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Giacomo Greco, l'ultimo pentito di Belmonte PDF Stampa E-mail

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di Salvo Palazzolo - 26 aprile 2008
Due settimane fa, Giacomo Greco temeva di essere ucciso. Per questa ragione si è rifugiato in una caserma dei carabinieri: «Sono stato il genero di Francesco Pastoia, il padrino di Belmonte Mezzagno». Così, quel quarantenne dall´aria scanzonata ha cominciato il suo racconto.


Giacomo Greco conosce i retroscena degli omicidi mai risolti della lunga faida di Belmonte: il 14 ottobre 2000, i killer dovevano uccidere anche lui assieme all´imprenditore Antonino Martorana. La sua vita era ormai segnata, solo l´intervento dell´influente suocero evitò il peggio. Adesso, il neo pentito sta raccontato cosa c´era davvero dietro la faida fra le due anime della Cosa nostra di Belmonte, quelle di Benedetto Spera e di Francesco Pastoia, ufficialmente entrambi fedeli al verbo di Provenzano, in realtà in conflitto, fra doppio giochi e tragedie, per la gestione di appalti e potere. Oggi che Spera è in carcere (ormai dal gennaio 2001) e Pastoia è morto (suicida dopo l´arresto del gennaio 2005), a Belmonte altri mafiosi avrebbero già preso il potere: sono loro che Giacomo Greco temeva, loro potrebbero avere architettato l´ultima stagione di intimidazioni durante la campagna elettorale, con un incendio alla porta di casa dei genitori del segretario dell´Udc Saverio Romano, e un altro all´auto dell´assessore comunale alla Legalità, Salvatore Caltagirone, anche lui del partito di Totò Cuffaro.
Greco sa ancora dei segreti della latitanza di Provenzano. Ai carabinieri del Reparto Operativo, diretti dal tenente colonnello Jacopo Mannucci Benincasa, ha già indicato uno dei bunker sotterranei dove il padrino si sarebbe nascosto, in una villa a quattro piani alle porte di Belmonte.
A raccogliere l´ultima confessione di mafia è il sostituto procuratore Marzia Sabella, che aveva già incontrato diverse volte il nome di Giacomo Greco nelle indagini condotte assieme a Michele Prestipino per giungere alla cattura di Provenzano. Erano stati i carabinieri del Ros a delineare ai magistrati la figura del genero di Pastoia in un´informativa molto ben documentata: nel 1998, gli investigatori avevano cercato il capo di Cosa nostra all´autoscuola Primavera di via Daita e si erano imbattuti in un giovanotto dall´aria scanzonata e tanto amante della bella vita che entrava e usciva dalla scuola guida di Carmelo Amato. Era proprio Giacomo Greco: già allora era inserito come socio nella società simbolo del potere dei Pastoia, la Siciliana lavori srl. Più che per meriti imprenditoriali e mafiosi, per il suo matrimonio con Lucia Pastoia. Nel 2004, gli investigatori del Ros erano sulle tracce dei postini di Provenzano, fra Bagheria, Villafrati e Villabate. Nicola Mandalà, Ezio Fontana e Salvatore Badami adoravano il caffè e i dolcetti del bar Santa Rosalia di Villabate, una delle stazioni di posta più efficienti istituite da Cosa nostra. Anche Giacomo Greco prendeva spesso il caffè al Santa Rosalia. E ogni tanto faceva pure qualche puntata alla "Con.sud.tir.", altra stazione della posta mafiosa, a Bagheria. Il genero di Pastoia restava comunque un uomo di seconda linea nel clan di Belmonte, ed era sempre attento a non esporsi più di tanto: anche per questo i magistrati non sono mai riusciti ad arrestarlo.
Poi, Pastoia e i suoi hanno avuto anche un pizzico di fortuna: all´inizio del 2003, ancora gli investigatori del Ros erano riusciti a circondare di cimici e telecamere le giornate del clan di Belmonte. Automobili, case, ville, anche Giacomo Greco era stato «microfonato»: era un´offensiva investigativo-tecnologica senza precedenti. Ma il giorno dopo la scarcerazione del vecchio Pastoia, il 14 giugno, le microspie dei covi più importanti smisero di funzionare, all´improvviso. Il maresciallo Giorgio Riolo, il tecnico più esperto del Ros, aveva già soffiato le indagini a Michele Aiello, il magnate della sanità privata siciliana di recente condannato per associazione mafiosa. Anche di questa fuga di notizie Giacomo Greco potrebbe sapere.
Lui, il neo collaboratore, vive ormai in una località segreta. Negli ultimi tempi, si era trasferito a Catania. A Belmonte, era andato poco prima di scomparire per sempre, sotto la protezione dello Stato. Ma aveva già rotto con la moglie Lucia, che non ha condiviso la sua scelta. Lei è rimasta con i figli a Belmonte. Anche se il cognome Pastoia sembra non essere più rispettato. Il suicidio del vecchio padrino (sorpreso dalle microspie a raccontare troppi segreti, e il progetto di uccidere il figlio di Spera) ha forse salvato i familiari. Ma due mesi dopo, qualcuno fece in mille pezzi la lapide di Pastoia. Brutto segno.

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