale a dire state attenti, quello che è successo a lui può succede anche a voi. Si teme il rigore con cui sono state condotte le indagini. Ma è solo questo? Oppure si ha paura che Caselli scopra dell’altro sul rapporto mafia e politica? Cosa c’è di nuovo oltre quello che è emerso su Andreotti e Dell’Utri?
Il magistrato torinese parte da un’analisi attuale per ritornare poi nel passato. Tra i suoi obbiettivi c’era quello di andare in Calabria. <<Ho pensato che fare un’esperienza in Calabria avrebbe compensato il disagio che avevo dovuto infliggere ad altri, ma la Sicilia no, non l’avevo mai presa in considerazione >> scrive il giudice che invece arriva a Palermo lo stesso giorno in cui viene catturato il capo di Cosa nostra Totò Riina: il 15 gennaio 1993.
Il procuratore racconta la stagione palermitana all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Sono stati anni caratterizzati da una forte riscossa dello Stato durante i quali sono stati arrestati il fior fiore dei latitanti mafiosi dopo decenni di indisturbato controllo del territorio. Le condanne, gli ergastoli, le confische dei beni hanno messo in ginocchio il “cuore” di Cosa Nostra. E poi i processi “eccellenti”: Andreotti, Contrada, Musotto, Mannino, Dell’Utri, dimostrando che è possibile spezzare quella spirale di corruzione e malgoverno semplicemente applicando fino in fondo la legge. Anche qui Caselli lascia parlare le sentenze. Tutte hanno un denominatore comune: sia in caso di condanna che di assoluzione si riscontra <<la sussistenza di gravi episodi realmente accaduti o di reati commessi ancorché talora prescritti>>.
Nel momento in cui si è cominciato ad indagare sui cosiddetti imputati eccellenti anziché infondere speranza e innescare altri processi si è cominciato a parlare di <<fallimento>> dell’azione antimafia sebbene Gian Carlo Caselli continuasse a dire <<è una bestemmia, una falsità colossale>>. Una certa classe politica che non vuole essere controllata e vuole <<autoassolversi>> ha pensato bene di dare man forte <<al negazionismo della verità>> innescando una polemica che non si è mai spenta e i vari “Mannino”, “Andreotti” sono stati presentati all’opinione pubblica come perseguitati da una giustizia “politicizzata”. Basta vedere, ad esempio, i titoli dei quotidiani all’indomani della sentenza a carico del Senatore a vita Giulio Andreotti elogiato a destra e a manca per la sua condotta processuale. Eppure le indagini della procura di Caselli sui fatti esaminati <<non possono interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente prostratasi nel tempo>>. Il Senatore ha <<commesso>> il reato ma nessuno ne parla. La stessa metodologia è stata riproposta in eguale misura anche nel procedimento di condanna nei confronti di Marcello Dell’Utri e di tanti altri.
Attacchi simili si erano già fatti sentire quando Caselli negli anni ‘70 iniziò ad occuparsi di terrorismo a Torino e già all’epoca venne indicato come un giudice “fascista”. Eppure già a quell’ epoca scampò due attentati. Il primo caso che gli venne assegnato allora fu il sequestro del segretario provinciale del sindacato Cisnal, Bruno Labate, poi racconta di Patrizio Peci e della sua collaborazione, di Roberto Sandalo e del coinvolgimento di Marco Donat Cattin, figlio del ministro del lavoro. C’è un riferimento anche alla terribile vicenda del suicidio di Lombardini e agli attacchi ai quali è andato incontro successivamente. Sono questi gli anni in cui lavora con personaggi di grande valenza morale e professionale: il magistrato, Bruno Caccia, ucciso dalla ndrangheta e il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa.
C’è un ritorno ancora agli anni palermitani quando il magistrato ricorda il “buon” rapporto che aveva con Falcone e “all’ottimo” rapporto con Borsellino.
Il libro si chiude con un messaggio ai giovani colleghi: <<Se vi imbattete in processi fastidiosi non tiratevi indietro>>!
BOX1
Dott. Caselli perchè dopo tanti anni e molti sacrifici sarebbe voluto tornare in prima linea nella lotta alla mafia?
Per tanti motivi, diversi tra loro. Principalmente per un dovere di coerenza. Tanti anni di contrasto del crimine organizzato (terroristico, mafioso, internazionale) costituiscono un patrimonio di esperienza - pur coi miei limiti, che sono tanti – che avrei voluto mettere a frutto nel nuovo ruolo. Poi per un dovere di “fedeltà” verso i tanti colleghi, soprattutto di Palermo, che mi avevano chiesto (o imposto?) di presentare una domanda che secondo loro era logica e naturale.
Da magistrato, ma anche da cittadino, cosa si aspetterebbe da un eventuale cambiamento della compagine governativa in materia di giustizia?
Mi aspetto che si volti pagina. In questi anni si è operato sul versante del regolamento dei poteri. Negletto è stato l’altro versante, quello della giustizia-servizio, che interessa più direttamente i cittadini, giacchè il suo funzionamento o la sua inefficienza sono decisivi per realizzare o vanificare lo scopo principale del sistema giudiziario, la tutela e la realizzazione dei diritti. Occorre dunque una politica per il servizio giustizia, che affronti i temi dell’efficienza, della funzionalità, dell’accessibilità e della trasparenza. Una politica che sappia praticare il metodo dell’ascolto e dell’attenzione verso le competenze e le esperienze delle categorie professionali (avvocati, personale amministrativo, magistrati). Ovviamente, un confronto fra analisi e soluzioni diverse è possibile solo se si ha un “codice” culturale condiviso, che permetta di incontrarsi senza lacerazioni sui fondamenti della democrazia e dello stato costituzionale di diritto. Questo codice non può che essere la Costituzione della Repubblica, baluardo delle libertà e dei diritti (individuali e collettivi: civili, politici e sociali), sintetizzati negli artt. 2 e 3 della Carta del 1948. Difendiamo la nostra Costituzione!
Nonostante la sconfortante situazione generale c'è tanta gente che sente il bisogno di un rinnovato senso di legalità e giustizia, che senz'altro ha ammirato il suo lavoro, che tipo di messaggio si sentirebbe di lanciare al cittadino italiano onesto?
Di non esagerare con l’ammirazione verso chi fa il suo dovere: significa sovraesporlo e fargli passare dei guai…. Fuor di scherzo, il messaggio giusto, ancora oggi, mi sembra quello famosissimo di Francesco Saverio Borrelli: resistere, resistere, resistere.
ANTIMAFIADuemila N°47
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