| Il fatto c’è ma non si dice |
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Con il ddl Mastella vietato pubblicare intercettazioni e atti giudiziari. La legge è già passata alla Camera, in attesa il voto definitivo del Senato. di Monica Centofante La “campagna pubblicitaria” sul sacrosanto diritto dei cittadini alla propria privacy, trasmessa da mesi, con insistenza, da tutti i principali media nazionali, sta finalmente raggiungendo il suo scopo: vendere il ddl Mastella come prodotto necessario a proteggerci dall’insidia delle intercettazioni telefoniche. Da uno strumento di tortura mediatico in mano a potere giudiziario e giornalisti, in grado di mettere alla berlina ogni malcapitato di turno, costretto a leggere sui giornali le proprie storie private e, di conseguenza, a proteggersi dal pubblico ludibrio e dalla condanna popolare prima che da quella giudiziaria. Il 17 aprile scorso il testo di legge presentato, appunto, “dal ministro della Giustizia Clemente Mastella, di concerto con il ministro dell’Interno Giuliano Amato” ha passato il vaglio della Camera ed è stato approvato all’unanimità. Dalla destra, dal centro e dalla sinistra. 447 voti favorevoli, nessuno contrario, sette astenuti, tra cui Giuseppe Caldarola, Enzo Carra, Tana De Zulueta, Giuseppe Giulietti, Roberto Zaccaria. Manca ora il Senato, poi la legge entrerà definitivamente in vigore e sarà obbligatoriamente applicata. Ciò che a quel punto accadrà è, allo stato attuale delle cose, sconosciuto ai più. E questo semplicemente perché il legislatore e / o chi per lui non ha ritenuto opportuno incentrare l’acceso dibattito a cui in questi mesi abbiamo assistito sui contenuti reali del testo legislativo. Meglio detto: ha ritenuto opportuno fare il contrario, il che coincide immancabilmente con il fare i propri interessi - senza il rischio che nessuno te lo impedisca – e quelli dei poteri imprenditoriale, finanziario, sportivo ecc. che si contendono a turno le prime pagine dei quotidiani dai tempi di Tangentopoli a quelli di Calciopoli. Analizzando il testo presentato da Mastella si evince infatti, senza la necessità di leggere troppo tra le righe, la decisione - accolta con grande plauso e agognata da anni - di estirpare alla radice il “problema” degli scandali all’italiana che riempiono pagine e pagine di giornali, non cercando la soluzione al problema stesso bensì impedendo ai giornalisti di fare cronaca giudiziaria. In soldoni: tappandogli la bocca. Sul punto la legge è chiara: “E’ vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, della documentazione e degli atti relativi a conversazioni, anche telefoniche, o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati riguardanti il traffico telefonico o telematico, anche se non più coperti dal segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare”. E ancora: “E’ vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, degli atti d’indagine contenuti nel fascicolo del pubblico ministero o delle investigazioni difensive, anche se non più coperti dal segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare”. In sostanza, non potranno essere resi noti, a mezzo stampa, testi di conversazioni, tabulati telefonici, e-mail o sms intercettati fino a che non avrà inizio il dibattimento. Per quanto concerne le richieste o le ordinanze di custodia cautelare, sarà consentita la pubblicazione “nel contenuto dopo che la persona sottoposta alle indagini ovvero il suo difensore abbiano avuto conoscenza dell’ordinanza in materia di misure cautelari”. Un comma ancora poco chiaro, contenente alcune contraddizioni: si dice, per esempio, che potranno essere raccontati i motivi degli arresti pubblicando “nel contenuto” le richieste e le ordinanze di custodia cautelare, precisando, però, che ne sarà “vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto”. In merito alle dibattute intercettazioni telefoniche appare invece chiaro che si raggiungerà il sospirato proposito di farle diventare tabù. Non solo perché non saranno inizialmente pubblicabili né in forma integrale né ridotta, ma perché dovranno passare una serie di filtri – dal pubblico ministero al giudice delle indagini preliminari – che uno dopo l’altro terranno in considerazione solo quelle ritenute rilevanti per il processo in corso. Il resto delle conversazioni, pur se contenenti materiale “scottante” dal punto di vista giornalistico, saranno mantenute in un archivio riservato e distrutte dopo cinque anni. Con il rischio, più che fondato, di mandare a fuoco prove di responsabilità riguardanti la politica, l’economia, la finanza, l’etica pubblica, insieme al diritto alla conoscenza di ogni cittadino. In ogni caso, anche le intercettazioni che confluiranno nel processo potranno essere note solo al termine dell’udienza preliminare. Il che significa che i vari Moggi, Fazio e Pollari di turno, anche se scoperti con le mani nella marmellata, potranno mantenere indisturbati i propri posti ed esercitare il proprio potere su cittadini ignari di ogni cosa per tutti gli anni - e in Italia sono sempre tanti – che saranno dedicati allo svolgimento delle indagini. Per gli atti che resteranno invece nel fascicolo del pubblico ministero la sorte sarà ancora peggiore. “Se si procede al dibattimento – continua il ddl – non è consentita la pubblicazione, anche parziale, degli atti del fascicolo del pubblico ministero, se non dopo la pronuncia della sentenza in grado di appello”. Che, il più delle volte, arriva dopo dieci anni. In sostanza, in una situazione analoga a quella attuale, Fazio per esempio sarebbe ancora governatore della Banca d’Italia e Pollari direttore del Sismi. E i giornalisti, al corrente delle loro malefatte non potrebbero parlare, mantenendo l’opinione pubblica nella più totale ignoranza. E così sarà in futuro se il ddl passerà al Senato: i giornalisti sapranno, ma saranno costretti a tacere per non incorrere in multe salatissime o al freddo delle galere. Per garantire la buona riuscita dell’operazione il ministro Mastella, e tutto l’entourage governativo, non ha infatti mancato di adottare alcuni piccoli accorgimenti. Se oggi la violazione del segreto investigativo, considerato tale solo quando gli atti d’indagine “non sono conoscibili dall’indagato” (con un limite che vieta di pubblicare il testo integrale di un interrogatorio o di un’intercettazione) è punibile con una multa che va dai 51 a 258 euro, una volta approvato il ddl non sarà più così. Le pene in cui si potrà incorrere saranno severissime e andranno dai 10mila fino a 100mila euro, sia per il giornalista che per il direttore del giornale, per un totale di 200mila euro a pezzo pubblicato, alle quali vanno aggiunte le pene che potrebbe infliggere il Garante e l’Ordine dei giornalisti. Cifre, in sostanza, che nessun editore sarebbe disposto a pagare. Non solo. Tra le punizioni più gravi sono previsti anche 30 giorni di carcere, che possono raggiungere i 4 anni se il giornalista entra in possesso e pubblica intercettazioni illegalmente raccolte contenenti notizie di estrema gravità, che riguardano magari l’intero Paese. Magari la nostra stessa incolumità, sicuramente la nostra libertà di stampa, che è presupposto fondamentale in ogni Democrazia degna di questo nome. Due ultime considerazioni. La prima sull’etica del giornalismo e sulla responsabilità che tale mestiere comporta. Prestiamo attenzione a che la nostra giusta rivendicazione al diritto di libertà di stampa non ci faccia mai perdere di vista la necessità di mantenere sempre un alto profilo culturale. Per evitare di scivolare in pettegolezzi inutili e prestare il fianco a chiunque voglia strumentalizzarci al fine di raggiungere i propri scopi. La seconda è più amara: a far approvare una legge sui generis ci ha provato, senza riuscirci, il governo Berlusconi e quanti per anni hanno tentato di mantenere saldo il principio dell’impunità ad ogni costo, attaccando in primo luogo proprio l’uso processuale e giornalistico delle intercettazioni, perché costituenti prova autonoma della colpevolezza di un imputato. Oggi, grazie al governo Prodi, il “sogno” diventa realtà. ANTIMAFIADuemila N°53 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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