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Antimafia Duemila

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Telecomandi per la mafia, a giudizio perito elettronico PDF Stampa E-mail

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23 aprile 2008
Catania:
Giuseppe Di Stefano è accusato da alcuni pentiti di aver realizzato dispositivi per attentati alle dipendenze del clan mafioso dei Pulvirenti.
 

 

 

Lui si dichiara innocente

Il gup di Catania Antonella Romano ha rinviato a giudizio Giuseppe Di Stefano, il tecnico di elettronica accusato da alcuni 'pentiti' di avere fornito telecomandi a Cosa nostra, che li avrebbe utilizzati per compiere attentati dinamitardi.

Il giudice dell'udienza preliminare, accogliendo la tesi dei pm Giovannella Scaminaci e Francesco Testa, ha disposto il processo dell'imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e fissata la prima udienza per il 24 giugno prossimo, davanti la quarta sezione penale del Tribunale.

I difensori di Di Stefano, gli avvocati Enzo Mellia e Saro Pennisi, durante l'udienza  hanno ribadito l'estraneità del loro assistito ai reati contestati chiedendo il suo proscioglimento e, in subordine, la concessione delle attenuanti generiche che avrebbero fatto scattare la prescrizione del reato.

Secondo l'accusa Di Stefano aveva contatti con la cosca Pulvirenti, e in particolare con Giuseppe Grazioso. E per conto del clan catanese avere realizzato due telecomandi, uno trasmittente e l'altro ricevente, che sarebbero stati poi 'giratì a Cosa nostra di Palermo.

Il procedimento non tratta però dell'attentato - che doveva essere compiuto nel 1992 nei confronti del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, allora distaccato al ministero della Giustizia, nella segreteria di Giovanni Falcone - perchè l'inchiesta su Di Stefano per questa accusa è stata archiviata a Caltanissetta. Il processo tratterà la presunta realizzazione dei telecomandi per conto della 'famiglià Pulvirenti, e la sua presunta vicinanza a questa cosca.

Giuseppe Di Stefano è ritenuto un esperto del settore e alcuni anni dopo il 1992 si unì ai suoi fratelli, estranei alla vicenda, che fondarono la società Geimp, che successivamente fornì microspie e ponti radio per le intercettazioni alla Procura di Catania. Forniture interrotte dalla magistratura con l'apertura dell'inchiesta. 

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