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Il
banchiere Luciano Silingardi, il procuratore Giovanni Panebianco,
l'imprenditore Antonino Rizzone
di Gianni Barbacetto
«Chiamare dottor Tanzi oggi alle ore 15». È un appunto
manoscritto su carta intestata del dottor Giovanni Panebianco, procuratore
della Repubblica di Parma. Il capo della procura e il padrone della Parmalat si
conoscevano: e come potrebbe essere altrimenti, in una piccola città come
Parma? Più strano è il luogo dove quell’appunto è stato trovato: nella
cassaforte di un imprenditore di nome Antonino Rizzone. Un imprenditore
speciale: amico e socio di mafiosi siciliani. Chissà se qualcuno si ricorderà
di quel biglietto, oggi che a Parma è scoppiato il più grande dei suoi
scandali, con Calisto Tanzi in galera, la Parmalat in fallimento e anche il
procuratore Panebianco sotto inchiesta. Quell’appunto è stato sequestrato dalla
polizia a Montecatini Terme, il 9 ottobre 2001, insieme a tanto altro
materiale: ritagli del Giornale di Sicilia e del Corriere della sera, documenti
della Cassa di risparmio di Parma e Piacenza, carte bollate che attestano
prestiti milionari, atti di compravendita immobiliare, planimetrie... E tanti
biglietti che riguardano magistrati.
Tra questi, un appunto su cui è scritto: «Panebianco...»;
poi un paio di telegrammi inviati da Rizzone a Giuseppe Gennaro, alla procura
di Catania; un altro telegramma di congratulazioni inviato il 16 marzo 2001 a
Tindari Baglione, della procura di Pistoia; un biglietto di saluto inviato a
Rizzone in data 11 agosto 1994 e intestato «Proc. generale della Repubblica di
Messina»; un biglietto con scritto a mano «Dr. Gambino Proc. Rep. Patti,
Messina»; un telegramma inviato da Rizzone al giudice Carlo Bellito, della
Corte d’appello di Messina; copia della domanda di trasferimento da Nicosia ad
altra sede del giudice Massimo Maione; il documento di nomina a magistrato di
Cassazione del sostituto procuratore di Parma Francesco Brancaccio, con lettera
di trasmissione alla Corte d’appello di Bologna firmata da Panebianco; un
foglio con scritto, a mano, «Dr. Mario Persiani, Cassazione Roma»; una lettera
del presidente del Tribunale di Parma Lanfranco Mossini. Nella cassaforte
dell’imprenditore molto speciale c’erano anche sei fotografie, tra cui quella
di Panebianco. C’erano molti biglietti con numeri di telefono, tra cui uno di
«Pane».
Uno strano archivio, per un siciliano che ha fatto fortuna a
Montecatini. Ma chi è davvero Antonino Rizzone? Non è un imprenditore
qualsiasi. Siciliano, nasce nel 1939 a Nicosia, in provincia di Enna. Nei primi
anni Settanta a Nicosia gestisce una bottega di alimentari, poi tenta di
impiantare un bar. Ma nel 1975 cambia vita: si trasferisce dalla Sicilia a
Montecatini Terme e diventa rapidamente un imprenditore di successo. Soldi non
ne ha (è figlio d’agricoltori e a Nicosia non aveva trovato neppure i capitali
per pagare la ristutturazione del bar), grandi studi non ne ha fatti (ha solo
la licenza elementare), eppure deve avere delle doti nascoste, perché appena
arivato in Toscana compra un alberghetto dal nome che gli ricorda casa
(«Pensione Trinacria») e avvia una folgorante carriera. Comincia a comprare,
insieme ad alcuni soci, immobili commerciali e terreni. Certo, i suoi soci
hanno nomi che per chi conosce le cose siciliane vogliono dire Cosa nostra:
Paolo Francesco Alamia, Rocco Remo Morgana, i fratelli Berna Nasca...
Il gruppo di spezza negli anni Novanta: per disaccordi sugli
affari, ma anche per l’uscita di scena di Morgana, arrestato per traffico di
droga. Eppure l’ascesa di Rizzone non s’interrompe, anzi: si lega al gruppo
Giambra, altra combriccola di personaggi in odore di mafia, definita in un’aula
di giustizia «associazione per delinquere» specializzata in bancarotte e truffe
alle banche. Il metodo del gruppo è collaudato: fabbrica falsi documenti a
proposito di inesistenti progetti d’espansione immobiliari, li avvalora con
ottime sponsorizzazioni da parte di persone importanti dentro e fuori le banche
e infine li presenta alla Cassa di risparmio di Parma e Piacenza, che scuce un
mucchio di soldi. La «persona importante» che sponsorizza Rizzone è davvero molto
in vista: è Giovanni Panebianco, nato a Catania nel 1932, procuratore della
Repubblica prima a Nicosia, poi a Massa, infine a Parma. Panebianco è ben
inserito nella buona società parmense. Conosce tutta la gente che conta. Ma è
soprattutto buon amico del commercialista di Tanzi, Luciano Silingardi, in
quegli anni presidente della Cassa di risparmio di Parma e Piacenza. È una
raccomandazione del magistrato a convincere il banchiere, in mancanza di altre
garanzie, a concedere fidi miliardari all’amico Rizzone.
L ’AMICO DEGLI AMICI DI COSA NOSTRA. A metà degli anni
Novanta, Rizzone è proprietario, nella sola Montecatini, della Pensione
Trinacria, dell’Hotel Florio, di un paio d’appartamenti, di un negozio di
calzature, di una discoteca. È gestore dell’Albergo Londra. E in precedenza era
stato titolare della Pensione Savoia, dell’Albergo Touring, nonché nientemeno
che dell’Amaro Montecatini... I carabinieri di Pistoia, Montecatini, Pisa e
Mistretta, però, non sono affatto convinti delle sue capacità imprenditoriali e
lo segnalano come persona «legata a cosche mafiose» e «vicina ai corleonesi»:
proprio per le sue amicizie e alleanze d’affari con Alamia, che fu uomo di Vito
Ciancimino, con Antonino Berna Nasca, più volte implicato in indagini di mafia,
con Rocco Morgana, pluripregiudicato siciliano, con Sebastiano Augello,
appartenente alla cosca catanese di Nitto Santapaola.
Non basta. Dopo le stragi di mafia del 1993, gli affari dei
siciliani in Toscana sono passati al setaccio dalla Direzione investigativa
antimafia di Firenze che indaga sull’attentato di via dei Georgofili. Ebbene,
Rizzone è uno dei personaggi che sono messi sotto controllo. Con esiti non
entusiasmanti per il suo buon nome: «È organico ai corleonesi», scrive in una
relazione il commissariato di polizia di Montecatini. E per i corleonesi ha
svolto funzioni d’ambasciatore, avviando rapporti con il clan camorristico dei
Galasso, con i quali ha messo a punto la compravendita del Kursaal di
Montecatini. Ma Rizzone ha ottimi contatti con alcuni magistrati e vanta buoni
rapporti anche con la politica.
La Direzione investigativa antimafia, comunque, nelle sue
indagini per strage di Firenze redige una scheda relativa a Rizzone e non può
fare a meno di rilevare «la frequentazione tra questi e il dottor Giovanni
Panebianco, procuratore della Repubblica di Parma e in procuratore presso la
procura di Massa». Parma e Massa: proprio le zone in cui «Rizzone ha effettuato
investimenti immobiliari, con società a lui riferibili, che avevano attirato,
per modalità d’acquisizione o per cointeresse con personaggi legati alla
criminalità organizzata, l’attenzione investigativa di più forze di polizia».
«I rapporti tra Rizzone Antonino e il dottor Panebianco»,
scrive la polizia in un rapporto, «sono senz’altro di stretta amicizia
personale». Dunque, l’ineffabile dottor Panebianco è amico di un uomo che
appartiene a quell’ambiente che tra il 1992 e il 1993 ha realizzato le stragi
in cui sono morti, tra gli altri, due suoi colleghi magistrati di nome Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino. Panebianco è amico, sponsor, presentatore e
sostenitore di Antonino Rizzone, di cui «evidenzia la buone qualità» di fronte
ad amici potenti. Come Luciano Silingardi, appunto, il commercialista di Tanzi,
per tanti anni grande manovratore della Cassa di risparmio di Parma e Piacenza.
IL TRIANGOLO DEI POTERI. È un vero triangolo degli affari
quello tra il Banchiere, il Magistrato e l’Imprenditore. Panebianco raccomanda
caldamente Rizzone presso Silingardi, Silingardi finanzia generosamente
Rizzone. Le sue società (la Top, la Albatros, l’Immobiliare Colombo) ricevono
dalla Cariparma un fiume di miliardi. Per operazioni inesistenti, o
fallimentari. E Panebianco, che cosa riceve da Rizzone, in cambio delle sue
preziosissime «raccomandazioni»?
Sono stati individuati soldi che girano tra il procuratore e
l’imprenditore. E complicati affari immobiliari in Sicilia, storie di terreni,
di agrumeti. I giudici di Firenze hanno trovato almeno una traccia visibile: 80
milioni di lire che passano da Rizzone a Panebianco. E vorrebbero capire
perché: il sostituto procuratore fiorentino Pietro Suchan è convinto che si
tratti del prezzo di una corruzione in atti giudiziari (come quella, tanto per
intenderci, che è costata al giudice di Roma Renato Squillante una doppia
condanna in primo grado). Per il resto, gran parte dei comportamenti del
procuratore Panebianco, del bamchiere Silingardi, dell’imprenditore Rizzone,
benché moralmente censurabili e inammissibili (soprattutto per un alto
magistrato), sfuggiranno alla giustizia: è passato troppo tempo dai fatti e la
prescrizione azzererà tutto (a meno che il giudice delle indagini preliminari
non aggravi le contestazioni).
A leggere le spiegazioni di Panebianco, interrogato da
Suchan, vengono i brividi. Ma sì, ammette l’ineffabile procuratore, conoscevo
Rizzone. Visite, incontri, perfino un capodanno insieme, a Montecatini: «Mi ha
invitato a fare il capodanno là, che lui organizzava, e io sono andato con la
famiglia». Ma Rizzone è un amico, una persona per bene, un galantuomo. Ha fatto
i soldi grazie a un’eredità ricevuta da una coppia di coniugi, due nobili
palermitani senza figli che gli volevano bene. Una persona così a modo che sono
in rapporti con lui – e qui partono i primi siluri – anche magistrati di rilievo:
come Giuseppe Gennaro, sostituto procuratore a Catania ed ex presidente
dell’Associazione nazionale magistrati; come Giovanni Tinebra, ex procuratore
di Caltanissetta e oggi direttore delle carceri italiane, essendo al vertice
del Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria. «Premetto: il Rizzone è
molto amico del dottor Tinebra... In un’altra occasione è venuto Tinebra,
quand’era procuratore di Caltanissetta, con la scorta... E alloggiava da lui...
S’incontrano periodicamente, s’incontrano spesso a Roma, almeno a detta del
Rizzone. Poi una volta è venuto nell’albergo di Montecatini e io sono stato là
per incontrarlo». Anzi: è proprio Tinebra a presentare Rizzone a Panebianco:
«Il dottor Tinebra, che era mio unico sostituto a Nicosia, con cui ancora
intrattengo rapporti di amicizia... mi presentò casualmente questo Rizzone
Antonino». Erano i primi anni Ottanta, Panebianco era procuratore di Nicosia,
Tinebra il suo giovane sostituto.
Poi, altri siluri. Panebianco, durante il suo
interrogatorio, si rivolge direttamente a Suchan: «Mi scusi, mi aiuti lei...
che questo Rizzone è amico di tanti magistrati di Firenze, lo sa lei?». Poi fa
un piccolo elenco di giudici: Carlo Bellitto, Tindari Baglione, Massimo Maione.
E Mario Persiano, della Cassazione... Per il resto, Panebianco dimostra di non
avere neppure l’idea di come si dovrebbe comportare un magistrato. Falcone non
frequentava i salotti palermitani per non trovarsi in cattiva compagnia,
Panebianco incontra tranquillamente la buona società parmense. Con il
costruttore Paolo Pizzarotti, già imputato di Mani pulite, ha avuto complicati
rapporti economici che gli sono costati un’inchiesta, poi finita con
un’archiviazione. Ai vertici della Parmalat telefonava per ottenere qualche
piccolo favore: «Pietro Tanzi, il cugino di Calisto... Sì, lo conosco, mi
rivolgo spesso a lui per avere qualche biglietto dello stadio, quando c’è la
partita... Ricorro sempre a lui per avere i biglietti allo stadio quando ci
sono amici...». Ecco dunque spiegato il biglietto trovato nella cassaforte di
Rizzone: il Tanzi citato è Pietro, non Calisto, giura Panebianco. È ora chiaro
come la procura di Parma vegliasse sulla correttezza della Parmalat e con quali
credenziali morali oggi la indaghi.
Ma che ci faceva il biglietto di Panebianco nella cassaforte
di Rizzone? Mistero. E perché il procuratore doveva telefonare a Tanzi? Lo
spiega Rizzone: «Io Calisto Tanzi l’ho conosciuto indipendentemente
dall’intervento del dottor Panebianco... Panebianco intendeva farmi conoscere
il cugino di Tanzi, Pietro Tanzi, in relazione all’intermediazione per la
compravendita di un castello vicino a Parma». Su questo punto Panebianco, nel
suo interrogatorio, balbetta: i panni del mediatore d’affari per l’acquisto di
castelli padani sembrano troppo stretti perfino a lui.
Forse Rizzone in quella cassaforte aveva la sua
assicurazione per la vita: difendetemi, voi toghe, altrimenti vi trascino tutti
con me. Nella stessa busta dell’appunto su Tanzi, i poliziotti trovano un
biglietto da visita: di Francesco Giuffredi, della Parmalat. «Non lo conosco»,
giura Panebianco. In un’altra busta trovano la raccomandazione di Panebianco
per il suo sostituto, l’uomo forte della procura di Parma, Franco Brancaccio,
per altre vicende sotto inchiesta ad Ancona. E qui la spiegazione del
procuratore ha dell’incredibile: «Il dottor Brancaccio mi aveva espresso il
desiderio... no, l’intenzione, di trasferirsi a Roma, in un incarico speciale:
forse una commissione antimafia, una commissione parlamentare... E allora io
parlai al telefono con Gianni Tinebra». Chissà perché a Tinebra: che potere ha
di influire sulle carriere dei colleghi? Comunque sia, Panebianco decide di
fare una copia «del rapporto per illustrare la figura del Brancaccio» per
mandarla a Tinebra. Ma invece di spedirgliela per posta, o via fax, la consegna
a Rizzone. Dice a Brancaccio: «Sai, Franco, la possiamo dare a Rizzone che
s’incontra periodicamente con Tinebra...». Rizzone, interrogato separatamente,
canta un’altra canzone: «Dovevamo andare insieme a Roma, poi Panebianco se l’è
dimenticata da me...». Suchan insiste con Rizzone: «Ma poteva lei caldeggiare
questa nomina? Conosce qualcuno al Consiglio superiore della magistratura?».
Rizzone minimizza: «No, a questi livelli non ci sono...».
ZANICHELLI AVEVA RAGIONE. E la lettera del presidente del
tribunale di Parma, Lanfranco Mossini, che cosa ci faceva nella cassaforte di
Rizzone? «Non so spiegare come mai si trovasse a casa mia», risponde
sobriamente l’imprenditore. Ma poi c’è Silingardi, il Gran Banchiere: «Lui è
molto... devoto, diciamo devoto alla magistratura», dichiara Panebianco nel suo
interrogatorio a Suchan. Perché «vittima» di un pugno di persone (Gian Luca
Zanichelli, Luigi Derlindati, Luigi Grossi) che in assoluta solitudine, per
anni, hanno denunciato le ingiustizie che ritenevano di aver subito dal Gran
Banchiere. Denuncie naturalmente sempre prontamente respinte dalla magistratura
parmense. Ricambiata dalla «devozione» di Silingardi.
Quanto ai rapporti con l’Imprenditore, il Magistrato taglia
corto: «Io ho solo garantito che il Rizzone Antonino è persona onesta, è
solvibile, solvibile, corretta eccetera...» (Panebianco meriterebbe una
candidatura alla Consob, o all’Antimafia, chissà). Poi, un altro siluro: «Ma
guardi, non so se sono stato io a presentare Rizzone a Silingardi o Rizzone a
presentare Silingardi a me... tanta era la cordialità dei rapporti tra il
Rizzone e Silingardi». Collusione ambientale: era davvero irresistibile, a
Parma. Tanto che un dipendente della Cariparma, tal Dalla Valle, per fare
carriera si rivolge al procuratore, che conferma: «Sì, mi chiese di intercedere
con il presidente Silingardi per una promozione a funzionario». Normale.
Questa è Parma, la sua classe dirigente, il suo clima.
Questa è la procura che indaga sul crac più grave della sua storia.
Diario, 9 gennaio 2004
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