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Reggio, nuova ondata di veleni sulla Procura | Reggio, nuova ondata di veleni sulla Procura |
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![]() Paolo Toscano - 29 aprile 2008 Il ritrovamento della microspia e le lettere firmate "Il Corvo" gettano fango e discredito sull'Ufficio. Il Csm invia in riva allo Stretto la prima Commissione .De Gregorio rinuncia a presentarsi davanti ai magistrati della Dda e denuncia una fuga di notizie. Reggio Calabria. Microspie, lettere anonime e fughe di notizie. Un'ondata di veleni sulla Procura di Reggio scandita da un susseguirsi di eventi senza precedenti. Una situazione preoccupante che ha determinato il Comitato di presidenza del Csm a disporre l'apertura di un fascicolo in prima commissione, presieduta da Antonio Patrono. Commissione che martedì 6 maggio sarà in riva allo Stretto per sentire in audizione i magistrati informati sui fatti relativi alla microspia ritrovata negli uffici della Procura e alle lettere piene di accuse firmate "Il corvo". L'iniziativa è stata presa da Palazzo dei Marescialli, come spiega una nota, «anche a tutela dei magistrati dell'ufficio mediante le opportune e adeguate indagini e audizioni degli interessati». La "cimice" era stata scoperta in una stanza abitualmente utilizzata dal pm antimafia Nicola Gratteri. L'avevano individuata i carabinieri del Ros durante la "bonifica" degli uffici disposta dal procuratore Pignatone pochi giorni dopo il suo insediamento. Ma come si è arrivati ad individuare la microspia? Al momento l'ipotesi più accreditata è che la bonifica della Procura sia stata decisa dopo che l'ufficio del nuovo procuratore era stato trovato aperto. Gli atti relativi al ritrovamento saranno trasmessi probabilmente in giornata alla Procura di Catanzaro che coordinerà l'attività investigativa. Quasi non bastasse la "cimice" sono spuntate le lettere nelle quali "Il Corvo" non risparmia nessuno, accusa magistrati reggini e alimenta sospetti sull'esistenza di imbrogli e connivenze. A completare il quadro di una situazione in fibrillazione ieri è scoppiata la grana della rinuncia del sen. Sergio De Gregorio a farsi sentire dai magistrati della Dda reggina per una fuga di notizie. Il leader del movimento "Italiani nel mondo", indagato nell'ambito di un'inchiesta per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio, giovedì scorso aveva comunicato che ieri mattina si sarebbe presentato a Reggio per rendere dichiarazioni. De Gregorio, però, ieri mattina ha cambiato programma e ha inviato una lettera al procuratore Giuseppe Pignatone per comunicargli la decisione di annullare l'incontro. In una nota il presidente uscente della Commissione Difesa ha spiegato che il 24 aprile, appena due ore dopo aver concordato la sua presentazione in procura, uno dei suoli legali è stato raggiunto telefonicamente da un giornalista che chiedeva conferma della notizia del suo interrogatorio. Ieri in Procura si è vissuta una giornata convulsa. Il procuratore Pignatore incontrando i giornalisti non ha voluto aggiungere nulla alla dichiarazione fatta in precedenza sulle lettere anonime: «Si tratta di fatti vecchi, tutti antecedenti al mio arrivo a Reggio Calabria». Da parte sua il sostituto Nicola Gratteri ha escluso un suo coinvolgimento. Il magistrato che da dodici anni fa una vita "blindata", dormendo spesso in una caserma dei Carabinieri, palesa grande tranquillità: «Posso solo affermare che la vicenda non mi tocca minimamente. Sul contenuto delle lettere non posso dire nulla. Preferisco astenermi da qualsiasi commento». L'autore delle missive, che si firma "Il corvo" ispirandosi al personaggio che una ventina di anni fa, seminando veleni aveva segnato, una delle pagine più inquietanti della storia del Palazzo di Giustizia di Palermo, parla di magistrati che hanno condotto inchieste sulla 'ndrangheta accusandoli di avere rapporti delle cosche, di essere legati a centri del potere politico ed economico della città e della provincia. "Il Corvo" non risparmia nessuno tanto da definire, in una lettera giunta un mese fa, la Procura di Reggio Calabria come «un letamaio, il peggior centro di potere deviato». I carabinieri del Ros, intanto, stanno analizzando la microspia per risalire a chi l'ha venduta e per provare a identificare l'acquirente. Dal consumo della batteria sembrerebbe che l'apparecchiatura era attiva da almeno quindici giorni e avrebbe avuto autonomia per qualche altra settimana. la gazzetta del sud 29 aprile 2008
Reggio, veleni e «corvi» nel fortino della Procura di Enrico Fierro inviato a Reggio Calabria ALTRE MICROSPIE non ce ne sono negli uffici dei magistrati reggini. Ma la «talpa» soffia sul fuoco delle tensioni interne anche con strani messaggi firmati da un fantomatico «il corvo». Ieri «faccia a faccia» a porte chiuse. Il procuratore Boemi ai suoi colleghi: «Ma lo capite o no che qui vogliono delegittimarci tutti?» È caccia alla microspia nei brutti uffici della Procura di Reggio. Gli uomini del Ros dei carabinieri hanno lavorato per tutto il pomeriggio di ieri alla ricerca di altre «cimici» dopo quella ritrovata in uno sgabuzzino posto proprio di fronte l’ufficio del sostituto Nicola Gratteri, titolare delle maggiori inchieste sulle rotte della cocaina tra Calabria e Colombia. Tutti gli angoli del sesto piano della procura, che ospita la direzione distrettuale antimafia, sono stati passati al setaccio, e un’attenzione particolare è stata riservata alla stanza del nuovo procuratore Giuseppe Pignatone. «Non ci sono novità», dice un investigatore. Non sono state trovate altre «cimici». Quella rinvenuta martedì scorso è a Roma, la stanno analizzando gli specialisti del Ros, ma un dato appare già certo: si tratterebbe di uno strumento di costruzione artigianale, ben fatto e dotato di una tecnologia in grado di carpire conversazioni nel raggio di almeno venti metri. Gli investigatori, però, escludono nettamente che chi era all’ascolto poteva piazzarsi nel corridoio o nell’androne della procura, ci sono troppe telecamere che inquadrano 24 ore su 24 tutti i movimenti. Un occhio elettronico sistemato all’altezza dell’ufficio del dottor Gratteri illumina alla perfezione la porta d’ingresso dello sgabuzzino spiato. Fin qui l’inchiesta. Per il resto sono veleni, quelli che da anni rendono irrespirabile il clima in una delle procure più difficili del Paese. «In Calabria il clima è avvelenato tra le istituzioni e dentro le istituzioni», è l’amaro sfogo che Alberto Cisterna, magistrato calabrese impegnato nella Direzione nazionale antimafia, affidò al cronista tempo fa. Ed è vero. Chi ha messo quella microspia? E chi è entrato nella stanza del nuovo procuratore? Forse lo diranno le registrazioni delle telecamere. Sta di fatto che nell’ufficio che da qualche settimana ospita il dottor Pignatone, lavorava il dottor Franco Pennisi, sostituto della Dna, impegnato sulle inchieste della mafia della Piana di Gioia Tauro, una delle piu’ potenti dell’area. Pennisi è l’autore dell’operazioni Porto, una maxi-inchiesta sugli interessi delle cosche nell’area portuale di Gioia Tauro. Sono lì gli affari milionari della ’ndrangheta: Porto, autostrada Salerno Reggio, e soprattutto i miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto. Ma a rendere ancora più ammorbata l’aria negli uffici della Procura sono le lettere che da mesi un anonimo manda in giro. Il «corvo», così si firma, scrive lunghe missive, l’italiano è buono, le notizie sulla vita privata dei magistrati un po’ meno. Storie vere e pettegolezzi, ricatti e minacce. «Non volevo più scrivere del letamaio ubicato negli uffici giudiziari, ma gli eventi mi hanno portato nuovamente lì, nel peggior centro di potere deviato che risulta essere la rinomata procura della repubblica, la quale vede al proprio vertice i peggiori delinquenti che calpestano il suolo terrestre… ». Il tono è questo, ma è chiaro che chi scrive attinge notizie, raccoglie veleni, gelosie, contrapposizioni. E le usa. Per questo, la riunione convocata ieri dal procuratore Pignatone (ufficialmente per discutere sull’organizzazione dell’ufficio) ha preso una piega diversa. È stato il procuratore Boemi, coordinatore dell’antimafia, ad aprire le danze: «Ma lo avete capito che qui si tenta di delegittimare l’intera procura?». Al centro dei veleni di questi giorni la presunta contrapposizione tra Francesco Mollace - ha in mano inchieste delicatissime sul rapporto mafia-politica e sui rapporti tra il senatore De Gregorio, Pdl, il consigliere regionale di An Alberto Sarra e il clan dei Ficara - e il dottor Gratteri. In ballo, dicono le voci di corridoio, ci sono i tre posti di «aggiunto» che il Csm dovrà assegnare. Una guerra presunta, la giudicano in procura. «Per mettere fine alle voci - ha ricordato Boemi - avevo deciso che sia Mollace che Gratteri entrassero nella Direzione antimafia. Non mi è stato consentito». Da chi? Dal vecchio procuratore facente funzioni. Clima arroventato. Nessuno parla, nessuno vuole essere virgolettato, ma tutti, ormai, hanno capito che «l’attacco è all’ufficio. Temono la nostra unità, la possibilità che si ritrovi un minimo di normalità». Che la procura di Reggio sia sotto attacco, lo rivelano alcuni soggetti intercettati, «Alfa» e «Gamma», vengono chiamati, già a settembre scorso. Nelle loro conversazioni parlano del procuratore Boemi, uno che «vuol creare un pool come a Palermo». Conoscono alla perfezione i meccanismi dell’ufficio e gli spostamenti dei magistrati. In quello stesso mese a Sinopoli si tiene un summit delle famiglie mafiose della tirrenica che serve a delineare una vera e propria strategia corleonese. Si parla di un pm da colpire. E c’è una informativa dei carabinieri che parlano della cosca Labate, di Reggio Sud, «in grado di ricevere notizie in ordine a tutte le attività investigative condotte dalla dda, attraverso gli impiegati del Palazzo di Giustizia, con i quali sono legati da vincoli parentali o amicali». A luglio un blitz contro il clan Labate fallì grazie ad una «talpa»: furono arrestate 27 persone, ma una decina riuscirono a fuggire. «Abbiamo capito - disse il dottor Boemi - che il clan era riuscito ad intromettersi nella comunicazione tra un magistrato e gli investigatori della polizia, un fatto inquietante che dovrà essere chiarito». Dopo mesi, della «talpa» non si hanno notizie, ora si indaga sulla «cimice».
L'UNITà 29 APRILE 2008
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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