| Vietato indagare! |
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Pagina 1 di 5 Quell’istinto giornalistico che De Mauro pagò con la vitadi Aaron Pettinari Golpe e Mattei sono entrambi casi che scottano. Non stupisce, pur quanto grave sia, che ancora oggi non è possibile dare una verità certa sull’andamento di entrambi i fatti. Troppi insabbiamenti, troppi file mancanti. Punti interrogativi che restano aperti nel passare degli anni senza trovare una reale risposta. La scomparsa e la morte di De Mauro ha posto la lente d’ingrandimento su questi fatti oscuri. Argomenti scomodi che spesso si preferisce dimenticare. E’ capitato anche al giornalista Camillo Arcuri, che nella propria testimonianza racconta di aver ricevuto nei primissimi giorni del settembre ’69 dall’onorevole Francesco Cattanei, allora presidente della commissione parlamentare antimafia, un rapporto di un ufficiale dei carabinieri sui movimenti del Borghese e la possibilità di un sovvertimento delle istituzioni democratiche. Arcuri indagando verifica la fondatezza di una serie di riunioni in Liguria, risalenti alla primavera del ’69, tra il principe Borghese ed esponenti del mondo finanziario ed industriale genovese, l’esistenza di un’organigramma golpista ed il coinvolgimento di alcuni settori delle forze armate. Scrisse così un primo articolo: “ Lavoravo per Il Giorno di Milano, proposi il mio pezzo ma nonostante i diversi tentativi non riuscì mai a pubblicarlo, e questa per me fu una grande delusione. Appresi soltanto poi dai giornali che anche De Mauro indagava su queste cose. Credo che è per questo che è stato ucciso”. Gli appunti di Zullino Se i retroscena sul Golpe Borghese possono apparire inquietanti non sono certo da meno quelli sul “Caso Mattei”. Il giornalista Pietro Zullino, oggi pensionato, negli anni successivi alla scomparsa di De Mauro lavorava al settimanale “Epoca”. Insieme ai colleghi Paolo Pietroni e Marco Nese portarono avanti un’inchiesta sul caso Mattei relazionandolo alla scomparsa di Mauro De Mauro. “Lo scopo – dice Zullino - era quello di raccontare ai nostri lettori lo scenario, la sintassi criminale e il gioco delle parti. Riuscimmo a pubblicare un primo articolo poi al secondo fummo stoppati”. Il frutto del lavoro del pool di giornalisti sarebbe un rapporto che lo stesso Zullino ha provveduto ad inviare in passato anche al pm Vincenzo Calia nel 1996. Appunti che a detta dell’ allora giornalista dell’ “Epoca” non erano destinati alla pubblicazione ma si trattava di informazioni per il direttore. La variante libica: Dalle carte si suppone che Mauro De Mauro nell’ambito del lavoro commissionato da Rosi avesse scoperto fatti inquietanti riguardanti la morte di Mattei. In primis che il viaggio effettuato in Sicilia dal presidente dell’Eni non era una semplice visita di circostanza ai vari centri di Gela, Enna, Gagliano e Nicosia, ma che in tale occasione ci fu una riunione con Abdul Mayd Coober, primo ministro e ministro degli esteri di Libia. Un’incontro in cui si trovò un accordo di finanziamento per un colpo di Stato contro re Idris in cambio dell’accesso ai pozzi petroliferi libici, monopolizzati fino a quel momento dalle compagnie americane. In secondo luogo che quest’ultime erano strettamente legate alla morte di Mattei tramite la collaborazione della stessa CIA, la quale aveva agenti all’interno dell’Eni e che la polizia italiana avrebbe ubbidito ad ordini dei servizi americani. Per terzo che almeno tre persone sapevano qualcosa dell’accaduto e per qualche motivo non avevano parlato. Ma quali erano le basi da cui il pool di giornalisti partiva per fare la ricostruzione? Zullino racconta di aver avuto in possesso sia la copia degli appunti ritrovati sul cassetto di De Mauro che la registrazione del discorso di Mattei il 26 ottobre a Gagliano Castelferrato. “ Anche De Mauro deve conoscere quel discorso perché – dice Zullino – nei propri appunti si fa riferimento a suoni e musica che erano anche nella registrazione”. Nel rapporto stilato dall’allora giornalista del settimanale “Epoca” si abbozzano anche delle ipotesi di alto profilo. Vengono approfondite le figure di alcuni protagonisti sia della vicenda De Mauro che di quella Mattei che nel complesso restano collegate tra loro. Si parla di Eugenio Cefis, Giuseppe D’Angelo, Vito Guarrasi, Graziano Verzotto e Giuseppe Di Cristina. Delle relazioni tra loro e quelle con il De Mauro stesso. Dal rapporto emergerebbe che ognuno di questi personaggi avrebbe avuto qualcosa da perdere nell’ambito dell’inchiesta su Mattei. Cefis, eletto presidente dell’Eni per il dopo Mattei, sarebbe stato allontanato proprio da questi nel 1962 a causa di “divergenze” politiche come il cointeresse di Cefis in raffinerie Raisom ed Esso concorrenti dell’Eni. “ Ricordo gli appunti di De Mauro – dice Zullino risponendo alle domande del pm Antonio Ingroia – C’era scritto ‘Seri personaggi dietro’ e Cefis scritto in maiuscolo”. Giuseppe D’Angelo, ex presidente della regione siciliana, sarebbe stato contattato più volte da De Mauro che voleva intervistarlo. Evidentemente pensava che potesse dire qualcosa riguardo agli ultimi giorni di Mattei e chiarire perché poi non salì sull’aereo per Milano. In tanti anni D’Angelo non parlò mai di questo argomento e da lì sarebbero nati i sospetti di De Mauro. Su Vito Guarrasi il rapporto è dettagliato. Ci sono due episodi ritenuti chiave. Il primo è che Guarrasi lavorava per Mattei e ne fu l’intermediario in quella che è conosciuta come “Operazione Milazzo”, la seconda è che nel gennaio 1962 Mattei licenzia Guarrasi per un fatto che se reale sarebbe abbastanza grave. Una truffa compiuta ai danni dell’Eni, nella quale sarebbero stati coinvolti esponenti mafiosi informati in anticipo riguardo i piani di costruzione degli stabilimenti ANIC-Gela con la consegna delle mappe dei terreni dove Mattei aveva intenzione di costruire. I mafiosi avrebbero così acquistato i terreni per pochi “spiccioli” per poi rivenderli al momento opportuno. Sempre secondo queste carte, anche Verzotto sarebbe coinvolto in questioni analoghe a quelle di Guarrasi. Ai tempi di Mattei era il capo delle relazioni pubbliche dell’Eni in Sicilia. Dopo l’incidente di Bescapé, nel 1963 diventa presidente dell’EMS (Ente Minerario Siciliano). Verzotto e De Mauro a quanto pare si videro due volte, in fine luglio e il 14 settembre 1970, due giorni prima la scomparsa del giornalista de “L’Ora”. Verzotto sarebbe poi strettamente collegato con Giuseppe Di Cristina. Il boss mafioso fu assunto come cassiere all’Ems ed è indicato da diversi pentiti come uno degli esecutori materiali del sequestro di Mauro De Mauro. La variante Nicosia Nel corso del dibattimento Zullino rivela i nomi delle proprie fonti. Uno di questi è l’Onorevole Angelo Nicosia, in quegli anni membro della commissione parlamentare antimafia. Ma in cosa consiste la variante Nicosia presente nel rapporto? Zullino spiega che questi era profondamente convinto che la morte di De Mauro fosse collegata con l’attentato che subì il 31 maggio 1970 e dal quale uscì ferito. Le indagini indicarono come attentatore un cipriota munito di passaporto falso. Secondo Nicosia – da ciò che si legge nel riesumé di Zullino – la motivazione della scomparsa di De Mauro sta nel fatto che egli avesse individuato il proprio pugnalatore e che nell’atto di chiedere spiegazioni o di minacciare rivelazioni sia stato eliminato. Un’ipotesi che non si può escludere a priori ma che non coinciderebbe con le tante testimonianze fino ad ora raccolte nel corso degli anni e che di fatto annullerebbe sia la pista Mattei che quella del Golpe Borghese, contraddicendo non solo le indicazioni di chi indagò in passato, come Boris Giuliano o il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ma anche quelle della famiglia e dei collaboratori di giustizia. Ipotesi interessanti quelle rimarcate in aula da Zullino. Egli non crede che siano ipotesi azzardate e sicuramente possono destare l’interesse per un’indagine su fatti e misfatti della misteriosa morte di Enrico Mattei e non solo. Successivamente nel processo sono stati ascoltati come testimoni anche Paolo Pietroni, collaboratore di Zullino nell’inchiesta svolta per “Epoca”, e l’ex direttore de “L’Ora” Vittorio Nisticò. Il primo chiarisce che nella propria inchiesta “gli appunti di De Mauro erano una copia” il secondo nega di averne fatta alcuna, almeno direttamente. Inoltre, l’ex direttore de “L’Ora”, conferma che De Mauro fu presente a Gagliano in quello che fu l’ultimo discorso di Mattei da vivo. Poi la memoria di Nisticò torna a ripercorrere i giorni del sequestro, quelli delle ansie e delle paure, ed anche dei rimpianti: “ Quando si bloccarono le indagini il mio rimpianto è non aver fatto qualcosa come giornale. Non indagammo molto”. “C’erano dentro tutti” Lo racconta il giornalista Igor Man, Igor Manlio Manzella, che negli anni ’70 lavorava per la Stampa. Ricorda di un incontro con De Mauro proprio a Palermo. “ Stava indagando sulla fine di Mattei. – dice – Parlando, De Mauro disse che alla catena mancavano ancora due o tre anelli di congiunzione per trovare lo scoop del secolo ed aggiunse che c’erano dentro tutti. Fece riferimento a politici, mafia, CIA, persino i cinesi ed altri paesi stranieri. Lo raccontai a Sciascia e mi disse che forse De Mauro aveva esagerato, ma che aveva inciampato nella verità”. Il GDS voleva De Mauro De Mauro era un bravo giornalista, un giornalista d’assalto che aggrediva la notizia e non la attendeva seduto comodamente sulla scrivania del proprio ufficio. La storia sul suo passato è chiaroscura, ma quella più recente lo vedeva impegnato socialmente. Scriveva di mafia, e parlarne a quel tempo era sicuramente pionieristico. Le sue inchieste erano puntuali e precise. Era così bravo che persino il Giornale di Sicilia, il concorrente per eccellenza de “L’Ora”, avrebbe voluto portarlo tra le proprie fila. Artefice di questo passaggio sarebbe stato Roberto Ciuni, a quel tempo redattore. Ciuni conobbe De Mauro quando assieme lavoravano a “L’Ora”. “ Sapevo che Mauro era scontento del passaggio allo sport e quindi parlai con la proprietà per cercare di portarlo da noi. De Mauro non c’entra nulla con la politica. Lui era una grande firma”. Stimolato dalle domande del pm Antonio Ingroia, Ciuni racconta anche due episodi particolari avuti con un super protagonista della vicenda De Mauro, il commercialista Nino Buttafuoco. “ Lo andai a cercare per una consulenza riguardo ad una pratica fiscale. Era il commercialista del mio giornale quindi ci andai. Fu proprio qualche tempo dopo che De Mauro era già sparito. Quando l’incontro è finito mi prende sottobraccio e mi dice: “ Avevo dato a De Mauro informazioni sugli uffici tributari di Palermo. Sono preoccupato, da giorni mi sento tutti sopra” Mi chiedevo perché mi dicesse queste cose. Non eravamo mai entrati in confidenza. Scrissi una lettera al sostituto procuratore Saito a riguardo. Dieci giorni dopo lo arrestano. Buttafuoco venne poi liberato dal carcere. Venne a trovare a noi del Giornale, entrò nel mio ufficio e mi disse: “ Io gli amici non li comprometto mai!”. Era la seconda volta che mi faceva strane affermazioni. Anche lì rimasi sorpreso. Cosa voleva dirmi? Ne parlai con Giuliano e Contrada ma si trattavano di incontri conviviali e confidenziali. Non ricevetti mai alcuna convocazione ufficiale e mi sentii inutile”. Dentro la zona grigia Il caso De Mauro non è il solo in Italia a potersi collocare in quella serie di episodi dalle mille sfaccettature. L’impressione, che si è avuta sin dall’inizio del processo, e che rimane ancora oggi dopo un anno di lavoro, è quella di un processo chiave non solo per la ricostruzione dei rapporti tra mafia, politica, servizi segreti e massoneria della Sicilia degli anni Sessanta e Settanta, ma anche per diradare quella cortina che avvolge legami segreti e trame occulte che di fatto hanno condizionato, e continuano a condizionare, la storia dell’intero paese. Lo stesso pm Ingroia, giudice antimafia di lungo corso, oltre che titolare dell’inchiesta, ha più volte confermato che l’accusa si concentra “su due moventi che portarono all’omicidio di Mauro De Mauro, il pericolo costituito da De Mauro sulle indagini che stava effettuando sugli ultimi giorni di Enrico Mattei in Sicilia e il pericolo costituito da De Mauro sulle notizie sulla preparazione del cosiddetto golpe Borghese, moventi che sono complementari tra loro”. Al via del processo, ma anche successivamente, lo stesso magistrato ha ribadito inoltre che “non era solo interesse di Cosa nostra uccidere De Mauro, c’erano altri gruppi interessati, tra cui cellule di massoneria deviata e altri gruppi di potere corrotti. E’ per questo che fu un delitto di mafia ma non solo”. |
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Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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