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Antimafia Duemila

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Mastella non poteva essere indagato. Why Not? PDF Stampa E-mail

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di Monica Centofante - 2 aprile 2008
Ora chiede giustizia l'ex ministro Clemente Mastella, da ieri definitivamente fuori dall'inchiesta “Why Not” per decisione del gip di Catanzaro Tiziana Macrì.

Che ha accolto la richiesta avanzata il 4 marzo scorso dal procuratore generale di Catanzaro Enzo Jannelli e dai sostituti Domenico De Lorenzo e Alfredo Garbati dal momento, avrebbe detto il giudice (almeno secondo le notizie uscite sulla stampa), che “mancavano assolutamente i presupposti” per la sua iscrizione nel registro degli indagati e “successivamente non sono sopravvenuti elementi nuovi”. “Adesso chi mi ripaga i danni?” chiede a gran voce il leader dell'Udeur ad ogni microfono utile precisando a Carmelo Lopapa de La Repubblica di non serbare alcun rancore nei confronti del pm De Magistris, verso il quale esprime il suo “perdono cristiano”, ma scagliando la propria ira funesta contro chi avrebbe “orchestrato questa cosa immorale”. Ovverosia “un disegno politico, giudiziario e mediatico con un solo obiettivo: farmi dimettere dal ministero della Giustizia e aprire una nuova fase politica”. Proprio per chiarire queste responsabilità il “malcapitato” indosserà ora i panni dell'investigatore alla ricerca della verità. “Tornerò ad essere il giornalista di un tempo – continua – l'unico mio impegno sarà cercare di scoprire e denunciare chi c'è dietro il disegno, il complotto ordito ai miei danni”. Visto che “ormai è chiaro, tutto questo non può essere avvenuto per caso”. E infatti non è così. Perché nell'ottobre del 2007 non fu il caso a far decidere al pm De Magistris di iscrivere l'allora ministro nel registro degli indagati dell'inchiesta Why Not, ma una serie di fatti che iniziano con innumerevoli contatti telefonici tra il politico e diversi soggetti coinvolti nella stessa indagine e soprattutto Antonino Saladino, referente al sud per la “Compagnia delle Opere”. Vero deus ex machina del presunto comitato d'affari politico-massonico-imprenditoriale, particolarmente dedito a depredare finanziamenti pubblici dell'Unione Europea, attivo in Calabria, ma ramificato in tutto il territorio nazionale e attorno al quale si sviluppa l'intricata vicenda. Che ha coinvolto, tra gli altri, il presidente del Consiglio uscente Romano Prodi ancora indagato per abuso d'ufficio perché, secondo l'accusa, avrebbe avuto un ruolo proprio nel pilotare fondi comunitari europei destinati all'Italia. Un sistema più che collaudato visto che di casi come questo, basti dare un'occhiata alle notizie, in Italia e in particolare al Sud ve ne sono a centinaia. Durante le indagini in questione, l'allora consulente della procura Gioacchino Genchi, vicequestore della Polizia, aveva riportato nella sua relazione alcuni passi delle conversazioni telefoniche tra Mastella e il Saladino, legati da rapporti “molto confidenziali”. Tanto che il primo avrebbe invitato il rampante imprenditore “ad una maggiore collaborazione alla sua coalizione politica”. Non solo. In un altro passo del documento si legge infatti che “Mastella chiama Saladino e gli chiede di incontrarlo, Saladino (che pure si trova a Roma) gli dice che non può raggiungerlo e gli segnala l'opportunità di incontrare un suo amico, <>, che era <>, <>”. E a risultare interessanti dal punto di vista investigativo apparirebbero essere anche una serie di contatti circolari tra le utenze di Mastella, Antonietta Magno, Giancarlo Franzè e Luigi Bisignani. Quest'ultimo già iscritto “attivo”, con tessera n. 203, alla loggia P2 di Licio Gelli, condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione nel processo milanese per la maxi tangente Enimont, attualmente in contatto con numerosissime “utenze istituzionali” (Bisignani, inoltre, risulta a sua volta in contatto con Walter Cretella Lombardo e quest'ultimo, ancora, con il Saladino). “A parte gli intensi rapporti di Bisignani con Mastella e col Cretella – scrive Genchi – hanno destato un certo allarme i contestuali, intensi e numerosissimi contatti telefonici fra le utenze del Bisignani e le utenze personali e di servizio di Salvatore Cirafici, ex ufficiale dei Carabinieri ed in atto Direttore Corporate Governance di Wind spa”. E se per i non addetti ai lavori potrebbe non risultare chiaro “Salvatore Cirafici è il capo della struttura che sostanzialmente si occupa della gestione di tutte le richieste di intercettazioni telefoniche, accertamenti e tabulati, inviate da tutte le Autorità Giudiziarie italiane”. In sostanza, “non esiste acquisizione di tabulati, richiesta di intercettazioni, accertamenti anagrafici ed attività acquisitive in vario modo dirette da qualunque Autorità Giudiziaria italiana, che non venga portata a conoscenza della struttura aziendale diretta da Cirafici”. E se tutto questo non bastasse, una volta rilevati gli intensi rapporti di Bisignani con Cirafici, Genchi aveva scoperto che le “utenze del Cirafici” avevano “evidenziato circolari rapporti telefonici con utenze già della disponibilità di Fabio Ghioni, Luciano Tavaroli, Marco Mancini, Tiziano Casali, Filippo Grasso e del giornalista Luca Fazzo, dei quali è stato accertato in sede cautelare il coinvolgimento in vicende spionistiche, fino ad ora limitate al gruppo Telecom”. Insomma, una rete di rapporti così intricata e pericolosa per l'allora ministro Mastella che, con tutta probabilità, di questo era perfettamente cosciente. Poiché a fine settembre del 2007 aveva chiesto in tutta fretta il trasferimento del pm da Catanzaro pur non riuscendo ad ottenerlo subito dal momento che troppo deboli risultavano essere le accuse contenute nel dossier preparato dagli ispettori di Via Arenula, impegnati a passare la setaccio ogni angolo dell'ufficio del pm di Catanzaro. Una volta appreso della decisione del Csm di rimandare al 17 dicembre la “sentenza” sul suo trasferimento De Magistris aveva continuato a lavorare, scoprendo una pista che portava dritta dritta nelle banche di San Marino e interrogando un nuovo testimone: Pino Tursi Prato, ex consigliere regionale socialista, ex assessore, ex presidente dell'Asl di Cosenza, ex affarista in contatto con Antonino Saladino, già condannato per associazione mafiosa. Che aggiungeva nuovi compromettenti elementi (anche se tutti da verificare) relativi sia al ruolo di Prodi che a quello di Mastella chiamando in causa anche il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero oltre a Pino Galati e Lorenzo Cesa dell'Udc. Notizie di possibili reati che in fede al principio dell'obbligatorietà dell'azione penale imponevano a De Magistris di iscrivere il leader dell'Udeur nel registro degli indagati con le accuse di abuso d'ufficio, finanziamento illecito ai partiti e truffa nei confronti dell'Unione Europea e dello Stato Italiano. Ma cinque giorni dopo, il 19 ottobre, grazie ad una fuga di notizie “Libero” viene a sapere dell'iscrizione di Mastella nel registro degli indagati, cosa che il pg facente funzioni di Catanzaro Dolcino Favi prende a pretesto per decidere di adottare un provvedimento a cui nella storia raramente si è fatto ricorso: l'avocazione. Ossia la sottrazione dell'indagine, in questo caso la Why Not, dalle mani del sostituto procuratore che la stava seguendo. Motivazione: Favi ritiene incompatibile il ruolo del magistrato dopo la notizia dell'iscrizione di Clemente Mastella nel registro degli indagati perché il pubblico ministero non può essere da una parte l'uomo che indaga sul Guardasigilli e dall'altra l'uomo contro il quale lo stesso Guardasigilli ha avviato un'azione disciplinare. Come a dire che per un ministro è sufficiente chiedere il trasferimento di un pm per togliersi dai guai. E così, mentre le carte dell'inchiesta vengono sottratte a De Magistris (quasi) di nascosto, durante il week-end e prima ancora di ricevere il decreto di avocazione, diventa di dominio pubblico la notizia di due perquisizioni “a sorpresa” già fissate dal pm: una alla sede del “Campanile” quotidiano dell'Udeur, dove secondo l'accusa sarebbero confluiti finanziamenti illeciti al partito di Mastella (in parte, così sembrerebbe, finiti direttamente nelle tasche del ministro e in quelle della sua famiglia) e l'altra negli uffici della Giafi, appartenenti all'imprenditore Valerio Carducci, altro indagato insieme ad Antonino Saladino. Svanito l'effetto sorpresa le perquisizioni, rimandate al 25 ottobre, non hanno più senso. Molti elementi raccolti nel corso dell'indagine non possono più essere verificati mentre per sgombrare il campo da possibili “colpi di coda” vengono allontanati dall'indagine anche alcuni dei più fidati collaboratori di De Magistris. Quelli che con lui avevano collaborato all'inchiesta Why Not: il capitano Paquale Zacheo, trasferito con urgenza a Fermo, nelle Marche e il perito Gioacchino Genchi, ormai ex- consulente informatico dell'accusa. Ancora. A gennaio la sezione disciplinare del Csm decide che De Magistris non solo dovrà la lasciare la Procura di Catanzaro, ma non potrà nemmeno più esercitare funzioni di pubblico ministero. Sul punto si attende ora la pronuncia della Cassazione, che speriamo terrà conto di un fattore di non poca importanza: secondo accertamenti della procura di Salerno dietro agli attacchi al pm di Catanzaro ci sarebbe una vera e propria “regia”. E a finire sotto indagine non è solo il procuratore capo di De Magistris, Mariano Lombardi, ma anche l'aggiunto Murone e il pm Rinaldi: tutti accusati di corruzione in atti giudiziari per vicende legate alle inchieste Why Not e Poseidone. Insieme al pg Dolcino Favi, indagato invece per abuso d'ufficio e calunnia.
 
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