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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Piazza Italia PDF Stampa E-mail
Sgominata un’organizzazione dedita al traffico di cocaina.
Le intercettazioni rivelano: gli affari migliori si fanno nel Bel Paese

di Monica Centofante




Diluita all’interno di bottigliette di shampoo o nascosta in un container carico di solfato di zinco. Spedita a mezzo corriere DHL o tramite una ditta di importazione di pesce dall’Ecuador.
E’ ancora la cocaina la protagonista di una complessa attività d’indagine sfociata lo scorso 15 dicembre nell’emissione, da parte del gip del Tribunale di Palermo Fabio Licata, di sei ordinanze di custodia cautelare.
Rese possibili grazie all'applicazione, per la prima volta in assoluto, dell'aggravante dell’articolo 4 della legge del marzo 2006 che ha ratificato la convenzione Onu sul crimine transnazionale, promuovendo una maggiore cooperazione tra diversi stati.
Sul banco degli imputati decine di chili di purissima polvere bianca proveniente dal Perù e dalla Colombia e quasi interamente destinata al mercato italiano. Il più fruttuoso e remunerativo secondo la viva voce degli stessi protagonisti del traffico, intercettati per più di un anno dagli uomini del Reparto Operativo di Palermo guidati dal comandante Jacopo Mannucci Benincasa e coordinati dal procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia Sergio Lari e dai sostituti Sergio Barbiera e Calogero Ferrara.
A dare l’avvio alle indagini una serie di accertamenti sulla figura del latitante Tommaso Iacomino, alias “Enrico” e “Salvatore Cefariello”, appartenente alla famiglia camorrista “Birra-Iacomino” operante tra Portici ed Ercolano e nascosto in America Latina, principalmente tra la Colombia e il Perù. Il mezzo: la sua utenza telefonica colombiana, messa sotto controllo sin dal maggio del 2005. E fonte di preziose informazioni per gli inquirenti impegnati a ricostruire gli intricati rapporti finalizzati alla commercializzazione di partite di cocaina destinate a più piazze europee e in particolare al nord-Italia e alla Sicilia Occidentale.
Dall’altra parte del filo, Paolo Messina e Paolo Boninsegna.
Il primo, dipendente comunale di Campobello di Mazara, finanziatore della sua latitanza e dell'acquisto di grosse partite di cocaina. Nonché impegnato nella costituzione di una società di importazione da usare come copertura e nell'organizzazione di una spedizione di droga del valore di 25.000 Euro al chilogrammo per la quale era stata utilizzata una ditta che importava pesce dall’Ecuador.
Il secondo descritto nell’ordinanza come “un grosso importatore di droga che acquistava quasi esclusivamente dall’estero per rivendere sul mercato italiano ove era lui stesso a catalogare e confezionare la ‘roba’”. Tra i suoi principali canali di rifornimento l’Olanda, Paese nel quale poteva contare su una serie di conoscenze e in particolare sul latitante Frau Gavino, emigrato di origine sarda e gestore di un ristorante. E la Spagna, dove dal novembre del 2005 risultava in contatto con un intermediario italiano di nome Angelo e con altri soggetti di nazionalità spagnola.
Per diffondere la droga in Italia Boninsegna aveva provveduto ad impiantare una fitta rete di distribuzione con l’ausilio dello stesso Paolo Messina, che rivestiva il compito di piazzare lo stupefacente sopratutto nel territorio della Sicilia Occidentale. Oltre che del bolzanino Konrad Goeller e di Enrico Muzzolini, alias “lo zio”, “il friulano”, “Federico”, personaggio di spicco nel panorama internazionale del traffico di stupefacenti, in grado di movimentare e commercializzare centinaia di chilogrammi di polvere bianca (<<E’ questione che ho 2.000 casse li e non posso muovere niente per due tre mila euro… omissis …>> <<sai quanti ne ho venduti io qua già? Sulla carta… sai quante casse? Eh, 600!>>) organizzando spedizioni in Olanda, Spagna, Germania e Francia. Insieme allo stesso Goeller era lui ad occuparsi della distribuzione nella zona nord-orientale della penisola.
Considerato la longa manus del latitante Iacomino, Boninsegna aveva fatto il suo ingresso nelle indagini il 10 giugno del 2005 dall’interno di una cabina telefonica vicina al Bauli Grill di Sommacampagna. L’oggetto della sua conversazione con il latitante napoletano: un carico di 21 Kg di cocaina nascosta in una valigia nera in quel momento in viaggio sulla tratta Perù-Napoli a bordo di un container imbarcato sulla nave della compagnia Mediterranean Sheaping Company. E contrassegnato dal numero identificativo 27816. Ad attenderla un’organizzazione criminale partenopea attrezzata per eludere il controllo delle Autorità Doganali e delle Forze di Polizia.
L’operazione, che non andò a buon fine per la perdita del carico, aveva causato non pochi fastidi al Boninsegna, costretto a mediare tra il latitante Iacomino e gli “amici” napoletani, che avevano riacquistato la fiducia nel compaesano solo dopo aver parlato direttamente con lui, appurandone l’alta discendenza criminale. E mentre il Muzzolini, coinvolto nell’operazione, manifestava non poche perplessità sulla buona fede dei napoletani (<<…loro si son già fregati tutto>>), solo pochi giorni più tardi lo Iacomino si era già trasferito in Ecuador al fine di organizzare un secondo traffico e recuperare le perdite del primo.
Una delle tante spedizioni messe in atto grazie alla collaborazione del Boninsegna con il quale, secondo quanto testimoniato dagli inquirenti, Iacomino aveva posto in essere una intensa e frenetica attività illecita, ramificata anche in altre zone dell’Europa Occidentale ed Orientale (Spagna, Belgio, Olanda, Germania, Inghilterra e Repubblica Ceca) “dove i due, a seconda delle necessità del periodo, si procuravano o piazzavano” agevolmente “gli ingenti quantitativi di sostanza drogante”. E che fungevano da basi stabili “destinate a garantire la continuità del flusso di importazione di stupefacente lungo l’asse Sudamerica Europa, attraverso lo sfruttamento di una serie di canali di trasporto”. Esemplare la capacità del gruppo criminale di procurarsi e spedire in tempi brevissimi grandi quantitativi di stupefacente, di infiltrarsi nei gangli dei trasporti navali e aerei, di utilizzare finte società di import-export o, in alcune occasioni, l’ordinario mezzo postale o il corriere DHL.
E’ quest’ultimo il caso di uno dei carichi intercettati dalle forze dell’ordine, il 13 gennaio 2006, all'aeroporto di Milano Malpensa. Una piccola spedizione di prova di cocaina liquida che, andata a buon fine, avrebbe ceduto il passo a successivi trasporti.
Per l'occasione, colombiani e peruviani avevano diluito la droga all’interno di bottiglie contenenti all’apparenza shampoo o balsamo, le avevano imballate indicando sui pacchi mittenti inesistenti e successivamente spedite dal Perù - “dove l’organizzazione poteva contare sulla complicità del personale addetto ai controlli delle merci in uscita dal territorio nazionale” – ad alcune ditte della provincia di Bolzano. “Una volta giunta in Italia – si legge nell’ordinanza – la spedizione sarebbe stata canalizzata presso la sede ‘Autotrasporti Jordan DHL’ di Laives (BZ), ditta all’interno della quale Boninsegna poteva contare sulla connivenza di un dipendente che grazie alle indicazioni fornitegli, avrebbe individuato i pacchi e consegnati non agli ignari destinatari bensì al Boninsegna stesso”.
Nello stesso periodo la coppia criminale era intenta a programmare un invio di 15 Kg di cocaina in Belgio e una serie di spedizioni da effettuarsi con l'aiuto di un soggetto residente in Spagna, particolarmente legato al boss napoletano Cutolo. Nello specifico si parlava di 5 chili di polvere bianca diretta a Madrid o a Barcellona, all'indirizzo di un soggetto definito come <<l'unico che poteva parlare con Raffaele Cutolo>>.
<<E' tornato in Spagna adesso... - è la voce del Boninsegna – a Bergamo lui ha un piano tutto suo Cutolo no?>>. E ancora: <<Tiene tutti i libri e le foto di Cutolo a casa sua>> e ha contatti quotidiani <<con la sorella anche>>. Un'affermazione alla quale Boninsegna aveva risposto: <<Poi ti spiego quando ci incontriamo Cutolo con me come sta!>>.
L'importante intercettazione, una delle ultime registrate dagli inquirenti, risale al 19 marzo del 2006, data che precede di poco l'arresto dello Iacomino, dopo dodici anni di latitanza, ad opera della polizia colombiana e grazie al contributo dei Carabinieri di Palermo. Evento che comunque non frenerà l'attività di trafficante del Boninsegna, in quel periodo entrato in stretto contatto con il compaesano Konrad Goeller, conosciuto nel dicembre del 2005 e ormai suo inseparabile socio. Tanto da tenere con lui una cassa comune.
Nei mesi successivi a tale data il Boninsegna – nel frattempo trasferitosi a Praga, città natale della propria attuale compagna – organizzava infatti, insieme al Goeller e a Frau Gavino, diversi traffici che coinvolgevano la Spagna e la Colombia.
Il Paese preferito dai criminali rimaneva, però, sempre l'Italia. Ad affermarlo è ancora Boninsegna, che in una esemplare intercettazione rivelava: <<Io ho bisogno degli affari qui e no negli altri stati, capisci? E’ qui che ci sono i soldi… >>. E concludeva: <<Lo sai benissimo, è lo stato al mondo in cui va meglio ... la consuma anche mia nonna!!!>>.



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Volevano trasportare 1.400 chili di cocaina da Caracas
a Palermo. 14 condanne.


Centosei anni di carcere e 140 mila euro di multa. Lo scorso 9 febbraio il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Palermo Maria Elena Gamberini ha accolto quasi interamente le richieste del pubblico ministero della Dda di Palermo Sergio Barbiera emettendo sentenza di condanna contro 14 dei 20 imputati nell'ambito di un processo per un traffico di cocaina che coinvolgeva il Venezuela, la Turchia, la Spagna e la Sicilia. Le indagini, iniziate nel 2000 e terminate nel 2002, avevano portato alla scoperta di un'organizzazione criminale che trafficava in hashish, cocaina ed eroina con ramificazioni anche a Roma, in Calabria, Puglia e Abruzzo. E che secondo le ipotesi formulate dalla Procura aveva attuato un piano per portare da Caracas a Palermo ben 1.400 chili di polvere bianca, saltato a seguito dell'arresto di  Marcos Clemente del Bianco, uno dei soggetti appartenenti al gruppo criminale.
Le indagini, dalle quali era anche emerso che il telefono del pm Barbiera era stato abusivamente messo sotto controllo (questa parte dell'inchiesta venne trasferita a Caltanissetta), avevano evidenziato il coinvolgimento nel traffico dei latitanti Richard e Alex Del Nogal, quest'ultimo già condannato per omicidio nel suo Paese e graziato dal presidente Hugo Chavez. Secondo la ricostruzione della sezione narcotici della Squadra Mobile, Del Nogal si sarebbe occupato di finanziare la campagna elettorale di Chavez utilizzando un conto acceso all'Ubs di Ginevra nel quale sarebbero state depositate somme provenienti dal traffico degli stupefacenti.
Tra le pene più pesanti inflitte dal giudice Gamberini quella a carico di Rosario Tinnirello, legato al clan mafioso di Brancaccio e al cittadino argentino del Bianco. Entrambi condannati a quindici anni di reclusione. Alle quali fanno seguito i dodici anni comminati a Massimiliano Grasta, Valter Corona, Michele Lautieri e Leonardo Mugavero.  A pene minori sono stati condannati Giuseppe Lo Coco (figlio di un ex-sindaco di Santa Flavia), Roberto Sanzo, Giovanni Severino, Cristiano Donati, Francesco Colletti, Paolo Priolo, il cittadino tunisino Medhi Agoune e il pentito Enrico Pettinato.
Assolti, invece, Carmen Loredana Trifan, Massimo Lovreglio, Alberto Sbrilli, Massimo Lupo oltre che il barese Arturo Lo Vecchio e Ignazio detto Ezio Fontana di Villabate. Già coinvolto negli affari della cosca mafiosa capeggiata da Nicola Mandalà e in carcere per l'omicidio dell'imprenditore Salvatore Geraci e nell'ambito del processo “Grande Mandamento” contro i fiancheggiatori di Provenzano.


ANTIMAFIADuemila N°52

 
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