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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Trabia è “casa nostra” PDF Stampa E-mail
Una maxioperazione rivela le connivenze all’interno del Comune
di Ginevra Del Monaco



Era “totale” il controllo che Cosa Nostra esercitava sull’amministrazione comunale di Trabia. L’ha detto molto chiaramente il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré <<tranne poche eccezioni, la vita politica di Trabia l’abbiamo avuta sempre nelle mani noi>>. 
Siamo di fronte all’ennesimo caso di malaffare e gli elementi ci sono tutti:  un sindaco “a disposizione” dell’organizzazione locale, funzionari comunali pronti a tutto e una cordata di imprenditori senza scrupoli. Il settore di maggiore interesse dell’organizzazione era quello degli appalti pubblici e delle estorsioni, ma non si disdegnava il controllo sulla politica e sulle passate campagne elettorali.
Sono i retroscena della maxi operazione “Rinella 2” (16 febbraio 2006) condotta dai Carabinieri della compagnia di Termini Imerese e del nucleo operativo di Monreale che ha permesso di ricostruire il tessuto criminale nel quale boss e gregari hanno operato garantendo all’organizzazione mafiosa una presenza forte e costante sul territorio grazie alla “compiacenza” dell’ex sindaco Giuseppe Di Vittorio, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, e con lui, il capo dell’ufficio tecnico del Comune, Giovanni Ciaccio. In tutto, sono 12 le persone raggiunte dalla richiesta di custodia cautelare firmate dal gip Antonio Caputo. Tra gli arrestati anche gli imprenditori Salvatore Buttitta e Andrea Anello, Giovanni La Barbera e la moglie Rosanna Modica, Giuseppe Conti, l’imprenditore edile di Bagheria Salvatore La Barbera, il costruttore Innocenzo Ponziano, Diego Rinella (fratello del boss di Trabia Salvatore Rinella arrestato il 6 marzo 2003ndr) che è stato raggiunto dal provvedimento in carcere, e Francesco Virga, fratello di Carmelo, esponente di spicco di Cosa Nostra.
E’ un quadro decisamente allarmante quello scaturito da più di un anno di intercettazioni: la potente famiglia dei Rinella, oltre a gestire gli appalti e la riscossione del pizzo alle imprese locali, aveva il controllo “completo” della vita pubblica del paese, sia “collocando” in tutte le cariche politico-amministrative di rilievo soggetti vicini alla consorteria mafiosa, sia attraverso l’assoggettamento ai loro “particolari”interessi della gestione urbanistica ed edilizia e dei lavori pubblici della cittadina.
Grazie alle microspie piazzate in un capannone utilizzato come deposito di materiale edile di proprietà del Diego Rinella gli inquirenti hanno scoperto che le riunioni del consiglio comunale avvenivano all’interno del magazzino. Qui venivano prese le decisioni più importanti che riguardavano la vita politica di Trabia. Era continuo il viavai di politici, imprenditori e semplici cittadini che “chiedevano” ed “ottenevano” direttive su come dovevano agire nei momenti più importanti di gestione della “cosa pubblica”, chiedevano appoggi per l’approvazione, in consiglio comunale, di progetti di lottizzazione e anche “favori” per l’assunzione di qualche congiunto.
A rispondere ai Rinella in persona era innanzitutto l’ex sindaco Di Vittorio, un <<picciotto sempre a disposizione>>, come lo ha definito il Rinella in una conversazione intercettata il 19 gennaio 2002.
Difatti, grazie a questa “disponibilità”, il sindaco non esitava a chiedere “agli amici” come contropartita un appoggio per avere un maggiore consenso elettorale. La sua carriera politica, che lo ha visto dalla fine degli anni ‘80 al 2002 alla guida della cittadina, sarebbe stata determinata “interamente” dall’appoggio della “famiglia” (fatta eccezione per un periodo  -1991 - in cui il comune è stato Commissariato). Ma, subito dopo è stato ricandidato. <<…. Lo abbiamo riproposto ed è salito>>, commenta Diego Rinella. Infatti è tornato alla vita politica e si è rimesso a disposizione della cosca che questa volta non lo ha voluto esporre troppo, anche perché i boss volevano essere sicuri di “mettere le mani” sui fondi di Agenda 2000. Solo <<la legislatura un pochino precedente, -dice Giuffrè - ci è sfuggita un pochino dalle mani, quando allora vi era un Sindaco>> (si tratta di Antonio Di Vittorio, totalmente estraneo a questi intrecci ndr), quando<<era al governo il centrosinistra>>. Secondo i pm della Dda l'ex sindaco avrebbe <<favorito la famiglia mafiosa di Trabia nell'aggiudicazione degli appalti pubblici>>, ed è accusato inoltre, con la sua condotta, di avere <<favorito altri esponenti mafiosi segnalati dai Rinella per ottenere condizioni favorevoli per la vendita di terreni del Comune di Trabia>>, per lo stanziamento di fondi pubblici e per <<l'inserimento di terreni nel piano regolatore del Comune>>.
L’affare per la risistemazione della Tonnara Florio di Trabia è l’esempio più chiaro di questo tipo di connivenze all’interno dell’amministrazione comunale e la dimostrazione palese che il sindaco di Trabia, con il suo comportamento, era a totale “disposizione” degli interessi di Cosa Nostra. Quale persona di fiducia dei Rinella, il Di Vittorio viene a conoscenza, in virtù della carica che ricopre, che c’è la possibilità di ottenere finanziamenti da destinare ad opere urbanistiche nel territorio e si adopera attivamente per avvantaggiare persone “fidate” dell’organizzazione. Il “prescelto” è il principe Alessandro Vanni Calvello, tra l’altro proprietario della tonnara, un personaggio considerato “organico” all’organizzazione e condannato in passato alla pena di 5 anni e 11 mesi di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso. Il passo successivo del Di Vittorio è quello di contattare il Rinella Salvatore per esporgli il progetto di dirottare i finanziamenti sui terreni appartenenti al Principe di cui conosce perfettamente la caratura mafiosa. Secondo Antonino Giuffrè l’aggravante per il sindaco è data dal fatto che <<il DI VITTORIO, a noi vicino, sa che altrettanto il Principe è una persona a noi vicino e appositamente si rivolge a noi per questo>>. Una volta ricevuto il messaggio Rinella Salvatore prospetta la vicenda a Nino Giuffré che avrebbe testato la disponibilità del Principe e in un successivo messaggio (il Giuffré ndr) annunciò al Rinella la fattibilità dell’affare. La vicenda, d’altro canto, trova riscontro anche nelle delibere consiliari del comune (successivamente acquisite dal Reparto Territoriale dei Carabinieri di Monreale) nelle quali viene anticipata una grande trasformazione del campo sportivo in giardino comunale e la creazione di un “Museo del mare” in una zona dove si trovano capannoni in rovina. Guarda caso i titolari degli immobili <<per i quali viene previsto uno stanziamento di circa un miliardo di lire>> sono <<VANNI CALVELLO MANTEGNA Vincenzo, Alessandro, Pietro e Giuseppe >>.
A conferma del legame stretto tra il Di Vittorio e la “famiglia” è di molto interesse il contenuto di una conversazione intercettata sempre nel deposito dei Rinella. Nello scambio di battute tra l’imprenditore Salvatore Buttitta e il Di Vittorio si parla di allargare una strada che conduce alla cava del Buttitta e quanto dice il Rinella non dà adito ad equivoci, anzi! <<…io ho portato il Sindaco là sopra, e gli ho detto di aprire  questa strada di qua. Gli ho detto perché non vedete di fare l'allargamento di questa minchia di strada, ma qua una parte è Termini, una parte è qua… gli ho detto è Trabia, quale Termini. Gli ho detto vedete di allargarla questa strada fate i muri e questa strada una volta che si allarga, possono passare, i camion e le macchine. Si tiene bella asfaltata, bella pulita. Gli ho detto, tanti soldi da spendere, perché non si fa? E l'ho convinto>>. Anche da una lettera, della quale riportiamo uno stralcio - il cui destinatario allo stato delle indagini non si conosce -, è evidente che il Rinella disponeva  delle istituzioni comunali come “cosa propria”, grazie ad una task force composta da avvocati, tecnici e consiglieri comunali, tutti pronti a rispondere alle sue “convocazioni”. (A parlare è il Rinella ndr)
<<Carissimo al comune certo che posso fare qualcosa mi devi fare sapere l ingegnere chie e se ancora non lai preso telo dico io A chi Ti devi prendere>>. Pertanto <<Non è inesatto affermare - ha spiegato il procuratore aggiunto Sergio Lari che ha coordinato l’inchiesta con i colleghi Lia Sava, Costantino De Robbio e Michele Prestipino - che il vero sindaco del paese di Trabia era Salvatore Rinella, anche da latitante, con l’aiuto del fratello Diego>>. Infatti, <<Di Vittorio era così legato alla cosca che sarebbe andato a trovare Rinella anche quando quest’ultimo era sottoposto al soggiorno obbligato>>.
Giuffrè non è il solo collaboratore a ricordare la valenza all’interno dell’organizzazione mafiosa del primo cittadino. Già in passato Salvatore Barbagallo aveva definito il Di Vittorio come persona “a disposizione” della famiglia mafiosa di Trabia. <<Ritornando al macellaio  presentatomi dal RINELLA, devo dire che questi mi mise in contatto con il geom. ZIZO dell’U.T.C. e con il sindaco dell’epoca tale DI VITTORIO, nessuno dei due uomo d’onore, che si misero a disposizione e ci aiutarono concretamente a risolvere tutti i problemi. Ricordo infatti che io personalmente mi recavo dal DI VITTORIO per fargli firmare atti che ci interessavano e che lo stesso vi provvedeva senza esitazione>>.
Dello stesso avviso anche il collaboratore di Trabia Gaetano Lima: << Conosco DI VITTORIO Giuseppe, ex sindaco di Trabia, persona disponibile nei confronti di RINELLA Totuccio>>  e il capofamiglia del mandamento di Vallelunga Pratameno Ciro Vara: <<il RINELLA gli aveva parlato "del DI VITTORIO come una persona a lui molto vicina>>. Anche se sono le dichiarazioni di Giuffrè quelle decisive a dare una svolta alle indagini, e a spiegare molto bene come stavano veramente le cose all’interno del Comune. <<In linea di massima quando una persona doveva andare a rivestire una carica che a noi interessava, per ipotesi la carica di assessore ai lavori pubblici o urbanistica, giustamente se non era una persona di nostra fiducia non lo facevamo andare>>. Infatti, continua Giuffrè: <<eravamo in buoni rapporti con l’ufficio tecnico, con i vari Ciaccio, miei paesani cioè diciamo che c’era tutta una situazione abbastanza sotto controllo. Si trattava solo di fare qualche regalino>>.

Apriamo “certe maglie”
Era notorio che il capo dell’Ufficio Tecnico, l’ingegnere Giovanni Ciaccio, era “uomo di fiducia” di Salvatore Rinella. Infatti, secondo il gip Ciaccio avrebbe messo <<a disposizione della famiglia mafiosa di Trabia e del mandamento di Caccamo, rispettivamente rappresentati dai fratelli Rinella e da Antonino Giuffré, la propria carica amministrativa>> e avrebbe <<contribuito, pur senza farne parte, al rafforzamento e alla realizzazione degli scopi dell’organizzazione mafiosa Cosa Nostra>>.
L’ingegnere era stato nominato grazie ad << un amico di mio fratello>> ha detto Rinella, quando per accedere alla carica non era necessario superare un concorso <<… non è che…sempre…allora, non è che erano con concorsi!…allora, prendevano… ora invece entrano con i concorsi>>; poiché rispondeva a quelle esigenze di cui Cosa Nostra aveva bisogno. Ma anche per lui <<… se non ricevevano un input da parte della Famiglia di Trabia o da Cosimo PARRINELLA o da Totuccio RINELLA o da Mimmo RANCADORE, cioè, non si muoveva assolutamente niente dall’Ufficio Tecnico…>>.
Anche il Ciaccio <<avrebbe strumentalizzato la propria carica>>, secondo i magistrati, per <<favorire altri esponenti segnalati>> dal boss Salvatore Rinella. In tal modo Cosa Nostra accaparrandosi quegli uffici “nevralgici”si è assicurata il controllo di un settore vitale all’amministrazione comunale <<lucrandone enormi vantaggi da un punto di vista economico>> poiché poteva così <<ottenere condizioni favorevoli  nella stipulazione di contratti con l’amministrazione comunale, per la vendita di terreni al Comune, per lo stanziamento di fondi pubblici, per l’inserimento di terreni nell’ambito di più favorevoli previsioni del Piano regolatore generale del Comune>>. E’ esattamente in una di quelle riunioni (26 giugno 2002) che si tenevano nel deposito dei Rinella che gli inquirenti intercettano una conversazione tra Diego Rinella e Ciaccio in cui parlando di effettuare una modifica al piano regolatore dal Paese. Gli interessi in ballo sono molteplici, ma non si riesce a mettersi d’accordo sulla spartizione.
CIACCIO:-    eh…io non è che voglio dire che, in qualsiasi vicenda, posso avere ragione, o meglio che la ragione tutta sia dalla mia parte…non lo dico mai!…poi, ritengo di avere delle buone ragioni…
RINELLA:-    certo
CIACCIO:-    …per comportarmi in questa maniera
RINELLA:-    certo
CIACCIO:-    …e non voglio essere PAROLA INCOMPRENSIBILE, giusto?
RINELLA:-    certo….
CIACCIO:-    …però, dico…quando noialtri INCOMPRENSIBILE…quando noialtri discutiamo…quando noialtri...c'è un minimo di regola!
RINELLA:-    …certo
CIACCIO:-    …per dire, se noi parliamo a parole, si deve discutere a parole…
RINELLA:-    certo, certo…
CIACCIO:-    …se noialtri dobbiamo discutere a "Timbulate" ( schiaffi n.d.r.)…discutiamo a "timbulate"
RINELLA:-    certo, uno si deve regolare a secondo le circostanze!
CIACCIO:-    …se è con i coltelli, con i coltelli…se è con i mitra, con i mitra, con i mitra.
RINELLA:-    con le circostanze uno si….
CIACCIO:-    …se poi è un rapporto che non ha regole, come…come quello che c'è per ora al Comune, allora io mi corre l'obbligo di dire…eh, mi ribello, mi difendo INCOMPRENSIBILE…ora, siccome le persone interessate sono amici…guardo, il Sindaco che si sta comportando da…
RINELLA:-    no, ma che…
CIACCIO:-    …da emerito imbecille!
Nella discussione, piuttosto animata, il Ciaccio non protesta con il Rinella, anzi lo rassicura sulla sua disponibilità ("... io, non è che non sarei disponibile ad aprire certe maglie, ma come vogliono fare loro, come vogliono fare loro, significa aprire per tutti!....”). E sempre sul piano regolatore l’ingegnere fornisce altre informazioni del tipo: <<il Sindaco, è interessato in prima persona, perché ha terreno in cui vuole costruire…sua sorella deve costruire, sua cognata deve costruire, poi c'è il Dottore… coso che…che vuole costruire…>>
RINELLA:-    minchia, il casino c'è!
CIACCIO:-    Ponziano vuole costruire…tutti vogliono costruire!
RINELLA:-    un casino c'è là!
CIACCIO:-    poi…
RINELLA:-    troppa "vucciria" c'è…”
Lo spessore criminale di questo personaggio emerge anche in un altro contesto, quando il Ciaccio chiede al Francesco Virga, fratello del più noto Carmelo Virga, sei milioni di lire  per il rilascio di una autorizzazione a cui il Virga era interessato per la realizzazione di una strada di accesso al mare.

RINELLA:-    …Zio Ciccio, io…gli devo dare una notizia, che per telefono non gliela potevo dare…
VIRGA:-    Certo
RINELLA:-    …perchè, giustamente INCOMPRENSIBILE
VIRGA:-    No…
RINELLA:    quel cornuto di Ciaccio…la concessione…vuole sei milioni!
VIRGA:-    INCOMPRENSIBILE…la concessione in che senso?
RINELLA:    per farci passare questo coso e farci una carta di, di quel pezzo di terreno.

RINELLA:-    …perciò, un cornuto di questo, gli ho detto, non capisce che…che la deve fare passare….
VIRGA:-    Dinù, Dinù…nella vita certe cose non vanno in questa maniera…queste cose sono sempre esistite e sempre esisteranno….
RINELLA:-    Certo se glielo dici…
VIRGA:-    Aspetta…la gente…quando la gente non capisce, INCOPRENSIBILE…diamoglieli…non ci sono problemi, perché…è importante!

VIRGA:-    Però io cosa ti avevo detto?…diamogli questo PAROLA INCOMPRENSIBILE…te l'ho detto INCOMPRENSIBILE
RINELLA:-    ..A me sembrava assai, dargli…
VIRGA:-    Vabbè
RINELLA:-    INCOMPRENSIBILE voleva assai il cornuto…ma tu il padrone diventi, perché non è che gli pare che lui…
VIRGA:-    Una volta…una volta…noi altri su una cosa non dovevamo fare più niente…noi altri, solo che dobbiamo fare solo un discorso che è troppo importante!
RINELLA:-    …e poi viene vossia…come lui…noi altri, chiudendo l'argomento…
VIRGA:-    …io, venerdì, ti porto i soldi!
RINELLA:-    …e, e io INCOMPRENSIBILE
VIRGA:-    INCOMPRENSIBILE ti porto questi sei milioni…
Il Rinella è evidentemente rammaricato per la richiesta fatta dal Ciaccio, ma il Virga accetta pianificando le modalità di pagamento. Tre milioni vengono consegnati al Ciaccio, come è confermato da una conversazione intercettata, e gli altri tre milioni gli verranno dati in seguito. L’ingegnere, insomma, pretende un proprio tornaconto personale sotto forma di “tangente”. La prassi era questa, nel caso del Ciaccio, questi segnalava la necessità di eseguire lavori urgenti e affidava i lavori alla ditta dell’imprenditore vicino al Rinella. Al termine dei lavori ne attestava la “conformità”, la “regolare esecuzione” e la “congruità” del prezzo e per finire liquidava la somma al richiedente. E’ piuttosto chiaro come il Ciaccio fosse svincolato da qualsiasi forma di controllo. Questo gli permetteva di favorire gli interessi della “famiglia” a scapito di quelli pubblici.  A rilevarlo sarebbe anche il cosiddetto “libretto di misura delle lavorazioni e delle provviste” che contiene i risultati del rilevamento dei lavori eseguiti.
La lista delle persone che si adoperavano per l’organizzazione era parecchio lunga visto che il sindaco si serviva anche di uomini d’onore appartenenti a famiglie mafiose diverse da quella di Trabia. <<Non sorprende che nel corso di una conversazione intercettata il 13 aprile 2001 - scrivono i magistrati - Diego Rinella tracci assieme ad un consigliere comunale, Salvatore Caragliano, ed alla presenza di terzi, un elenco di soggetti a loro completa disposizione>>. Si legge nell’ordinanza che <<l’elenco comprende la quasi totalità dei soggetti che rivestono incarichi politici e amministrativi nell’amministrazione comunale ed in particolare oltre ai già menzionati Giuseppe Di Vittorio, Giovanni Ciaccio, Filippo Cordone (avvocato del Comune) introdotto dal Rinella stesso << l'ho fatto entrare io la dentro….>>. Anche Giuseppe Cordone (componente capo della commissione edilizia) ha ammesso il boss <<è cuosa nostra>>. Altro personaggio chiave, sempre secondo le dichiarazioni di Giuffré, è Cosimo Parrinella, di professione geometra che in passato aveva già avuto guai con la giustizia. Bene. Lui, secondo il Giuffré, avrebbe fatto da intermediario tra i mafiosi e gli amministratori. <<PARRINELLA ed io - racconta il pentito - in modo particolare, ho pilotato su di lui diversi lavori, tra cui la fognatura di Trabia, che glielo ho fatta prendere assieme al costruttore PATTI di Palermo; la sistemazione di un torrente in territorio di Trabia; il rifacimento di una strada in territorio di Trabia, che saliva verso Sant’Onofrio…>>. <<Era la persona che portava avanti…gli appalti pubblici>>. A dare una mano a Salvatore Rinella c’era anche Mario Conti, residente a Terranova, in provincia di Messina, indicato come “una mia persona”  e che Antonino Giuffrè cita spiegando che sin dal 19 giugno 2002, questi oltre a mettere a disposizione del boss un appartamento in via Dante a Palermo, avrebbe svolto il ruolo di “mediatore” permettendo al boss, allora latitante, di comunicare con i suoi sodali. Questi era stato il suo “tramite” non solo nei rapporti con tal Salvatore Giuffrè, contribuendo a trovare una soluzione ai problemi che erano insorti in un lavoro a Termini Imerese, ma anche permettendo al grande boss di mantenere lo scettro del comando.

Il boss cerca casa
“Uomo di fiducia” dei fratelli Rinella è Salvatore La Barbera. A lui sono stati affidati ruoli “delicati” e di “estrema responsabilità” quali la gestione di latitanti di spicco come quella del suo stesso capofamiglia Salvatore Rinella. Infatti in tutte le vicende giudiziarie che l’hanno coinvolto il La Barbera è stato sempre al suo fianco. Sulla sua caratura mafiosa si è soffermato a lungo nelle deposizioni anche Antonino Giuffré che l’ha definito <<personaggio di spicco>> della famiglia di Trabia e anche l’unico di cui Giuffrè si fidasse.
“Conformemente” alle regole di Cosa Nostra il La Barbera si è sempre preoccupato di corrispondere del denaro alle famiglie degli affiliati detenuti (prima fra tutte alla famiglia di Salvatore Rinella durante la sua latitanza) e delle spese legali del Rinella perfino dopo la sua scarcerazione <<e l’avvocato l’ha pagato …poi gliel’ha dato i soldi all’avvocato>>? chiedeva il Rinella!
Fedele al suo “leader” del quale riconosceva l’autorità mafiosa La Barbera chiedeva la sua autorizzazione ogni volta che doveva assumere un nuovo lavoro, come quello con l’imprenditore Salvatore Buttitta che un giorno aveva chiamato la Calcestruzzi SID “raccomandando” il La Barbera per una fornitura di cemento. La Barbera si sarebbe occupato anche di recapitare alcuni “pizzini”.
A favorire la latitanza del “grande capo” di Trabia erano anche Giovanni La Barbera e la moglie Rosanna Modica “organici” alla famiglia di Trabia. Sono stati loro a mettergli a disposizione un’abitazione di loro proprietà ubicata in via Pitrè a Palermo e poi quella di Corso Calatafimi. In particolare, Giovanni La Barbera era il “postino” del boss e si preoccupava di consegnare i cosiddetti “pizzini”.

A lezione di bon ton


Coinvolto nell’inchiesta anche il costruttore Innocenzo Ponziano che conosceva e aveva rapporti con i Rinella e rivestiva una posizione di “primo piano” nella gestione dei contatti illeciti con il Comune. Il 17 novembre 2001 un’intercettazione rivela il ruolo del Ponziano quale braccio operativo della “famiglia”. <<Il RINELLA incarica infatti il PONZIANO di recarsi in un cantiere ove sono in costruzione sedici villini per imporre ai titolari dell’impresa la fornitura di materiale>>.  Ancor di più il Rinella Salvatore in una lettera indirizzata a Innocenzo Ponziano fa riferimento ad un lavoro da realizzare in alta Italia, nel settore degli autotrasporti; a tal proposito il Rinella ribadisce al Ponziano che nel caso i cui il lavoro venisse accettato, si doveva inserire “un amico”. Il un’altra occasione il boss, in una lettera indirizzata al Ponziano, gli dà lezioni di mafia, dettando una serie di disposizioni su “come” e “a chi fare favori”. Proseguendo nelle sue istruzioni gli spiega di poter agire in autonomia, fatto salvo comunque tenerlo informato “previo il mio assenso”, sapendo riconoscere che quando ci si trova di fronte ad una persona “degna” le si può far avere il privilegio di ottenere quanto richiesto. <<…più avanti Ti diro io A chi devi fare qualunque cortesia senza chiedere neanche se io lo so,  anche se rimane sempre il fatto che subito dopo mi devi mettere al corrente...>>. Ponziano spesso veniva impiegato anche come “mediatore”, per esempio, un periodo era stato incaricato di fungere da intermediario con l’allora capo della famiglia mafiosa di Sciara Rosolino Rizzo.

Solo un ricambio di “cortesie”

A svolgere una intensa attività sotto “l’ombrello protezionistico” del sodalizio mafioso è anche l’imprenditore Andrea Anello, titolare di un’impresa di movimento terra e trivellazione a Caccamo che, prestandosi alle esigenze dell’organizzazione, otteneva in cambio l’assegnazione di lavori.
A suo carico vi sono diversi elementi compromettenti tra cui le dichiarazioni di Antonino Giuffrè che ha definito le sue vicende economiche “condizionate” completamente dalle direttive del mandamento di Caccamo. Il primo interrogatorio del Giuffrè in cui l’Anello viene menzionato scaturisce dall’analisi di uno dei pizzini trovati addosso al collaboratore al momento del suo arresto in cui si legge: <<Quelli di Termini ci hanno richiamato dicendo che sono (siddiati) volevano sapere se io ho pagato Caccamo. Io ho risposto che a Caccamo non ho pagato. Si lamentano che Caccamo non si è fatto sentire, domenica sera mi vogliono rivedere tanti saluti e abbracci dal tuo caro>>. Quando il pubblico ministero ha chiesto chi fosse “questo” Andrea Anello Giuffrè ha risposto: << E’ un poveraccio che lavora e basta.>>, <<io a questo ANELLO, lo conosco da quando eravamo bambini. Quando in campagna mia ho avuto qualche cortesia me l’è venuta a fare e soldi non se n’è presi mai, mi sembra anche logico che nel momento in cui lui ha di bisogno io ricambio la sua cortesia>>.
E’ per questo - ricorda Giuffrè - che aveva appoggiato l’imprenditore per l’affidamento di un subappalto con tutti i vantaggi economici di cui ha potuto usufruire grazie a Cosa Nostra. <<E poi, un bel momento io ho preso posizione a favore di Anello…Poi non so, giustamente come è andata a finire>>.
Ma, prima ancora che Giuffrè cominciasse a collaborare il ruolo dell’Anello era stato ampiamente delineato da Giuseppe Panzeca, Loreto Di Chiara e Antonino Baratta. Anche Bruno Campomaccio aveva parlato di Anello come <<vicino al GIUFFRE’,  mafioso di Cacciamo>>, mentre il collaboratore Salvatore Lanzalaco aveva affermato: <<ricordo di averlo visto a Caccamo in alcune riunioni di lavoro con PANZECA Giuseppe e CIACCIO Giorgio (medico all’Ospedale Cervello di Palermo vicino alla famiglia mafiosa di Caccamo)>>. E Pietro La Chiusa lo definisce come <<persona a disposizione delle famiglie mafiose di Caccamo e Termini Imprese>>. Esplicite anche le dichiarazioni di Barbagallo: <<l’ho conosciuto nell’88/89 quando cioè il Franz GORGONE affidò in subappalto a PRIOLO e PANZECA taluni lavori presso la discarica di Bellolampo e in quell’occasione l’ANELLO mise loro a disposizione la sua pala meccanica. Preciso che tale pala, in realtà, non doveva essere utilizzata ma sostare in cantiere per poi presentare la fattura di fittizi lavori svolti con la stessa>>.
E’ stata appurata la sua vicinanza anche a molti esponenti del mandamento locale da Giuffré a Puccio Giovanni, da Guzzino Diego a Intile Giuseppe, Colletti Filippo ed altri.
Un altro degli arrestati, e anche l’unico che mancava all’appello, è Antonino Militello. Fiancheggiatore del Giuffrè e anche uno dei suoi prestanome, per suo conto avrebbe riciclato anche grosse somme di denaro.
In una lettera datata 27 dicembre 2001 emerge il particolare rapporto di confidenza tra il Giuffrè e il Militello
Questo il testo: <<Caro Nino, noi stiamo tutti bene così spero tu ed i tuoi. Caro Nino a Mongerbino ci sarebbe la villa del povero dottor Comparetto dove però ha lo stesso ingresso il fratello che abita in una villa sottostante. Io sono in ottimi rapporti con la vedova e penso che l’affitterebbe senza contratto per i quattro mesi estivi…>>, il Militello informava Giuffrè sulla possibilità di andare a trascorrere la
latitanza dalle parti di Mongerbino.
Inoltre, spiega Giuffrè che quando doveva spostarsi per i suoi incontri con Rinella, durante la sua latitanza <<mi servivo di Nino MILITELLO  e qualche volta anche del fratello Franco.>>, <<non avevo bisogno di contattare perché nel momento in cui ho usato la casa di via Cerda diciamo che ero a casa loro…>>.
Nell’elenco degli arrestati anche Salvatore Buttitta al quale sono stati concessi gli arresti domiciliari per via dell’età. Originario di Bagheria, Buttita è l’imprenditore titolare di cave a Bagheria, Trabia e ad Altofonte. Personaggio in stretto contatto con i fratelli Rinella, con Salvatore in particolare, poi, dopo il suo arresto, con Diego è legato da lungo tempo alla famiglia mafiosa di Bagheria, in particolare a Leonardo Greco, Nicolò Eucaliptus e Nino Gargano. Ma non solo. Pare che abbia avuto rapporti stretti anche con il vertice di Cosa Nostra, con Bernardo Provenzano in persona e con Giuseppe Lipari.
Queste “amicizie” importanti gli hanno permesso di acquisire una posizione di predominio nel settore economico di competenza diventando il fornitore principale di materiale da costruzione per le imprese edili di Bagheria e Altofonte (anche qui ha aperto un’attività analoga di estrazione di inerti e fornitura degli stessi alle imprese edili) grazie all’appoggio della cosca locale. Estendendo poi la sua influenza economica nel mandamento di Caccamo (in particolare nei comuni di Termini Imprese e Trabia attraverso esponenti di rilievo quali Gaeta Giuseppe e Di Chiara Loreto). Il Buttitta, oltre a questi collegamenti, avrebbe svolto un’importante funzione di “raccordo” tra il mondo imprenditoriale e politico di Bagheria ed il Provenzano. Avrebbe poi fornito dell’esplosivo di cui aveva avuto il possesso per via della sua attività estrattiva e utilizzato, secondo diversi collaboratori, per la realizzazione di alcuni attentati. Tant’è che la cava di sua proprietà a Bagheria sarebbe stata utilizzata in molte occasioni come punto di incontro di esponenti di rilievo in seno a Cosa Nostra a dimostrazione della totale fiducia che godeva l’imprenditore all’interno del vertice dell’organizzazione. Un primo riferimento di rilievo su questo personaggio è costituito dalle dichiarazioni di Pietro La Chiusa durante l’interrogatorio del 7 agosto 1999: <<“(omissis) per avere la fornitura del pietrame, pietrame di... cioè c'era la scogliera da fare pure... di tutta la fornitura di questa pietra, eravamo andati a parlare con BUTTITTA e BUTTITTA... questo ci ero andato io a parlare...
PUBBLICO MINISTERO - Aveva la cava, no?
LA CHIUSA - Si, BUTTITTA aveva il problema che aveva la cava chiusa, poi BUTTITTA non conoscendomi bene ha voluto parlare con Baratta, perché il BUTTITTA col Baratta si conoscono da una vita, anche perché il Baratta Antonino gli faceva i trasporti con la pietra... Baratta Antonino e Baratta Pietro e Filippo, gli facevano i trasporti da Bagheria alla S.A.I.L.E.M. alla S.A.I.L.E.M. per quanto riguarda il porto di Termini Imerese, gli forniva... il BUTTITTA gli forniva la pietra, perciò si conoscevano da molto tempo, anche perché avevano dei rapporti di... quando gli bisognavano i camion a BUTTITTA chiamava ai Baratta, perciò erano molto amici.
Mentre è l’ex ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra Angelo Siino a ricostruire la rete di legami che il Buttita aveva con il “vertice” e con il Provenzano, suo “socio”occulto sia nella cava di Bagheria che in quella di Altofonte. << Ho conosciuto BUTTITTA come imprenditore di Bagheria, titolare di una cava da lui gestita negli anni ‘70. Avevo sentito in precedenza parlare dello stesso come gestore di un cava a Bagheria e dovendo acquistare degli inerti per eseguire un lavoro a Petralia mi rivolsi a mio zio SALVATORE CELESTE, capo della famiglia mafiosa di San Cipirello,; questi mi mandò dal capo del mandamento di Bagheria ANTONIO MINEO, che mi fece capire che il BUTTITTA era un imprenditore “a disposizione” di cosa nostra senza però essere uomo d’onore>>. Rapporti confermati anche dallo stesso Ciro Vara, anche se le dichiarazioni più approfondite sono senza dubbio quelle rese da Antonino Giuffrè. <<Lo conosco da circa 15 anni>> ha detto Giuffrè <<Le prime volte che l’ho conosciuto è stato nel suo ufficio …vicino alla cava di Bagheria>> in poche parole << Diciamo che Totò BUTTITTA è una di quelle persone che ha iniziato da niente, da giovane era in mezzo alla strada come si suole dire, però è stata sempre una persona molto intelligente, furba…. ha saputo scegliere le sue amicizie e queste gli hanno permesso di farsi una posizione sociale ed economica.>> La sua carriera ha avuto inizio con Leonardo Greco, entrambi <<erano in mezzo ‘a strata>>. È stato lui a presentargli Bernardo Provenzano e successivamente <<il Leggio Giuseppe di Corleone>>. Ma questa alleanza ad un certo punto va a scemare, infatti, il Buttitta, da tempo vicino a Provenzano ed al vertice della famiglia di Bagheria, si allontana avvicinandosi sempre più agli esponenti del mandamento di Caccamo aprendo un impianto nuovo a Trabia e a Termini Imerese. Tant’è che alcuni esponenti di Bagheria hanno fatto sapere al Giuffrè e al Rinella che il Buttitta non doveva essere più considerato esente dall’imposizione del pizzo.
Analizzando tutta la vicenda nella sua complessità secondo gli inquirenti <<appare assolutamente evidente il totale assoggettamento dell’amministrazione comunale di Trabia agli interessi della famiglia mafiosa locale ed agli interessi dei fratelli RINELLA in particolare>>.
Purtroppo il caso di Trabia, non è isolato. Le inchieste recenti hanno messo in luce sempre più spesso l’esistenza di questo intreccio. Sicuramente il commento fatto dal procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso è quello che maggiormente dà la dimensione della gravità di questa vicenda: <<Gli uomini di Cosa Nostra si infiltrano nelle amministrazioni comunali tanto da gestire direttamente le attività economiche e politiche di un paese. E tutto ciò si ripercuote nella politica, da quella locale fino a  quella regionale e nazionale>>.



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I boss facevano il tifo
per Forza Italia


Dalle intercettazioni ambientali e telefoniche è emerso che i boss avevano “sponsorizzato” nelle elezioni politiche del 2001 la campagna elettorale per il noto avvocato penalista Nino Mormino (legale del boss Rinella ndr) poi eletto alla Camera dei Deputati nelle liste di Forza Italia.
I boss “speravano” nella elezione di Nino Mormino. In una conversazione tra Diego e Pietro Rinella e l’allora primo cittadino Di Vittorio <<U sai chi si acchiana “Forza Italia” aviemu l’uomo giustu o puostu giustu…>>(Lo sai che se vince Forza Italia avremo l’uomo giusto al posto giusto). <<Nca ciertu, chi fa scherzi?>>(certo, scherzi?). << Se “ Forza Italia” va al governo, comu ci avissa a ghiri… e l’avvocato mio acchiana, problemi non ce ne sono>>  (Se Forza Italia va al governo, e dovrebbe riuscirci, il mio avvocato verrà eletto e problemi non ce ne saranno). Uno dei fratelli Rinella racconta della decisione presa di “avvicinare” le persone più fidate, i”cristiani” e “quelli stretti stretti” cioè quelle ancora più vicine per non correre il rischio che si sappia che Cosa Nostra appoggia Mormino << allora ci moviamo… con riservatezza ma con… così non facciamo… però con riservatezza ma come merita lui…>>. Si legge nell’ordinanza: <<Dalla conversazione emerge che il sindaco si accredita quale “nuncius” e cliente del penalista di Forza Italia e chiede ai Rinella di attivarsi per fornire in maniera discreta l’appoggio elettorale al candidato a Trabia "nei paesi chiddi chi canusciemu...". I capimafia si sarebbero dati da fare per farlo eleggere. Ma, spiega il pm Lari: <<E’ possibile che le cosche abbiano appoggiato Mormino a sua insaputa>>, poiché <<anche questo fa parte della strategia di Cosa Nostra>>, infatti <<è ovvio che l’organizzazione criminale punti a dirottare le proprie preferenze sui candidati che possono avvicinarsi il più possibile alle loro strategie, alle loro esigenze. Questo può succedere pure in assenza della consapevolezza del candidato stesso>>. <<In ogni caso – ha aggiunto il pm – se Cosa Nostra deve scegliere tra un fustigatore della mafia e uno un po’ più garantista, ovviamente sceglierà quello garantista…>>.
E’agli atti dell’inchiesta il tentativo dei boss di ostacolare il deputato diessino Giuseppe Lumia che alle elezioni del 2001 si era presentato nel collegio in cui rientrava anche Trabia. Dalle intercettazioni gli inquirenti hanno sentito l’odio della mafia per <<quei cornuti della sinistra>>, in particolare nei confronti del deputato Giuseppe Lumia (all’epoca presidente della commissione antimafia) il cui ruolo ostacolava le mire dei mafiosi.



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Imprenditore suicida


Si è suicidato nel carcere Pagliarelli l’imprenditore Andrea Anello accusato di associazione mafiosa. L’uomo si è tolto la vita lo scorso 19 febbraio mentre si trovava detenuto in isolamento presso il carcere Pagliarelli. Gli agenti della polizia penitenziaria l’hanno trovato impiccato con un lenzuolo ad una sbarra della cella. Molto legato al boss Nino Giuffrè, come lo stesso pentito ha affermato, gli avrebbe fatto avere lavori in subappalto e lo avrebbe protetto dalle richieste di estorsione. A suo carico anche le accuse di altri collaboratori di giustizia, da Lanzalaco a Capomaccio, da Chiusa a Barbagallo. Ascoltato dal gip Anello aveva cercato di respingere le accuse che gli erano state mosse.



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MAFIA: SI COSTITUISCE IL BOSS MEDICO


4 marzo 2006

Palermo. Vincenzo Pandolfo, medico trapanese, latitante da 15 anni, si è costituito nel carcere di Pagliarelli. Secondo quanto detto dal reo ai poliziotti del penitenziario il quarantasettenne si è recato da solo e con un autobus, nel carcere. Cosa poco credibile per i magistrati e per gli investigatori che vogliono capire la  scelta di costituirsi del Pandolfo, visto che questo godeva della protezione del capomafia di Trapani, Matteo Messina Denaro, considerato uno dei boss più vicini all’ex superlatitante Bernardo Provenzano. Il medico aveva iniziato la sua latitanza nel 1991  ed era inserito nell’elenco dei 500 latitanti più pericolosi d’Italia. Inoltre gli inquirenti sospettano che Pandolfo abbia trascorso questi anni di latitanza, proprio con Matteo Messina Denaro.
Vincenzo Pandolfo  era già stato condannato per associazione mafiosa in quanto  ritenuto il capomafia di Partanna e medico personale di Francesco Messina Denaro,  padre del boss ricercato Matteo. La condanna che il boss medico deve scontare è di 9 anni per mafia con sentenza definitiva, ma è stato assolto dall’accusa di omicidio contestatagli nel maxiprocesso “Omega” alle cosche trapanesi. I magistrati  e gli agenti della squadra mobile di Trapani si sono recati nel carcere di Pagliarelli per interrogarlo, ma il boss  si  sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere davanti al PM  della DDA di Palermo, Roberto Piscitello.
È stato subito  chiaro, comunque, quanto la latitanza abbia provato il boss stanco e invecchiato.
Magistrati e investigatori attendono la decisione di parlare del Pandolfo per avere un quadro più chiaro di tutta la faccenda, così strana ed ambigua.
Nelli Scilabra



LA CASSAZIONE ANNULLA IL PROCESSO PRINZIVALLI
26 aprile 2006


Palermo. La Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione dell’ex procuratore di Termini Imerese, Giuseppe Prinzivalli, pronunciata nell’ottobre del 2004. La sentenza del 2004 non era dunque il capitolo finale della lunga saga giudiziale dell’ex procuratore accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
In pensione dal 1998 Prinzivalli, prima di diventare procuratore di Termini Imerese, è stato sostituto procuratore a Palermo e ha presieduto il maxi processo-ter, stralcio del primo grande processo a Cosa Nostra.
L’inchiesta nei suoi confronti è stata aperta nel 1995, a seguito di alcune dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui Gaspare Mutolo e Giuseppe Marchese che, lo indicavano come una persona “avvicinabile” dagli uomini di Cosa Nostra. E non finisce qui. Secondo il pentito Salvatore Cancemi da quando fu sostituto procuratore di Palermo,sino alla sua nomina alla corte d’Assise, Prinzivalli avrebbe “aggiustato” numerosi processi in favore dei boss mafiosi. Tra questi i collaboratori hanno menzionato anche la sentenza del terzo maxi processo con la quale furono assolti Salvatore Riina e Michele Greco. Le indagini dei magistrati di Caltanissetta riguardarono anche il patrimonio dell’ex procuratore poichè “il tenore di vita è risultato sproporzionato rispetto al suo reddito”.
Le sentenze non hanno tardato ad arrivare: condanna in primo grado a dieci anni di reclusione, in secondo grado a otto. Il procedimento fu annullato con rinvio della Cassazione nel 2002.
Nel 2004, dopo quindici anni di indagini e processi, Prinzivalli è stato poi annullato ma la Procura generale di Caltanissetta fa fatto ricorso. Adesso la quinta sezione della Cassazione ha decretato l’annullamento della sentenza di assoluzione; annullamento di cui non si conoscono ancora le motivazioni.
Prinzivalli, che ha sempre negato di aver mai prestato acquiescenze o disponibilità alle richieste dei boss, giunge così al sesto processo che verrà celebrato a Catania.
Saranno i magistrati catanesi a pronunciare una sentenza definitiva?
Elena Piazza



DIECI INSOSPETTABILI IMPRENDITORI; DIETRO DI LORO L’OMBRA DEL BOSS LO PICCOLO
1 marzo 2006


Palermo. Antonino Inzerillo, Giuseppe Prati, Salvatore Gottuso, Andrea e Antonino Cusimano, Filippo Zito, Benedetto Salamone, Filippo Cinà, Francesco Di Blasi e Pietro Landolina tutti insospettabili imprenditori e prestanome del boss latitante da 23 anni Salvatore Lo Piccolo. E’ quanto asseriscono la questura ed il Gico della Guardia di Finanza al termine di una meticolosa indagine che ha portato al sequestro a tutti e dieci gli imprenditori di beni per un ammontare complessivo di 334 milioni. Fondamentale l’apporto di alcuni collaboratori di giustizia. Un tesoro gestito indirettamente dal boss Lo Piccolo e composto da una villa del Settecento, più di cento villette a schiera in costruzione allo Zen, una casa di riposo, svariate aziende, conti correnti, società immobiliari, appartamenti e terreni, polizze vita, fondi di investimento e automezzi. I fedelissimi di Lo Piccolo erano già stati arrestati nell’ambito di una maxioperazione dello scorso anno. Affinché l’azione di contrasto alla mafia sia incisiva è fondamentale colpire Cosa Nostra al cuore, nelle sue ricchezze. Secondo il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato <<viviamo un passaggio importante nella storia della mafia; il solo arresto non basta più, bisogna intervenire immediatamente anche sui patrimoni. L’azione giudiziaria che si muove esclusivamente sul piano degli arresti è ormai inutile. Dopo le stragi del ’92 era una strategia necessaria, ora bisogna operare una sorta di riconversione culturale>>.
Dora Quaranta



OMICIDIO BEPPE ALFANO: CONDANNA DEFINITIVA PER IL KILLER. ORA TOCCA AI MANDANTI OCCULTI.
28 aprile 2006


Messina. Ventuno anni e sei mesi ad Antonio Merlino, ritenuto il killer del giornalista Beppe Alfano. Questo il verdetto definitivo emesso ieri dalla I sezione della Corte di Cassazione. Merlino ha deciso di costituirsi presentandosi questa mattina direttamente presso la casa circondariale di Gazzi. Alfano era il corrispondente de “La Sicilia” e fu ucciso sotto la sua abitazione a Barcellona Pozzo di Gotto la sera dell’8 gennaio del 1993 con una pistola calibro 22. Con la condanna della Cassazione si conclude un lungo e tortuoso processo durato più di 13 anni. Il 15 maggio del 1996 è la Corte d’Assise di Messina a condannare in primo grado Merlino a 21 anni e 6 mesi. Il 6 febbraio del ’98 la sentenza è confermata in Appello, ma la Cassazione il 22 marzo del ’99 interviene con l’annullamento della condanna per difetto di motivazione rinviando gli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria. In questo stesso verdetto della Cassazione del ’99 però i giudici supremi sanciscono la pena definitiva a 30 anni al boss Giuseppe Gullotti, reggente della cosca barcellonese, che ordinò l’uccisione del cronista secondo quanto dichiarato dai collaboratori Santino Di Matteo, Maurizio Avola, Luigi Sparacio, Salvatore Surace e Olando Galati Giordano. Il 17 aprile 2002 la Corte d’Assise d’Appello di Reggio sancisce l’assoluzione per Merlino con formula dubitativa a causa della mancanza di riscontri necessari alle dichiarazioni del testimone oculare Maurizio Bonaceto. Il 17 febbraio del 2004 la Cassazione interviene nuovamente con l’annullamento dell’Appello ed un rinvio degli atti a Reggio Calabria. Il 19 aprile 2005 ecco che in Assise finalmente viene accolta la tesi dell’accusa e condannato Merlino a 21 anni e 6 mesi. Ieri la conferma della Cassazione accolta con piena soddisfazione dai familiari del cronista. <<Ma adesso vogliamo sapere i nomi dei mandanti occulti>> ha commentato la signora Mimma Alfano. Il legale della famiglia del giornalista si dice convinto che la Dda di Messina sia già in possesso di tutti gli elementi per contestare il delitto associativo <<ai vertici dell’establishment mafioso regnante a Barcellona, in sintonia con Nitto Santapaola, all’epoca del delitto>> e sia in grado di <<muovere da lì per la definitiva individuazione del movente e dei mandanti sopraordinati all’ala militare di Cosa Nostra>>.
Dora Quaranta


ANTIMAFIADuemila N°48
 
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  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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