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Antimafia Duemila

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Cosi' si indebolisce la lotta alle cosche PDF Stampa E-mail

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di Sandra Amurri - 11 aprile 2008

Secondo Marcello Dell’Utri, amplificato da Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano va ricordato come un eroe per non aver ceduto alle pressioni dei giudici affinchè facesse i loro nomi.



GIUSEPPE LUMIA «In Cosa Nostra Mangano è un mito: non a caso fu scelto stalliere ad Arcore...»

Mangano, assunto come stalliere ad Arcore, capo della Famiglia di Porta Nuova, trafficante di droga, condannato all’ergastolo per omicidio, morto in carcere. Alla faccia di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, dei tanti altri magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine che hanno pagato con la vita il loro essere fedeli servitori dello Stato.

Onorevole Giuseppe Lumia, abbiamo oltrepassato i limiti del rispetto del buon senso democratico!

«È una vergogna che Dell’Utri, candidato nonostante la condanna in primo grado per un reato gravissimo, dopo aver definito Mangano un eroe e aver attaccato l’antimafia aggiungendo che un partito che ha come contenuto l’antimafia non è un partito, non venga escluso dalle liste mentre assistiamo alle timide precisazioni di Fini e di Maroni e niente più. Si tratta di un segnale che apre spiragli devastanti nella lotta alla mafia in una fase delicata, dopo i successi della magistratura. Un segnale politicamente chiaro che, ancora una volta, arriva alla vigilia delle elezioni per lasciare intendere che con la mafia si può intrattenere una relazione. Mangano è un mito dentro Cosa Nostra perché non accettò mai di collaborare dando prova, come si conviene ad un autentico boss, di sopportare il carcere. Forse, non a caso è stato assunto come stalliere ad Arcore e non a caso, oggi, lo si ricorda come eroe. Per la politica democratica, come ha ricordato anche Veltroni, gli eroi hanno i nomi e i cognomi di uomini e donne che hanno pagato con la loro vita».

Come ha reagito la Sicilia?
«La parte sana con sdegno, quella compromessa ha esultato avendo recuperato sicurezza».
Veltroni non si è limitato ad utilizzare parole chiare contro la mafia ma anche progettato un modello politico che coniuga legalità e sviluppo.

Crede che sia stata proprio questa posizione del Pd ad indurre Dell’Utri e Berlusconi ad uscire allo scoperto?
«Non vi è dubbio. In passato, nel Mezzogiorno un leader nazionale candidato a guidare il Paese non toccava mai il tema della lotta alla mafia ed erano gli stessi dirigenti locali a sussurrargli di evitare di farlo secondo la sbagliata idea che la lotta alla mafia faceva perdere voti. Veltroni e il Partito democratico dimostrano che la lotta alla mafia va fatta perché è giusto farla e che la lotta alla mafia deve essere una priorità nazionale».
Campagna elettorale ormai in dirittura di arrivo.

Con quale percezione di risultati?
«C’è una forte domanda di antimafia. La società reagisce bene perché ha capito che la risposta del Pd, che vuol far crescere i diritti, le opportunità di lavoro e le potenzialità del sistema imprenditoriale, attraverso il coinvolgimento dei cittadini e degli interessi delle categorie economiche, è qualificata e matura. Un Pd che dice basta all’approccio meridionalista che puntava tutto sullo sviluppo per rinviare ad una fare successiva la legalità. La scelta degli imprenditori di denunciare il pizzo ha determinato una rottura senza precedenti. Libero Grassi fu lasciato solo, oggi la Confindustria di Lo Bello e Montante ha impresso un cammino al mondo dell’impresa che provoca una rottura inedita».

A cui si aggiunge la proposta di Anna Finocchiaro di agevolazioni alle imprese che denunciano il pizzo...

«Alle imprese verrà fornito un certificato di qualità che le agevolerà nel rapporto con le istituzioni pubbliche per quanto riguarda la partecipazione alle gare pubbliche e per ottenere sgravi fiscali. Si tratta di un’antimafia moderna che aiuta cittadini ed imprese a liberarsi da questa morsa infernale».

L'UNITà

 
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  • La Rivista
    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
    Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”.
    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
    Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli.
    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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