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Se Lombardo "separa" la Sicilia PDF Stampa E-mail

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di Saverio Lodato - 28 marzo 2008
Sicilia libera. Sicilia autonoma. Sicilia separata. Sicilia zona franca. O Sicilia zona libera. Sicilia, comunque sia, che dovrebbe andarsene per i fatti suoi.

 

Sicilia infatti tradita dall’Unità nazionale, da Cavour, dai Savoia e persino dal loro braccio armato, Giuseppe Garibaldi. Sicilia che per decenni, sin dai tempi del banditismo di Salvatore Giuliano, ha fatto l’occhiolino agli Stati Uniti nella convinzione di avere i titoli per diventare l’ennesima stella ospitata nella bandiera a stelle e strisce. Sicilia che, in epoca più recente, girò la testa all’indietro, al Nord Africa, e non mancarono infatuazioni per la Libia di Gheddafi. Sicilia che dovrebbe avere il suo casinò. Sicilia diversa, perché, per dirla con Orwell, ci sono regioni più regioni delle altre. Ora che la Sicilia, nel suo Dna, abbia caratteristiche che la differenziano dal resto d’Italia, lo provano, a parte secoli di invasioni subite e la rivolta dei Vespri siciliani, il movimento popolare che nel dopoguerra culminò nella concessione dello Statuto speciale; ma anche nomi come quello di Finocchiaro Aprile, il principale teorico dell’autonomia siciliana; di Palmiro Togliatti, con il suo storico discorso nel 1947 ai «quadri» di Messina - come si chiamavano allora i dirigenti comunisti - per spiegare come e perché il Partito Comunista avrebbe dato sì il suo via libera a un progetto d’autonomia, ma mai e poi mai a un’idea di separazione dal resto d’Italia; di Silvio Milazzo, il democristiano che alla fine degli anni Cinquanta trattava con Krusciov, convinto com’era che la Sicilia dovesse trattare e fare affari con i sovietici e da «potenza» a «potenza»; e la cui esperienza politica - poi naufragata - passò alla storia con il nome di milazzismo, inedita e, per certi versi, pasticciata alleanza fra democristiani, monarchici e sinistra; la mafia, l’Etna e il pesce spada, cantato da Domenico Modugno. Ma erano anni delle ideologie, delle idee che venivano prima degli interessi, e, sia detto con rispetto, di teorici poco abituati a improvvisare. Si potrebbe dire che, trascorsi sessant’anni dalla fine della guerra, ancora oggi l’autonomia, o per meglio dire la separazione, resta un venticello. Un venticello che però non ha mai smesso di soffiare. Oggi c’è chi, sulle ali di quell’antico venticello, vorrebbe addirittura librarsi in volo. Sentite come soffia nell’intervista che Raffaele Lombardo, leader della nuova autonomia in salsa siciliana, candidato alla presidenza della Regione da tutto il centro destra, ha recentemente rilasciato a Panorama. Ne riportiamo le domande e le risposte più significative, a dimostrazione di quanto soffi il venticello.
D. Era l’isola degli indipendentisti...

R. Risposta di Lombardo: «I siciliani si accorsero che l’Unità d’Italia era stata una truffa, una violenza, una conquista orchestrata da Cavour, voluta dai Savoia ed eseguita brutalmente da Garibaldi. Dopo ottant’anni di sfruttamento la Sicilia nutrì la grande speranza dell’indipendenza. Poi si è risolto tutto in un pezzo di carta, ma di grandissima importanza: lo statuto speciale. Purtroppo l’autonomia funziona solo se c’è un partito territoriale. Ora c’è il Movimento popolare dell’autonomia». Quanto all’Unità d’Italia, va osservato, per mero senso delle proporzioni, che neanche De Roberto, né i Vicerè, e Pirandello, ne I vecchi e i giovani, mostrarono di avere un contenzioso personale con i piemontesi delle proporzioni di quello dell’onorevole Lombardo. Neanche Lampedusa, con il suo Gattopardo.

E Lombardo, alla domanda successiva dell’intervistatore di Panorama («lei pensa alla secessione?») così risponde: «Assolutamente no, non ce n’è bisogno, bastano l’autonomia e la devoluzione delle risorse economiche».

Sentite come risponde alla domanda «lei vorrà più polizia?».

Risponde così: «Io mi responsabilizzerei sempre di più. All’articolo 31 lo Statuto speciale conferisce al presidente della Regione i poteri di guida della polizia e delle forze armate. Certo, fa paura, ma è così: in Sicilia la polizia dovrebbe governarla il presidente regionale in accordo con le province, piuttosto che con i prefetti». Insomma, Lombardo ci crede. Si immagina come una volpe del deserto al comando delle truppe corazzate di Sicilia. E manda segnali a muso duro ai suoi alleati, quando dice che «non faremo sconti a nessuno». Per quel poco che lo conosciamo, sarà difficile vederlo immerso con gli stivaloni nel fiume che scorre fra le gole dell’Alcantara con in mano l’ampolla sacra della sicilianitudine. Il Po è lontano, e quella è tutta un’altra acqua... «Polposo» (e non vorremo giocare sull’aggettivo, come chi, al Po, aggiungesse la polpa) hanno definito questo leader di Grammichele, in provincia di Catania, quanti lo conoscono bene. Uno che punta al sodo. Un tira dritto. Uno che dà a tutti del lei; che non bacia nessuno per rappresentanza; che a malapena stringe qualche mano; che dichiara di non gradire i cannoli, offrendo ai suoi ospiti, al massimo, qualche arancia. Anche il Gran Lombardo di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, immaginato da Silvestro durante il viaggio in treno che dal Nord lo riportava nella sua Trinacria, mangiava arance. Ma qui la storia è diversa.Il nostro piccolo Gran Lombardo, che si candida a diventare «governatore» di tutti i Siciliani, assai curiosamente, è alleato proprio della Lega Nord di Bossi, Maroni e Calderoli. Insomma: a differenza del romanzo di Vittorini, non va dal Nord al Sud, ma vorrebbe fare il viaggio al contrario. Intendiamoci: non c’è niente di strano. La politica italiana è l’alchimia delle alleanze impossibili. Però, Bossi che dà il via libera a Lombardo, e Lombardo che, a sua volta, dà via libera a Bossi, resta un fatto curioso. VOCI DI MAFIA. Fra il 1991 e il 1992, e sino al 1994, i grandi capi di Cosa Nostra si appassionarono, anche loro, e a modo loro, al venticello separatista. Sono anni significativi. Cosa Nostra si contrappone frontalmente alla politica perché si ritiene «tradita» dalla conferma delle condanne al maxi processo. Saranno messe a segno l’uccisione di Salvo Lima, le stragi di Capaci e via D’Amelio, poi, nel 1993, quelle di Milano, Firenze e Roma. Quella che segue è una piccolissima antologia di opinioni mafiose indipendentiste, tratte dall’inchiesta della Procura di Palermo denominata «sistemi criminali», inizio anni 2000, e successivamente archiviata. Il 4 dicembre 1992, quindi dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, il pentito Leonardo Messina, interrogato dalla commissione Antimafia, ebbe a dire: «Cosa Nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro... In tutto questo Cosa Nostra non è sola è aiutata dalla massoneria... Ci sono forze alle quali si stanno rivolgendo». «Quali?», chiese il presidente della commissione? E Messina: «Sono formazioni nuove... e non vengono dalla Sicilia». Ma perché la massoneria? «Molti degli uomini d’onore, quelli che riescono a diventare dei capi, appartengono alla massoneria...- prosegue Messina - è nella massoneria che si possono avere i contatti con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso da quello punitivo che ha Cosa Nostra... oggi possono arrivare al potere senza fare un colpo di Stato...». E ancora: «Loro appoggeranno una forza politica a distanza di qualche anno che partirà dal Sud... devono appoggiare nuovi partiti che tenteranno di separare la Sicilia dal resto d’Italia...». Parole pronunciate e trascritte nel 1992. Parlò anche di una riunione che si tenne nella campagna di Enna, nel febbraio dello stesso anno, cui parteciparono Totò Riina, Bernardo Provenzano, Nitto Santapaola, per discutere di un progetto politico finalizzato alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno di una separazione dell’Italia in tre stati: uno del Nord, uno del Centro, uno del Sud. In tal modo, Cosa Nostra si sarebbe fatta stato. Proseguiamo. Sentite Tullio Cannella, altro pentito di spicco, interrogato dai magistrati di Palermo, Caltanissetta e Firenze, il 23 luglio 1997. Fu il fondatore, su richiesta di Leoluca Bagarella, di «Sicilia libera», il primo esperimento di partito di mafia che si presentò alle elezioni in Sicilia con tanto di Trinacria nel suo simbolo: «Sin dal 1990-1991 c’era interesse di Cosa Nostra a creare movimenti separatisti; erano sorti in tutto il Sud movimenti con varie denominazioni ma tutti con ispirazioni e finalità separatiste. Questi movimenti avevano una contrapposizione “di facciata” con la Lega Nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obbiettivi. Poi, sorgono a Catania “Sicilia libera” e in altri luoghi del sud movimenti analoghi. Tutte queste iniziative nascevano dalla volontà di Cosa Nostra di punire i politici una volta amici, preparando il terreno a movimenti che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o, meglio, legati alla criminalità, ma “presentabili”». Giovanni Brusca, in diversi interrogatori, riferì di questa confidenza ricevuta da Totò Riina: «Mi vogliono portare questo Bossi per fare la Lega del Sud o la Lega della Sicilia... ma come si può avere a che fare con uno di questi?». Lo stesso Brusca, interrogato il 6 luglio 1999 torna sull’argomento: «Confermo le dichiarazioni già rese circa lo scarso entusiasmo di Riina verso un possibile “aggancio” con la Lega Nord che gli era stato prospettato da qualcuno che non mi precisò. Ciò accadde nel 1992 fra le stragi di Capaci e via D’Amelio... il modo in cui me lo disse, presupponeva che Riina aveva a lungo valutato tale prospettiva sottoposta quindi a lui già da tanto tempo». Vincenzo Sinacori (interrogatorio del 17 gennaio 1997): «Nel 1993, fra gennaio e aprile, venne a trovarmi Matteo Messina Denaro (ancora latitante ndr) il quale, a nome di Bagarella, mi chiese di rivolgermi a Naimo Rosario, allora latitante di Mazara del Vallo e uomo d’onore della famiglia di San Lorenzo, nonché personaggio di Cosa Nostra americana, affinché sondassi la possibilità di un appoggio “americano” a un progetto separatista della Sicilia, con conseguente annessione agli Usa. Così io feci, e Naimo però mi disse che il progetto era “fuori tempo” perché, dopo la fine della guerra fredda, gli americani non avevano più interesse per la Sicilia». Si potrebbe continuare. È accertato che in quel periodo, in tutto il Sud, fra il 1991 e il 1993, erano fiorite leghe regionalistiche: Campania Libera, Lega Lucana, Calabria Libera, Abruzzo libero, eccetera. Denominatore comune, scaturito dalle indagini, l’alta concentrazione di esponenti delle varie mafie, di massoni e di esponenti di estrema destra. Com’è noto, poi, in tutto il Sud non se ne fece niente. E a un certo punto, persino i mafiosi, con “Sicilia libera”, tirarono il freno a mano.

VOCI DI LEGA.
Così parlò invece Gianfranco Miglio, vero artefice della Lega Nord, in un’intervista a Il Giornale (20 marzo 1999): «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ’ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate».
COSI È SE VI PARE
Forse, a questo punto, dovrebbe risultare un po’ più chiaro perché Bossi aziona il disco verde verso Lombardo. Forse, risulterà più chiaro perché Lombardo aziona il disco verde per Bossi. Ed entrambi si fanno piedino, sotto lo sguardo attento e soddisfatto di Berlusconi. Il futuro ha un cuore antico, si sarebbe detto una volta.
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L'UNITà 29 MARZO 2008

 
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