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Antimafia Duemila

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Jul 05th
I volti della camorra PDF Stampa E-mail

Il profilo criminale di Ciro Sarno, il “sindaco”di Ponticelli
di Simone Di Meo

NAPOLI

Ciro Sarno non aveva ancora trent’anni quando fu inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi della camorra napoletana. Era considerato un vero boss capace di poter dialogare “a tu per tu” con i capi della malavita organizzata campana. Il suo “territorio” è sempre stato il quartiere Ponticelli e solo alla fine degli anni Ottanta Ciro Sarno, con i fratelli Vincenzo e Pasquale, ha cominciato ad “affacciarsi” su Cercola e Sant’Anastasia, dove alcune famiglie della vecchia camorra, ancora divise da anni in cutoliani ed anticutoliani, sebbene la guerra al boss di Ottaviano fosse da tempo cessata, non riuscivano a trovare un accordo duraturo ed intese per la gestione delle attività illecite.
Ciro Sarno ha visto crescere il suo potere nei primi anni ’80, quando a Ponticelli sono stati realizzati alcuni rioni di case popolari i cui alloggi furono poi occupati da moltissime famiglie napoletane. Disordine urbanistico e nessuna politica demografica hanno agevolato la crescita della malavita prima di basso livello e poi organizzata.
In quei caseggiati alcuni boss napoletani o semplici malviventi trovarono le condizioni ideali per nascondersi e per non essere scoperti. Ciro Sarno, in una zona che negli anni precedenti era stata solo sfiorata dalla camorra pose le basi per l’organizzazione del suo clan. Estorsioni ai cantieri, riciclaggio del danaro anche con l’acquisizione di bar e negozi in altre città d’Italia. Ma Ciro Sarno sapeva che poteva diventare forte e potente, temutissimo, solo nella “sua” Ponticelli e cominciò ad attivarsi per ottenere l’assegnazione di alloggi a persone del suo clan e a famiglie che ne avevano bisogno e che gli avrebbero poi dimostrata infinita “gratitudine”. Ciro Sarno per questo suo comportamento si “guadagnò” l’appellativo di “sindaco di Ponticelli”. Era per molti giovani malviventi (ma anche per persone adulte che a lui si erano rivolte per una “raccomandazione” per avere una casa popolare) un novello Robin Hood, un Masaniello, ma era soltanto un malavitoso potente e temuto.
Ciò che maggiormente preoccupava erano le sue capacità di programmare il crimine, di aggregare alla sua banda sempre più disperati e metterli in condizioni di avere una “paga”, un “guadagno” ed anche la speranza di una casa.
Il “sindaco di Ponticelli” in questo periodo di “crescita malavitosa” si è sempre messo a disposizione dei clan più potenti, guadagnandosi la “considerazione” di boss che all’epoca comandavano nei clan dell’alta camorra. Non gli era difficile mandare qualche suo “picciotto” in un altro quartiere per qualche “piacere” da fare a noti capiclan, non gli era difficile far nascondere qualche malavitoso di altra zona sul “suo” territorio. Se doveva dare una percentuale sul guadagno del clan alla “consorteria criminale dominante” non si è mai tirato indietro. Era un boss dalle “spalle larghe e protette” tanto che fin quando è stato libero non si è fatto coinvolgere nella faida tra i clan Fomicola, D’Amico, Cuccaro, Aprea; ha sempre avuto un buon rapporto con i Mazzarella.
Ma le insidie al “sindaco di Ponticelli” arrivarono proprio quando sembrava che non v’era alcun motivo di conflittualità  all’interno del suo clan. Fu, infatti, alla fine degli anni ’80 che Ciro Sarno dovette constatare che uno dei suoi più fidati gregari si era ribellato. Antonio De Luca Bossa, detto “’o sicco”, forte per alcune alleanze con la malavita di Secondigliano e di Pianura, aveva capeggiato la scissione. Il motivo di quel conflitto non è stato mai accertato. La lotta tra i due clan si è protratta anche dopo l’arresto dei due boss; ha vissuto di agguati ed omicidi fino alla esplosione dell’auto imbottita di esplosivo in via Argine (25 aprile del 1998 ) che causò la morte di Vincenzo Amitrano, nipote di Ciro Sarno. Ciò che è accaduto in un recente passato è storia nota: violenza e morte, altri agguati, altri omicidi.

L’AUTO BOMBA IN VIA ARGINE

Venticinque aprile 1998: in via Argine, a Ponticelli, salta in aria la Lancia Delta di Vincenzo Amitrano, uno dei fedelissimi del clan Sarno. Un attentato che ha segnato il momento culminante di quella che è stata una vera e propria guerra tra due eserciti un tempo alleati: De Luca Bossa e Sarno. Antonio De Luca Bossa, meglio noto come “Tonino ’o sicco” era il killer di fiducia di Ciro Sarno. Poi, improvvisamente, la rottura. La ricostruzione degli eventi del conflitto è fatta di stragi ed omicidi. Una ricostruzione, quella effettuata dagli inquirenti, che la strategia di camorra aveva tentato di ribaltare con alcuni “accorgimenti” esterni: sorrisi, strette di mano, saluti. I due presunti boss, nemici giurati, volevano apparire ancora in buoni rapporti agli occhi di chi tentò di ricomporre i tasselli della loro storia. Ma la finzione non ha retto al peso della guerra ancora ricordata dalla storia della camorra. Furono giorni di autentico terrore quelli culminanti, dal 25 aprile al primo maggio del ’98, in cui fu seminata la paura in tutto il quartiere.
Nomi eccellenti quelli che avrebbero preso parte alla faida: tra questi spiccano, oltre ai capi delle due fazioni criminali che si contenevano la gestione degli affari illeciti a Ponticelli, anche quelli di Vincenzo Sarno, zio di Vincenzo Amitrano, Umberto De Luca Bossa, padre di Antonio, e ancora Antonio Sarno, il cassiere del clan, personaggio di rilievo all’interno dell’organizzazione. Una storia, quella dei due clan, fatta di alleanze, tradimenti e tensione, tragicamente esplosa nel terribile attentato del 25 aprile di nove anni fa, quando la Lancia di Amitrano saltò in aria nel bel mezzo del quartiere. Una storia fatta di mattoni costruiti col sangue: tra le fila di entrambi gli schieramenti si è ormai perso il conto dei morti.


I GIOIELLI NELL’IMMONDIZIA

Nel corso di un blitz dei carabinieri nel quartiere di Ponticelli i carabinieri a caccia di latitanti scoprirono nascosto in un contenitore dell’immondizia il “tesoro del sindaco”. In quella occasione fu arrestato dai militari Giuseppe Sarno, 44 anni, fratello del capoclan accusato di ricettazione di gioielli, orologi e preziosi per circa mezzo miliardo che lui aveva tentato di nascondere nell’immondizia. Sarno, infatti, quando capì che il quartiere e la sua “zona” (rione De Gasperi) erano stati letteralmente circondati dai militari tentò di occultare quel sacchetto con circa tre chili tra ori e pietre preziose.
Quando i carabinieri si stavano avvicinando all’abitazione del fratello del boss Ciro, qualcuno lo avvertì. All’epoca Giuseppe Sarno era libero e non aveva conti in sospeso con la giustizia. Fu rilasciato qualche giorno dopo e fu accusato di ricettazione, anche se nel corso del processo fu prosciolto. I carabinieri indagarono per accertare la provenienza di quei gioielli; ma le sue responsabilità non andarono oltre la ricettazione, reato che poi il giudice decise di far cadere. Giuseppe Sarno era nella sua abitazione al rione De Gasperi. Credendo di poter ingannare i carabinieri e far sparire quel “tesoro”, scese in strada e, come se nulla stesse accadendo, andò a depositare un sacchetto di plastica in un contenitore dell’immondizia. Ma i militari non si fecero ingannare. Si avvicinarono al boss di Ponticelli e gli ordinarono di riprendere quel sacchetto che, poco prima, aveva gettato nei rifiuti.
I carabinieri erano convinti di trovare armi e munizioni (o droga) perché la situazione in quel quartiere da anni è molto “calda”; tutti gli affiliati ai clan erano e sono armati e circolano in auto blindate. Invece, trovarono bracciali d’oro, pietre preziose tra le quali alcuni diamanti. Nel corso della immediata perquisizione che si fece nell’abitazione di Sarno fu trovato un giubbotto antiproiettile “ultimo modello”, più protettivo e sicuro, a dimostrazione che Giuseppe Sarno viveva con l’incubo dell’agguato.


EDUARDO L’HO CREATO IO
A SCUOLA DI MALAVITA


Per capire chi è Eduardo Contini nello scacchiere criminale di oggi, sarà utile raccontare chi era nei primi anni Novanta.
A parlare è Costantino Sarno, in uno dei rari (e contestati) interrogatori davanti ai pm Antimafia, durante la breve parentesi del suo pentimento.
Racconta il boss di Miano: “Eduardo Contini non era nessuno, faceva solo rapine e solo successivamente entrò a fare parte del nostro gruppo, anzi posso dire che Eduardo l’ho creato io, dopo averlo salvato dalla morte decretata da Luigino Giuliano, a seguito di un contrasto, non ricordo per quale motivo, che questi ebbe con Ciro Mantice spalleggiato a sua volta da ‘o romano”.
Da quel momento, l’ascesa di “quel giovane magro magro, più nervi che muscoli” - come ricordano alcuni investigatori napoletani - è stata inarrestabile.
Pupillo prediletto, tra i tanti, di Gennaro Licciardi e con un cognato del calibro di Francesco Mallardo, Eduardo ‘o romano - così chiamato in ricordo delle sue amicizie nella mala della Capitale - è riuscito a creare dal nulla un impero criminale che ha pochi paragoni in Campania. Fatta eccezione, forse, solo per i Casalesi, i Licciardi e il gruppo di Di Lauro.
Un manager del malaffare, più che un gangster. I magistrati della procura si sono affannati anni per inseguire i flussi di soldi freschi che partivano dalle case di appuntamenti di via Pavia e arrivavano in Colombia, a Medellin, per importare colossali traffici di droga. Hanno spulciato bilanci e visure bancarie per ricostruire gli interessi del padrino di San Giovanniello, le sue amicizie, i suoi mille approdi.
Amante del lusso e delle belle donne, Eduardo Contini viene arrestato pochi minuti prima della mezzanotte del 31 dicembre 1994, a Cortina d’Ampezzo, mentre - con un impeccabile smoking - si sta preparando a partecipare a un esclusivo veglione di fine anno.
Ma anche quando la giustizia è riuscita ad agguantarlo, quelle rare volte, non ha mai smesso gli abiti dell’uomo di rispetto. E non solo metaforicamente parlando.
In aula, durante il primo maxi-processo alla Cupola, ascoltò in silenzio la requisitoria di fuoco del pm Luigi Gay con le mani dietro la schiena, al centro della gabbia, con giacca blu e scarpe scure. E gli occhi di ghiaccio puntati sul magistrato della Dda.
Inizialmente, c’è scritto nelle prime informative di carabinieri e polizia, Eduardo Contini aveva scelto la (difficile) strada della legalità. Commerciante, con punti vendita di abbigliamento a via Toledo e nella zona dell’Arenaccia.
Dopo pochi anni, quel giovane dallo sguardo fiero e indomito, siederà a fianco dei boss più temuti e temibili della camorra: da Gennaro Licciardi si racconta che abbia ereditato la capacità di mediazione e l’uso della diplomazia e dal cognato Francesco Mallardo la capacità organizzativa. Di suo, c’ha messo un innegabile talento per gli affari. Sporchi e non. Visto che in una recente inchiesta della Dda, Contini è descritto come uno dei pochi malavitosi capaci di mimetizzarsi nel tessuto economico legale della città di Napoli, investendo e creando profitti che nulla hanno da invidiare a quelli delle multinazionali. È un’anomalia, Contini, nel panorama mafioso napoletano, come lo è stato anche Paolo Di Lauro. Entrambi inseriti nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia, braccati dalle polizie di mezzo mondo. Eppure mai un passo falso, mai una leggerezza. E una caratteristica che li accomuna: nessuna conversazione telefonica intercettata, le bobine degli 007 napoletani hanno avuto ben poco da registrare negli ultimi anni.
Di Contini si sono perse ufficialmente le tracce - dopo una rocambolesca altalena giudiziaria - il 3 novembre 2000.
Si sa che è stato alcuni mesi in Francia, a Lione, per seguire da vicino gli affari di alcuni magliari, la famigerata cellula commerciale della camorra. Da allora, da quando il ministero dell’Interno e quello degli Esteri hanno diramato le ricerche in campo internazionale (il provvedimento porta la data del 30 luglio 2002) nessun segnale è stato più captato. C’è chi dice che per un breve periodo abbia trovato rifugio sulle coste dorate della Sardegna, chi Oltreoceano. E chi, leggendo la storia dei grandi latitanti di camorra, ipotizza che non si sia mai allontanato dal suo regno. Da dove, poco più di tre anni fa, fece arrivare una precisazione a un quotidiano napoletano, una piccata rettifica a chi gli attribuiva finanche attentati dinamitardi e furti nei garage. Poche parole per dire: “Io sono un boss e queste cose non le faccio...”.



 




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