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di Marco Travaglio - 25 aprile 2008
Ci eravamo quasi abituati all’idea di avere, come ministro della Giustizia, Elio Vito. Non era neanche male, il piccolo motorino berlusconiano che interrompe tutti e non lascia parlare nessuno. Soprattutto se si pensa alla nobile tradizione dei Guardasigilli di centrodestra: da Alfredo Mezzolitro Biondi,che firmò un decreto per vietare l’arresto del fratello del premier, all’ingegner Roberto Castelli...

esperto in abbattimento di rumori autostradali, sposatosi con rito celtico davanti al druido inneggiando a Odino e sorseggiando sidro. Al loro confronto, persino un Vito sarebbe apparso accettabile. Anche perché, qualunque cosa faccia, non gli può essere imputata. Infatti non vive di vita propria. È un replicante, un berlusclone che ogni mattina viene programmato con uno speciale microchip, caricato con due giri di chiave dietro la schiena e mandato in giro a sparecchiare il Verbo del suo spirito guida. Siccome, chiunque sieda in Via Arenula, a comandare sono Previti e Dell’Utri, Vito pareva l’ideale: l’Elio, fra i gas conosciuti in natura, è il più leggero dopo l’idrogeno: incolore, inodore, chimicamente inerte. L’uomo giusto al posto giusto per la Giustizia. Ma ieri la sua candidatura è mestamente tramontata. Pare che Vito fosse dotato di una personalità ancora troppo robusta, per le esigenze del padrone: la nuova favorita è tale Mariastella Gelmini, la cui vacuità nei dibattiti tv è addirittura superiore a quella di un Frattini.Se dovessero scartare anche lei, sarebbe giocoforza ripiegare su un lombrico, su una muffa o su un lichene. Perché l’indispensabile requisito del Guardasigilli ideale del Cainano, come pure del ministro delle Comunicazioni, è l’assenza totale di spina dorsale e possibilmente di cervello. Il che spiega il fenomeno Gasparri (purtroppo già impegnato, stavolta, come capogruppo al Senato). Ingenuamente, qualche retroscenista aveva ipotizzato per la Giustizia l’avvocata Giulia Bongiorno o l’ex magistrato Alfredo Mantovano. Ma non conoscono il Cainano, che per quel dicastero necessita di uomini pronti, e soprattutto proni, a tutto. Ogniqualvolta salta fuori un suo reato, il ministro glielo deve depenalizzare. Appena si apre un processo suo carico, il ministro glielo deve bloccare. Se poi uno della banda o della famiglia rischia la galera, il ministro glielo deve liberare. Figurarsi se può fidarsi di un’avvocatessa quarantenne in carriera, per giunta dello studio Coppi, che non ha mai chiesto l’arresto dei giudici e ha difeso Andreotti nel processo anziché dal processo. O, peggio ancora, di uno come Mantovano che, non contento di aver fatto il giudice, gli ha pure condannato l’amico Pino Leccisi. Non se ne parla. O un clone o niente. Così alla fine potrebbe tornare il buon Castelli, che già diede buona prova l’altra volta. Esordì con un’intervista memorabile. Domanda: «Lei cosa sa di Giustizia?». Risposta: «Assolutamente nulla». Infatti, illustrando il suo programma al Parlamento, annunciò la riforma del giudice unico e la competenza penale del giudice di pace, ignaro del fatto che le due riforme erano state appena varate dall’Ulivo. Poi osservò che, siccome la Giustizia non funziona, è inutile investirvi risorse. Proseguì avallando senza batter ciglio tutte le leggi vergogna possibili e immaginabili a maggior gloria e impunità del premier e dei suoi cari. Tentò persino di trasferire su due piedi al Tribunale di sorveglianza il giudice Guido Brambilla, che aveva il torto di processare Berlusconi e Previti. Bloccò la nomina di tre magistrati (che avevano vinto un regolare concorso) all’Olaf, Organismo europeo antifrodi; schierò l’Italia contro il mandato di cattura europeo, pretendendo che ne venissero esclusi i reati di corruzione, frode, riciclaggio e altri crimini finanziari (tutti contestati al Cavaliere); cacciò Gian Carlo Caselli da Eurojust per sostituirlo con un amico di Previti; licenziò i giudici del suo ufficio legislativo che avevano osato esprimere parere negativo sulla controriforma delle rogatorie; bloccò le rogatorie del pool di Milano negli Usa per l’inchiesta sui Mediaset; sguinzagliò ispezioni nelle Procure più impegnate; varò la demenziale controriforma dell’ordinamento giudiziario e, quando Ciampi gliela bocciò per quattro profili di incostituzionalità, commentò giulivo: «Poteva andare peggio». In effetti, Ciampi poteva scendere dal Colle e dargli pure due sberle. Ecco: il Cainano, per la Giustizia, sta cercando un altro come lui. E, visto il personale politico del Popolo della libertà provvisoria, non è escluso che lo trovi.

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    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
    Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”.
    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
    Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli.
    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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