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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Agrigento, mai stata lontana PDF Stampa E-mail
Maurizio Di Gati: Giuffrè e Provenzano in guerra per la provincia
di Silvia Cordella

Si è fatto catturare in un casolare a pochi chilometri da casa sua, tra le mani stringeva un santino della Madonna del Monte, la patrona di Racalmuto, piccolo centro di appena 10.000 abitanti della provincia di Agrigento. Con la pistola sul tavolo attendeva il blitz della polizia. 
Sarebbe stato l’ennesimo colpo di un’annata importante per la lotta contro la mafia, arrivato dopo gli arresti di Provenzano e di molti suoi favoreggiatori.
Decidendo di entrare a far parte della schiera degli “infami”, dal primo dicembre scorso, Maurizio Di Gati è divenuto collaboratore di giustizia. Una decisione che aveva maturato sei mesi prima del suo arresto con la moglie Giuseppina, e che si era maggiormente rafforzata dopo una lettera di sua figlia di 8 anni. La bambina, aveva chiesto a suo padre quando sarebbe finalmente tornato a casa, commentando che se i Carabinieri fossero morti tutti, lui avrebbe potuto far rientro liberamente. L’episodio aveva toccato i genitori al punto da far scattare in loro la “molla” della collaborazione con la giustizia. Così, il 26 novembre 2006, la donna accompagnava le Forze dell’Ordine nel covo di suo marito mettendo la parola fine alla sua carriera mafiosa.
I primi verbali relativi alle dichiarazioni di Di Gati sono ancora secretati, ma i pochi in circolazione riferiscono del summit interprovinciale del 2004, nel quale i boss avrebbero decretato la morte del procuratore antimafia Anna Maria Palma, che «aveva creato scompiglio nelle cosche agrigentine» e l’ordine che da Palermo giunse di uccidere il vicepresidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia. Per lui l’odierno pentito aveva fatto arrivare 2 kalashnikov e una calibro 38. Dietro tale esigenza, aveva dichiarato Antonino Giuffrè si nascondevano “interessi più grandi”, politici e imprenditoriali, ma, aveva continuato: «non voglio andare volutamente ad aggiungere altro». «Lumia – ha raccontato Giuffrè - era come un martello pneumatico contro di noi». 
Tra le rivelazioni del collaboratore, anche quelle che riguardano i legami con altri boss locali e i conflitti interni all’organizzazione per l’elezione del nuovo capomandamento della provincia di Agrigento. Nonostante le notizie stringate però, nei corridoi si vocifera che stia già riempiendo pagine e pagine sui rapporti intessuti dalle “famiglie” agrigentine con i vari esponenti politici provinciali e regionali. Il pentito sarà infatti chiamato a deporre al processo “Alta Mafia”, nel quale l’ex assessore regionale Vincenzo Lo Giudice è imputato di associazione mafiosa. Un’operazione che aveva riguardato una fitta rete d’interessi tra politica, imprenditoria e mafia per la gestione degli appalti pubblici e voto di scambio. 
Detenuto con sentenza definitiva per associazione mafiosa relativamente al procedimento “Akragas” del ‘99 per il quale si era reso latitante, il boss di Racalmuto dovrà ora rispondere anche di vari omicidi come quello di Marziano Di Naro e Cuffaro di Raffadali entrambi esponenti della famiglia di Grotte (Ag).
Un curriculum di tutto “rispetto” è dunque quello che è emerso del boss, sebbene nei capitoli della sua storia vi siano state drammatiche tragedie e amare delusioni. Dopo anni trascorsi a gestire il suo territorio di competenza tra estorsioni e affari di ogni genere, aveva finalmente ottenuto la carica di capo provinciale, alla quale era stato costretto poi ad abdicare due anni dopo per volere di Bernardo Provenzano.    
L’esponente mafioso della “Valle dei Templi” si era “avvicinato” agli uomini d’onore della famiglia di Racalmuto nel 1991 per una questione di regolamento di conti. Doveva vendicare la morte di suo fratello Diego, rimasto ucciso nella prima guerra di mafia tra Cosa Nostra e Stidda, capeggiata dai fratelli Sole. Diego Di Gati era morto in un afoso luglio del ’91 durante un conflitto a fuoco, unitamente al rappresentante del paese Luigi Cino e a Salvatore Gagliardo, fratello di Ignazio, anche lui entrato in Cosa Nostra per vendicare la morte di suo fratello. Anche lui dopo un periodo di latitanza si è costituito all’autorità giudiziaria diventando nel 2004 collaboratore di giustizia.
Cresciuto sotto le ali del vecchio capobastone Salvatore Fragapane, Di Gati era stato combinato nel ’92 dai vertici della provincia agrigentina. Quando arrivò il momento della sua elezione a succedergli, per alcuni della sua frangia sarebbe stata dunque la conseguenza logica di un’antica designazione. Una scelta aspramente osteggiata dal gruppo mafioso di Campobello di Licata che puntava ad avere il comando assoluto. La cosca, rappresentata da Giuseppe Falsone, si avvaleva dell’appoggio dei Capizzi di Ribera, ritenuti la vera spina dorsale del suo gruppo e non da ultimo del placet di Provenzano in persona.
L’importanza strategica della nomina in gioco aveva fatto sì che si mobilitassero in favore dell’uno o dell’altro candidato anche numerosi boss di primo piano appartenenti alle altre province di Cosa Nostra, che si erano attivati per ottenere il controllo indiretto in una delle zone da sempre considerate di vitale importanza nel gioco delle alleanze in seno all’organizzazione criminale. Tale competizione fornì il pretesto per un vero attacco alla leadership del vecchio Padrino da parte di alcuni suoi fedelissimi. Antonino Giuffrè era uno di questi. Membro del cosiddetto “Direttorio” insieme a Benedetto Spera, Pino Lipari, Salvatore Lo Piccolo e Matteo Messina Denaro, aveva direttamente ispirato la nomina di Maurizio Di Gati, con l’appoggio di altri boss di spicco quali: Salvatore Fileccia, Domenico Virga, Benedetto Spera, Giulio Gambino e Gioacchino Capizzi di Santa Maria di Gesù.
Il rapporto tra Giuffrè e Di Gati si era rafforzato a tal punto che il primo era diventato punto di riferimento dell’altro, per interventi da effettuare sulle imprese dell’agrigentino operanti nella provincia di Palermo e viceversa. Un legame che aveva suscitato nell’esponente mafioso della Valle dei Templi, l’orientamento a sentirsi doppiamente legittimato a rivestire il ruolo di comando provinciale. Ma le cose non sarebbero state così semplici.
«Io mi ero fatto avanti con i Palermitani tramite Domenico Virga, per poter arrivare ai vertici dell’allora latitante Provenzano – ha raccontato l’ex mafioso – ufficialmente mi venne dato l’incarico come referente della provincia di Agrigento, dopo che loro si riunirono a Palermo per darmi lo stabene. Questo me lo comunicò il Domenico Virga». Una nomina che però era arrivata all’insaputa del padrino di Corleone, il quale dietro le quinte sponsorizzava invece il suo acerrimo nemico: Giuseppe Falsone.
Era il 2001 e in quel periodo i mandamenti agrigentini si stavano riassestando dopo lo scossone dell’inchiesta “Akragas” del ’98 e del ‘99, che aveva portato agli arresti il vecchio reggente Giuseppe Fanara e messo sotto i riflettori le attività e gli interessi mafiosi delle cosche. L‘operazione aveva anche costretto Di Gati alla latitanza, da quel momento ricercato per 416 bis. 
Una frangia interna alla provincia agrigentina tradizionalmente legata a Fragapane “spingeva” per formalizzare la nomina di Maurizio Di Gati, così da mantenere il dominio anche su quel gruppo minoritario facente capo a Falsone. Quest’ultimo invece aveva chiesto a Provenzano se avesse autorizzato lui la nomina a capo della provincia del suo rivale. La risposta giunse presto:  Lo Zio di siffatti episodi era rimasto completamente all’oscuro.
Era stato a suo tempo lo stesso Giuffrè a raccontare: «C’erano state delle lamentele da parte degli agrigentini che andarono a finire alle orecchie di Provenzano. Gli mandarono a chiedere se era al corrente dell’elezione di Maurizio Di Gati a capo provincia di Agrigento. Ma Provenzano manda a dire che non ne sapeva niente». Zu Binu, «si era lamentato che veniva fatto il suo nome su questa nomina e voleva sapere chi erano gli autori che avevano fatto questi discorsi». L’ex membro del direttorio fu dunque richiamato al vertice ed esortato a sistemare la vicenda per evitare una possibile guerra di mafia che avrebbe devastato tutta l’organizzazione criminale. Il boss di Caccamo intervenuto per evitare un conseguente spargimento di sangue non fermò comunque la procedura di formalizzazione della nomina del suo referente.  
Dopo un po’ di tempo, ha spiegato Di Gati, arrivarono due palermitani, si fece una riunione in presenza dei boss di Canicattì Diego Di Bella, Salvatore Di Gioia e Di Caro: l’ordine era che la nomina doveva avvenire in modo convenzionale. «Si dovevano riunire i mandamenti e poi stabilire il nome di chi si doveva mettere. Poi i mandamenti stessi andarlo a riferire a Palermo».
Si preparò dunque una riunione che venne fatta a Santa Margherita di Belice in presenza di molti esponenti mafiosi, tutti legati alla corrente del pentito, era luglio 2002 e la Polizia era già sulle tracce di alcuni suoi uomini fidati, come Francesco La Rocca del mandamento di Catania. La retata era scattata proprio in quell’occasione dopo la nomina del luogotenente di Fragapane, ma il verdetto non arrivò mai a Palermo.
L’operazione “Cupola” aveva arrestato tutti i capimandamento favorevoli alla vecchia gestione e in pochi mesi il boss perdeva definitivamente anche gli agganci importanti che fino a quel momento lo avevano sostenuto nel capoluogo siciliano.
Oltre alla decimazione dello schieramento locale infatti le manette stavano falcidiando anche boss storici quali: Benedetto Spera arrestato il 30 gennaio 2001, poi a seguire Antonino Giuffrè il 16 aprile 2002, Giulio Gambino il 22 maggio 2002 (poi deceduto ndr), Domenico Virga il 16 settembre 2002 e Salvatore Fileccia il 2 febbraio 2003.
A quel punto il gruppo di Falsone, sostenuto dai Capizzi di Ribera, iniziò una campagna di eliminazione dei sostenitori di Di Gati rimasti a piede libero e il 13 agosto 2003 a Favara venne ucciso Carmelo Milioti, da sempre considerato vicino a Fragapane. Il 9 ottobre dello stesso anno era stata la volta di Giuseppe Bruno, altro punto di riferimento del vecchio schieramento per la zona di Santa Elisabetta e Sant’Angelo Muxaro. A quel punto Di Gati si rese disponibile a cedere la sua leadership a Falsone, lo fece attraverso la mediazione di Francesco La Rocca, unico boss della sua frangia in grado di contattare Provenzano e convincerlo ad intervenire presso il suo “protetto” e convincerlo a sospendere tutte le ostilità. Da quel momento Giuseppe Falsone sarà capo incontrastato di tutta la provincia di Agrigento.
Di Gati che intanto apprendeva notizia della collaborazione del suo ex compagno di mafia, Ignazio Gagliardo, iniziava a temere per la sua clandestinità.
Il nuovo collaboratore, colui che lo aveva seguito “in battaglia”, lo avrebbe indubbiamente messo nei guai ponendo la polizia sulle sue tracce. Gagliardo infatti aveva vissuto con lui la scalata al vertice provinciale, il capomandamento Salvatore Fragapane lo aveva tenuto sempre in ottima considerazione nonostante non potesse essere affiliato formalmente a causa dei suoi due fratelli Carabinieri. Dopo un lungo periodo di latitanza trascorsa per molti anni in Sudafrica, anche su di lui ebbe la meglio la voglia di liberarsi dalle catene che lo avevano imbrigliato a Cosa Nostra. Con un figlio da crescere e una moglie che avrebbe dovuto sottoporsi a un delicato intervento di trapianto in Italia, Gagliardo decise di saltare il fosso e di costituirsi, precedendo di due anni la stessa sorte di Maurizio Di Gati. Anche lui deciso a perseguire la strada della collaborazione per non lasciare il carico dell’inevitabile eredità mafiosa ai suoi tre figli. 
Una scelta condivisa da tutta la famiglia Di Gati, compreso suo fratello Roberto che però non ha avuto il tempo di viverla a lungo, poiché trovato morto suicida nella sua cella dov’era detenuto, nel carcere di contrada Petrusa ad Agrigento.
A due passi dalla Valle dei Templi, il familiare del collaboratore non aveva fatto in tempo ad essere trasferito in un’altra prigione lontano dalla Sicilia. Per questo gli inquirenti si riservano di credere all’ipotesi del “suicidio”, più inclini a pensare invece a una vendetta trasversale fatta ad arte e inscenata con una morte volontaria. La Procura intanto ha trasferito fuori dall’isola tutta la famiglia del collaboratore, come prevede in questi casi il programma di protezione. Ora per Di Gati si apre un nuovo capitolo della sua storia che si discuterà questa volta nelle aule dei Tribunali italiani, per far luce su un ventennio di omicidi e di alleanze politico-mafiose della provincia dei templi.



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Il punto su Agrigento


Salvatore Fragapane
Capo del mandamento di Santa Elisabetta con competenze anche su Racalmuto fino al 1992, data che sancisce la sua nomina a capo provinciale di Agrigento che termina nel 1995 col suo arresto.
Aveva ricevuto infatti un ordine di custodia cautelare nel ’92 per associazione mafiosa relativamente all’operazione “Leopardo”, da quel momento si era reso latitante ma a maggio del ’95 gli agenti lo arrestarono. Ad oggi Salvatore Fragapane è ancora in carcere, sta scontando pene per diversi ergastoli.


Responsabili provincia di Agrigento
Salvatore Fragapane, capo dal 1992 al 1995 (fino al giorno del suo arresto)
Leonardo Fragapane, reggente provinciale dal 1995 al 1997 (fino al momento del suo decesso)
Giuseppe Fanara, reggente provinciale dal 1997 al 1999 (fino al giorno del suo arresto)
Dal 1999 al 2001 la reggenza diventa vacante e contesa da diverse “correnti”
Maurizio Di Gati, reggente provinciale dal 2001 al 2002
Giuseppe Falsone, conquista la leadership della provincia ed è tutt’ora il capo indiscusso


Maxiprocesso Akragas
Definito il processo storico della provincia di Agrigento, ha decapitato i vertici locali e provinciali di Cosa Nostra. Il provvedimento è stato avvalorato da due diverse fasi d’inchiesta: quella del ’98 e quella del ’99 (Akragas 1 e 2). Il 21 marzo 2002 i giudici della prima sezione della Corte di Assise di Agrigento depositavano in cancelleria 1.200 pagine di motivazioni della sentenza, un lavoro durato otto mesi dalla lettura in aula del dispositivo. Furono inflitti 21 ergastoli e 20 condanne per un totale di 150 anni di reclusione, 8 erano state le assoluzioni dopo una fase dibattimentale durata circa due anni con l’audizione di oltre 500 testimoni e l’esame di una ventina di collaboratori di giustizia. Finalmente furono mandati alla sbarra i mandanti e gli esecutori di una ventina di delitti di mafia perpetrati nell’arco di un decennio nella provincia di Agrigento. Tra questi, quello del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, del sottufficiale di polizia penitenziaria Pasquale Di Lorenzo e il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, nascosto prima di essere barbaramente ucciso nella provincia dei templi. Il 7 aprile 2004 la Corte di Cassazione confermava quasi tutte le condanne, annullando quattro degli altrettanti ergastoli pendenti al capomafia Maurizio Di Gati.     


Processo “Alta Mafia”
Il 29 marzo 2004 venivano arrestate 41 persone tra politici, imprenditori e funzionari di enti pubblici in una vasta operazione che aveva compreso la provincia di Agrigento e di Caltanissetta. Accusati di aver avuto a vario titolo rapporti con Cosa Nostra, tra gli indagati compariva il nome dell’ex assessore regionale ai lavori pubblici Vincenzo Lo Giudice dell’Udc. Secondo l’allora procuratore capo di Palermo Piero Grasso, l’ex deputato regionale sarebbe stato «un punto di riferimento per la mafia», alla quale Giudice aveva dato «una disponibilità piena». Nell’inchiesta erano emerse moltissime intercettazioni ambientali e telefoniche che evidenziavano lo stretto rapporto tra Giudice e i boss locali Calogero Di Caro e Salvatore Di Gioia. Il politico di Canicattì è accusato di associazione mafiosa. Dopo un periodo trascorso nel carcere milanese di Opera, all’ex deputato  è stata comminata la misura di prevenzione di obbligo di soggiorno nel comune di residenza per cinque anni perché le sue condizioni di salute non sarebbero compatibili con il carcere.
Il processo è tutt’ora in corso.


Provenzano ad Agrigento
«L’ultima volta che incontrai Provenzano fu nell’agosto del 1992 nella tenuta di Niscemi gestita dallo “Zì Viciu Ficarra, uomo d’onore di Cosa Nostra” che però era di proprietà del ragionier Siracusa, lo stesso proprietario della clinica Sant’Anna di Agrigento». È ciò che affermava, il collaboratore di giustizia Calogero Pulci al processo “Alta Mafia”. L’ex “consigliori” del boss Giuseppe Piddu Madonia, aveva parlato dei contatti di “Zu Binu” nell’agrigentino, dove il capo di Cosa Nostra si fermava per sottoporsi a cure mediche. La tenuta di Niscemi, secondo l’ex boss, così come la clinica di Sant’Anna serviva per assistere e dare ospitalità ai mafiosi latitanti. Lui, che era considerato uomo d’onore “riservato”, aveva conosciuto i vertici provinciali di Cosa Nostra e lo stesso Provenzano, nonché diversi esponenti politici come Lo Giudice e Gianfranco Occhipinti.


ANTIMAFIADuemila N°52 

 
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