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Il Csm salva il giudice "lumaca" PDF Stampa E-mail

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di Francesco La Licata - 5 aprile 2008
Per ora resta al suo posto Edi Pinatto, il giudice che ha impiegato otto anni per scrivere le motivazioni della sentenza con la quale il tribunale di Gela aveva condannato sette componenti del clan Madonia a complessivi 90 anni di carcere

 

Un ritardo clamoroso che nel 2002 portò alla loro scarcerazione. Il Csm, che aveva già condannato per la sua lentezza il magistrato alla perdita di anzianità, ha respinto ieri la richiesta del ministro di sospenderlo dalle funzioni e dallo stipendio. Che punizione merita un ritardo di otto anni nella stesura di una sentenza di condanna per mafia? Nessuna, ha sentenziato ieri il Csm. Il caso su cui l’organo di autogovernato dei magistrati era stato chiamato ad esprimersi è quello del giudice Edi Pinatto, 42 anni. Quand’era in servizio a Gela, aveva impiegato un tempo a dir poco dilatato per consegnare le motivazioni che riguardavano due pericolosi delinquenti condannati a 24 anni. «Troppo lavoro», s’era giusficato lui. Il Csm ha chiuso un occhio. E l’ha fatto per due motivi. Primo: quelle motivazioni, finalmente, sono state scritte. Secondo: sarà semmai la Cassazione a prendere i provvedimenti necessari.
Otto anni senza riuscire a scrivere le motivazioni di una sentenza penale sono un record (negativo) da Guinness dei primati. E il fatto è ancora più grave se si pensa che a causa del magistrato lumaca i due imputati e la moglie del boss Piddu Madonia di Vallelunga furono scarcerati per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva e ancora si aggirano, liberi come l’aria, tra Gela e Caltanissetta. Ieri il giudice inadempiente, oggi in servizio alla procura di Milano, è comparso davanti alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura che doveva decidere sulla proposta di sospenderlo dalle mansioni e dallo stipendio.
L’organo di autogoverno della magistratura ha tenuto una riunione breve al termine della quale ha respinto la richiesta a suo tempo, era gennaio, avanzata dal ministro della Giustizia Clemente Mastella. Edi Pinatto, almeno per il momento, non sarà sospeso ed ha anche salvato lo stipendio: secondo il Csm, sono venuti meno i motivi d’urgenza perchè nel frattempo hanno visto la luce le famigerate motivazioni che avevano inguaiato il magistrato. Secondo voci non confermate - in casi come questi il condizionale è d’obbligo - il dott. Pinatto, recentemente visto a Gela alacremente al lavoro, avrebbe prodotto una corposa documentazione di 750 pagine.
Eppure non è con questo sforzo che riuscirà a uscire dal guaio in cui si è cacciato «non per sola colpa mia», avrebbe detto difendendosi davanti al Csm e facendo risalire le cause della lentezza anche alla cronica carenza di organico che affligge gli uffici giudiziari di Gela. Gli appuntamenti coi suoi censori, infatti, non sono finiti. Intanto c’è la procura generale della Cassazione che dovrà affrontare la vicenda ed esprimersi nel merito dell’operato di Pinatto. Sui «ritardi di Gela» era intervenuto anche il presidente Napolitano, sottolinenado come episodi simili possano «minare il prestigio della magistratura e la fiducia che in essa ripone il cittadino».
Ma c’è un’altra tegola che incombe sul capo del giudice Pinatto. La procura della Repubblica di Catania (competente per l’azione penale nei confronti di magistrati di Gela) ha avviato un procedimento che vede il magistrato indagato per il ritardo nella stesura delle motivazioni della sentenza che risale al 22 maggio 2000. Pinatto sarò ascoltato, il 14 aprile, dal gip chiamato a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per omissione di atti d’ufficio.
Non sarà facile, per il giudice lumaca, far fronte ai fatti contestatigli in più occasioni e da più dirigenti. Anche a Milano, dove si è trasferito da qualche anno, ha ricevuto critiche per la sua lentezza. Il capo dell’ufficio gli ha contestato, pure per iscritto, un «basso rendimento» nelle inchieste di cui è titolare.
Nel giugno 2004 era stato chiamato a giustificarsi, in seguito alla segnalazione al Csm del presidente del tribunale di Gela, sempre in merito alle «motivazioni fantasma». Pinatto ammise in qualche modo le responsabilità ma si giustificò con argomenti poco ferrati: «E’ certamente un caso scandaloso - ammise a proposito del ritardo - ma non è il solo, ve ne sono tanti altri». Il Csm lo ammonì, punendolo con la perdita di due anni di anzianità. Ma neppure dopo queste vicissitudini Pinatto riuscì a concludere la stesura delle motivazioni che sono state consegnate solo di recente.

LA STAMPA 5 APRILE 2008
 
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