| RASSEGNA STAMPA n°49 |
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ROBERTO CALVI “ERA LA PERSONA GIUSTA” 10 maggio 2006 Roma. Lo scorso 10 maggio il collaboratore di giustizia trapanese Vincenzo Calcara è stato interrogato dai pm romani che indagano in merito alla morte del banchiere dell’Ambrosiano Roberto Calvi. Calcara ha riferito di avere portato nello studio del notaio romano Salvatore Albano 10 miliardi di vecchie lire a monsignor Paul Marcinkus, ex presidente della Banca vaticana dello Ior. Soldi che sarebbero appartenuti al capomafia trapanese Francesco Messina Denaro. Della vicenda Calcara ne aveva già parlato nel 1992 al giudice Paolo Borsellino che aveva preso appunti su una agenda con l’intendo di verbalizzarli. Il pentito di mafia ha detto anche di avere incontrato Roberto Calvi e di aver saputo dal capomafia Michele Lucchese che Calvi <<teneva i soldi di tutte le famiglie di Cosa Nostra>> e che <<era la persona giusta>> per rinvestire il denaro dell’organizzazione in Sudamerica, ai Carabi, in Venezuela. Il collaborante si è soffermato su tutte le fasi che hanno preceduto e seguito la consegna del denaro: dal viaggio a Milano che avrebbe fatto con il maresciallo Donato al loro arrivo a Roma, dove ad attenderli c’erano 3 macchine scure di grossa cilindrata che hanno imboccato la Cassia diretti all’abitazione del notaio dove sarebbe avvenuto l’incontro. Calcara riferisce sul suo conto che era <<il fiore all’occhiello>> di Cosa Nostra. L.B. PROCESSO PRINZIVALLI TUTTO DA RIFARE 17 maggio 2006 Roma. Gli indizi sono gravi sull’ex giudice Prinzivalli assolto nell’appello bis dall’accusa di aver favorito Cosa Nostra. Il 16 maggio scorso sono state depositate le motivazioni del perché il terzo processo d’appello all’ex giudice Prinzivalli va rifatto. Secondo la Suprema Corte il giudice avrebbe concretamente fornito sostegno alla mafia ritoccando il verdetto "Carnevale" e avrebbe elaborato una giurisprudenza volutamente opposta a quella di Giovanni Falcone. Infatti il processo "maxi-ter" presieduto da Prinzivalli – che velocizzava molto i tempi del dibattimento strozzando le richieste della pubblica accusa e venendo incontro a quelle del boss Michele Greco che platealmente plaudiva – si sarebbe concluso prima del "maxi-uno" basato sul teorema Buscetta. In tal modo Cosa Nostra avrebbe potuto contare su una sentenza di piena assoluzione dei capimandamento che opponeva principi di diritto nettamente contrastanti con quelli affermati dal giudice Falcone. La Suprema Corte ha deciso che Prinzivalli dovrà tornare a fare i conti con l'originaria accusa per la quale in primo grado era stato condannato a 11 anni di reclusione. Poi in appello sono diventati otto. L’8 ottobre 2004 la Corte di Appello di Caltanissetta ha annullato completamente il parziale annullamento con rinvio della Cassazione avvenuto nel 2003. Adesso, su ricorso della Procura nissena – interamente condiviso dai supremi giudici – il processo a carico del giudice sospettato di aver aggiustato i processi ai mafiosi riprenderà e sarà spostato davanti alla Corte di Appello di Catania. Marco Cappella MAXI PROCESSO MARE NOSTRUM 19 maggio 2006 Messina. Lo scorso 18 maggio i pm della Dda Emanuele Crescenti, Fabio D’Anna e Rosa Raffa di Messina, hanno richiesto l’ergastolo per il boss Giuseppe Gullotti di Barcellona Pozzo di Gotto imputato al maxiprocesso Mare Nostrum sulle cosche mafiose della zona tirrenica e dei Nebrodi. Tempo addietro il presidente della corte d’assise Salvatore Mastroeni aveva separato la posizione di Gullotti dal troncone principale del procedimento perché aveva richiesto l’applicazione della legge Cirami. Ma la Cassazione l’aveva respinta. Secondo i magistrati Gullotti deve rispondere come capo riconosciuto dell’associazione mafiosa dei Barcellonesi, (dagli accordi di Favoscuro del 1987 e fino all'omicidio Alfano), in quanto «uomo d'onore» affiliato a Cosa Nostra, e degli omicidi di Sergio Bivacqua e Iannello-Benvenga. Invece per quel che riguarda i delitti di Siracusa e Marchetta l'accusa ha chiesto l'assoluzione con la formula «per non aver commesso il fatto». Secondo i pm per tali reati non sono state riscontrate le dichiarazioni del pentito tortoriciano Orlando Galati Giordano. Con l’udienza del 18 maggio celebrata nell'aula "Calipari" di Marisicilia e la richiesta dell’ergastolo al boss Giuseppe Gullotti, la requisitoria dell'accusa al maxiprocesso Mare Nostrum può considerarsi conclusa. L’11 novembre del 2005 dopo dieci lunghe giornate passate in aula si concluse la parte piu’complessa con: 31 richieste d'ergastolo, oltre mille anni di carcere e 106 assoluzioni, per i 270 imputati. Marco Cappella PREMIO INTERNAZIONALE “ROSARIO LIVATINO” 18 maggio 2006 Catania. Il premio internazionale "Rosario Livatino all'impegno sociale 2006" è stato conferito all'Avvocato generale dello Stato dott. Salvatore Di Landro. La consegna del riconoscimento è avvenuta nel corso di una solenne cerimonia, davanti a un folto pubblico a Mascali (CT). Questo premio conferma l'impegno del magistrato Di Landro che, nel corso della sua lunga carriera, ha ricoperto brillantemente numerosi incarichi. Pretore a Melito e Reggio, quindi consigliere presso la Corte d'appello di Reggio e sostituto procuratore generale, in atto Salvatore Di Landro esercita le funzioni di Avvocato generale dello Stato e continua a svolgere le funzioni di Pm in numerosi processi davanti la Corte d'assise d'appello di Reggio. Ma.C. CIRO VARA AL PROCESSO ITACA BOB CAT 20 maggio 2006 Milano. Nel corso di un’udienza del processo <<Itaca Bob Cat>> che si è celebrata in trasferta nell’aula bunker di Milano è stato interrogato il collaboratore di giustizia Ciro Vara. L’ex boss di Cosa Nostra ha parlato delle attività della famiglia mafiosa nissena e dalla disponibilità di killer che quest’ultima dava alle famiglie mafiose di altre province. Ha poi raccontato che nell’agrigentino fu incoronato “Toto U Curtu”. Ci fu una riunione della commissione regionale ed erano rappresentate tutte le provincie e Riina ottenne il beneplacito dai vari rappresentanti provinciali. In quella occasione Ciro Vara era stato l’accompagnatore del rappresentante nisseno Piddu Madonia.Del quale il collaboratore di giustizia ha parlato a lungo dicendo anche che ad un certo punto pensò di abbandonarlo creando un nuovo gruppo nel Nisseno. Madonia intuì la cosa e decreto la condanna a morte dello stesso Vara. La vicenda è stata svelata dal collaboratore di giustizia Antonino Giuffre’ il quale conoscendo Vara si impegnò affinché intervenisse Bernardo Provenzano per tranquillizzare gli “animi”. Poi accadde che Vara e Madonia si riappacificarono. Ma.C. TORNA IN CARCERE IL BOSS GAETANO FIDANZATI 21 maggio 2006 Palermo. Il 20 maggio scorso i poliziotti del Commissariato hanno arrestato Fidanzati Gaetano che stava scontando agli arresti domiciliari per problemi di salute. Lo storico boss palermitano del rione Vergine Maria Acqua Santa con numerosi precedenti penali, associazione mafiosa e traffico di sostanze stupefacenti è stato condotto alla casa circondariale “Pagliarelli” in attesa che venga scelta la casa lavoro dove dovrà scontare la pena di 1anno. Il boss è stato in passato coinvolto in numerosi traffici illeciti, in particolare di sostanze stupefacenti che hanno interessato varie zone del territorio nazionale tra cui Milano, Napoli e Venezia. Alcuni anni fa proprio da Venezia era partito l’ultimo provvedimento di custodia cautelare per una condanna a sei anni. Fidanzati stava finendo di scontare una condanna a 12 anni inflitta nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Poi fu scarcerato per problemi di salute. Mariantonietta Morelli PROCESSO “GHIACCIO”: ARRIVANO LE CONDANNE IN APPELLO 25 Maggio 2006 PALERMO – Pugno di ferro della Corte d’appello nel corso del processo “Ghiaccio”. Solo quattro assolti , per un totale di 57 condanne per oltre due secoli di carcere a tutto il clan guidato dal boss Giuseppe Guttadauro. L’invito alla dissociazione invocato dal Procuratore generale Raimondo Cerami non è stato accolto, e gli avvocati dei boss rispondono negando nuovamente l’appartenenza dei clienti a Cosa Nostra. Così dopo quattro ore di camera di consiglio, la Corte ha decretato. Il boss Giuseppe Guttadauro, seppur con un lieve sconto di pena per lui e la sua famiglia, è stato condannato passando da 14 anni e 8 mesi a 13 anni e 4 mesi. Da due anni e dieci mesi ad un anno e otto mesi per la moglie Giuseppa Greco e il figlio Francesco Guttadauro. Assolti i tre commercianti Antonino Anello, Benedetto Martorana e Antonino Testa, accusati di favoreggiamento per non aver ammesso di aver pagato il pizzo, e assolto pure Gregorio Marchese, figlio di Filippo detto “Milinciana” boss di corso dei Mille, ucciso negli anni ‘80. Marchese che aveva già scontato i tre anni e quattro mesi inflitti in primo grado, si vede così cancellata la pena dalla fedina. Per il resto è stato confermato tutto l’impianto accusatorio sostenuto, in primo grado, dai pm Maurizio De Lucia, Nino Di Matteo, Gaetano Paci e Michele Prestipino. La seconda sezione della Corte d’appello, presieduta da Claudio Dell’Acqua ha così ribadito nella sostanza la sentenza pronunciata dal Gup Umberto De Giglio il 5 Aprile 2004. Soltanto poche variazioni riguardanti altri inquirenti. Antonino Sacco si è visto ridurre la pena da sei anni a due. Fabio Luigi Scimò è “sceso” da 16 anni a 14 anni, 10 mesi e 20 giorni. Amedeo Florulli da 16 anni e 4 mesi a 14 anni e 8 mesi, Lorenzo Tinnirello da 4 anni e 8 mesi a 3 anni più una “continuazione” per una precedente condanna. Stesso meccanismo anche per altri imputati tra cui Nicola Lo Carbo. Questo il commento del pg Raimondo Cerami: “ Gli imputati sono oggi quasi tutti liberi, per decorrenza dei termini o per aver scontato la pena. Col rito abbreviato non potevamo impugnare la misura delle singole condanne, a mio avviso, in alcuni casi, troppo contenute. Aver ottenuto la conferma di quasi tutte le condanne è un successo. Il mio appello si riferiva alla altissima possibilità che chi esce dal carcere riprenderà le attività di prima. Vorrà dire che faremo un altro processo.” Aronne Pettinari SARA’ PROCESSATA LA NUOVA CUPOLA DELLA MAFIA TRAPANESE 28 maggio 2006 Trapani. Cinque le richieste di rinvio a giudizio inoltrate dalla Procura Antimafia di Palermo nei confronti degli imprenditori: Antonino Aleo, Tommaso Coppola, Vito Russo, Nino Spezia e Francesco Pace, boss di Paceco. Dovranno rispondere di associazione mafiosa, estorsioni e attentati compiuti contro chi si opponeva al racket. Secondo l’accusa i cinque incriminati sarebbero i successori di Vincenzo Virga e complici del latitante Matteo Messina Denaro. Questi imprenditori avrebbero costituito la nuova cupola della mafia trapanese presieduta da Francesco Pace. Una serie di accertamenti patrimoniali hanno portato allo scoperto l’esistenza di un sistema di “scatole cinesi” che collegavano tra loro le varie imprese tutte riconducibili alla fine ai superboss Provenzano, Riina, Virga e Messina Denaro, dal momento che dalle “scatole” sono emersi i nomi di personaggi a questi fedeli. E’ stata già fissata la data che darà avvio al processo: il 14 giugno. Intanto l’inchiesta della Procura antimafia è ben lungi dal ritenersi conclusa. Rimangono ancora aperti infatti due filoni. Il primo riguarda l’infiltrazione della mafia negli appalti per la “Louis Vitton” dello scorso anno. A tal proposito i pm Tarondo e Paci hanno stralciato la posizione dell’ex patron del Trapani Calcio Nino Birrittella. Sono poi in corso le indagini sui collegamenti tra l’imprenditore Vincenzo Mannina ed alcuni dei membri della cupola trapanese. Il secondo filone riguarda il tentativo della mafia trapanese di controllare i beni confiscati tramite l’operato solerte di uomini addetti agli uffici pubblici. Risulta indagato il funzionario del Demanio Francesco Nasca, il quale, sebbene fosse stato sospeso dall’incarico di sovrintendente alla gestione dei beni, si presentò dinanzi al prefetto Sodano, come questi ha raccontato ai pm, per patrocinare la vendita della Calcestruzzi Ericina, azienda di proprietà di Vincenzo Virga. Nasca inoltre avrebbe presieduto un seggio a Valderice in occasione delle Regionali nonostante la sospensione dalle sue funzioni. E’ stato depennato in extremis. Dora Quaranta LORENZO CARANDINO TORNA IN LIBERTA’ 30 Maggio 2006 PALERMO - Dopo l’arresto con accusa di concorso in associazione mafiosa in marzo, l’ex sindaco di Villabate Lorenzo Carandino è nuovamente libero. Ai giudici del tribunale della libertà è stato sufficiente che Carandino non ricopra più la carica di primo cittadino, in quanto così non ci sarebbe il rischio di reiterazione del reato che, secondo la Procura, è da ricondurre al ruolo che l’indagato ricopriva. Non si tratta comunque di un assoluzione, dato che nel provvedimento i giudici scrivono che “il quadro iniziale” resta invariato a carico di Carandino. Su di lui infatti pesano le rivelazioni fatte dal pentito Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate. Secondo gli inquirenti Carandino, sindaco dal 2001 al 2003, eletto nelle liste di Forza Italia, sarebbe stato strettamente legato alla famiglia dei Mandalà, capimafia di zona, ed avrebbe curato i loro interessi economici con scelte ad essi vantaggiose, come ad esempio la realizzazione di un centro commerciale. Nel provvedimento di custodia cautelare emesso in marzo, gli inquirenti spiegavano che sarebbe stato Nino Mandalà ad “approvare la candidatura di Carandino, pretendendo in cambio l’assoggettamento dell’amministrazione comunale di Villabate al volere di Cosa nostra”. La vicenda del piano commerciale rappresenterebbe, secondo l’accusa, un esempio della capacità di Cosa nostra d’imporre le sue strategie criminale di potere. Un affare confermato anche dai collaboratori di giustizia Campanella e Cusimano, i quali hanno fornito agli investigatori uno spaccato sulla mafia imprenditrice, che potrebbe contare su legami e coperture della politica. Aronne Pettinari ARMI ITALIANE IN SOMALIA: VIOLATO L’EMBARGO 30 maggio 2006 Nairobi. L’Italia ha violato l’embargo imposto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu fornendo armi al Governo federale di transizione somalo (Tfg). L’accusa è pesante e proviene dal gruppo di investigatori incaricato dall’Onu di redigere un Rapporto sulle violazioni alle forniture d’armi ai signori della guerra somali. Secondo il Rapporto (di cui il Corriere della Sera ha ricevuto una copia e ne ha dato notizia il 28 maggio scorso) l’Italia, tra il 12 e il 16 ottobre 2005 e il 14 dicembre dello stesso anno, ha consegnato al Governo federale 18 camion, <<un certo numero di casse lunghe, larghe e sigillate tenute sotto stretta sicurezza>>, tende e altre casse <<con scritte in italiano che attribuivano il contenuto all’esercito italiano>>. Il materiale – attesta il Rapporto – è stato scaricato al porto di El Ma’an e allo scalo aeroportuale di Johar. Il nostro governo ha subito negato qualunque coinvolgimento asserendo che <<potrebbero essere stati acquistati sul mercato, dove esiste equipaggiamento dismesso dalle nostre forze armate>>. Pare che sia stato accertato che un uomo d’affari di Dubai abbia acquistato quei camion a Bari e li abbia spediti in Somalia. L’Italia ha giustificato la presenza delle casse scaricate a Johar con l’affermazione che si tratta di <<carichi umanitari procurati in accordo con l’Onu>> partiti dalla Base delle Nazioni Unite a Brindisi. Il Rapporto dell’Onu oltre all’Italia accusa di aver violato l’embargo della Somalia anche Gibuti, Eritrea, Etiopia, Arabia Saudita e Yemen. Stranamente non vi è nessuna allusione agli Stati Uniti, ma secondo una fonte, facente parte del gruppo di monitoraggio Onu e riportata sempre dal Corriere della Sera, <<l’amministrazione Bush ha minacciato di bloccare il Rapporto al vaglio del Consiglio di Sicurezza, se non fosse stato cancellato il nome degli Stati Uniti. Sono così rimasti i riferimenti ai finanziamenti ai signori della guerra, ma è stato tolto ogni riferimento preciso>>. Agli Stati Uniti si alluderebbe all’interno del Rapporto con la dicitura di “Paese terzo” che ha fornito finanziamenti <<per aiutare l’organizzazione delle milizie create per combattere i movimenti fondamentalisti>>. <<Che gli Stati Uniti – cita il Corriere della Sera il 28 maggio – abbiano aperto nel Corno d’Africa un nuovo fronte della guerra al terrorismo appare evidente da alcuni indizi>>. A Mogadiscio infatti si sono più volte recati il generale William F.Garrison, capo della Delta Force durante l’operazione Unosom del ’93-’94 e Peter Goss, ex capo Cia. Secondo Washington gli islamici di Mogadiscio sono vicini a Bin Laden e forniscono protezione ai terroristi di Al Qaeda che hanno trasformato la Somalia in base per le loro operazioni in Africa Orientale. Il Rapporto Onu inoltre accusa l’Eritrea di doppio gioco: da un lato appoggia la lotta americana al terrorismo, dall’altro però invia considerevoli quantitativi d’armi agli islamici somali ed etiopici. A Mogadiscio intanto gli scontri continuano violenti e punti strategici della città sono stati occupati dagli islamici. <<La Somalia – conclude il Corriere della Sera – rischia di trasformarsi in un nuovo Afghanistan talebano>>. Dora Quaranta PRESTO IN ITALIA LA SUPERPROCURA CONTRO MAFIA E TERRORISMO 31 maggio 2006 Roma. Dopo un incontro al vertice con il procuratore della Dna Piero Grasso, il ministro della giustizia Clemente Mastella fa sapere che chiederà ai suoi collaboratori di studiare una proposta da portare in Parlamento affinché nasca la nuova Superprocura contro le mafie ed il terrorismo. L’intenzione è creare all’interno della Direzione nazionale antimafia una sezione di coordinamento antiterrorismo, presieduta da un procuratore aggiunto nazionale scelto dal Csm. Che sia necessario allestire una banca dati comune, creare uno scambio di informazioni sul terrorismo internazionale lo si avverte nel nostro Pese ormai da anni. <<L’attenzione riservata dal ministro Mastella – ha commentato Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano e coordinatore delle indagini antiterrorismo – ci conforta. Speriamo che sia finalmente giunto il momento che si realizzi nel settore dell’antiterrorismo lo stesso sistema ideato da Giovanni Falcone per la lotta alla mafia>>. Per Spataro sarebbe sbagliato presupporre un’unica struttura che conduca le indagini su tutto il territorio nazionale; occorre un coordinamento piuttosto di un accentramento delle indagini. Intanto l’Italia deve rispettare la scadenza del 30 giugno, data entro cui tutti gli Stati membri dell’Ue devono provvedere alla nomina di un’autorità centrale antiterrorismo che instauri un dialogo con Eurojust. Finora il nostro Paese ha presentato i suoi interlocutori: 26 procure generali presso le Corti d’Appello a fronte di un massimo di 2 autorità presenti in quasi tutti gli Stati Europei. Monica Centofante LE DICHIARAZIONI DI GIUFFRE’ SULL’OMICIDIO GERACI 1 giugno 2006 Palermo. Il gip Pasqua Seminara ha disposto l’archiviazione della posizione di Bernanrdo Provenzano, Benedetto Spera, Giorgio Liberto, Giovanni Puccio in merito alla morte di Mico Geraci, sindacalista della Uil, assassinato l’8 ottobre 1998. Il decreto di archiviazione è stato emesso su richiesta dei pm Lia Sava, Michele Prestipino e Gaetano Paci, coordinati dal procuratore aggiunto Sergio Lari, perché non vi sono riscontri sufficienti alle dichiarazioni del collaboratore Nino Giuffré, ex boss di Caccamo. Secondo il racconto di Giuffrè a Caccamo la mafia aveva nelle mani tutti i consiglieri tranne uno: Ciccio Dolce. Questi, che già in passato si era schierato contro i boss, tra il ’96 e il ’97 aveva creato una saldatura con Geraci destando i timori di Cosa Nostra. Dietro l’asse politico Dolce-Geraci, ha spiegato Giuffrè, c’era <<l’appoggio importante dell’on. Lumia. Il discorso riguardava Caccamo, ma poteva avere influenze su Termini Imerese ed altri paesi del mio mandamento. Con questa alleanza la candidatura di Geraci a sindaco aveva fortissime possibilità di riuscita>>. La paura della mafia era che l’elezione alla carica di sindaco di Geraci avrebbe reso molto difficile la gestione illecita del Comune di Caccamo. Inoltre, ha sempre detto Giuffrè, il rischio era un indebolimento anche con gli altri comuni del mandamento <<attraverso l’opera attiva di Lumia>>. In più di un incontro tenutosi con Giorgio Liberto Giuffrè si sarebbe opposto all’omicidio di Geraci, optando per un semplice ammorbidimento del sindacalista. Successivamente in una riunione avvenuta a Mezzojiuso tra Giuffrè, Spera e Provenzano quest’ultimo avrebbe chiesto a “manuzza” se aveva uomini per un discorso da farsi nel suo paese. Giuffrè avrebbe risposto che non ne aveva, offeso per il tono e il modo con cui il capo dei capi aveva affrontato la questione. Liberto, sempre secondo Giuffrè, avrebbe deciso di rivolgersi direttamente a Provenzano, all’insaputa di Giuffrè stesso, per chiedere l’autorizzazione all’omicidio di Geraci. A quanto pare il boss di Corleone avrebbe dato il permesso a Liberto di procedere pensando che Giuffrè non fosse in grado di predisporre l’azione delittuosa. L’omicidio del sindacalista di Caccamo fece andare su tutte le furie Giuffrè al punto da fargli venire la voglia di eliminare “Lo Zio” dopo averlo isolato. Dora Quaranta GIOACCHINO PENNINO: <<MOLTI BOSS PRONTI A DISSOCIARSI>> 2 giugno 2006 Palermo. Il medico Gioacchino Pennino, figlio del mafioso Gaetano, fu arrestato il 9 marzo del 1994 per associazione mafiosa. Secondo Buscetta, la sua casa era luogo d’incontro di mafiosi e politici che gestivano il sacco di Palermo. Oggi Gioacchino Pennino è un collaboratore di giustizia. Un tempo uomo d’onore della famiglia di Brancaccio e massone. In questi giorni ha pubblicato un libro che si intitola “Il Vescovo di Cosa Nostra” nel quale fa sentire la sua voce contro Cosa Nostra affermando che <<la società Civile e lo Stato devono fare una battaglia culturale>>. Per tale motivo si è proposto ai partiti come consulente “anti infiltrazioni”.La Democrazia Cristiana per le autonomie lo ha già reclutato. In un’intervista rilasciata la Repubblica edizione Palermo Gioacchino Pennino afferma che << dopo l´arresto di Provenzano, lo Stato ha la possibilità di infliggere un colpo determinante alla mafia. Ma bisogna fare la scelta giusta, mentre nell´organizzazione c´è confusione. Molti boss in cella sono stanchi, sono pronti a dissociarsi. Attendono un atto di clemenza da parte dello Stato>>. Poi ha affermato che <<Provenzano è riuscito a manovrare le leve istituzionali attraverso pochi personaggi chiave che facevano da mediatori con i palazzi. Suo nipote, Carmelo Gariffo era un anello fondamentale della catena. Attraverso Giuseppe Madonia, di Caltanissetta, Provenzano intratteneva poi rapporti con esponenti della massoneria. La verità è che la mafia senza la politica non può realizzare i suoi programmi. Per questo, Cosa nostra si schiera sempre con i vincenti e cerca di infiltrarsi nelle stanze del potere. È anche il vero motivo per cui continua ad esistere il voto di scambio: i mafiosi mirano a tutti i benefici possibili, soprattutto per i propri figli, per cui immaginano un futuro diverso. Non è un caso che Provenzano abbia fatto uscire dalla latitanza la sua famiglia alla vigilia della strage di Capaci. I capimafia continuano a chiedere ai politici, nonostante siano delusi per le promesse non mantenute. Ma il popolo di Cosa nostra è stanco di stare a guardare>>. Marco Cappella LO STATO RESTITUISCE I BENI A VERNENGO 2 giugno 2006 Palermo. Ritornerà in possesso dei suoi beni Cosimo Vernengo, uomo d’onore di Brancaccio. Lo ha deciso la Corte d’Appello di Palermo che ha revocato il decreto di confisca emesso dai giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale. A Vernengo erano stati confiscati una fabbrica di ghiaccio di sua proprietà ed un appartamento intestato a sua moglie Giuseppa La Mattina. Per i giudici di secondo grado questo appartamento la moglie lo avrebbe ereditato dal padre e quindi non sarebbe stato acquistato con i proventi illeciti di Vernengo; quanto all’azienda pare che non vi siano mai stati finanziamenti di dubbia provenienza. Per i giudici di primo grado invece <<era impossibile che una ditta avesse funzionato con macchinari vetusti risalenti al 1973>>. Vernengo, uomo fedelissimo di Pietro Aglieri, sta attualmente scontando l’ergastolo per la strage di Via D’Amelio. Mariantonietta Morelli PROCESSO TELECINCO 2 giugno 2006 Madrid. A seguito della nomina del nuovo Presidente del Consiglio Italiano i magistrati spagnoli hanno richiesto la ripresa del procedimento del <<Caso Telecinco>> nel quale è imputato Silvio Berlusconi che attualmente non ha più l’immunità. Il 22 maggio scorso il Tribunale Costituzionale ha deciso di dare dieci giorni alla difesa e all’accusa per esporre gli argomenti contro o pro la ripresa del processo. Tale decisione è stata notificata lo scorso 1° giugno e da tale giorno inizia il tempo concesso alle parti. Gia’ il 29 giugno scorso il giudice Fernando Grande-Marlaska, ha inviato una richiesta al Costituzionale, per sapere se esistono ragioni per non porre fine alla sospensione del procedimento contro l'ex premier italiano Silvio Berlusconi per il «caso Telecinco». Tale richiesta è stata presentata dal giudice spagnolo dopo aver ricevuto dalla Procura Speciale Anticorruzione una petizione di riapertura del caso. Inoltre è stata richiesta la sospensione per l’ex eurodeputato di Forza Italia Marcello Dell’Utri dell’impunita’ temporanea che fu concessa su richiesta di Berlusconi nel 2003. Il «caso Telecinco» riguarda il controllo di una parte di azioni dell’emittente da parte di Fininvest superiore a quel che consente la legge sulle concentrazioni tv, con reati fiscali per 108 milioni di euro. Comunque il prossimo 5 giugno inizierà il giudizio contro otto degli imputati fra cui l'ex presidente di Telecinco Miguel Duran e gli italiani Alfredo Messina e Giovanni Acampora, dirigenti di Fininvest contro i quali l'accusa chiede pene da uno a 14 anni. Ma.C. UN VIDEOGAME E LA MAFIA VIRTUALE 5 giugno 2006 Palermo. La cultura della mafia si diffonde tramite un videogame on line gratuito dal titolo “Omertà”. Un gioco che combina strategie, bande e gangster, criminalità e malavita da picciotto a “godfather”, ovvero il padrino. Il fatto è stato denunciato lo scorso 4 giugno a Catania da Rosario Crocetta intervenuto ai lavori di apertura del meeting <<Summer School>> di Legalopoli. Dalla denuncia ad una proposta per contrastare la cultura dell’illegalità. A tal proposito il sindaco Crocetta ha detto: <<Ben vengano i videogiochi di Legalopoli per imparare che la legalità conviene e rappresenta sempre la scelta vincente>>. Il progetto sul videogioco della legalità ideato dall’associazione anti estorsioni catanese e finanziato dalla Commissione Europea è stato esteso ad altri quattro stati dell’unione e ha coinvolto studenti di alcune scuole medie di Catania, della Svezia, dell’Austria, della Polonia e dei Paesi Bassi. Un’iniziativa importante per contrastare la cultura della mafia e dunque dell’illegalità. Mariantonietta Morelli LA CRIMINALITA’ ECONOMICA 5 giugno 2006 Trento. Il 3 giugno scorso a Trento nel corso del Festival dell’Economia il magistrato Francesco Greco è intervenuto all’interno di un Forum dal titolo <<Il Mercato e le regole>> ed ha sottolineato che la criminalità economica in Italia è dilagante ed intacca il tessuto socio economico del nostro paese. Una vibrante denuncia ma anche delle proposte affrontare un fenomeno in espansione. Ma ripercorriamo alcuni stralci del suo intervento. Secondo il giudice “La politica in questi ultimi quindici anni, si è preoccupata più di depotenziare la magistratura che non di risolvere il problema della criminalità economica. Da Tangentopoli non è stata fatta nessuna norma per frenare la corruzione. Sono state invece introdotte oltre seicento modifiche al codice di procedura penale per rendere più difficile l’attività dei magistrati”. In questi anni si sta andando avanti in una sorta di volontariato e la sopravvivenza della Procura di Milano rasenta il miracolo. Nonostante tutto “siamo riusciti ad affrontare – ha detto Greco - problemi gravi in tempi abbastanza rapidi”. <<Oggi viviamo in una situazione molto preoccupante. Si parla di supplenza della magistratura ma la magistratura è intervenuta quando il sistema politico e istituzionale e le agenzie di controllo non l’hanno fatto, oppure erano conniventi>>. Dopo tangentopoli sembrava <<superato quel periodo in cui la politica ci chiese di fare supplenza>>. Invece dopo la Prima Repubblica <<la criminalità è esplosa nel mondo della finanza, anche nel calcio>>. Ha poi sottolineato che attualmente “l'intervento della magistratura non è risolutivo, la magistratura può solo evidenziare problemi che sta alla politica risolvere. Purtroppo, quello di cui non ci si rende conto è quanto la criminalità economica conti e pesi sulla vita di tutti i cittadini, in Italia”. Per cui è <<emergenza politica>>. Anche <<Perché non applicare sul serio le sanzioni amministrative?Mettere le mani in tasca ai delinquenti si può e si deve, anche per evitare lo stesso trattamento ai semplici cittadini. Faremo della giustizia un momento di ripresa economica>>. E per fare ciò è necessario seguire l’esempio di alcuni paesi europei che hanno istituito delle agenzie per recuperare i crediti giudiziari e magari curarne la cartolarizzazione in modo da riottenere rapidamente parte del credito stesso. Senza contare il territorio, tutto da esplorare, dei conti esteri sequestrati dalla magistratura e virtualmente congelati senza che lo Stato ne entri in possesso. I soldi sequestrati <<spesso addirittura fanno parte dei condoni. Nell´ultima finanziaria è stato previsto un condono sulle riprese della Corte dei per i reati dei funzionari pubblici. Mi chiedo se in questo mondo in cui lo Stato non si preoccupa di recuperare i soldi delle sanzioni fiscali, non sia diffusa una sorta di sensibilità politica secondo la quale si fanno le leggi ma tanto si sa che non verranno applicate». La magistratura, dice Greco, il coraggio ce l’ha: << vi rendete conto che i miei colleghi per il processo Antonveneta hanno dovuto sequestrare una banca? E’ stata la prima volta nel mondo, ma era necessario>>. «Penso che sia giunto il momento di dire chiaramente quali sono i danni prodotti dalla criminalità economica sulla collettività e i costi sociali che dobbiamo affrontare». Ma nel prospettare questo panorama pieno di difficolta’ il magistrato afferma di essere d’accordo che bisogna ridurre le tasse e non mettere le mani nelle tasche dei cittadini, << ma almeno mettiamole in quelle dei delinquenti>>. Marco Cappella L’EX MINISTRO DELLA GIUSTIZIA CLAUDIO MARTELLI DEPONE AL PROCESSO TRASH 9 giugno 2006 Palermo. Lo scorso 8 giugno si è celebrata un’udienza del Processo Trash nel quale ci sono 31 persone accusate di vari reati: associazione mafiosa; abuso d’ufficio; turbativa d’asta ed illecita aggiudicazione di appalti. Tra gli imputati dell’udienza il capomafia Bernardo Provenzano che ha partecipato al dibattimento in videoconferenza da Terni, il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè, il ministro dei lavori pubblici Angelo Siino e Manlio Orobello ex sindaco di Palermo. Claudio Martelli chiamato in causa come teste a difesa di Orobello ha dichiarato: <<La lotta alla mafia fu il perno della campagna elettorale per le politiche del 1987 condotta dal Psi in Sicilia. Non mi è mai stato offerto alcun appoggio elettorale da parte di Cosa nostra e non ho mai conosciuto Angelo Siino>>. Fui scortato – ha detto – durante tutta la campagna elettorale dalla polizia e dai compagni di Partito: come avrei potuto andare a casa di Siino per parlare di voti?» «Siccome le voci su un mio presunto incontro con Siino continuavano a circolare – ha aggiunto – andai a parlare con Caselli, quando lui era procuratore di Palermo, per chiedergli di fare luce sulla vicenda e di accertare che si trattava di falsità ma lui mi rispose che quella non era una priorità del suo ufficio». <<Io, però, non mi diedi per vinto – ha spiegato l'ex Guardasigilli – e mi rivolsi all'autorità giudiziaria competente, che era Caltanissetta. Andai dal procuratore Tinebra perchè accertasse se ci fossero state delle omissioni da parte della procura di Palermo. Non ho mai saputo come andò a finire quell'inchiesta ma se lo si volesse davvero accertare non sarebbe difficile scoprirlo>>. Ma il 16 gennaio 2003 a Milano nel corso del processo d'appello che vedeva il senatore a vita Giulio Andreotti, imputato di partecipazione ad associazione mafiosa il collaboratore di giustizia Antonino Giuffre' parla dei rapporti tra mafia e politica. A Milano il 16 gennaio 2003 l’ex boss di Caccamo affermava che <<dopo il maxi, la sentenza di primo grado del maxi-uno, Riina si rende conto che non potrà mantenere gli impegni che aveva preso con Cosa Nostra ed è un pochino preoccupato e cerca di... cerca referenti oltre la Democrazia Cristiana, dà incarico ad altre persone di Cosa Nostra ad adoperarsi affinché la dove è possibile diano ognuno un proprio contributo, e cioè portare acqua al mulino>>. Così, nel 1987, quando "il Lima era reputato ormai inaffidabile", "da parte di Salvatore Riina è stato mandato un messaggio chiaro e forte alla Democrazia Cristiana e in quella circostanza, in quell’anno, si ha il passaggio dei nostri voti, ripeto buona parte dei nostri voti al Partito Socialista e non alla Democrazia Cristiana". In quel caso, "la persona con cui dentro Cosa Nostra ci sono stati contatti è stato Martelli". Marco Cappella BRUCIATI QUATTRO ETTARI DI VIGNETI CONFISCATI ALLA SCU 13 giugno 2006 Brindisi. Nella notte tra domenica e lunedì ignoti hanno appiccato il fuoco ad un vigneto nelle campagne di Torchiarolo nel brindisino confiscato ad un esponente della Sacra Corona Unita. Gran parte del terreno, circa quattro ettari, è andato irrimediabilmente distrutto. Per i vigili del fuoco si tratta senza dubbio di un incendio di matrice dolosa. Don Luigi Ciotti, presidente di “Libera”, in procinto di ricevere la laurea honoris causa in giurisprudenza dall’Università di Foggia, ha ribadito che <<i tentativi di intimidazione, qualora fosse accertata la loro natura, non hanno fermato in passato né fermeranno la determinazione di “Libera” e delle persone coinvolte a vario titolo nell’opera di restituzione alla collettività di quanto le mafie hanno sottratto con la violenza e le minacce>>. Sarà una cooperativa di giovani, istituita con bando pubblico, a gestire i beni confiscati alla mafia a Torchiarolo. Affermazioni di solidarietà a Don Ciotti e a “Libera” sono giunti da più parti, tra cui il vicepresidente della provincia di Brindisi, Damiano Franco e la presidenza nazionale di Legacoop. Mara Testasecca OMICIDIO CAPITANO D’ALEO 13 giugno 2006 Palermo. Il 13 giugno 1983 un commando di Cosa Nostra uccise il capitano Mario D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici. Sono passati 23 anni dall’efferato omicidio e si attende la sentenza definitiva. Nel 2005 la Cassazione ha annullato con rinvio le condanne all’ergastolo per i capi di Cosa Nostra. Attualmente in corte d’assise d’appello si sta celebrando un nuovo processo per il triplice omicidio. Il Capitano D’Aleo aveva sostituito al comando della compagnia dei carabinieri di Monreale il capitano Emanuele Basile ucciso il 4 maggio 1980. Dalle indagini degli investigatori risulta che la strage fu ordinata da Cosa Nostra per fermare le indagini molto “incisive” sul Clan Brusca di San Giuseppe Jato. A tal proposito il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia ha affermato che << in Cosa Nostra era pacifico che D’Aleo fosse stato ammazzato perche’ continuava le indagini di Basile sul Clan Brusca>>. In occasione del 23esimo anniversario dell’efferato omicidio il comandante interregionale dei carabinieri Vittorio Barbato ha scritto: <<D’Aleo e Basile costituiscono simboli indelebili come altre nobili figure di Ufficiali dei Carabinieri, di Magistrati, di Funzionari di Polizia, caduti per servire lo Stato e per ripristinare la giustizia, l’ordine sociale, la civiltà in Sicilia ed, in particolare, nel palermitano che, con questi omicidi, erano caduti a livelli di degrado inaccettabili>>. Lo scorso 13 giugno a Monreale è stata intitolata ai Capitani Emanuele Basile e Mario D’Aleo la villa Belvedere ed è stata messa una targa per ricordare i due ufficiali. Nel corso della cerimonia il Sindaco Toti Gullo ha detto << la memoria di un popolo può affievolirsi se non l’alimentiamo e la sollecitiamo con il fervore del ricordo>>. Mariantonietta Morelli <<NON VALE LA PENA INVESTIRE IN CALABRIA>> 14 giugno 2006 Reggio Calabria. Ha deciso di dimettersi dalla carica di presidente della Confindustria calabrese Filippo Callipo, industriale del tonno. In preda allo sconforto per ritrovarsi per l’ennesima volta solo nella dura lotta al racket mafioso Callipo ha rilasciato un’intervista al giornalista Attilio Bolzoni pubblicata ieri da Repubblica. <<Qui in Calabria – ha spiegato l’imprenditore – la situazione è come cinque anni fa, è come tre anni fa, è come un anno fa o come la settimana scorsa. O come ieri l’altro, quando a Vibo Valentia hanno prima ucciso e poi dato fuoco a quell’imprenditore agricolo che aveva fatto i nomi dei suoi estorsori. Qui in Calabria non è cambiato nulla, non cambia mai niente>>. Callipo denuncia l’immobilismo ed il silenzio delle istituzioni nonostante il suo appello accorato lanciato a Ciampi un anno fa con cui chiedeva l’invio dell’esercito in campo contro la ‘ndrangheta. <<Quel mio sfogo – ha ribadito l’imprenditore calabrese – nel giugno del 2005 sulla ‘ndrangheta che in Calabria soffocava le imprese e tutto il resto è caduto nel vuoto. Ecco perché ho deciso di andarmene>>. Della sicurezza del territorio Callipo ne aveva parlato da solo già cinque o sei anni fa e lo avevano accusato di essere “un pazzo scatenato”. Alcuni colleghi imprenditori battendogli la mano sulla spalla gli hanno detto <<bravo, continua così>>, ma poi lo hanno lasciato solo. Altri lo hanno accusato di rovinare con le sue denunce l’economia della Calabria ed il rapporto tra le imprese e la classe politica locale. <<Che se lo tengano pure quelli lì il loro rapporto con la classe politica locale, se lo tengano a suon di mazzette. Io non ci sto, io mi ritiro>> ha aggiunto Callipo il quale, nel corso dell’intervista, ha anche con tristezza sottolineato di non essere mai stato chiamato da Luigi De Sena, superprefetto inviato a Reggio nell’autunno scorso, per un faccia a faccia su tutte le denunce fatte nei mesi e negli anni passati come presidente della Confindustria calabrese. <<Non vale la pena di investire in Calabria – ha detto in conclusione dell’intervista Callipo - al contrario, ogni giorno sono tentato di vendere e trasferirmi fuori, nel nord Italia o da qualche altra parte>>. Monica Centofante ECOMAFIE OGNI ORA TRE CRIMINI CONTRO L’AMBIENTE 16 giugno 2006 Roma. Tre crimini l'ora contro la natura, per un totale di quasi 23.700 illeciti ambientali accertati in un anno; aumento del 16,5% del traffico dei rifiuti, 22,4 miliardi di euro il business dell'ecomafia nel 2005. Il Veneto tra i luoghi privilegiati della rifiuti-connection. Le regioni in crescita Friuli e Trentino, mentre Campania, Calabria, Sicilia e Puglia mantengono il primato per il cemento illegale. E all'estero la Cina è la nuova Mecca dei rifiuti illegali e della spazzatura hi-tech. In aumento gli arresti: 183 nel 2005, circa il 16% in più del 2004. +16,5% traffico illecito nel 2005 rispetto al 2004; 18,8 milioni tonnellate di rifiuti speciali spariti nel nulla; 4.797 le infrazioni registrate nel 2005, 1.906 i sequestri, 200 in più rispetto al precedente rapporto e 5.221 le persone denunciate o arrestate, più di 14 al giorno. Alla Puglia il record di illeciti con 597 seguita da Campania (514), Veneto (389) e Sicilia (340). Il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio ha affermato che <<l'utilizzo in modo indiscriminato dell'ambiente è un vero e proprio attentato al territorio. È arrivato il momento di inserire i delitti ambientali nel codice penale e questa è la legislatura giusta per farlo». Invece secondo il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso; «quando si parla di abusi edilizi bisognerebbe dire: mai più condoni, perché non si possono sanare le casse dello Stato sfruttando le illegalità». Mara Testasecca PROCESSO “AGATE+32”: LE RICHIESTE DEL PG 16 giugno 2006 Palermo. E’ in corso dinanzi alla terza sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, presieduta da Giovanni Miccichè, a latere Biagio Insacco, il processo d’Appello “Agate+32”. Il giudizio verte su una cinquantina di omicidi commessi da Cosa Nostra fra il 23 aprile 1981, giorno in cui fu ucciso Stefano Bontade, al 27 agosto 1991, data dell’assassinio dell’imprenditore Libero Grassi. Il procuratore generale Vittorio Teresi ha concluso ieri la sua requisitoria chiedendo che venissero confermati gli ergastoli inflitti in primo grado dalla Corte d’Assise a quasi tutti i 33 imputati, fra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Mariano Agate, Pietro Aglieri, Pippo Calò, Raffaele Ganci, Giuseppe Graviano, Giuseppe Lucchese, Giuseppe Madonia, Giuseppe e Salvatore Montalto, Nino Rotolo, Francesco Tagliavia. Conferma dell’ergastolo anche per i responsabili dell’omicidio Grassi: Savino e Francesco Madonia. Il pg Teresi ha chiesto poi di modificare le posizioni di alcuni imputati: Francesco Madonia e Nenè Geraci, da assolvere dall’omicidio di Filippo Marchese; Giuseppe Lucchese, da assolvere per il duplice delitto Antonino Grado-Francesco Mafara; tutta la Commissione (Riina, Calò, Madonia, Geraci, Rotolo e Provenzano), da non ritenersi responsabile della morte di Ernesto Battaglia; Mariano Agate e Giuseppe Madonia, da scagionare dall’accusa di omicidio di Antonino Mineo. Per il triplice assassinio delle parenti del pentito Francesco Marino Mannoia (Leonarda e Lucia Costantino e Vincenza Marino Mannoia) il pg ha ribadito che mancano le prove per incriminare Ciccio Madonia. Dora Quaranta IL SINDACO DI GELA CONTESTATO 16 giugno 2006 Gela. Nei giorni scorsi nel comune di Gela un colpo di scena. Il sindaco Rosario Crocetta è stato sfiduciato dai partiti della maggioranza formata dall’Unione. Sette dei nove assessori della sua giunta hanno rimesso il loro mandato nelle mani dei rispettivi segretari di partito. Già lo scorso 15 giugno in consiglio comunale è iniziato il dibattito che potrebbe portare alla sfiducia. E’ stato il deputato regionale dei Ds Calogero Speziale a presentare un documento di protesta affermando che << nella guida politica amministrativa della citta’ si privilegiano piu’ aspetti di protagonismo mediatico senza costrutto invece di politiche concrete. E’ un senso di sfiducia che cogliamo dalla gente>>. Ha poi detto che <<il ricorso alle urne, salvo clamorose novità, sarà quasi inevitabile e non possiamo consegnare la città alle destre>>. << Abbiamo tentato la strada del dialogo - ha detto Speziale - ma il sindaco continua a usare toni sprezzanti dalle quali emerge che non ha bisogno dei partiti. Quei partiti stessi che lo hanno sostenuto in questi tre anni>>. Crocetta ha risposto con un atto di apertura rendendosi disponibile al confronto. Il segretario del Pdci Oliviero Di Liberto ha preso le difese del Sindaco di Gela dichiarando che << stiamo assistendo ad un accettabile attacco al sindaco di Gela, accusato da esponenti della sua stessa giunta di cattiva amministrazione. Troviamo grave e pericoloso che, proprio all’indomani delle elezioni regionali venga messo sotto accusa con un aut –aut il sindaco d’Italia che più si è distinto nella lotta alla mafia e nella battaglia per la moralizzazione della politica>>. Non vorremmo – aggiunge- che gli atti politici di Crocetta avessero urtato sensibilità intoccabili. Da alcuni viene avanzata anche l’accusa di non aver fatto abbastanza per il centrosinistra, forse gli viene imputata la scelta di aver sostenuto la lista di sinistra “ Uniti per la Sicilia”, una scelta legittima sono tutti punti di vista che qualcuno, però vorrebbe fargli scontare>>. Anche il segretario provinciale del Pdci di Siracusa ha espresso solidarietà e appoggio per Crocetta ed ha affermato che <<dietro questa incredibile decisione vi è la rivalsa di quei personaggi del centrosinistra che hanno storicamente operato trasversalmente lambendo spesso zone grigie della politica siciliana. La sconcertante gravita’ politica della vicenda gli equivoci messaggi che la politica siciliana manda ai clan mafiosi, richiede un deciso intervento dell’Unione nazionale>>. Una vicenda questa che mette in risalto il forte senso di irresponsabilità di una certa parte della politica che continua a sottovalutare la gravità del pericolo mafioso esponendo chi con fatti concreti ha dimostrato di non fare solo un’antimafia di facciata. Ancora una volta una parte della sinistra, tradendo l’impegno e il sacrificio di molti, si dimostra lontana dall’impegno antimafia e da quella battaglia di civiltà che vede Crocetta in prima linea. Ci appelliamo a tutta la società civile, al mondo politico e a quello della cultura, affinché faccia sentire la propria voce, altrimenti rischiamo di rivedere le “lacrime di coccodrillo” versate da quegli stessi politici che l’hanno esposto a gravissimi rischi per la sua incolumità. A Rosario Crocetta sindaco di Gela tutta la nostra solidarietà e l’impegno a continuare insieme uno stesso cammino. Marco Cappella LA MAFIA PUNTA SULL’EOLICO 22 giugno 2006- Roma. Cosa Nostra è entrata nel settore eolico insieme alla Ndrangheta. L’allarme è stato lanciato dall’associazione Italia Nostra. In comunicato ha messo in evidenza che i casi finora accertati sono due. Il primo nel comune di Vicari (Palermo) il Consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Nel decreto di scioglimento del 25 ottobre si legge “l’organo ispettivo ha evidenziato diverse incongruenze nella stipula della convenzione con la società prescelta dall’amministrazione comunale per la realizzazione di un impianto eolico".Il secondo caso è accaduto nel comune di Isola Capo Rizzuto; un’industria tedesca aveva chiesto l’autorizzazione a costruire un parco eolico ma, al momento di leggere i documenti, esce fuori i terreni sui quali avrebbe dovuto essere costruito il "parco", erano di proprietà di una sanguinaria cosca del luogo. Di fronte a questi casi ci dovrebbe essere una risonanza tale da creare un dibattito. Invece il silenzio impera. Secondo il presidente di Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana, "sono anni che il Comitato Nazionale del Paesaggio prima ed Italia Nostra poi, denunciano i rischi e le anomalie del business eolico in Italia. Sono anni che mettiamo in guardia, circa le pesanti anomalie generate dalla Legge Bersani sul mercato delle energie rinnovabili, tutto a favore dell’energia eolica a scapito del solare fotovoltaico, per un Paese, il nostro," conclude Ripa di Meana, "che ama fregiarsi dell’epiteto di ‘paese del sole’ ". Mariantonietta Morelli IL CSM FAVOREVOLE ALLO STOP DELLA RIFORMA GIUSTIZIA 23 giugno 2006 Roma. Il governo ha presentato un ddl per congelare gli effetti della riforma dell’ordinamento giudiziario.Il termine di sospensione è stato fissato al 1° marzo 2007. Ma non sarebbe sufficiente per risolvere i numerosi problemi. Per tale motivo è stata richiesta la sospensione di un anno a partire dall’entrata in vigore della legge. Lo scorso 22 giugno il Consiglio Superiore della Magistratura ha espresso parere favorevole per il ddl presentato dal ministro della Giustizia Clemente Mastella. 16 sono stati i voti favorevoli , 4 i no ed hanno espresso parere contrario anche i laici della Cdl. Il Csm ha rimarcato l’urgenza del provvedimento prima che si possano produrre <<effetti irreversibili>> come <<l’estensione di molti procedimenti disciplinari, addirittura il 40% di quelli pendenti al 31 ottobre 2006>>. Nell’assemblea di Palazzo dei Marescialli è stata segnalata l’opportunità di introdurre una disciplina che riesca a ridurre gli effetti negativi finora prodotti. Mara Testasecca CONFISCATI BENI PER 2 MILIONI DI EURO A COSA NOSTRA 24 giugno 2006 Palermo. La Dia di Palermo sequestra beni per oltre due milioni di euro ad Onofrio Catalano, presunto boss di Ciminna, Antonio Lo Verde, ex funzionario di banca, Luigi Giacalone, indicato come esponente del clan Brancaccio e Giuseppe Di Pisa, ritenuto legato alle famiglie mafiose di Misilmeri. I provvedimenti sono stati disposti dal Tribunale a conclusione di indagini patrimoniali e bancarie disposte dal direttore della Direzione investigativa antimafia e dal procuratore aggiunto del capoluogo siciliano Roberto Scarpinato. Nel 2005 il Gico, reparto della Guardia di Finanza specializzato nella lotta contro la mafia, ha sequestrato a Palermo e in provincia 326 immobili per un valore complessivo pari a 120 milioni di euro e 47 aziende. Ma.C. L’OMBRA SINISTRA DELLA MAFIA SU VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA 24 giugno 2006 Potenza. Una storiaccia torbida di sesso, videopoker, slot machine truccate, riciclaggio, servizi segreti e quant’altro. Questo affiora dalle oltre 2000 pagine dell’ordinanza firmate dal gip di Potenza Alberto Iannuzzi nell’ambito di un’inchiesta, sviluppatasi in più tronconi, condotta dal pm Henry John Woodcock. Una mole enorme di indizi gravissimi, 4000 telefonate intercettate, oltre 70 faldoni contenenti gli atti di un’indagine vastissima che coinvolge politici di spicco, nomi eccellenti, tra cui Vittorio Emanuele di Savoia, Salvatore Sottile, portavoce di Fini, Roberto Salmoiraghi, sindaco di Campione d’Italia, Francesco Tarantino, direttore dei Monopoli di Stato di Messina, ecc. Il principe, che già il 18 agosto 1978 fece parlare di sé per aver sparato nel corso di una lite presso l’isola di Cavallo il giovane Dirk Hammer, morto dopo 111 giorni di agonia, per l’accusa sarebbe il capo indiscusso di una vera e propria banda, di una “società criminosa di servizi” coinvolta in un giro di tangenti, gioco d’azzardo, appalti, sfruttamento della prostituzione. Tutto ha inizio due anni fa grazie all’abile fiuto di un pm. Woodcock dà avvio alle indagini su un piccolo traffico di usura nel potentino e scopre una serie di illeciti nella gestione di licenze per i videogiochi in Basilicata. Da qui la Procura di Potenza individua man mano diversi filoni ed arriva fino al casinò di Campione d’Italia. A fianco di Vittorio Emanuele vi sono Ugo Bonazza, imprenditore veneto, Giuseppe Rizzani, delegato dei Savoia per la Lombardia, Achille De Luca, faccendiere presumibilmente legato ai servizi segreti, Gian Nicolino Narducci segretario del principe, Rocco Migliardi, messinese, indicato dagli inquirenti come <<soggetto pluripregiudicato, in odore di criminalità organizzata e con rapporti e relazioni con pericolosi esponenti della mafia siciliana, in particolare quella catanese>>. Migliardi, grosso importatore di videogame, gestore di sale da giochi, conosce sei anni fa Ugo Bonazza al tavolo verde, il quale lo introduce nel giro degli amici del principe. Migliardi comincia a progettare con Bonazza e Vittorio Emanuele grandi affari nelle slot machines in Russia, in Serbia (dato che Bonazza è console onorario di Belgrado), a Montenegro, in Libia. Bonazza si offre come intermediario per sbloccare la richiesta inoltrata dal Migliardi di 400 nulla osta fermi pressi il Monopolio. Bonazza, secondo l’accusa, in una telefonata intercettata il 30 novembre 2004, chiede l’aiuto del principe paventandogli un <<business da 3 milioni di euro>> per cui è necessario contattare un grosso ufficiale della Finanza. Il principe avrebbe messo in moto i suoi agganci fino ad approdare al commercialista romano Tullio Ciccolini, vicino ai vertici di An, che a sua volta avrebbe agganciato Salvo Sottile e Proietti Cosimi. Questi ultimi, grazie al loro ruolo rispettivamente di portavoce e segretario particolare di Fini, riescono, sempre secondo la ricostruzione dei giudici, a <<sensibilizzare>> Giorgio Tino, il direttore generale del Monopolio e ad ottenere i nulla osta. Migliardi, ascoltato per 8 ore di fila il 19 giugno scorso dal gip di Potenza, ammette di aver versato per questa faccenda 20.000 euro ad Achille De Luca, messo del principe, all’aeroporto di Catania <<per ungere le ruote>> e 10.000 euro direttamente nelle mani di Vittorio Emanuele durante un incontro a Villa d’Este per il suo <<disturbo>>. Migliardi al gip spiega anche il contenuto di una strana telefonata fatta il 26 gennaio di quest’anno a sua moglie dall’aeroporto di Roma. Nella telefonata il messinese avrebbe detto alla moglie di essere stato a Pomezia a far visita ad un certo Turi e che con costui <<c’era il comandante dei carabinieri della città e la mafia>>. Migliardi chiarisce al magistrato che Turi è un uomo conosciuto in un casinò in Slovenia, dall’accento catanese, gestore di una discarica a Pomezia. Turi avrebbe invitato il Migliardi a casa sua con la promessa di <<fargli mettere un po’ di macchinette>> grazie alle sue conoscenze nella Finanza e tra i carabinieri. All’incontro con Turi sono presenti <<gente dell’Arma vestita in borghese>> e <<due o tre persone che avevano la faccia>> da mafiosi. <<Dei mafiosi proprio – dice Migliardi – erano calabresi; li sentivo parlare calabrese stretto>>. Secondo l’accordo i militari avrebbero dovuto fornire la giusta copertura per le macchinette e poi, spiega Migliardi, <<dovevamo dividere, Turi, questi carabinieri, io; ma non s’è mai fatto niente, non mi hanno chiamato più>>. Nella mole di intercettazioni figurano anche 176 telefonate tra Migliardi e Salvatore Piccolo, <<pericoloso esponente di una famiglia mafiosa catanese>>. Tutte le conversazioni sono inerenti all’<<attività di commercializzazione delle schede illecite di Migliardi e la gestione di casinò on line che Piccolo svolge per conto di Migliardi>>. Il nome dell’imprenditore messinese nell’inchiesta di Potenza è legato anche ad un’altra vicenda la cui trattazione occupa oltre 200 pagine dell’ordinanza: quella di Campione d’Italia. Secondo i magistrati Roberto Salmoiraghi avrebbe accettato una tangente in cambio di un contratto di “procacciatore di clienti” intestato a Ugo Bonazza, prestanome di Migliardi, che avrebbe consentito così alle cosche messinesi di riciclare i propri proventi ai tavoli da gioco del casinò. L’accordo avrebbe compreso anche un “pacchetto completo”, completo cioè di prostitute dell’est, riservato ai facoltosi amici siciliani di Migliardi frequentatori del casinò di Campione d’Italia. Le intercettazioni rivelerebbero che il giro delle ragazze sarebbe stato anche ad uso personale del principe. <<Io ci tengo molto a questa storia di Campione d’Italia, lì ci sono un quattro sacchi di soldi>> avrebbe detto in una intercettazione il Savoia che coordina la strategia. <<Mi raccomando – avrebbe anche proseguito il principe – bisogna prendere tutto. Tutto quello che si può prendere. Sono milioni che si può guadagnare lì>>. Non è la prima volta che Salmoiraghi compare in inchieste giudiziarie tutte legate da un denominatore comune: la mafia. Già nel 2005 fu oggetto di un avviso di garanzia ed iscritto nel registro degli indagati della Procura generale di Reggio Calabria con l’accusa di associazione esterna di stampo mafioso e concorso in associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio (relativamente al periodo dicembre 2001-giungo 2003 in cui è amministratore delegato della casa da gioco) nell’ambito dell’inchiesta “Gioco d’Azzardo” volta a far luce sulle operazioni di riciclaggio delle cosche mafiose (in primis i clan di Bagheria e la famiglia del boss Nitto Santapaola) nelle roulette e tavoli verdi dei casinò. Nell’elenco degli indagati con Salmoiraghi finiscono anche Salvatore Siracusano, imprenditore e Santino Fortunato Pagano, ex sottosegretario al Tesoro del governo Amato. Entrambi dagli anni ’80 assidui frequentatori del casinò di Campione dove, secondo gli inquirenti, in qualità di membri di Cosa Nostra ne gestiscono gli affari miliardari. Vittorio Emanuele viene arrestato il 16 giugno per evitare ogni possibile rischio di una sua fuga, probabilmente in Libia, dove ha intrecciato una fitta rete di rapporti con Gheddafi per <<l’apertura di sale da gioco in loco per conto dell’amico mafioso>>. Dopo parziali ammissioni è scarcerato il 23 giugno con il riconoscimento dei domiciliari. Dora Quaranta ARRESTATO BOSS REGGENTE DI CATANIA EUGENIO GALEA 28 giugno 2006 Catania. Il 27 giugno scorso i carabinieri del comando provinciale etneo hanno arrestato Biagio Greco ed Eugenio Galea con l’accusa di associazione mafiosa e estorsione aggravata. Secondo gli investigatori quest’ultimo è un affiliato alla famiglia Santapaola e ritenuto il responsabile di Cosa Nostra a Catania e provincia. Gli arresti fanno riferimento all’operazione “Dionisio” condotta dal Ros lo scorso anno. L’inchiesta era stata avviata nel 2004 e i Carabinieri avevano raccolto prove contro 83 persone, poi arrestate, allo scopo di disarticolare alcune "famiglie" di Catania e Caltagirone e verificare i rapporti con le famiglie mafiose di Enna (Raffaele Bevilacqua), Agrigento (Maurizio Di Gati), Gela (Daniele Emanuello), Messina e Mistretta (Sebastiano Rampulla). Secondo quanto si è appreso, Galea sarebbe stato arrestato dai carabinieri del Ros di Catania per dei tentativi di estorsione a grosse imprese edili. Galea era tornato da molto tempo in libertà. Titolare di un'azienda di conservazione di prodotti agricoli, l'indagato era stato arrestato la prima volta il 13 gennaio del 1995, dopo due anni di latitanza. Quella volta Galea fu definito dalla Procura della Repubblica il "ministro degli esteri di Cosa nostra di Catania" per i suoi presunti investimenti in attività immobiliari e case da gioco nei Paesi dell'Est Europa, e in particolare in Romania. Marco Cappella ESTORSIONI: CONDANNE PER GLI UOMINI DELLA COSCA SAN LORENZO 29 giugno 2006 PALERMO – Meno pesanti del previsto ma comunque significative le condanne emesse per rito abbreviato a Salvatore Gottuso, uomo di spicco del clan San Lorenzo considerato vicinissimo al boss latitante Salvatore Lo Piccolo, e al suo sottoposto Giovan Battista Geraci. Cinque anni e otto mesi per il primo e quattro anni e sei mesi per il secondo. Assolti il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e l’altro imputato Andrea Giovanni Militello. In un deposito di Gottuso furono piazzate delle microspie e le intercettazioni captarono incontri, riunioni, discorsi “politici” che sono alla base del quinto capitolo dell’indagine “San Lorenzo”: ieri la prima sentenza, emessa dal Gup Roberto Binenti. Si tratta di uno stralcio di un maxiprocedimento che riguarda in tutto una novantina di persone. Il giudice ha accolto in parte le richieste dei pm Gaetano Paci e Domenico Gozzo e, per quel che riguarda gli assolti, le tesi degli avvocati Sergio Monaco, Armando Zampardi e Franco Inzerillo. Anche Gottuso e Geraci hanno ottenuto assoluzioni parziali. Il primo è stato scagionato da una tentata estorsione, il secondo assolto dall’accusa di associazione mafiosa e da due tentate estorsioni. Secondo le indagini le specialità del clan San Lorenzo erano il controllo a tappeto e la gestione delle estorsioni, anche di affari importanti. Come quello che riguardava il centro commerciale “Carrefour”, mai realizzato e diventato oggetto di un’altra inchiesta di mafia, denominata “Ghiaccio”. L’estorsione “Carrefour” rientra anche nel processo concluso ieri perché, secondo l’accusa, i terreni su cui doveva sorgere l’ipermercato interessavano a Cosa nostra. Aronne Pettinari UN GIORNO NEL RICORDO DI BURRAFATO 29 giugno 2006 PALERMO – Sono passati 24 anni da quel lontano 29 giugno 1982. Ventiquattro anni per sapere la verità, per avere giustizia. Poi, finalmente, lo scorso ottobre sono arrivate le condanne all’ergastolo per Leoluca Bagarella Antonino Marchese, mentre in precedenza erano stati inflitti dieci anni (con sentenza passata in giudicato) al collaboratore di giustizia Salvatore Cocuzza, tutti implicati nel delitto con quest’ultimo che si era autoaccusato di far parte del gruppo di fuoco. Ventiquattro anni dopo Termini Imprese ricorda ancora il vicebrigadiere della polizia penitenziaria, in servizio al carcere di Cavallucci, ucciso suppostamene per un diverbio con il boss Cagarella, e aver negato a questi un colloqui con la sua famiglia in quei terribili anni ’80. Antonio Burrafato, uno dei tanti e troppi uomini dello Stato falciato dalla mafia. Aronne Pettinari DELITTO FORTUGNO: SI APRONO NUVO SCENARI NON FU <<OMICIDIO PREVENTIVO>> MA<<POLITICO-MAFIOSO>> 30 giugno 2006 Reggio Calabria. Il pomeriggio del 16 ottobre 2005 nel Palazzo Nieddu di Locri, sede di seggio delle primarie dell’Unione, 5 colpi di pistola calibro nove uccidono Francesco Fortugno, 54 anni, ex primario del pronto soccorso di Locri, esponente della Margherita e vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria.. Il 21 marzo scorso finiscono in galera gli esecutori materiali dell’agguato: il presunto killer Salvatore Ritorto, Domenico Novella, nipote di Vincenzo Cordì capo del clan che detta legge a Locri, Domenico Autino e Carmelo Dessì. Il 21 giugno le indagini subiscono una svolta: grazie al pentimento di Novella sono arrestati Alessandro Marcianò, 55 anni, caposala dell’ospedale di Locri (con ufficio di fronte a quello di Mariagrazia Laganà, moglie di Fortugno e vicedirettore sanitario della struttura ospedaliera) e il figlio Giuseppe, 27 anni, già agli arresti domiciliari per un traffico di droga. Alessandro Marcianò è accusato di essere il mandante del delitto. Il figlio Giuseppe avrebbe avuto un ruolo nella fase esecutiva, sarebbe stato alla guida della Fiat Uno bianca con la quale il killer, Salvatore Ritorto, raggiunse Palazzo Nieddu. Quindi non guidava, quel pomeriggio, Domenico Autino, come aveva riferito all’inizio dell’inchiesta un altro pentito, Bruno Piccolo, affiliato ai Cordì. Autino era invece a bordo di un’altra vettura che faceva da apripista. Novella ai magistrati ha fornito la versione del movente del delitto circolante negli ambienti mafiosi: Alessandro Marcianò avrebbe chiesto a Ritorto di uccidere Fortugno <<perché aveva in mano delle registrazioni su di lui>>. Le registrazioni attesterebbero una richiesta estorsiva di Salvatore Ritorto ad un parente di Fortugno tramite Alessandro Marcianò. Il vicepresidente del Consiglio Regionale era venuto in possesso di tali nastri ed era sul punto di consegnarli ad un magistrato della Dda. Novella stesso però pare che abbia fatto capire ai magistrati che questa versione non lo convinca molto e che quindi abbia detto: <<E’ una scemata… secondo me c’è la politica>>. Tant’è vero che le “cassette” in questione non sono mai state ritrovate. Secondo la “diceria mafiosa” dietro il delitto Fortugno ci sarebbe semplicemente un “risentimento personale”, screzi, tensione tra Fortugno e Marcianò, maturati in un contesto di illegalità diffusa, quello della Asl di Locri commissariata recentemente per infiltrazioni mafiose (<<La Asl di Locri è fortemente permeata e condizionata da interessi mafiosi>> è la conclusione della Relazione della Commissione d’accesso firmata dal prefetto Paola Basilone). Dalle 402 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa contro i Marcianò, padre e figlio, firmata dal gip Maria Grazia Arena, che raccoglie l’inchiesta dei pm Marco Colamonici e Giuseppe Creazzo con la ricostruzione dei retroscena del delitto, si evince che la Procura non si accontenta di certo di un movente così riduttivo, ma che altre piste di indagine sono possibili e vanno battute. Alessandro Marcianò è un personaggio in ottimi rapporti con la cosca Cordì, è imparentato con le famiglie Bruzzaniti e Morabito di Africo Nuovo. Marcianò è anche fortemente legato a Domenico Crea (in una intercettazione telefonica Crea chiama Alessandro Marcianò “fratello mio”), che è subentrato al Consiglio Regionale proprio al posto di Fortugno dopo la sua morte perché primo dei non eletti nella lista della Margherita. Giuseppe Marcianò, durante la legislatura del 2004, aveva fatto parte dello staff personale di Crea, era stato suo collaboratore e portaborse. Per le elezioni Regionali del 2005 Domenico Crea decide di passare dalle fila dell’Udc a quelle della Margherita e viene contrastato duramente da Fortugno, contrario al suo ingresso nel partito. Crea ottiene comunque il placet da Roma e viene ammesso nella Margherita. Non riesce a vincere le elezioni però, nonostante tutto il bel da fare di Marcianò come procacciatore di voti. Viene eletto Fortugno che firma così la sua condanna a morte. Si legge nell’ordinanza che la vittoria di Fortugno mette in discussione <<la gestione del potere clientelare>> di Alessandro Marcianò. Secondo gli inquirenti, con Crea fuori dalla scena politica anche i Marcianò e i Cordì sarebbero stati messi fuori gioco. Il clan aveva puntato sul cavallo sbagliato. Sul delitto Fortugno ecco che si affaccia anche un altro movente: quello politico-mafioso. La ricerca dei mandanti non è conclusa. Ad ora Domenico Crea non risulta iscritto nel registro degli indagati. Dora Quaranta APERTO IL PROCESSO D’APPELLO A MARCELLO DELL’UTRI 1 luglio 2006 Palermo. Il 30 giugno scorso a Palermo si è aperto il processo di appello a carico del parlamentare di Forza Italia Marcello Dell’Utri condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. La Corte è presieduta da Claudio Dall’Acqua e dai giudici a latere Salvatore Barresi e Sergio La Comare, l’accusa sostenuta dal Pg Antonino Gatto. L’udienza è iniziata con la relazione dei fatti tenuta dal giudice Barresi. I legali di Dell’Utri hanno depositato nei giorni scorsi motivi aggiuntivi di appello. Tra le richieste, che sia nuovamente chiamato a deporre Silvio Berlusconi. Inoltre Dell’Utri dichiara la propria disponibilità ad essere interrogato. Una novità questa che nel corso del processo di primo grado aveva sempre rifiutato. Fuori dall’aula della Corte d’Appello di Palermo il senatore di Forza Italia ha dichiarato che <<l’accusa del processo di primo grado era una accusa politica e oggi lo dico con più certezza di prima>>. Ma.C. UNA NUOVA PIAZZA IN MEMORIA DEL SACRIFICIO DI FILIPPO BASILE 4 luglio 2006 Palermo – Filippo Basile è un uomo caduto nel nome della legalità e del rispetto delle regole. Dopo sette anni, anche se la legge ne prevede almeno dieci, il Comune ha dato il via libera per la costruzione di una piazza memoria del funzionario della Regione ucciso da cinque colpi di pistola in quel lontano 5 luglio del 1999. A decretare la sua morte, secondo le indagini e le dichiarazioni del killer fu un altro funzionario della Regione, Antonino Sprio, accusato successivamente anche dell’omicidio del dirigente regionale Giovanni Monsignore, del 9 maggio 1990. Oggi Palermo dedica in ricordo a Basile una sua piazza. “ E’ doveroso ricordare la figura di Filippo Basile nell’anniversario del suo omicidio mettendone in evidenza la levatura morale e il senso del dovere” dicono il segretario generale della Fp CgilSicilia, Teodoro Laconica, e il coordinatore del comparto dei dipendenti regionali, Enzo Abbinanti, i quali aggiungono: “ L’esempio di funzionari coraggiosi come Basile non può essere solo di circostanza ma deve improntare l’azione quotidiana delle classi dirigenti dell’Isola verso l’affermazione della legalità e della trasparenza alla Regione contro le infiltrazioni mafiose”. Aronne Pettinari CONDANNATO VITO ROBERTO PALAZZOLO 6 luglio 2006 Palermo. Nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa a Vito Roberto Palazzolo, manager originario di Terrasini, ritenuto il tesoriere di Riina e Provenzano. La sentenza è stata emessa ieri dalla terza sezione del Tribunale di Palermo presieduta da Donatella Puleo, a latere Vittorio Alcamo e Lorenzo Chiaromonte. Dopo la lettura del dispositivo della sentenza il collegio giudicante ha emesso anche un ordine di arresto nei confronti di Palazzolo che quindi torna ad essere un latitante dopo che nel 2003 la Cassazione aveva annullato l’ordine di custodia. Il finanziere di Cosa Nostra intanto continua a rimanere al sicuro nella sua reggia dorata in Sudafrica, a Città del Capo, ben protetto dalle sue facoltose amicizie di politici e membri del servizio di sicurezza nazionale. I pm Domenico Gozzo e Gaetano Paci durante la requisitoria hanno contestato all’imputato fatti di mafia a partire dal ’92, le intercettazioni telefoniche con la sorella dalle quali si evincono i contatti con Dell’Utri, le dichiarazioni di otto pentiti e di Antonino Giuffrè secondo cui Palazzolo è membro della famiglia mafiosa di Partinico e socio in affari di Provenzano, i contattati con Lipari e Mangiaracina. I pm si sono anche soffermati sulle dichiarazioni rilasciate dall’imputato all’Fbi da cui si evincono i legami con Cinà, medico di Riina, per una fornita di diamanti (Palazzolo ha affermato di aver ricevuto una lettera da Cinà che gli ha chiesto di <<lavorare insieme>>) e con Mariano Tullio Troia. Nella documentazione trasmessa dall’Fbi si legge anche dell’ammissione del manager di Terrasini di aver offerto ospitalità a due latitanti di Partinico: Giovanni Bonomo e Giuseppe Gelardi. <<Palazzolo è certamente una delle più importanti ed oscure figure dell’associazione Cosa Nostra – hanno ribadito Gozzo e Paci nella requisitoria - inserito da almeno 20 anni nelle dinamiche associative mafiose, con funzioni rilevanti di cerniera tra il mondo imprenditoriale internazionale e l’associazione criminale, con lo scopo precipuo di consentire a Cosa Nostra la gestione ed il reimpiego dei capitali assunti illecitamente>>. I pm hanno concluso con la richiesta di una condanna a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa. Il Tribunale ha però optato per il reato di concorso esterno. Già Falcone negli anni ’80 indagava su Palazzolo nell’ambito dell’inchiesta “Pizza Connection” e proprio in base ad uno stralcio di tale inchiesta il finanziere delle cosche rimane ancora sotto indagine negli Usa per traffico di droga. Dora Quaranta CONDANNATO IL BOSS VERNENGO E DUE PRESTANOME 8 luglio 2006 Palermo. Il boss Ruggero Vernengo di Santa Maria di Gesu’ è stato condannato a 4 anni. Mentre Francesco Balestrerieri a tre anni e Biagio Cambuca ad un anno e sei mesi. Entrambi si sarebbero intestati due società di trasporti che secondo gli investigatori appartenevano a Vernengo. Il Gup Piergiorgio Morosini ha accolto quasi completamente le richieste dei Pm Domenico Gozzo e Gaetano Paci. M.M. ANTIMAFIADuemila N°49 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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