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di Salvatore Borsellino - 2 aprile 2008
La notizia mi è arrivata ieri come un pugno
in piena faccia dalla Germania, tramite un amico che è sempre il primo a
raccogliere le notizie non appena pubblicate dall'ANSA in Italia.
Ero stato invitato da Giuseppe Bascietto a presentare il suo libro su Pio La
Torre e il primo impulso è stato quello di piantare tutto e tornare a casa ...
con
la sensazione dell'inutilità di continuare a battermi per ottenere Giustizia a
fronte di uno Stato che, come riportato di recente in un articolo speditomi da
un lettore di questo sito "NON PUO' PROCESSARE SE STESSO".
Poi ho scelto di restare anche se, scusandomi con l'autore del libro e con in
presenti, non ho potuto fare a meno, appena mi hanno data la parola, di
comunicare a tutti i presenti la notizia che aveva appena appreso.
La notizia, cioè, dell'assoluzione in fase di udienza preliminare, senza
neppure passare alla fase dibattimentale del processo, del Capitano
Arcangioli dall'accusa di avere sottratto dalla macchina del Giudice
Paolo Borsellino ancora in fiamme la borsa di cuoio contenenente l'ormai famosa
Agenda Rossa nella quale il Magistrato appuntava tutti i suoi incontri e
soprattutto i risultati degli interrogatori che in quei giorni conduceva con
collaboratori di Giustizia quali Vincenzo Calcara, Gaspare Mutolo e Leonardo
Messina.
Collaboratori che che gli stavano permettendo di squarciare il velo sulle
collusioni tra mafia e politica, tra mafia e servizi segreti deviati, tra mafia
e pezzi delle Istituzioni, tra mafia e mondo dell'imprenditoria e degli
appalti.
Ho preso lo spunto, nel comunicare la notizia, dal sottotitolo del libro
"La vita del politico e dell'uomo che sfido' la mafia" per dire
che purtroppo in questo nostro disgraziato paese non sono mai
lo Stato, la politica o le Istituzioni nel loro complesso a sfidare la mafia, è
sempre una parte delle Istituzioni o peggio addirittura un singolo uomo o
singoli uomini a condurre questa sfida contro la mafia o la
criminalità organizzata, e questo consente a queste organizzazioni, grazie alla
loro eliminazione, favorita dall'isolamento a cui quasi sempre vengono prima
sottoposti, di risultare alla fine vincenti in questa lotta o rimandarla per
anni, fino al prossimo magistrato, poliziotto o giornalista costretto, suo
malgrado, a diventare un eroe a causa proprio della solitudine in cui conducono
la loro lotta.
A fronte del sacrificio di questi uomini lo Stato è quasi costretto per qualche
tempo e sulla spinta dell'indignazione dell'opinione pubblica, che ha bisogno
di sangue e morti per svegliarsi dalla propria cronica indifferenza, ad
approvare leggi restrittive e di contrasto alle associazioni mafiose, come la
confisca dei beni mafiosi e dello stesso reato di associazione mafiosa dopo
l'assassinio di Pio La Torre o come il 41 bis e la legislazione sui
collaboratori di Giustizia dopo le stragi di Capaci e di Via D'Amelio.
Poi a poco a poco e sulla spinta degli uomini e delle vere e proprie lobbies
mafiose infiltrate nello Stato e nello stesso Parlamento si torna indietro,
sino al prossimo "eroe" ed alla prossima strage.
Giorni fa ero stato convocato alla Procura di Caltanissetta dal Pubblico
Ministero Rocco Liguori per essere sentito quale persona informata dei fatti
proprio in vista dell'apertura di questo nuovo procedimento dopo che per ben
tre volte la Procura aveva richiesto l'archiviazione dell'inchiesta nel quale
Arcangioli era imputato per false dichiarazioni.
Il Gip Ottavio Sferlazza aveva però per altrettante volte respinto
l'archiviazione ed alla fine richiesto l'incriminazione di Arcangioli perchè la
sparizione dell'agenda risultava, addirittura anche da prove fotografiche,
ascrivibile all'ufficiale, aggravandone anche l'accusa con quella di
favoreggiamento dell'associazione mafiosa.
L'impatto con il Palazzo di Giustizia di Caltanissetta non era stato dei
migliori, all'arrivo, non conoscendone l'ubicazione avevo chiesto a dei
passanti dove si trovasse. Mi era stato risposto da due persone diverse con due
frasi premonitrici: uno mi aveva detto che avrebbe semmai potuto indicarmi il
Palazzo dell'Ingiustizia, l'altro mi aveva risposto, in dialetto: "U
palazzu 'i Giustizia sta dda darreri, a Giustizia u 'nna circassi ddocu, sta a
n'autra banna, u n sacciu mancu runni" (Il palazzo di Giustizia sta
la dietro, la Giustizia non la cerchi li, sta da un'altra parte, non so neanche
dove).
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