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Il "sistema" Casalesi PDF Stampa E-mail

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di Massimo Solani - 25 aprile 2008
Affari, estorsioni e ville hollywoodiane. A Casal di Principe c’è chi dice: «La camorra fa bene alla gente». Il reportage di AnnoZero.



Da qualche settimana, nel cimitero di Casal di Principe, sulla tomba di don Peppino Diana c’è una copia di “Gomorra”, il libro di Roberto Saviano. Ce l’ha messa il padre del parroco ucciso per il suo impegno contro la camorra il 19 marzo del 1994 mentre si accingeva a celebrare messa. Un regalo che il giornalista scrittore ha fatto arrivare a Casal di Principe attraverso Sandro Ruotolo, l’inviato di Annozero. Perché anche sono passati quattordici anni da quei tre proiettili sparati a bruciapelo contro il prete che incitò i paesani alla ribellione contro i clan camorristici, a Casal di Principe e dintorni non si muove foglia che i Casalesi non vogliano. Non c’è appalto che si aggiudichi senza l’avallo del più potente clan camorristico. Non c’è azienda che possa lavorare in pace senza pagare il pizzo ad un uomo delle famiglie Zagaria, Iovine, Bidognetti e Schiavone. E bastava guardare la puntata di Annozero andata in onda ieri sera per capire cosa sia “O’sistema” camorristico, e quanto potenti siano ancora oggi i clan che dal fazzoletto di terra fra Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa si sono mossi alla conquista del mondo. In studio in diretta, per la prima volta, Roberto Saviano seduto al fianco del coordinatore della Dda di Napoli Franco Roberti; sugli schermi una lunga inchiesta condotta da Sandro Ruotolo, in collaborazione con Luca Bertazzoni, che è al tempo stesso un viaggio nella terra dei Casalesi e un incredibile “bignami” dell’economia criminale dei boss della provincia di Caserta. Come Francesco Bidognetti e Antonio Iovine che, uno latitante l’altro in carcere, il 12 marzo scorso firmarono una istanza per trasferire in altra sede («per legittima suspicione») il processo d’appello Spartacus. E condendo l’istanza con tanto di minacce ad una cronista, Rosaria Capacchione de Il Mattino, al pm della Dda di Napoli Raffaele Cantone e a Roberto Saviano. «Perché i boss hanno paura delle persone che possono bloccarli, di quelli che possono creargli problemi», spiega una donna alle telecamere. È Anna Carrino, la donna del boss Francesco Bidognetti. La mamma dei due rampolli del clan («mi passavano qualche 50mila euro al mese per mandare avanti la famiglia») che un giorno decise di scappare da Casal di Principe e di chiudere con quella vita. La arrestarono a Roma l’8 novembre scorso e in carcere Anna si è pentita, raccontando tutto agli inquirenti e facendo arrestare 52 uomini dei clan di “Cicciotto ‘e mezzanotte”, compreso il marito della figlia. Dal carcere ha chiesto al marito di lasciare “O’ sistema” e mollare tutto. «Devi pentirti - gli ha detto -. Porta via i nostri figli: la camorra deve essere sconfitta».
Lei un colpo lo ha dato. Ma ne serviranno molti altri se davanti alle telecamere alcuni abitanti di Casal di Principe gridano che «La camorra sta a Roma, non qui. Questo lo dicono li uomini di merda come voi». «Qui i camorristi fanno il bene delle persone, non si mangiano il sangue degli operai», spiega un ragazzo. E i morti amamzzati per strada? Non è sangue quello? «Se hanno sparato qualcuno si vede che c’erano dei motivi». Del resto non è un caso se ciscuno degli assessori della giunta comunale (sindaco compreso) è prente di questo o quel boss. Avranno anche loro buoni motivi.
Già i motivi. Sempre gli stessi. I soldi, gli affari, il controllo del territorio attraverso la paura e l’intimidazione. Le basi di una ricchezza che ha disseminato il territorio di ville fastose in stile hollywoodiano (famosa quella “modello Scarface” di Walter Schiavone, fratello del boss Francesco detto Sandokan) e di imprenditori che pagano il pizzo in silenzio. Eppure qualcuno ha il coraggio di denunciare. Come Gaetano Vassallo, che ad Annozero ha raccontato le estorsioni, il carcere per associazione mafiosa, le assoluzioni e le bugie prima della denuncia. «Ho sempre pagato il pizzo, ma ho sempre mentito». O ancora l’immobiliarista parmigiano Aldo Bazzini (arrestato e sotto processo) che da Pasquale Zagaria, figlio del boss latitante Michele, si fece prestare 500mila euro per poi ritrovarsi strangolato da quei nuovi soci del sud. «Ma chi poteva sapere - dice oggi - io lo conoscevo solo come imprenditore, poi sposò la figlia della mia compagna». Peccato che, intercettato, raccontava in giro che quella ragazza, aveva fatto bingo sposando «un boss ricchissimo, che ora le fa fare la bella vita».

L'UNITA'

 
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    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

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    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

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