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Antimafia Duemila

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L’antimafia esiste perché c’è una mafia che ha insanguinato le nostre strade PDF Stampa E-mail

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di Rino Giacalone - 7 aprile
Conosciamo i volti dei mafiosi e di chi li combatte. Nel tempo a Trapani i visi dei boss sono stati quelli di Totò Minore, Francesco Messina Denaro i campirei diventati latifondisti, Vincenzo Virga e Francesco Pace i boss diventati imprenditori, Mariano Agate e Francesco Messina, l’imprenditore ed il muratore diventati ...


mammasantissima da quando furono ammessi a sedere alla tavola del corleonese Totò Riina, Vito ed Andrea Mangiaracina, anche loro mazaresi, che potevano permettersi (Andrea) di incontrare a quattr’occhi il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il senatore a vita le cui accuse di mafiosità sono state prescritte (ciòè non più perseguibili perché il tempo a disposizione dei giudici è scaduto), con il sindaco (Zaccaria) che vigilava sull’uscio perché nessuno aprisse la porta dietro la quale quei due avevano qualcosa da dirsi, di Matteo Messina Denaro erede del patriarca del Belice che dalla mafia delle armi e delle bombe è passato dalla parte di quella sommersa.

Conosciamo i volti dell’antimafia che ha avuto e ha il volto di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, magistrato, ucciso nel 1983, di Ninni  Cassarà, capo della Mobile, ucciso nel 1985, di Mauro Rostagno, giornalista,  ucciso nel 1988, di Giuseppe Montalto, agente penitenziario, ucciso nel 1995, di Alberto Giacomelli, giudice, ucciso nel 1988, di Rino Germanà, poliziotto, commissario a Mazara, sfuggito ai sicari di mafia nel 1992, di Carlo Palermo, magistrato, scampato all’autobomba di Pizzolungo nel 1985, di Margherita Asta, coordinatrice di Libera, figlia e sorella delle vittime della strage di Pizzolungo, di Giuseppe Linares, capo di oggi della squadra Mobile, di Andrea Tarondo, magistrato della Procura di Trapani, di Fulvio Sodano, ex prefetto, cacciato da Trapani nel 2003, dei tanti ragazzi, studentesse e studenti, delle scuole che hanno capito quanto grave sia la situazione che hanno deciso di dedicare ore di studio alla legalità, per capire il male che la mafia ha seminato in questa terra, e conoscere così quali strade non dovranno mai percorrere.

Vorremmo conoscere adesso i volti di chi, a sentire qualcuno, ha fatto antimafia per carriera, che ha ottenuto lavoro, insomma che ha guadagnato tanto e non ha perduto niente. Ce li hanno indicati come “professionisti dell’antimafia” che era la stessa cosa che tanti anni addietro veniva pronunciata nei confronti di due giudici saltati poi in aria con le loro scorte nella terribile estate del 1992. Anche Falcone e Borsellino venivano chiamati professionisti dell’antimafia, additati, indicati, così alla fine sono finiti ben posti al centro del mirino che i mafiosi tenevano attivo attendendo il momento buono per premere i loto timer: lo hanno fatto, a Capaci, il 23 maggio del 1992, in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio dello stesso anno.

A Trapani c’è chi dice che è l’antimafia che produce la mafia. Nelle aule dei Tribunali si racconta però altro, e cioè che la mafia è tanto sfrontata, ha tanti di quegli appoggi e di quelle complicità, da autonegare la sua esistenza. Il capo mandamento Francesco Pace, appena condannato a 20 anni, in un processo dove nessuno ha pensato di costituirsi parte civile, intercettato è stato sentito dire che la mafia lo ha rovinato, poi però ha continuato quel discorso quel giorno e negli altri ancora, parlando di appalti da pilotare, di cemento da vendere, di prefetti e poliziotti da far mandare via da Trapani. E quello che il boss andava dicendo trovava riscontro nei salotti e nei bar. Un giorno un investigatore si sentì dire da un professionista della città che il suo trasferimento da Trapani era questioni di giorni, così lui aveva sentito dire. Eppure quel professionista non aveva rapporti con il boss che pure andava dicendo le stesse cose. Si era creato un tam tam e le parole della mafia erano così circolate.

L’antimafia esiste perché c’è una mafia che ha insanguinato le nostre strade, generato morte, cancellato intere classi dirigenti ci ha ricordato giorni or sono a Trapani l’ex pm della DDa di Palermo Massimo Russo, ha isolato gli investigatori ha aggiunto il capo della Mobile LInares, c’è una mafia che a dispetto delle sentenze resta forte e arrogante, che mantiene le sue possibilità di infiltrarsi nelle istituzioni e nell’impresa, perché c’è una politica che per una parte gradisce essere complice, e servire al momento ritenuto opportuno. E così può accadere che mentre di giorno gli studenti dicono di no alla mafia e si all’impegno, nel pomeriggio dello stesso giorno durante una manifestazione elettorale del Pdl ci si dice che la mafia non la vuole nessuno tranne l’antimafia che produce posti di lavoro sostenendone l’esistenza. Che la mafia esiste a Trapani è cosa certa, che l’esistenza era conosciuta sino a Milano è pure vero se un senatore di nome Marcello Dell’Utri, Pdl, un giorno si rivolse ad un capo mafia, Vincenzo Virga, per costringere un altro senatore, Vincenzo Garraffa, Pri, a pagare la mazzetta chiesta per una sponsorizzazione di una squadra di basket.

Circostanza che a qualcuno oggi nel Pdl trapanese, e non solo, continua sfuggire. In questi giorni di campagna elettorale a Trapani qualche candidato sta usando per i suoi spot immagini di quella Sicilia che colpita partecipò con grande rabbia ai funerali dei morti ammazzati, giudici, poliziotti, del 1992, certamente non è di questi politici e di questa antimafia che abbiamo bisogno. Né abbiamo bisogno di chi dice che dicono che nessuno vuole la mafia per prendersela con chi ogni giorno la combatte, il magistrato ed il giudice nelle aule dei tribunali, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, nelle loro stanze, l’ultimo dei cittadini che chiede che i suoi diritti non abbiano mai a sottostare a leggi non scritte, quelle dette in nome dell’onore per esempio, ma che poi sono in verità frutto del più profondo dei disonori.

Non viviamo in una terra normale purtroppo e ce ne accorgiamo ogni giorno di più. In una terra dove ogni giorno dovremmo ricordare che la mafia è merda, così come diceva fino a 30 anni addietro a Cinisi Peppino Impastato contando i 100 passi che dividevano la sua casa da quella di don Tano Badalamenti,  prima che una bomba lo facesse saltare in aria. Anche Peppino era un professionista dell’antimafia, e anche lui ha avuto il suo bel tritolo.

Tratto da articolo21

 
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