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Il ''caso De Magistris'' e l'indipendenza della magistratura | Il ''caso De Magistris'' e l'indipendenza della magistratura |
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di Felice Lima* - 2 aprile 2008
da alcune delle incolpazioni mossegli.Ho scritto in un lungo articolo pubblicato in questi giorni su Micromega le
ragioni per le quali la parte di quella sentenza che mi appare da riformare sia
quella della condanna e non certo quella dell’assoluzione.
In attesa di riportare qui tutto quell’articolo, rinvio, per alcune
critiche tecniche alla sentenza, agli articoli che possono leggersi nel blog http://toghe.blogspot.com cliccando su
questo link , oppure sulla voce “De Magistris: la sentenza disciplinare e i
commenti tecnici” nell’indice per temi che c’è a metà della sidebar di destra
della homepage.
Quello che mi preme dire adesso è che in questi giorni, nell’imminenza
delle elezioni dei Consigli Giudiziari che si terranno questo fine settimana,
tutte le correnti dell’A.N.M., imitando senza neppure accorgersene, nei modi e
nei contenuti, i comportamenti dei partiti politici in campagna elettorale,
stanno promettendo meraviglie ai magistrati, sciorinando inutili programmi
elettorali pieni di nobili intenzioni e sacri valori da difendere (ma solo nei
programmi, perché nella realtà li si violenta ogni giorno di più).
Ma, ugualmente a ciò che accade per la politica nazionale, ci sono i fatti,
con la loro dolorosa “violenza” a sbugiardare promesse e proclami.
E uno di questi “fatti”, irriducibile come tutti i “fatti”, è il silenzio
ostinato di tutti i “magistrati associati” sul merito della sentenza pronunciata
dal C.S.M. lo scorso 18 gennaio nei confronti di Luigi De Magistris.
Quella sentenza è un ineludibile punto di discrimine.
Il cosiddetto «caso De Magistris», tradendo le aspettative di chi pensava
che, come accaduto altre volte, si sarebbe potuta “liquidare la pratica” nella
disattenzione generale, con un ingiusto marchio di infamia sul collega, è
destinato a “lasciare il segno” dentro la magistratura e fuori, perché ha fatto
emergere in maniera clamorosa alcune inaccettabili contraddizioni che minano,
ormai sembra irreversibilmente, la credibilità dell’autogoverno della
magistratura, sia sotto il profilo istituzionale (Consiglio Superiore della
Magistratura) che sotto quello associativo (Associazione Nazionale Magistrati).
Per comprendere cosa è accaduto, occorre partire dalla situazione della
Calabria, meravigliosa regione del Meridione afflitta da un grave ritardo di
sviluppo, da una gravissima crisi di legalità e (in rapporto di effetto e causa)
da una giustizia decisamente – e purtroppo, forse, volutamente – inefficiente,
nonostante l’impegno di tanti magistrati che si spendono con coraggio e senza
risparmio.
La misura del problema è data dal dato statistico che emerge dall’ultimo
libro di Piercamillo Davigo (“La corruzione in Italia, percezione sociale e
controllo penale”), secondo il quale le condanne definitive per concussione
intervenute nel distretto della Corte di Appello di Reggio Calabria tra il 1983
e il 2002 (ben 19 anni!!) sono una e quelle per corruzione sono due!
In pratica, o a Reggio Calabria non c’è la corruzione (!?) o la
magistratura non la vede.
In questo contesto è arrivato un onesto magistrato napoletano (Luigi De
Magistris, appunto), che si è messo a lavorare e ha avviato diverse inchieste
per fatti molto gravi che coinvolgono magistrati, politici e imprenditori.
Come ho già detto, questo magistrato non è certamente l’unico che si è
impegnato con coraggio e generosità in Calabria, sicché la sua storia non deve
essere utilizzata per delegittimare indiscriminatamente tutti i magistrati
calabresi.
Ma resta una storia emblematica, sicché neppure i magistrati calabresi per
bene devono negare (come alcuni hanno fatto) l’evidenza dei fatti che da essa
emergono.
All’avvio delle indagini di De Magistris, immediatamente un gruppo
eterogeneo ma molto coeso di persone “controinteressate” alle stesse
(magistrati, politici, imprenditori) si è adoperato in ogni modo per fermare il
nostro collega e alcuni hanno chiesto a gran voce pubblicamente alla procura
generale della Cassazione e al C.S.M. di fermare quel magistrato, punirlo e
cacciarlo.
E la cosa è già in sé molto preoccupante, perché sviluppa ulteriormente la
prassi eversiva dell’ordine democratico per la quale nel nostro Paese le persone
a vario titolo “potenti” non si difendono «nel» processo, ma «dal»
processo.
Ordinariamente, le inchieste finiscono o con una archiviazione o con un
rinvio a giudizio (e in questo secondo caso i rinviati a giudizio hanno modo di
difendersi nel processo).
Alcune delle inchieste di De Magistris hanno avuto un terzo tipo di esito:
sono state fermate o “dirottate”.
E in questo senso è andata – nei fatti e indipendentemente dalle intenzioni
che li muovevano – l’attività di tanti, che, ciascuno per quanto di competenza,
hanno concretamente ostacolato le indagini.
E, altra cosa di notevole rilievo, molti di costoro sono magistrati!
Ci sono state così (fra l’altro e non solo):
1) fughe di notizie;
2) campagne di stampa denigratorie e diffamatorie contro il magistrato
inquirente;
3) interpellanze parlamentari a decine;
4) ispezioni ministeriali numerose e pluriennali;
5) una revoca di assegnazione da parte del procuratore capo;
6) una avocazione definita pubblicamente dall’autorevole collega Antonio
Ingroia “impensabile”, priva di fondamento giuridico e attuata con modalità che
preoccupano non poco.
Alla fine di tutto questo, la Procura Generale della Cassazione e il
Consiglio Superiore della Magistratura hanno fatto, nella sostanza, ciò che
veniva loro chiesto dai “controinteressati alle indagini”.
La Procura Generale ha formulato contro Luigi De Magistris moltissime
incolpazioni disciplinari e il C.S.M. lo ha condannato e trasferito all’esito di
un processo lampo durato un mese (iniziato con la notifica dell’incolpazione a
metà dicembre del 2007 e finito con la pronuncia della sentenza il 18 gennaio
2008).
Va aggiunto anche che la procura generale ha formulato a carico di Luigi De
Magistris molte incolpazioni dichiarate infondate dallo stesso C.S.M. e qualcuna
addirittura nulla, per la palese indeterminatezza degli addebiti (penso a quelle
contraddistinte nella sentenza con le lettere «I» ed «M»), con un accanimento
che sarebbe stato giudicato certamente in maniera molto negativa se posto in
essere da un altro pubblico ministero nei confronti di un qualunque
indagato.
Così stando le cose, la sentenza della sezione disciplinare è, come ho
detto, l’elemento di discrimine di tutta la storia.
Perché se quella sentenza fosse, non dico condivisibile, ma almeno
difendibile, allora si potrebbe ipotizzare che la coincidenza fra desideri dei
“controinteressati alle indagini” e azione della Procura Generale e del C.S.M.
sia stata puramente casuale.
Ma se la sentenza fosse tecnicamente non difendibile, allora le conclusioni
da trarre sarebbero altre e molto gravi.
Perché bisognerebbe prendere atto che la Procura Generale e il C.S.M.,
anziché difendere l’indipendenza dei magistrati e l’imparzialità della
giurisdizione, avrebbero finito nei fatti per danneggiarle gravemente.
L’analisi tecnica della sentenza che abbiamo proposto negli scritti del
blog che ho citato sopra e nell’articolo di Micromega, al quale rinvio, inducono
a ritenere non solo che la sentenza è tecnicamente ben poco convincente, ma che
molti passaggi della motivazione (penso, fra gli altri, a quelli relativi al
capo «E» di incolpazione) appaiono tali da provocare la sensazione che il
giudice, più che chiedersi “se” condannare o no De Magistris, possa essersi
impegnato a cercare solo “come” condannarlo. |
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