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Segnali di guerra in Calabria PDF Stampa E-mail

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di Enzo Ciconte - 29 aprile 2008
Sta accadendo qualcosa di inquietante e nel contempo di indecifrabile in Calabria. Nel giro di pochi giorni, fatti apparentemente diversi e tra loro non collegati rendono torbida e drammatica la situazione. Da Reggio Calabria, da Gioia Tauro, da Crotone arrivano notizie e immagini devastanti.



Notizie e immagini che fanno rimbalzare in primo piano la ‘ndrangheta come assoluta protagonista di episodi selvaggi e misteriosi, aperti a più interpretazioni.
A Gioia Tauro un imprenditore rimane vittima di un’autobomba e si salva solo per miracolo. Perché si è voluta scegliere questa modalità così devastante e così clamorosa? Una scelta, si badi bene, preparata con professionalità e nei minimi dettagli, non una fatalità. Si poteva colpire in tanti altri modi che certo avrebbero richiamato di meno l’attenzione dell’opinione pubblica, nazionale e locale.
Invece è stata usata l’autobomba che richiama alla mente un analogo attentato di tanti anni fa quando la vittima destinata avrebbe dovuto essere Antonino Imerti, scampato alla morte e rimasto illeso. Correva l’anno 1985 e quell’agguato fu l’inizio di una sanguinosissima guerra che durò fino al settembre del 1991 quando la pace tra le ‘ndrine mise fine alla guerra più devastante della ‘ndrangheta reggina.
La pace aprì una lunga stagione di affari condotti con modi felpati, nel silenzio più assoluto e facendo in modo da non richiamare attenzioni indesiderate su quanto avveniva in Calabria e altrove. Da qualche tempo a questa parte la ‘ndrangheta ha deciso di ribaltare questa modalità. Ha scelto di uscire dal silenzio e dalla penombra. Ha scelto di balzare al centro della scena. Il perché di questa decisione non è ancora del tutto chiaro in tutte le sue implicazioni.
Dall’omicidio Fortugno in poi qualcosa è mutato, e di profondo. Un omicidio, come si ricorderà, commesso con modalità clamorose; ucciso davanti a tutti all’uscita del seggio elettorale durante le primarie dell’Unione. Poi è arrivata Duisburg, la strage commessa in Germania, nel cuore dell’Europa; sei morti ammazzati, tutti in una sera di festa, a ferragosto. Anche in quell’occasione si è trattato di una scelta voluta e ben ponderata. Adesso, in orrida sequenza, i fatti di Papanice dove una bambina e un bambino, rimangono coinvolti in due episodi diversi quando sono stati uccisi i loro padri: la prima è rimasta gravemente ferita e il secondo è stato testimone dell’uccisione del genitore. Poi, da ultimo, l’autobomba.
Non è chiaro chi e perché abbia deciso questo mutamento, ammesso che ci sia qualcuno che abbia preso questa decisione; perché può anche darsi che tutto stia avvenendo proprio perché nessuno è in grado di decidere e perché una serie di capi sono finiti in manette nel corso degli ultimi anni e sono saltati tutti gli equilibri realizzati con fatica nel corso del tempo.
C’è una nebulosa che avvolge oggi i fatti di ‘ndrangheta e che rende contraddittoria la situazione. Sembra quasi che, risolta una questione, un’altra se ne apra senza un chiaro perché. Dopo Duisburg nel giro di pochissimo tempo le ‘ndrine contendenti pare abbiano raggiunto la pace; ed infatti da allora ad oggi in quell’area di San Luca che aveva dato origine alla strage in terra tedesca tutto tace.
Poi, a febbraio scorso a Gioia Tauro viene ucciso Rocco Molè: i fatti di sangue aggrediscono una cosca importante imparentata ed alleata con i Piromalli che da tempo immemorabile governano la criminalità dell’intera zona condizionando le istituzioni locali, tanto è vero che il consiglio comunale di quella cittadina è stato sciolto per la seconda volta. Era pensabile che quella morte potesse passare senza risposta? La risposta è l’autobomba o il fatto va invece letto in un’altra chiave? Come una continuazione di quell’assassinio? È presto per dirlo.
Forse si stanno ristrutturando i poteri dentro le ‘ndrine; è probabile che ci sia un assestamento interno con l’emergere di nuovi capi che devono sostituire quelli finiti in galera e che stanno mettendo sotto schiaffo gli imprenditori, comunque siano collocati. Le sostituzioni non sempre sono indolori.
Tutto ciò avviene in un momento di difficoltà politica, con una politica regionale debole e sotto scacco; avviene nel mentre sono in arrivo in Calabria rilevanti risorse economiche e nel momento in cui si riapre il discorso del ponte sullo stretto di Messina. Nonostante gli arresti di capi e di latitanti importanti, qualcuno forse vuole dare una prova di forza o acquisire posizioni di predominio.
È in questo scenario che si è scoperta la microspia nei locali di Nicola Gratteri, un magistrato della DDA di Reggio Calabria. Fatto di per sé straordinariamente grave perché arrivare nel cuore dell’antimafia dà un senso di fragilità delle istituzioni. Sarebbe bene capire come e perché sia stato possibile penetrare in quei locali. E sarebbe bene evitare che la microspia sia presa a pretesto per aprire una stagione di veleni, esacerbando situazioni o stati d’animo o scagliando l’un contro l’altro bravi magistrati impegnati da tempo in indagini delicate.
C’è il pericolo dell’apertura di una nuova stagione di guerra selvaggia, crudele, sanguinaria, imprevedibile nella sua durata e nei suoi esiti. In questa prospettiva sarebbe bene non fare regali agli ‘ndranghetisti.

L'UNITA'



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