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Memorie di un "cacciatore di boss". Finito a indagare sui motorini PDF Stampa E-mail

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di Saverio Lodato - 28 aprile 2008
L’omicidio Di Matteo, il pentimento di Brusca: Alfonso Sabella racconta con i giornalisti Resta e Vitale la sua stagione a Palermo con il giudice Caselli.




Ci fu una stagione, a Palermo, alla vigilia degli anni novanta, in cui i capi mafia vivevano una vita normale, andavano nei negozi d’abbigliamento più costosi della città a fare shopping, erano i benvenuti nelle gioiellerie e le orologerie dai marchi più esclusivi e più costosi, aprivano o chiudevano conti in banca con accorgimenti non particolarmente prudenti, assistevano alle finali dei Mondiali di calcio in qualche frequentato bar cittadino dotato di televisore, si facevano tranquillamente vedere dal proprio popolo, occupavano e controllavano il territorio, ma, per la legge italiana, era come se non ci fossero. Ombre che camminavano.
Erano i latitanti di Cosa Nostra. Erano i latitanti le cui facce, conosciutissime da migliaia di siciliani, restavano enigmi indecifrabili per gli investigatori che ammattivano a ritoccare, aggiornare, invecchiare identikit dell’età della pietra nella speranza di fare centro. Erano i latitanti che per anni e anni molti avevano smesso di cercare. Poi, un bel giorno, la musica cambiò.
Esce domani, pubblicato da Mondadori, Cacciatore di mafiosi, un bel libro in cui Alfonso Sabella - sostituto procuratore a Palermo, ai tempi in cui l’ufficio era diretto da Gian Carlo Caselli - , racconta a Silvia Resta (inviata de La7) e Francesco Vitale (inviato del TG2), entrambi con competenza in materia, lo sconosciuto back stage di decine di grandi e piccole catture di mafiosi. Il libro, privo di retorica, denso di fatti quasi totalmente inediti, a tratti sconvolgente per alcune delle verità rivelate, colma un vuoto. E lo colma in due sensi.
Sin’ora conoscevamo il punto di vista, espresso anche in libri, di alcuni grandi mafiosi che, avendo scelto la via della collaborazione, avevano raccontato le loro latitanze. Ma anche come fossero stati colti di sorpresa al momento dell’irruzione di poliziotti e carabinieri nei loro covi. Si sentivano sicuri, imprendibili, a prova di manette. In Cacciatore di mafiosi, Sabella, che guidava una task force di investigatori allestita con il compito esclusivo di spezzare almeno qualcuna di quelle decennali latitanze, ricostruisce minuziosamente gli ingredienti, umani e professionali, che produssero una mirabile tela, altrettanto invisibile, in cui poi la «preda» avrebbe finito con il caderci dentro. Il secondo vuoto era dato dalla non diffusione di un enorme mole di informazioni e particolari che non erano finite nei rapporti investigativi. Ne emerge - ove possibile - uno spaccato ancora più spaventoso degli orrori di Cosa Nostra.
Scegliamo a caso. Nelle camere della morte ritrovate in quegli anni, dove i mafiosi strangolavano con corde robuste e poi scioglievano nell’acido i loro «nemici», stavano «affisse al muro, senza un preciso ordine, tante immagini sacre: santa Rosalia, santa Rita, la Madonna, san Cristoforo, protettore degli automobilisti. È lo stragolatoio di Cosa Nostra».
Continuiamo. In tre, stanno strangolando un povero ragazzo ( che non era mafioso). La vittima era nota per la sua passione per il ballo, frequentatore assiduo, come era, di discoteche. È per questo che, dopo averlo sbattuto per terra a faccia in giù, uno dei tre gli salta più volte sulla schiena dicendo testualmente: «Così muore ballando».
Leoluca Bagarella trascorse anni della latitanza in un anonimo condominio a due passi dalle abitazioni di due sostituti procuratori della repubblica di Palermo che nulla potevano sospettare. Bagarella usciva al mattino presto, accompagnato da Tony Calvaruso che poi lo «tradirà», per andare ad occuparsi dei suoi uffici di boss di rango. Di fronte all’abitazione c’è un negozietto il cui titolare arriva al mattino presto e nota, incuriosito, quel nuovo inquilino misterioso. Bagarella se ne lamenta con Calvaruso: «Mi scassa la minchia» e gli da ordine di organizzare un agguato per eliminarlo. Calvaruso non se la sente e, con santa pazienza, un giorno va dal negoziante per dirgli: «Nun m’addumannassi né picchì né pi ccomu. Ma mi facissi ’na cortesia: la matina rapissi un pocu cchiù tarduliddu». (Non me ne chieda il motivo, ma mi faccia la cortesia di aprire un po’ più tardi al mattino). L’uomo capì e il peggio venne scongiurato.
Calvaruso e Bagarella seguono in televisione il Festival di Sanremo. Racconta Calvaruso: «Ivana Spagna gli piaceva tanto, e ne ascoltava le canzoni a casa e in macchina. E quella sera, quando in tv apparve la cantante, Bagarella mi disse: "Chista mi piace, mi fa acchianare (salire) u’ sangu n’ testa... ci fussi ’i sequestrarla"». Sono solo alcuni episodi.
Ma il libro ripercorre quasi un decennio: dal viaggio in aereo in Svizzera di Sabella con il pentito Salvatore Cancemi alla ricerca di un tesoro di Cosa Nostra (ritrovato), alla vicenda della cattura e del pentimento, prima finto poi vero, di Giovanni Brusca; dall’orribile fine del piccolo Giuseppe Di Matteo dopo quasi due anni di sequestro alla cattura del ras di Partinico, Vito Vitale. E molto altro ancora.
Ultima notazione: il mestiere di «cacciatore di mafiosi» in Italia, evidentemente, non paga. Alfonso Sabella oggi si ritrova al tribunale di Roma, in qualità di giudice, per occuparsi di ladri d’appartamento e motorini rubati. Forse anche per questo si è finalmente deciso a raccontare quella sua grande stagione a Silvia Resta e Francesco Vitale, i quali, essendo giornalisti televisivi, sono riusciti a costruire un incalzante racconto per immagini.

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