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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Sono mafioso ma è un segreto PDF Stampa E-mail

Lo scandalo delle intercettazioni illegali fa tremare il mondo politico, trasversalmente
di Massimo Brugnoli

 

Le intercettazioni illegali di Telecom costituiscono un fatto gravissimo e sicuramente rappresentano un pericolo per i cittadini e  per la stessa democrazia.
Tuttavia, l’impressione è che questa vicenda, e il conseguente allarme per i cittadini,  vengano strumentalizzati dai soliti noti per confondere i piani del discorso e screditare anche le intercettazioni regolarmente autorizzate dai tribunali. E, così, preparare il terreno per l’ennesimo colpo di spugna che potrebbe togliere questo prezioso strumento d’indagine ai magistrati. Soprattutto a quelli che indagano sui politici e sugli altri colletti bianchi. Magari corrotti. O mafiosi. Sbagliamo? Se guardiamo alla gran parte delle leggi “ad castam” (che si differenziano da quelle “ad personam” perché fatte a beneficio dell’intera classe politica) che sono state fatte in questi anni, vediamo che esse hanno avuto spesso una genesi simile. E cioè:
1 - viene creato un finto allarme per le garanzie dei cittadini, utilizzando televisioni e giornali compiacenti;
2 - si cerca la larga intesa in Parlamento, tecnicamente detta inciucio, approfittando della contemporanea presenza in entrambi gli schieramenti di persone, per così dire, personalmente interessate al problema;
3 - si approva la legge-vergogna, facendola passare come irrinunciabile provvedimento a difesa delle garanzia dei cittadini (la maggior parte dei quali non ne sente assolutamente il bisogno).

E’ questo lo schema utilizzato, per esempio, nel 1995, per la riforma della legge sulla custodia cautelare, provvedimento che inaugurava l’era degli accordi sottobanco fra Polo e Ulivo. Dopo anni di falsa propaganda sui metodi d’indagine di Mani Pulite e sui presunti abusi della carcerazione  preventiva, dalemiani e affini da una parte, e berlusconiani e simili dall’altra, approvavano una legge che poneva un’infinità di ostacoli alle esigenze di carcerazione preventiva. Di fatto, veniva ripreso il decreto Biondi dell’anno precedente, con qualche ulteriore bonus particolarmente gradito a Cosa Nostra: per esempio l’abolizione dell’arresto dei falsi testimoni in flagranza di reato, una misura che era stata fortemente voluta da Giovanni Falcone. Il fatto che sia il Cavaliere che il lìder Massimo avessero in corso o fossero appena scampati ad inchieste giudiziarie, era ovviamente solo una coincidenza. Lo stesso è accaduto per l’attuale legge sui collaboratori di giustizia che, fra le varie amenità, fissa la “scadenza” di 180 giorni entro il quale un collaborante può rendere dichiarazioni all’autorità giudiziaria, evidentemente assimilando le inchieste di mafia al gorgonzola o alla mozzarella di bufala. Una soluzione resa possibile soprattutto grazie ad anni di disinformazione bipartisan sui pentiti e sulla loro gestione da parte delle Procure.
E di esempi se ne potrebbero fare ancora parecchi.
Ora il solito concertino vorrebbe far credere che in Italia i magistrati facciano “troppe” intercettazioni telefoniche (rispetto a cosa, non è ben chiaro), che la privacy dei cittadini sia a rischio, che l’indipendenza dei parlamentari sia minacciata, ecc.. 
In realtà, esiste più di un motivo che rende lo strumento dell’intercettazione particolarmente prezioso per la giustizia italiana. Come spiega Piercamillo Davigo: “In altri paesi c’è un ricorso molto più ampio alle operazioni sotto copertura di quanto non si faccia in Italia. Per esempio, negli Stati Uniti non si fanno indagini sulla corruzione; si manda un agente federale a dare denaro a un pubblico funzionario e, se questo lo prende, viene arrestato. In Italia una cosa di questo genere non si può fare e probabilmente, se anche si potesse fare, non integrerebbe reato secondo il nostro codice penale, perché chi offre il denaro non è in realtà un corruttore, ma è un agente di polizia che persegue finalità diverse da quelle di corrompere. E’ quindi ovvio che, essendoci nel nostro paese minori strumenti d’indagine di altro tipo, si finisce per fare un uso massiccio delle intercettazioni telefoniche (Micromega 2/06, pag. 110)”. E poi non è vero che il numero delle intercettazioni sia così alto rispetto a quanto avviene all’estero. Il fatto è che in Italia le uniche intercettazioni consentite sono quelle richieste da pm indipendenti e disposte da giudici indipendenti. Negli altri Paesi, accade frequentemente che le intercettazioni siano disposte dal governo e affidate alla polizia o ai servizi segreti, sfuggendo in tal modo alle statistiche ufficiali. E’ poi assurdo che questa critica venga da ambienti governativi. Ancora Davigo: “Se il governo ritenesse che il numero delle intercettazioni fosse eccessivo, basterebbe che desse ordine alle forze di polizia di fare meno richieste, e crollerebbe in questo il modo il numero di intercettazioni. Ma evidentemente non sono queste le intercettazioni che preoccupano il governo. A creare preoccupazioni sono quelle che talvolta non promanano da richieste della polizia giudiziaria, ma sono di iniziativa dell’autorità giudiziaria, o sono richieste dalla polizia giudiziaria già impegnata in indagini su certi tipi di criminalità. Per intenderci: la criminalità dei cosiddetti colletti bianchi”. Già, i colletti bianchi. Soprattutto quelli mafiosi. Riguardo a questo tipo di criminalità, gli strumenti in mano ai magistrati sono soprattutto due: i collaboratori di giustizia e le intercettazioni telefoniche, giacchè raramente la mafia redige verbali delle assemblee, emette bonifici intestati “Cosa Nostra Spa” o tiene registri degli iscritti come l’Avis o la Pro Loco. Dei pentiti e dei tentativi di delegittimazione a cui sono continuamente sottoposti, abbiamo già detto.  Riguardo alle intercettazioni, già oggi il lavoro dei magistrati è reso difficoltoso dalla legislazione degli ultimi anni. Basti pensare all’obbligo, in nome della privacy, di distruggere i tabulati telefonici dopo cinque anni (che nel 1998, nel momento culminante dell’inchiesta, ne ha impedito l’utilizzo per l’indagine sui mandanti esterni delle stragi del ‘93) o alla legge 140 del 2003, che impone la distruzione delle intercettazioni indirette in cui incappa un parlamentare, qualora il giudice le ritenga “irrilevanti”  (resta da capire come possa essere irrilevante il fatto che un parlamentare parli con un mafioso). Per non parlare dell’assurdità di chiedere preventivamente l’autorizzazione alla Camera di appartenenza per mettere sotto controllo le utenze dei parlamentari. La cosa più divertente è che coloro che più si lagnano delle intercettazioni sono quelli che più ci sguazzano. Come dice Marco Travaglio nel suo mitico “Manuale del perfetto impunito”, il garantismo è come il sesso: chi più ne parla, meno lo pratica. Come dimenticare, infatti, quanti per anni hanno sguazzato nelle cinque parole pronunciate da Pacini Battaglia (senza nessun riscontro) a proposito di Di Pietro e Lucibello: “Quei due mi hanno sbancato (o sbiancato)”? E come dimenticare le avventure di Silvio Berlusconi in versione Tom Ponzi, mentre cerca di incastrare Di Pietro registrando di nascosto una  conversazione con  Antonio D’Adamo? Comunque, da ciò che si sa sul DDL Mastella, c’è poco da ridere. Oltre ad assurde restrizioni, come il termine  di tre mesi rinnovabili solo in presenza di elementi nuovi, esistono seri pericoli per la libertà d’informazione. Come il divieto di pubblicare il contenuto delle telefonate che riguardano personaggi non indagati ma che comunque rivestono importanti cariche pubbliche, e sulle cui gesta i cittadini avrebbero il diritto di essere informati. Come su quelle, per esempio, dell’ex viceministro Miccichè, che ha ricevuto qualcosa come 38 telefonate dal prestanome di Totò Riina Mario Fecarotta prima dell’arresto di quest’ultimo. Con la nuova legge, la cosa sarebbe passata sotto silenzio. Come tante altre vicende. Perché l’Italia è un paese davvero originale: ogni volta che il nome di un politico viene accostato a vicende criminali, questi, anziché spiegare la propria (eventuale) estraneità ai fatti, se la prende con i giornali che riportano la notizia. Un po’ come dire: sono mafioso, ma è un segreto.

 

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La cronologia dei fatti

2003
L’inchiesta sulle intercettazioni illegali Telecom nasce nel 2003 e riguarda l’esistenza di una rete parallela e illegale di spionaggio, un’organizzazione mista composta sia da privati che da uomini delle istituzioni. Tra gli indagati di spicco, Emanuele Cipriani, imprenditore della security, massone e amico di Licio Gelli, e Giuliano Tavaroli, manager della sicurezza Telecom vicino al numero due del SISMI Marco Mancini.

2004 2005
Fra il 2004 e il 2005 emergono inquietanti fatti di spionaggio, come quello ai danni di Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo in coincidenza con le elezioni regionali del Lazio, le incursioni elettroniche nei computer di manager del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, misteriose fughe di notizie su indagini ancora segrete in corso presso alcune procure.

2006
All’inizio del 2006 arrivano sul “Giornale” le clamorose conversazioni tra Fassino e Consorte sulla scalata di Unipol alla BNL. Nell’estate di quest’anno, l’inchiesta su Telecom incrocia quella sul sequestro dell’ex imam Abu Omar, rapito a Milano da agenti della CIA e fatto torturare in Egitto per conto degli USA.

05-luglio
- Il 5 luglio viene spiccato un ordine di cattura per Mancini e Augusto Pignero, altro capodivisione del SISMI, con l’accusa di concorso in sequestro di persona. I due avrebbero aiutato la CIA a preparare il rapimento.

14-luglio
- Il 14 luglio si apprende che per la stessa vicenda è indagato anche il numero uno del servizio, Niccolò Pollari.
- Il 21 luglio muore, precipi

21-luglio
tando da un cavalcavia sulla tangenziale di Napoli, Adamo Bove, responsabile per la sicurezza della TIM. Ufficialmente si tratta di suicidio. Bove aveva aiutato le procure di Milano e Roma nelle inchieste su SISMI e Telecom.

20-settembre
-Il 20 settembre vengono arrestati Cipriani e Tavaroli.

04-ottobre
- Il 4 ottobre, durante un interrogatorio davanti al pm Pomarici, Tavaroli afferma che non è escluso che l’ex sottosegretario Gianni Letta fosse informato del sequestro di Abu Omar.
Il sospetto dei magistrati è che in Italia sia attivo una sorta di Supersismi, che, sfruttando la paura del terrorismo, abbia compiuto diverse azioni illegali, puntando in realtà ad acquisire posizioni di potere personale e ad arricchirsi illegalmente. Non a caso, oggetto dell’inchiesta è anche un vorticoso giro di denaro su conti esteri; i pm di Milano hanno scoperto una rete di conti bancari tra il Lussemburgo e l’Inghilterra alimentati con denaro proveniente dalle casse di Telecom e Pirelli, pagati da Tavaroli e nascosti all’estero da Cipriani.


ANTIMAFIADuemila N°50

 
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  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
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    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
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    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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