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di Marco Travaglio - 12 aprile 2008
Visto com’è ridotto, il Cainano avrebbe bisogno di qualcuno che gli misuri la pressione e la febbre, gli metta la camicia di forza, gli levi lo scolapasta dal capino e soprattutto gli spieghi la differenza tra un eroe e un mafioso, tra un politico e un delinquente, cose così.



Invece è circondato di servi, perlopiù sciocchi, che appena spara una cazzata ­ ormai al ritmo di tre al minuto ­ s’affrettano a complimentarsi per l’idea geniale, dopodichè la sistematizzano, la corredano di glosse e note a pie’ di pagina, dichiarano che da secoli non si ascoltava un pensiero tanto profondo. A quel punto il Cainano, passata la
crisi, rientra momentaneamente in sé, e smentisce la cazzata con servi incorporati. I quali fan “sì sì” con la testina, come i cani di plastica sui cruscotti di certe vecchie Fiat 850. Due anni fa, penultima campagna elettorale, Bellachioma stava illustrando i crimini del comunismo, quando improvvisamente gli partì l’embolo e prese a raccontare di come, nella Cina di Mao, si bollissero i neonati per farne concime per i campi. Una balla talmente grossa da mettere a disagio il più servile dei servi, ma non Renato Farina e il poveraccio biondo con le mèches che scrive sul Giornale: i due riempirono colonne di piombo per dimostrare con riferimenti storici (ovviamente inventati) la bollitura degli infanti per ordine di Mao.
Ora Farina entra in Parlamento. Il poveretto biondo con le mèches, invece, continua a scrivere sul Giornale con la penna intinta nella saliva. Ieri aveva un compito particolarmente arduo: salvare la faccia a Berlusconi e Dell’Utri dopo la beatificazione del mafioso Mangano. Arduo ­ si capisce - per un giornalista che deve confrontarsi con i fatti. Ma non per un servo che non vede al di là della sua lingua. Infatti il poveretto, anziché prendersela con i suoi padroni che si tenevano in casa un mafioso e se ne vantano pure, attacca chi lo racconta. Rilancia la solita balla della falsa laurea di Di Pietro (lui deve
averla presa nello stesso posto, se scrive che Grillo è “un ecologista con yacht”…). Poi mi accusa di citare “una vecchia intervista di Borsellino” (ne citerei volentieri di più recenti, ma purtroppo Borsellino è morto ammazzato dagli amici dell’”eroe” Mangano). E soprattutto di essermi inventato un’intercettazione tra Mangano e Dell’Utri: “E’ falso, Borsellino chiarisce che Mangano parlava con un membro della famiglia Inzerillo. Capito? Falso. La telefonata non vi fu”. Ora, Borsellino non s’è mai
sognato di smentire la telefonata Mangano-Dell’Utri: ha semplicemente detto che in un’altra coeva, fra Mangano e Inzerillo, si parlavano di cavalli per dire droga. Ma la telefonata Mangano-Dell’Utri, intercettata dalla Criminalpol il 14 febbraio 1980, ore 15.44, esiste in audio originale e trascrizione ufficiale agli atti del processo Dell’Utri, ben nota a tutti i giornalisti che sanno di che parlano. Il che spiega come mai il poveraccio biondo con le mèches non ne sa nulla. Casomai fosse interessato: Mangano chiama dall’hotel Duca di York di Milano, Dell’Utri risponde da casa dell’amico Filippo Alberto Rapisarda
(allora latitante in Venezuale presso il clan Cuntrera Caruana). Il boss dice all’amico Marcello: “Ci dobbiamo vedere”. Dell’Utri: “Come no? Con tanto piacere!”. M: “Le devo parlare di una cosa… Anzitutto un affare”. D: “Eh beh, questi sono bei discorsi”. M: “Il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo”. D: “Davvero? Ma per questo dobbiamo trovare i piccioli”. M: “…Perché? Non ce n’hai?”. D: “Senza piccioli non se ne canta messa…”. M: “Vada dal suo principale Silvio!”. D: “Quello non sgancia (“’n sura”, non suda, ndr)…”. M: “Non sgancia? Parola d’onore!”. D:“Eh veramente … no, le dico tutto. Ho dovuto pagare per mio fratello (Alberto, in carcere a Torino per bancarotta, ndr) soltanto 8 milioni per la perizia contabile, sto uscendo pazzo, poi ho bisogno di soldi per me per gli avvocati perché sono nei guai (indagato per un’altra bancarotta, ndr)... sono in mezzo a una strada”. M: “E Tonino (Tanino Cinà, altro mafioso poi condannato, ndr) l’ha inteso?”. D: “Sì, l’ho sentito… dice se vi sentite perché deve venire…”. Ecco: questa è la telefonata che, secondo il poveraccio, “non vi fu” e dunque “o Travaglio è un falsario, o è un disinformato. Ma questo dovrebbe interessare i direttori e caporedattori che neppure si accorgono della fraccata di balle che Travaglio scrive sui loro giornali”. I suoi direttori invece s’accorgono benissimo delle balle che scrive il poveraccio: lo pagano apposta.

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    Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
      
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