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Spot tv: ''Non pagare il pizzo e' questione d'onore'' PDF Stampa E-mail

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di Saverio Lodato - 20 aprile 2008
Palermo. IL TEMA dell’antiracket riscuote consensi. I colpi inferti da polizia e carabinieri agli estorsori non sono passati inosservati. 

 


Pensiamo che solo il clan dei Lo Piccolo è stato falcidiato, in appena due mesi, da tre blitz consecutivi. E all’indomani di ciascuna operazione di polizia i mafiosi, come niente fosse, sono tornati a battere cassa agli stessi indirizzi di commercianti e imprenditori. Segno che la guerra, lungi dall’essere conclusa, dovrà vedere estendersi ancora di più l’area del consenso, della denuncia, della ribellione. È anche per questo che scendono in campo quattro attori siciliani - Marcello Mazzarella, Loredana Cannata, Corrado Fortuna, Nino Frassica - , per altrettanti spot destinati a cinema, televisioni, siti web e scuole, tutti incentrati sullo slogan: «Non pagare il pizzo è una questione d’onore».

Durata dei filmati: trenta secondi per uno. Quattro schegge per forare lo schermo. Quattro dispacci nella bottiglia nella speranza che siano letti anche da chi non legge giornali o non ascolta telegiornali. Quattro dita puntate sulla coscienza dello spettatore. Uno slogan basato sull’onore che riecheggia quello dei giovani di Addiopizzo che, alcuni anni fa, tappezzarono le vetrine dei negozi del centro città con la scritta: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità». Onore, dignità. Valori dei quali a Palermo in tanti, e non solo commercianti o imprenditori, sono stati scarsamente dotati in questi trent’anni.

Osserva Nino Frassica: «Sembra che l’onore, quando se ne parla in Sicilia, sia diventata una cosa brutta. Invece dobbiamo tornare a farla diventare una cosa bella, un valore positivo. L’onore è bello». Messaggio lapalissiano, ma verissimo, quasi rivoluzionario in una terra come questa. L’iniziativa, che ieri è stata presentata durante una conferenza stampa nell’Auditorium della sede siciliana della Rai, è stata assunta dal Progetto Legalità Onlus, in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le vittime della mafia, dall’assessorato regionale dei Beni culturali, dal dipartimento della Pubblica istruzione, dall’Unioncamere Sicilia, da Confindustria Sicilia, e dalla Questura di Palermo.

Giuseppe Caruso, il questore di Palermo che si occupa personalmente di antiracket ritenendola in questa fase l’emergenza più significativa, è infatti convinto che «occorre coinvolgere la società civile in modo definitivo e determinato nel rifiuto della subcultura mafiosa». E aggiunge: «I risultati operativi che hanno determinato arresti di numerosi esponenti mafiosi, sequestri di beni, nuove collaborazioni non possono prescindere dalla reale e fattiva collaborazione dei siciliani».

Caruso solleva una questione decisiva: la repressione poliziesca del fenomeno, pur in forme mai registrate nel passato, non è sufficiente. Prova ne sia che ancora oggi, fra i duecento imprenditori citati nel libro mastro di Salvatore Lo Piccolo per avere accettato l’estorsione, quelli che hanno ammesso non superano il venti per cento. E questo loro silenzio continua inesorabile. Nonostante i blitz, le campagne mediatiche, nonostante che i nomi siano venuti da tempo allo scoperto. Utile, pregevole, dunque l’iniziativa degli attori siciliani. Ché c’è bisogno della «fattiva collaborazione di tutti i siciliani», come auspica il Questore.

Un solo pericolo va evitato. È il pericolo che spesso ha zavorrato la lotta alla mafia: il pericolo della retorica. Insomma, gli spot vanno benissimo. Ma speriamo che a qualcuno non salti in mente di inaugurare su quest’argomento il filone delle fiction: trenta secondi vanno benissimo. E poi come si dice: «Lotta al racket? No fiction».

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