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Antimafia Duemila

Wednesday
Aug 20th
Se si pestano i calli ad altri... PDF Stampa E-mail
Giuffré svela i retroscena dell’attentato a Lumia “C’erano sicuramente interessi più grandi”
di Giorgio Bongiovanni e Anna Petrozzi

Era il suo nemico e prima o poi con lui avrebbe voluto regolare i conti, ma sapeva perfettamente che agire fuori tempo avrebbe significato giocarsi carriera e libertà. E soprattutto non voleva farsi usare come capro espiatorio per gli scopi di altri.
Così spiega Nino Giuffré il retroscena in cui era maturato l’ordine di uccidere il vice presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Beppe Lumia. Progetto che il vertice di Cosa Nostra, composto in quel momento da Provenzano, Giuffré stesso e Benedetto Spera, aveva deciso nel 2000. 
“Mi trovavo con Provenzano e con Benedetto Spera, sapevano tutti che io odiavo l’On. Lumia per tutti quei discorsi di Geraci (il sindacalista ucciso a Caccamo nel 1998) e sapevano tutte le persone a me vicine che prima o poi ero intenzionato ad ucciderlo. Il Provenzano sapeva pure questo, lo sapeva pure lui. Allora un giorno, mentre eravamo assieme, lui (Provenzano) mi prende questo discorso di Lumia, c’ha girato bello bello attorno, fino a farmelo stabilire a me di ucciderlo… Mi ha detto: però ti raccomando senza premura, facciamo le cose per bene, facciamo magari se un discursu a livello di un incidente, perché è un discursu che fa un pochino di rumore…”.
Sia Giuffré che altri collaboratori di giustizia del calibro di Giovanni Brusca raccontano di come il vecchio Padrino fosse abile nell’indurre decisioni per ottenere i suoi obiettivi salvo poi scaricare le responsabilità. Che in questo caso sarebbero state “catastrofiche”. Il collaboratore infatti confessa, e sottolinea di non averlo mai fatto prima di quel momento, che si era reso conto di cosa avrebbe comportato un fatto così eclatante come l’assassinio dell’allora Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia.
“Avevo un po’ paura ca pe’ me fosse finita o da un lato o da un altro lato, io ho riflettuto molto e cominciai a Babbiare (scherzare nel senso di perdere tempo apposta). Io non ho fatto niente, volutamente, anche se sapevo dove Lumia andava, quando andava e tutto il resto. Per me sarebbe stato un gioco una volta che era fuori dall’Antimafia, che non aveva più scorta né niente, ad ucciderlo. Non l’ho fatto di proposito e consentitemi, pur essendo il mio nemico, sono orgoglioso di questo”.
Il riferimento è il periodo in cui, con l’avvicendamento del nuovo governo, Lumia, proprio in quel momento specifico, tra il luglio 2001 e il maggio 2002, rimase senza scorta. Quasi un anno. Un bel po’ di tempo per Giuffré il quale, per non destare troppi sospetti,  aveva organizzato tutto: aveva scelto i due sicari, i giovani cugini omonimi Giuseppe Rizzo di Cerda, che scalpitavano all’idea di dimostrare la loro audacia con un delitto eccellente. “Diciamo avevo cominciato a fargli preparare anche qualche cosa di grande perché c’era questo che era come un puledrino, sempre scalpitava che voleva lavorare, voleva fare”.
E si era fatto anche procurare le armi. “I ferri” venivano da Agrigento. A raccontarlo è Maurizio Di Gati, reggente per un periodo della provincia dei templi ora neocollaboratore, che, confermando la versione di Giuffré, ha permesso di far recapitare due ordini di custodia cautelare a Domenico Virga, già detenuto, e a Salvatore Fileccia, detto Freccia, in libertà dall’ottobre scorso per scadenza dei termini. Erano loro infatti ad aver fatto da tramite con Di Gati per reperire “il Fal” che andava a sostituire il Kalshnikov, poi non trovato, necessario per l’omicidio.
Di Gati racconta che in un primo momento, i due uomini d’onore della famiglia palermitana di Santa Maria del Gesù, gli avevano riferito che le armi erano state richieste da Benedetto Spera per un regolamento di conti all’interno del suo mandamento. Solo successivamente gli avevano confidato che invece servivano per effettuare un attentato ai danni dell’onorevole Lumia e che l’ordine proveniva dal direttorio proprio da Giuffré e Provenzano.
“Lui mi dice – spiega Di Gati riferendosi a Domenico Virga – che c’è Benedetto Spera che ha bisogno di un fucile mitragliatore chiamato Kalashnikov in quanto dovrebbero fare un agguato a una persona che cammina con una macchina blindata, questo diciamo all’inizio. (…) Gli do la risposta che siamo a completa disposizione di fornirgli queste due armi. (…) io poi la curiosità mi spinge, sapevo che Benedetto Spera aveva problemi nel mandamento di Belmonte Mezzagno e mi dice: no, le armi non servono per fare l’omicidio di un rivale di Benedetto Spera, serve per l’Onorevole Lumia e c’era l’ordine specifico di fare questo”.
In particolare l’ex padrino di Caccamo, che fin dall’inizio della sua collaborazione aveva rivelato dell’ intenzione di uccidere il deputato Ds, ha fornito anche altre indicazioni, se possibile, ancora più inquietanti.
“Nel momento in cui su un discorso nel gergo nostro, scende il Provenzano, perché se io ho una cosa con… con tutto dice che io sono grande ma io non sono niente in fondo in fondo, posso avere una cosa personale con Lumia, non me lo fanno uccidere, prima che non è giusto perché fa troppo scruscio, perché il mio desiderio, il mio bisogno, chiamiamolo come vogliamo, diventa secondario; il discorso diventa importante quando va a pestare calli ad altre persone, vengono ad essere toccati dei nervi scoperti di altre persone, di altri organi.
Oltre di questo non posso andare perché non so.
(…) Non era che Provenzano stava facendo un favore a me, mi voleva usare a me a fare questo fatto. Dietro tutto questo discorso di Lumia c’erano sicuramente degli interessi più grandi, e politici e imprenditoriali. Non voglio andare volutamente ad aggiungere altro, mi dispiace”.
L’allusione è gravissima. Nel suo abituale linguaggio criptico Giuffré suggerisce che, oltre ai “fastidi” causati all’organizzazione dall’operato dell’onorevole Lumia perché era “un martello pneumatico” e “persona onestissima e ve lo dico dall’altra spiaggia”, vi potessero essere interessi diversi nell’eliminarlo di entità, “di altre persone, di altri ceti sociali diciamo”.
E se inizialmente il collaboratore si trincera dietro un “non so altro”, dopo dichiara fermo di non voler aggiungere altro.
Il quadro è tanto agghiacciante quanto già visto troppe volte.
Ancora una volta sono stati elencati, e questa volta dalla voce del nemico, gli elementi tipici che determinano l’ambiente criminale in cui si disegna l’omicidio eccellente.
Una convergenza di interessi (più grandi, e politici e imprenditoriali), il favore chiesto a Cosa Nostra (quando va a pestare calli ad altre persone, vengono ad essere toccati dei nervi scoperti di altre persone) e le condizioni ideali di debolezza dello Stato che abbassa la guardia (Per me sarebbe stato un gioco una volta che era fuori dall’Antimafia, che non aveva più scorta né niente, ad ucciderlo).
L’unica novità è che, grazie a Dio, (non c’è stata volontà di Dio prima, secondo forse non se lo meritava: è vivo e vegeto) Giuffré ha pensato bene che non gli conveniva caricarsi sulle spalle un tale fardello e per salvarsi la vita, l’ha risparmiata anche all’onorevole Lumia.
Anche a Di Gati il progetto di attentato non era piaciuto affatto.
“Io gli replicai (a Virga ndr) che toccando un uomo di Stato più manicomio faciemu in Sicilia perché già nn’appimu, nni stamu aviennu conseguenze dalle stragi che ci sono state, perciò ora siamo tutti consumati; dice l’ordine è questo e chistu haiu a fari! Cuntentdi iddi, contenti tutti!”
A dimostrazione che quando lo Stato usa il pugno di ferro e non si nasconde dietro a pretestuosi garantismi, come se vivessimo nel paese delle meraviglie di Alice, fa il suo dovere: incute timore a questi assassini (tra cui andrebbero compresi anche quelli in giacca e cravatta) e li ricaccia nell’angolo dal quale poi dovrebbero sparire con seri, definitivi, costituzionalissimi colpi di grazia.
Quanta ipocrisia!
Mentre piovono da ogni parte attestati di solidarietà all’onorevole Lumia, cui con stima e amicizia aggiungiamo umilmente anche il nostro, si ricordino bene le altre precisazioni riportate dai due collaboratori di giustizia quando viene chiesto loro dai magistrati se il pericolo potrebbe persistere nonostante l’arresto di esecutori e capi.
Giuffré: “Oggi no, domani non lo so, però in linea di massima quando c’è un discorso, è questione di tempo, però poi… l’esperienza insegna”.
Di Gati: “ Dopo l’arresto di Giuffré … lui (Domenico Virga ndr.) mi ha assicurato che l’omicidio era sempre in ottica della Cosa Nostra”.
Che almeno questa volta lo Stato faccia il suo dovere e si risparmi e risparmi a noi tutti la sceneggiata postuma delle lacrime di coccodrillo.



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Un incidente per bene


“Mi ha detto: però ti raccomando senza premura, facciamo le cose per bene, facciamo magari se un discursu a livello di un incidente, perché è un discursu che fa un pochino di rumore…”.

Un incidente inscenato appositamente sarebbe potuta essere una maniera “per bene” per eliminare l’onorevole Lumia. Questa era la raccomandazione di Provenzano.
Per questo motivo la procura di Caltanissetta ha deciso di aprire un’indagine su un gravissimo incidente di cui fu vittima il deputato ds nel 2000 e in cui morì il carabiniere scelto Giovanni Barbara di 28 anni che era con lui sulla croma blindata.
Il 12 marzo del 2000 Lumia si stava recando a Gela per un dibattito a Palazzo Ducale. In macchina con lui il maresciallo Antonio Martoncelli e alla guida il Barbara. All’uscita da una curva l’auto blindata si trovò davanti una Opel Omega su cui viaggiavano due anziani originari di Palermo. Per evitarla Barbara uscì fuori strada e morì sul colpo. Lumia e Martoncelli, invece, rimasero lievemente feriti. La questione fu considerata una tragica fatalità. Alla luce delle dichiarazioni di Giuffré però ora i magistrati vogliono vederci chiaro.


ANTIMAFIADuemila N°52

 
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