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Antimafia Duemila

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L’assassinio di Roberto Calvi: inizia il processo
di Maria Loi


«Il banchiere Roberto Calvi fu strangolato da due o più persone con una corda e impiccato ad un’impalcatura collocata sotto il Ponte dei Frati Neri». E’ il comunicato trasmesso lo scorso 19 maggio 2005 alla Procura di Roma dal Ministero dell’Interno Britannico in seguito all’inchiesta condotta dalla Polizia della City di Londra. Potrebbe essere finalmente al suo epilogo il mistero sulla morte del banchiere Roberto Calvi una delle vicende più travagliate della storia finanziaria del nostro Paese.

Era il 18 giugno 1982 quando il presidente del Banco Ambrosiano fu trovato impiccato sotto il ponte dei Blackfriars a Londra. Per più di vent’anni le inchieste, gli interrogatori e le perizie si sono quasi sempre concluse con la tesi del suicidio permettendo di assicurare l’impunità, a tutt’oggi, ai responsabili del delitto.
Le prime due autopsie disposte dell’autorità giudiziaria inglese e fatte a poca distanza l’una dall’altra giungono a diverse conclusioni; una stabilisce che Calvi si è suicidato l’altra lascia il verdetto aperto: suicidio oppure omicidio. L’inchiesta italiana, invece, del giudice istruttore del Tribunale di Milano sostiene la tesi del suicidio ma non esclude l’ eventualità che il banchiere sia stato assassinato.
Nel frattempo il processo civile intentato dalla famiglia Calvi contro le Assicurazioni Generali si pronuncia per l’omicidio. Nel 1992, poi, la Cassazione trasferisce l’indagine a Roma.
Anni dopo, nel 1997, il gip del Tribunale di Roma Mario Almerighi, su richiesta del pm Giovanni Salvi emette un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di omicidio a carico del boss mafioso Giuseppe Calò e del faccendiere Flavio Carboni. Secondo l’accusa i due avrebbero architettato <<in concorso tra loro e con altri>> l’assassinio di Calvi <<avvalendosi dell’organizzazione mafiosa denominata Cosa nostra al fine di conseguire l’impunità e conservare il profitto del delitto di concorso in bancarotta fraudolenta>>. Pippo Calo d’altro canto <<dando disposizioni ad altri associati per delinquere, i quali agivano materialmente strangolando il Calvi e simulandone il suicidio>>, il Carboni, invece, <<consegnando il Calvi nelle stesse mani degli esecutori materiali dopo averlo ridotto in suo potere>>.
Sempre secondo la ricostruzione riportata dal gip Mario Almerighi nell’ordinanza Roberto Calvi probabilmente fu ucciso da un camorrista Vincenzo Casillo, luogotenente di Raffaele Cutolo, su mandato di Pippo Calò perché si era impossessato di una parte dei soldi di Cosa Nostra e della Camorra (come aveva fatto a suo tempo Sindona) per farlo fruttare, ma sarebbe stato travolto dai debiti senza essere più in grado di restituirli.
Anni dopo una nuova perizia medico-legale (affidata a quattro esperti) nell’ambito dell’incidente probatorio disposto dal gip Otello Lupacchini (subentrato ad Almerighi) sollevato dai magistrati titolari dell’inchiesta Giovanni Salvi, eletto componente del CSM e poi sostituito dai Pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone  (quest’ultima sostituita in sede dibattimentale dal sostituto Giancarlo Capaldo) conferma che Roberto Calvi sia stato prima assassinato e poi impiccato.
E’ la tesi sostenuta infatti dall’accusa: Roberto Calvi è stato ucciso. Il 15 ottobre 2003 i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio per il reato di omicidio aggravato e premeditato per il “cassiere della mafia” Pippo Calò e per il faccendiere Flavio Carboni, l’esponente della banda della Magliana Ernesto Diotallevi e della compagna di Carboni, l’austriaca Manuela Kleinszig. Ai quattro imputati si aggiungerà successivamente anche “il quinto uomo” l’ex contrabbandiere triestino Silvano Vittor rinviato a giudizio con la stessa accusa. Vittor ha ammesso di aver accompagnato Roberto Calvi a Londra, aggiungendo però di averlo poi perso di vista. <<L’ho lasciato alle otto per andare in aeroporto e rientrare a Vienna>>. Secondo i magistrati invece le direttive impartite dal Carboni a Vittor sarebbero state <<finalizzate ad assicurare ospitalità a Calvi nell’abitazione triestina, nel predisporre e curare la fuga del banchiere in Austria e il successivo trasferimento a Londra, dove l’ex contrabbandiere avrebbe controllato Calvi sino al momento del delitto, commesso con altre persone>>.
La firma all’ordinanza che dispone il dibattimento (18 aprile 2005) è del gup romano Orlando Villoni.  Nel dispositivo si parla di <<consistenza del quadro probatorio>>.
Un mese prima della richiesta di rinvio a giudizio dei pm italiani in Inghilterra era partita una nuova inchiesta (la terza ndr) sulla morte di Calvi.
Stavolta i risultati inglesi convergono con quelli a cui sono pervenute le indagini dei pm Tescaroli e Monteleone.
Con un verdetto completamente ribaltato finalmente ha avuto inizio il processo che cercherà di scoprire chi ha ucciso Roberto Calvi, e per quale motivo? Sicuramente lo scaltro banchiere era diventata la pedina di un “gioco troppo grande” in cui un intreccio di liaisons dangereuses: Alta finanza, Mafia, Massoneria, Vaticano,  hanno agito di comune interesse.
Parlano i pentiti
<<Io sono sempre stato un lettore di giornali, di cose italiane, di politica (…) mi ricordo che questo Signore (Roberto Calvi ndr) si era tagliato le vene in carcere, mi ricordo tutta la situazione>>. Con queste parole Francesco Di Carlo risponde alla domanda del pubblico ministero Luca Tescaroli in sede dibattimentale quando gli viene chiesto se avesse mai sentito parlare di Roberto Calvi.
Mafioso di vecchio stampo, di quella che lui stesso definisce la vera Cosa Nostra. Francesco Di Carlo è collaboratore di giustizia dal 13 giugno del 1996. Da quando rientrato da Londra - dove stava scontando una pena per traffico di droga - si decide a saltare il fosso. Ma all’interno dell’organizzazione le cose già cominciavano a cambiare: <<c’erano ammazzatine di bambini, di donne>>. Anche se a condurlo ad una scelta così radicale, a suo dire, è stato: l’omicidio di Salvatore La Barbera (ex rappresentante della sua famiglia), il quale  <<aveva avuto liti con Brusca Bernardo e altri per motivi di territorio (…)la mancanza era stata grave, però mi avevano giurato, - dichiara il collaboratore - sia Riina Totò, sia il mio diretto capo mandamento che non l’avrebbero ucciso, si faceva diventare soldato semplice>> invece <<ad agosto del ‘78 viene ucciso>>.
Di Carlo già nelle sue prime dichiarazioni, risalenti al 31 luglio del 1996, cita molti nomi importanti per le inchieste tra mafia e politica, viene chiamato a testimoniare in merito a omicidi eccellenti. Ma le sue conoscenze si allargano anche a questioni spinose come il caso Calvi.
Il collaboratore è entrato subito nel vivo raccontando la sua carriera criminale iniziata nella seconda metà degli anni Sessanta quando <<Sono entrato in Cosa Nostra>>. Viene affiliato all’interno della famiglia di Altofonte - successivamente annessa al mandamento di San Giuseppe Jato capeggiato da Bernardo Brusca – della quale diviene sottocapo nel 1974 (al termine della prima guerra di mafia) e capo nel 1976. Carica conferitagli per esplicito volere di Riina e Brusca. E’ ben alleato sia con i corleonesi che con la schiera dei palermitani. Basti pensare che tra le sue amicizie “fraterne”, precedenti all’affiliazione, ci sarebbero personaggi di primo piano quali il boss Stefano Bontade. Si dimette dalla carica di “rappresentate”della famiglia di Altofone diventando soldato semplice. Da uomo “posato” nel 1982 si mette alle dirette dipendenze del suo capo mandamento, Bernardo Brusca.
Poi si sofferma sui suoi anni trascorsi a Londra. Siamo a cavallo degli anni ’80 quando per sfuggire alla seconda guerra di mafia scoppiata a Palermo (che ha avuto inizio con la morte di Stefano Bontate 23 aprile 1981) Di Carlo decide di stabilirsi a Londra. Nella capitale inglese gestisce un piccolo hotel, un wine-bar e un’agenzia di viaggi ma non erano rari i suoi viaggi in Italia.
E proprio nel giugno del 1982, nel periodo che coincide con la morte di Calvi, il pentito ha detto di essere andato a Roma per qualche giorno, anche se non è riuscito a stabilire la data esatta del suo rientro in Inghilterra. Però  ricollega questo momento ad alcune circostanze specifiche. Innanzitutto alla morte di Liborio Caruana avvenuta a Londra (27 maggio 1982) alla fine di maggio e pochi giorni dopo si era occupato di traslare la salma del Caruana a Roma e da lì in Sicilia.
In quei giorni, inoltre, a Roma avrebbe curato un grosso affare relativo ad un traffico di droga organizzato da Nitto Santapaola. Purtroppo però una parte del carico, circa 600 kg di hashish venne sequestrata e arrestato chi la trasportava,Vito Genco (9 giugno 1982). Mentre si trovava a Roma, durante una telefonata che fece al Santapaola, venne informato della strage della Circonvallazione in cui fu ucciso Alfio Ferlito il 16 giugno 1982 insieme ai Carabinieri che lo stavano scortando in carcere.
Sempre in questo periodo, venne a sapere che Corlette Carmelo, capo provincia di Agrigento (che Di Carlo tra l’altro conosceva molto bene) lo sta cercando urgentemente per condurre in Sicilia un rappresentate dei Cuntrera e dei Caruana che doveva essere eliminato. Inoltre Di Carlo fornisce prove circa la sua presenza a Roma tramite la ricevuta di un’American Express utilizzata per l’acquisto di capi di abbigliamento (10 giugno 1982).
Di Carlo sostiene che, effettivamente, Calò l’aveva cercato giorni prima della morte di Calvi, e tramite uno dei suoi fratelli Andrea o Giulio si era messo in contatto con il suo capo mandamento, Bernardo Brusca: <<ho saputo - afferma il pentito - (…) che mi stava cercando il mio capo mandamento (…) Brusca Bernardo. Appena l’ho rintracciato e mi ha detto (…) che c’era Pippo Calò che mi cercava , dice: “vedi cosa ha di bisogno e ti metti a disposizione”>>.
Da allora con il Calò ci siamo visti solo dopo alcuni mesi <<perché anche io non è che stavo sempre a Roma, a volte ripartivo di nuovo, ed è capitato che un giorno ci siamo visti là; ci siamo presi un caffè con Mario che sarebbe Pippo Calò (…) e ci ho chiesto solo: “mi dispiace”, dice: “no, no, niente”>>.
Non trovandolo per diversi giorni Calò si era rivolto al clan camorristico dei Nuvoletta e Di Carlo ricorda di aver saputo che avevano <<risolto tutto con i napoletani>>.
Alla domanda del pm se Bernardo Brusca sapesse le ragioni per le quali Giuseppe Calò avesse cercato di contattarlo il collaboratore risponde: <<Sicuramente sì>>. Brusca allora era capo mandamento e faceva parte della Commissione. Questo significa che quando <<un membro del suo livello va a chiedere una cosa per il suo soldato>> è a conoscenza <<naturalmente>> dei motivi.
Di Carlo ha approfondito poi il ruolo svolto da Calò. Innanzitutto ha confermato di non aver avuto con lui rapporti <<personali>>, anche se <<ci conosciamo dagli anni ‘60>> quando ancora era soldato semplice (poi diventerà capo mandamento della famiglia palermitana di Porta Nuova), (…) era una persona educatissima e ci davamo del lei>>. Attorno all’ex “cassiere della mafia” in quegli anni gravitavano <<i due più pericolosi killer del suo mandamento>> Di Giacomo Giovanni, soldato semplice e Giuseppe Galeazzi, capodecina e alcuni esponenti della Banda della Magliana.
<<Pippo aveva fatto amicizie con la Banda della Magliana o con qualcuno (…) perché chi è della città conosce chi sono i veramente ricchi, chi sono gli industriali, a chi potersi appoggiare perché (…) vantavano amicizie nei tribunali e (…) nel governo e allora Calò Pippo cercava di usarli>>.
Di Carlo ricorda di averlo incontrato(Calò) in compagnia di Domenico Balducci <<Nel circuito romano io ne ho conosciuti o due o tre, uno era Balducci>>. Poi <<l’ho incontrato più volte anche a Napoli, - racconta il pentito - a metà degli anni ’70 perché erano stati fatti investimenti nel traffico di bionde e (mentre) mi trovavo là (…) è venuto Zaza Michele, c’era Calò Pippo ed è venuto questo Balducci>>. Un altro personaggio è Ernesto Diotallevi, mentre di Danilo Abbracciati ricorda: <<l’ho visto nell’80 (…) che accompagnava Calò>> a Roma.
Ma gli incontri del Calò non si sono limitati solamente all’ambiente romano. Di Carlo ricorda alcuni suoi incontri a Milano e i rapporti con la Camorra e in particolare con il clan degli Zaza, dei Nuvoletta e dei Bardellino. Calò si recava spesso a Napoli per partecipare a riunioni con gli affiliati alla mafia tra i quali Michele Salvatore Zaza, con Nunzio Barbarossa e Antonio Bardellino.
Del faccendiere sardo Flavio Carboni Di Carlo sa <<so poco o niente (…) so che era un uomo d’affari e che era molto preparato nel business . Mi parlò di lui Lorenzo Di Gesù che era in società a Roma con Calò>> e che lui << stava facendo villaggi con Di Gesù, con (…) un certo Carboni in Sardegna>>. Volevano <<costruire mezza Sardegna>> per non parlare poi di <<tutti i palazzi che si costruivano a Palermo>>.
Infine, Di Carlo ha ribadito la sua estraneità alla morte del banchiere nonostante le dichiarazioni di un pentito di “rango” Francesco Marino Mannoia. A sentire lui Di Carlo sarebbe stato uno dei possibili esecutori materiali del delitto (indagine archiviata ndr) il quale pur non avendo un alibi per il giorno del delitto nega tutto e ribadisce la sua estraneità alla morte del banchiere. Secondo il Di Carlo quando in televisione si parlò del “suicidio” del banchiere Mannoia sentì il boss Giovanni Pullarà, uomo d’onore della famiglia di Stefano Bontate, dire: <<ma questo è dovuto essere Di Carlo Franco, appena ha sentito l’impiccagione di questo signore banchiere>>. Per il teste Mannoia <<onestamente dice cosa ha sentito là (…) ma non è che mi ha accusato>>.
Il banchiere Roberto Calvi <<aveva un legame abbastanza solido>> con Cosa Nostra. Inizia con queste dichiarazioni la testimonianza di un’altra “gola profonda” di Cosa Nostra Antonino Giuffré alias “manuzza” per via di quella malformazione alla mano destra causata da una fucilata. “Gregario” di Francesco (Ciccio) Intile, allora, capo mandamento di Caccamo, Giuffré inizia ad affermarsi progressivamente fino a prenderne il posto. Il suo potere cresce enormemente: “allunga” le mani sugli appalti fino a diventare uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano del quale organizza anche la latitanza. Poco dopo il suo arresto la decisione di collaborare.
Il 14 dicembre scorso in videoconferenza Antonino Giuffré, davanti alla Seconda Corte di Assise del Tribunale di Roma presieduta da Mario Lucio D’Andria, ha parlato per più di tre ore, tracciando quelli che sono - secondo l’accusa - i legami tra il Calvi e Cosa Nostra. Contatti che sono avvenuti tramite <<uno dei personaggi più importanti della mafia siciliana (…) Pippo Calò (…) che  frequentava  l’ambiente romano>> e la mediazione di Michele Sindona del quale Calvi divenne il successore all’interno dell’organizzazione. Sarà, il siciliano di Patti, <<più importante, da un punto di vista prettamente economico>> che <<sponsorizzerà>> il Calvi, negli anni ’70.
La fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ’80 – è il periodo in cui Cosa Nostra controlla buona parte del traffico degli stupefacenti. In molte zone della  Sicilia vengono creati “punti di trasformazione”  dell’oppio in morfina - i primi ad interessarsi di questi investimenti sono il clan dei Marsigliesi - creando un giro di affari enorme con gli Stati Uniti. I soldi all’inizio “viaggiavano in valigie” dagli Stati Uniti a Palermo ma <<vi era un certo rischio e un certo pericolo>>, successivamente il meccanismo si  perfezionerà e<<la transazione del denaro>> avverrà << tramite banche >>, ma il denaro doveva essere “lavato”, probabilmente all’estero, prima di tornare poi in Italia, anche, attraverso il Banco Ambrosiano. In questo contesto si inserisce molto presto la figura di Roberto Calvi che diventerà il responsabile degli investimenti della mafia legata al narcotraffico. <<Era considerato utile e veniva utilizzato per investire i profitti derivanti dal traffico di droga>>. A questa fase fa seguito il periodo di espansione del Banco Ambrosiano. Calvi inizia ad avere contatti con tante persone importanti. E, <<finché le cose andavano bene (…) tutto andava a gonfie vele>>. Ma <<nell’ultimo periodo della sua vita il banchiere commise alcuni errori in particolare operazioni non oculate e qualche ammanco>>, il Banco Ambrosiano <<cominciò a fare acqua>> da tutte le parti. Calvi, nel tentativo di chiedere aiuto, minacciò alcuni personaggi che avevano avuto a che fare con la sua ascesa, <<persone importanti>>, quali il Cardinale Marcinkus, gli esponenti della P2 nonché rappresentanti della Dc e del Psi.
Giuffré ha aggiunto che il <<cardinale Marcinkus>> secondo le sue dichiarazioni <<ha usato il Calvi per far passare ingenti capitali appartenenti ad altre banche e a Cosa Nostra (…), una certa massoneria - e mi riferisco in modo particolare alla P2 - (e sempre in questo contesto) possiamo trovare degli uomini politici (del) Partito Socialista e della Democrazia Cristiana. E infatti alla Dc e al Psi che Calvi aveva costretto a versare cospicue tangenti anche se <<ci potrebbero essere anche altri partiti>>.
Secondo le dichiarazioni di Giuffré, Calvi fu ucciso perché probabilmente fece <<il passo più grosso (lungo) della sua gamba>>.
E’ esattamente a questo punto che Cosa Nostra, siccome Calvi era diventato <<inaffidabile>> e non <<serviva più>>, si riorganizza sostenendo  <<altri personaggi>> che prenderanno il suo posto. Uno di questi sarà <<Palazzolo Vito Roberto uno dei personaggi importanti ai quali si appoggerà il Provenzano>>, altra figura e quella del <<Commendatore Aiello Michelangelo>>.
Oramai Calvi andava eliminato era diventato pericoloso perché <<era a conoscenza di delicati discorsi legati alla mafia >>. Fu l’inizio della fine.
Giuffrè ha riferito di avere appreso le circostanze della morte dell’ex presidente del Banco Ambrosiano da Lorenzo Di Gesù (deceduto), uomo d’onore di Caccamo, persona di fiducia di Pippo Calò. <<Ho preso conoscenza che la verità (…) non era quella che veniva pubblicata dalla stampa di quel periodo, ma – ha aggiunto il teste – che il Calvi  non si era suicidato, ma era stato suicidato>>. A <<a farsi carico dell’omicidio>> ha detto il pentito <<fu Pippo Calò>>. Il collaboratore non ha mancato di sottolineare i legami che c’erano con la banda della Magliana, in particolare con Danilo Abbracciati, Domenico Balducci ed Ernesto Diotallevi. In fatti quest’ultimo <<era una persona particolarmente vicina al Pippo Calò>> ma anche <<al Di Gesù Lorenzo>> ebbe <<un ruolo manuale nell’omicidio>>.
Di Flavio Carboni l’unico imputato presente in aula durante il processo “Manuzza” riferisce <<si parlava con più frequenza , con più in sistenza>>. Carboni, a detta di Giuffré, ha recitato la parte del <<compare>>, cioè <<sarà (…) quella persona che farà da amico e da boia, cioè in un primo tempo si guadagnerà la fiducia del Calvi stesso (…) (accompagnandolo) nell’ultimo tratto della sua vita (…)per consegnarlo nelle mani dei suoi assassini>>.
Le udienze riprenderanno a ritmo sostenuto nei prossimi giorni vista la mole dei testimoni da sentire.



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Arrestata Odette Morris


La donna inglese Odette Morris, 42 anni, parente di Flavio Carboni è stata arrestata e poi rilasciata su cauzione - con l’accusa spergiuro e di ostacolo ed intralcio al corso della giustizia, in Inghilterra in relazione al caso di Roberto Calvi. Secondo le accuse avrebbe fornito un albi falso, nel 1982, al faccendiere Flavio Carboni.
Gli investigatori della City of London Policy sono giunti all’arresto della donna grazie anche ad una serie dei elementi forniti dalla Procura di Roma. Tra i quali un appunto scritto dalla stessa Morris a mano, sequestrato il 30 luglio in Svizzera a Carboni, che smentirebbe l’alibi fornito dalla donna.


ANTIMAFIADuemila N°47
 
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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