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Antimafia Duemila

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Le verita' di Verzotto PDF Stampa E-mail

Due casi irrisolti: Mattei e De Mauro
di Aaron Pettinari


Una trasferta necessaria quella padovana per la Corte d’Assise di Palermo. Graziano Verzotto era un teste che non poteva mancare nell’elenco presentato dall’accusa, in questa occasione rappresentata dal pm Antonio Altobelli. Nella “storia di oggi” Verzotto è un uomo con più di ottant’anni sulle spalle che combatte contro il morbo di Parkinson che non gli ha permesso di presenziare nella scorsa udienza del processo, svoltasi a Roma. Nella “storia di ieri” però è stato uno dei protagonisti della politica e dell’economia siciliana degli anni ’60- ’70. Il suo nome salta fuori nella “vicenda Mattei”, del quale era amico e collaboratore come capo dell’ufficio pubbliche relazioni dell’Eni a Palermo. Di riflesso è quindi coinvolto anche nel “caso De Mauro”. Sono i familiari a citarlo per primi. La moglie Elda Barbieri, la figlia Franca ed il fratello del giornalista scomparso, Tullio De Mauro. Questi più volte negli anni di indagini hanno ricordato che:  “Nell’occuparsi del caso Mattei sappiamo con certezza che Mauro ha fatto ripetutamente la spola tra grossi personaggi della vita politica e finanziaria siciliana: da Verzotto a Guarrasi…”. Contatti che durarono fino a pochi giorni prima di quel 16 settembre 1970.

Chi era
Graziano Verzotto?

E’ necessario fare più di un passo indietro nel tempo per ripercorrere tutte le tappe dell’ascesa del Verzotto nella terra siciliana. Nato a San Giustino in Colle (Padova), conobbe Enrico Mattei durante la seconda guerra mondiale, entrambi protagonisti della resistenza nel nord Italia. E’ lo stesso Verzotto a ricordarlo in un’intervista datata 10 Febbraio 2003 al giornalista de “La Sicilia”, Tony Zermo: “Ci conoscevamo indirettamente perché lui era il comandante dei partigiani cattolici e operava in Lombardia e io comandavo una brigata di partigiani cattolici nell’alto padovano. Mattei faceva parte del comando generale assieme a Longo, Pertini e Parri. Al principio del 1946 promosse un convegno a Roma e mi sono trovato a fare da segretario del congresso. Avevo 23 anni. Facevamo tutti parte dell’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani italiani, ma avevamo voglia di rompere perché non sopportavamo più la prevaricazione che facevano i comunisti all’interno dell’associazione, e così abbiamo costituito la corrente dei partigiani cristiani, di cui Mattei è stato presidente». Nel 1955 Verzotto si trasferisce in Sicilia, esattamente a Siracusa dove diventa commissario della DC. Una buona occasione anche per Enrico Mattei, presidente dell’Eni, che aveva bisogno di un uomo fidato in quella terra in cui gli interessi della società erano in continua crescita e necessitavano della creazione di un ufficio per la gestione delle relazioni con la Regione. Divenne poi segretario regionale della DC ed eletto senatore nel collegio di Noto. Negli anni successivi la strage di Bescapé diviene presidente dell’EMS (Ente Minerario Siciliano).

Spiegazioni dovute
Proprio in virtù dei propri ruoli, durante l’esame dello scorso 9 giugno, sono stati diversi gli interrogativi a cui il Verzotto ha dovuto dare risposta. Quesiti sulla visita di Mattei in Sicilia a Gagliano nell’ottobre ’62 e sul motivo per cui rifiutò l’invito del presidente dell’Eni a viaggiare con lui fino a Milano. E poi ancora chiarimenti sui propri rapporti con il boss catanese Giuseppe Di Cristina che assunse all’Ems durante la propria presidenza e del quale fu testimone di nozze assieme ad un altro capo eccellente di Cosa Nostra, Giuseppe Calderone. Infine domande sui colloqui avvenuti tra lui e Mauro De Mauro, l’ultimo dei quali avvenuto il 14 settembre 1970, appena due giorni prima della scomparsa del giornalista de “L’Ora”.

La versione su Mattei
E’ il 27 ottobre 1962 quando sul cielo di Bescapé esplode il bireattore dell’Ente nazionale idrocarburi. A bordo del quale ci sono Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano del settimanale “Time”, William Mc Hale, che era in Italia per scrivere una biografia sul presidente dell’Eni. E’ il presidente della Corte d’Appello Trizzino a chiedere delucidazioni sullo svolgersi della visita di Mattei in Sicilia. Le visite a Gela e a Gagliano Castelferrato fino alla partenza dall’aeroporto di Catania. L’ex senatore risponde che a quel tempo il presidente aveva ricevuto diverse minacce, e per questo i suoi spostamenti non venivano annunciati con grande anticipo e non era prevedibile. “Lui mantenne la promessa che aveva fatto qualche tempo prima – racconta – atterrò a Gela la mattina del 26 ottobre. Successivamente tenne una riunione con il consiglio di amministrazione dell’Anic e alla sera cenammo al motel Agip. Non c’ero solo io, ma anche il presidente della regione D’Angelo, il professor Falestrini, assistente di Mattei e l’ing. Fornara che era il direttore dell’ENI. Mattei aveva in aereo un posto libero e voleva che qualcuno lo accompagnasse per chiacchierare. Falestrini sarebbe ritornato il giorno dopo con l’altro aereo dell’Eni che partiva da Palermo. Io invece ho dovuto rifiutare l’invito perché il giorno dopo avevo un convegno della DC a Siracusa per preparare le elezioni amministrative che ci sarebbero state da lì a poco. Naturalmente chiesi il permesso a Mattei se potevo non andare a Gagliano Castelferrato e lui mi disse che non c’erano problemi. Gli interessava che continuassi il mio lavoro in politica. Così mi chiese se potevo accompagnare la sera stessa il Bertuzzi a Catania. Voleva spostare l’aereo dall’aereoporto militare di Gela, che era incustodito, a Catania che offriva maggiori garanzie di sicurezza”. Per Bertuzzi gli ordini sono abbastanza chiari. Andare a Catania e preparare un piano di volo per Milano nell’attesa che Mattei ritorni dalla visita a Gagliano. Verzotto racconta che nella giornata del ventisette ne cambierà almeno quattro secondo quanto gli è stato raccontato da un suo parente, Gualtiero Nicotra, che si era visto con Bertuzzi la mattina del sabato. Come mai così tanti cambiamenti? A Gagliano la folla non lo lasciava andar via, estasiata dal discorso enfatico del presidente dell’Eni. “Ma a sconvolgere totalmente i piani – racconta Verzotto -  sarebbe stata la visita fuori programma a Nicosia, sospinto dal sindaco”.   

Presunti rapporti
con la Mafia

La seconda questione affrontata con l’ex presidente dell’Ente minerario sono i suoi rapporti con il boss Di Cristina. Non è un segreto infatti che Verzotto sia stato suo testimone di nozze nel 1960 assieme all’altro capomafia catanese Giuseppe Calderone. Inoltre ci sono da spiegare i motivi dell’assunzione del Di Cristina da parte dell’ Ente minerario giusto qualche tempo dopo l’ascesa alla presidenza dello stesso Verzotto. Questi racconta che: “Ai tempi di quel matrimonio non conoscevo che persona fosse il Di Cristina. Fui suo testimone per fare un favore all’onorevole Volpe, segretario provinciale di Caltanissetta. Mi aveva procurato i voti in quella provincia per diventare segretario regionale e non potevo mettermelo contro. Dopo la cerimonia me ne andai subito. Poi rividi il Di Cristina quando ero presidente dell’EMS. Mi chiedeva di essere assunto. Non ero uno stupido ed ormai sapevo che tipo di personaggio fosse così non accettai l’assunzione ed anzi mi battei per respingere la propria richiesta. Poi il giudice del lavoro mi diede torto. A quel tempo anche per conto di Calderone mi chiesero se potevo spingere per la concessione di un’area di servizio Agip, ma anche in quell’occasione rifiutai di collaborare”. E poi continua: “Un giorno Di Cristina, che come dipendente comunque si comportava in modo esemplare, venne a chiedere un aumento di stipendio, fu in quell’occasione che mi disse di De Mauro, che a farlo scomparire fu la Mafia catanese. Dava fastidio a Calderone perché aveva indagato sui traffici di droga. La presi come una minaccia ed andai dal giudice Terranova a raccontare l’episodio”.

I colloqui
con De Mauro

Il 14 settembre 1970 De Mauro e Verzotto si incontrarono per l’ultima volta. Una data ricordata dalla moglie Elda Barberi e confermata da Verzotto che, nonostante le amnesie in seduta dibattimentale, probabilmente dovute alla malattia, ha comunque confermato tutte le dichiarazioni rese negli interrogatori e nei dibattimenti degli anni passati. “Sono dichiarazioni firmate, quindi per me quelle hanno valore”. Il pm Altobelli e l’avvocato Crescimanno così hanno aiutato a ricostruire i fatti che precedettero la scomparsa del giornalista de “L’Ora” in quell’autunno del 1970, grazie all’aiuto di diverse deposizioni risalenti al passato. Da queste emerge che non era il primo incontro che i due avevano a quel tempo. “ Con De Mauro c’erano dei buoni rapporti – ricorda il Verzotto. – Qualche volta faceva anche dei lavori per conto dell’Ente, dei servizi naturalmente retribuiti. Ci vedevamo per quelli, poi mi raccontò del lavoro che gli chiese Rosi. Mi lesse i suoi appunti, vi era la stesura di un testo sotto forma di dialogo. Ci confrontavamo e mi chiese aiuto per avere maggiori informazioni. Io feci due nomi. Quello dell’avvocato Guarrasi, che non sapevo non facesse più parte dell’Anic Gela, e del presidente D’Angelo. Il secondo gli negò sempre l’intervista, mentre il primo lo incontrò ma poi si lamentò con me perché gli avevo mandato un giornalista. Non amava molto la stampa e diceva che era meglio restare in silenzio e aspettare che arrivasse chi di dovere. Dell’incontro con Guarrasi De Mauro non fu molto soddisfatto”. Un dato importante che emerge dal dibattimento è il possesso da parte di De Mauro del nastro contenente l’ultimo discorso di Mattei a Gagliano: “De Mauro me lo mostrò dopo esser tornato da Gagliano dove fu mandato a prendere notizie dal proprio giornale - ricorda Verzotto nelle dichiarazioni rese l’8 novembre 1995. Il nastro fu poi inviato alla segreteria dell’Eni”. Che sia questo il famoso nastro che il giornalista de “L’Ora” ascoltava e riascoltava in casa, come ricordato dalla propria famiglia? Che sia nascosto lì il segreto dello scoop che avrebbe “fatto tremare l’Italia”? Il dubbio rimane, e purtroppo non è l’ultimo di questo giallo tipicamente italiano.


ANTIMAFIADuemila N°54

 
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

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