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Migranti: la mafia e il

Migranti: la mafia e il "suicidio di Giuda"

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Si suicidano generali "Giuda" come Hernan Ramirez Rurange, uno degli uomini interni alla cerchia di potere dell'e...

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di Aaron Pettinari - 29 agosto 2015
“Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per ...

Un mostro, un'arma, contro di noi

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di Giulietto Chiesa - 31 agosto 2015
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Omicidio Pablo Medina, pronta una cella per “Neneco”

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Antimafia Duemila riceve la tessera delle Agende Rosse

Antimafia Duemila riceve la tessera delle Agende Rosse

Salvatore Borsellino: "Vorrei che Casa di Paolo fosse simbolo delle associazioni antimafia"
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Il simbolo di una comunione di ...

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    Mafia, corruzione, un sistema criminale integrato che si rafforza nel rapporto reciproco in nome degli affari e della gestione del potere. E’ questo l’inquietante scenario che si presenta dopo anni di inchieste ed indagini. In passato uomini coraggiosi, da Scaglione al prefetto dalla Chiesa, per citarne alcuni, con il loro lavoro avevano forse già intuito quello che successivamente Falcone ha chiamato “gioco grande”. Oggi, grazie all’impegno di altri magistrati, si inizia non solo a conoscere i nomi dei “collusi”, ma anche a capirne i ruoli, a scoprire patti e tornaconti, a comprendere la vera natura di questo rapporto.
    Di tutto ciò parliamo in questo numero, “Se fosse Stato”, dove si analizzano pezzi di storie apparentemente slegate tra loro ma che in realtà hanno un denominatore comune.  
    E’ quanto viene descritto nelle interviste ai pm Giuseppe Lombardo e Nino Di Matteo.
    Il processo trattativa Stato-mafia, le indagini ancora in corso, gli scandali di Mafia capitale, le inchieste sul fronte calabrese mettono in evidenza l’esistenza di un livello “altro”, fatto di figure “invisibili”, pronte a speculare sulla vita dei popoli per trarre il maggior profitto possibile. Nel mezzo poi ci sono tante verità mancate, dalle stragi alla morte di Attilio Manca. Eventi criminali figli di una convergenza di interessi tra poteri. A chi giova? Cosa c’è dietro? Sono alcune delle domande a cui si cerca di dare risposta nei vari approfondimenti.

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    SE FOSSE STATO

    editoriale
    Gli invisibili, i veri capi della mafia
    di Giorgio Bongiovanni


    le inchieste: la metamorfosi mafiosa
    Droga e appalti: nell’operazione Verbero gli affari di una Cosa nostra che non muore
    di Aaron Pettinari

    Roma, la vecchia faccia della nuova mafia
    di Pietro Orsatti

    Calogero Mannino, storia del “prequel” della “Trattativa”
    di Aaron Pettinari

    Massimo Ciancimino e l’attendibilità “parziale” ma “significativa”
    di Aaron Pettinari

    Ecoreati, a chi giova questa legge?
    di Francesca Mondin e Miriam Cuccu

    Attilio Manca: silenzi e omissioni che uccidono
    di Luciano Mirone


    i dossier: dietro le quinte
    Corsi e ricorsi storici
    di Giuseppe Lo Bianco

    Di Matteo: “La lotta alla mafia non è una priorità neanche per la magistratura”
    di Lorenzo Baldo

    ‘Ndrangheta, Cosa nostra e il sistema criminale integrato
    di Giorgio Bongiovanni

    Good morning America!
    di Anna Petrozzi

    Il “Doppio livello” e gli “ibridi connubi” evocati da Giovanni Falcone
    di Stefania Limiti

    Una storia che non vende
    di Anna Vinci

    Strage di Pizzolungo: prove di trattativa
    di Michela Gargiulo


    terzomillennio: uno sguardo sul mondo
    Le ragioni della Russia e l’economia ucraina
    di Giulietto Chiesa


    scuola: imparo l’alternativa
    Terre in rivolta: quando i sogni diventano realtà concrete
    di Sara Donatelli

    Se tre giorni cambiano la vita
    di AMDuemila

    Ai sognatori
    di Miriam Cuccu


    libri: leggo, so e penso
    Collusi
    di Nino Di Matteo e Salvo Palazzolo

    Oro bianco
    di Antonio Nicaso e Nicola Gratteri

    Lettera a un figlio su Mani pulite
    di Gherardo Colombo

    Sola con te in un futuro aprile
    di Margherita Asta e Michela Gargiulo

    Cento passi ancora
    di Salvo Vitale

    Attacco all'Ucraina
    di AA. VV.

    Diario
    di Letizia Battaglia

    Complici
    di Sandro Provvisionato e Stefania Limiti

    Sulle ginocchia
    di Franco La Torre

  • amduemila-n72Gli invisibili, i veri capi della mafia
    di Giorgio Bongiovanni
    Un pugno di uomini di Stato, cittadini, giornalisti, a un certo punto intuisce e comprende che le organizzazioni criminali di cui il nostro Paese può vantare la paternità...

    LEGGI TUTTO...


    ...basano la loro forza e potenza non solo sulla ricchezza economica, ma anche e soprattutto sulle alleanze di uomini collusi con le mafie stesse.
    Così, agli inizi degli anni Ottanta, prende il via la vera lotta a Cosa nostra con quello che passerà alla storia come il “pool antimafia” di cui facevano parte anche Falcone e Borsellino, ideato da Rocco Chinnici, portato avanti poi da Nino Caponnetto. Una sistematica opera di contrasto da parte delle istituzioni preposte, dopo le straordinarie intuizioni pagate con la vita da toghe coraggiose come Scaglione, Costa, Terranova, Scopelliti, Saetta, Ciaccio Montalto, e il prefetto dalla Chiesa. L’inversione di rotta ha inizio proprio con quei magistrati per i quali l’Italia, con imbarazzante ritardo dopo la tragica morte, si leverà il cappello per poi installarli su di un eterno piedistallo.
    Quando però questi magistrati erano ancora vivi (e contestati) si inizia, dicevamo, a cercare la mafia lì dove era diventata più potente: nella politica, con la quale faceva affari e accordi. Chi, in quegli anni, non sapeva infatti che i cugini Salvo, l’onorevole Salvo Lima, su su fino a Giulio Andreotti, facevano affari con Cosa nostra?
    Fino a quel momento, però, nessuno si era mai sognato di provare a smascherare, processare e addirittura condannare esponenti politici collusi con la mafia. Negli anni Novanta e Duemila, sono altri i magistrati che cambiano le regole del gioco sulla scia dei loro predecessori, avviando una serie di indagini in quella direzione. In prima linea la Procura di Palermo, guidata dopo le stragi da Gian Carlo Caselli, che comincia a trascinare alla sbarra il fior fiore della politica legata alla mafia.  
    Oggi, dopo vent’anni, si inizia non solo a conoscere i nomi dei “collusi”, ma anche a capirne i ruoli, a scoprire patti e tornaconti, a comprendere la vera natura del rapporto tra mafia e potere.
    Questo numero ne è una chiara sintesi. Inquietante, purtroppo, della situazione che oggi ci troviamo a vivere, che non è poi molto diversa da quella vissuta dall’inizio del secolo scorso fino agli anni Ottanta. Malgrado non esplodano più le bombe sotto le autostrade o vicino ai monumenti, malgrado non si senta più parlare di omicidi eccellenti, ci sentiamo in dovere di dire, seppur con amarezza, che la situazione sembra essersi addirittura volta al peggio.
    Quest’ultimo volume di AntimafiaDuemila contiene storie e analisi di redattori e collaboratori apparentemente diverse. In realtà, tutte seguono il medesimo filo conduttore. Non più il risultato di un’intuizione o di un presentimento, ma di fatti e circostanze messi in fila, frutto di indagini svolte dai magistrati impegnati contro le mafie. Quelli che hanno preso il timone di coloro che sono stati uccisi (Falcone e Borsellino, due nomi su tutti) seguendo le loro tracce sono arrivati all’essenza stessa delle organizzazioni criminali, ciò che, nonostante gli arresti e le confische, ancora permette loro di vivere e fortificarsi.
    Il fatto che la mafia è parte integrante degli altri poteri. Non un manipolo di uomini sanguinari che dichiara guerra alle istituzioni, o uno “stato nello Stato”, ma un’organizzazione ben più fluida e funzionale alle alte sfere del Paese, che della sua esistenza traggono vantaggio e giovamento, a prescindere dai partiti e dai governi che, uno dopo l’altro, si sono avvicendati nel corso di 150 anni di storia.
    Oggi quei magistrati l’hanno capito, seguendo le intuizioni che già si palesavano vent’anni prima, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, che in Italia vive e prospera quello che è stato definito “sistema criminale integrato”. A parlarne per primi i magistrati Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia, al tempo procuratore aggiunto e sostituto procuratore di Palermo, con l’inchiesta chiamata proprio “Sistemi criminali”, poi archiviata. Hanno iniziato a percorrere questo cammino cercando di entrare nella stanza del potere per capire chi sono i mandanti esterni delle stragi che hanno ucciso i loro maestri. Da qui nasce il processo trattativa Stato-mafia e le relative indagini ancora in corso, ma anche altre inchieste sugli scandali di corruzione, la cosiddetta Mafia Capitale e quelle sulla penetrazione delle organizzazioni criminali dall’estremo Nord fino alla punta dello stivale. Sono tutte prove di quale faccia ha il vero potere in Italia, dove a comandare non è più la politica. Dietro le loro azioni si può spesso intuire l’esistenza di altri interessi e pressioni, che a volte sembrano arrivare a concretizzarsi in alcune leggi dalle forti criticità, come quella sugli ecoreati, appena approvata e oggetto di aspre polemiche. Senza dimenticare, poi, il panorama internazionale: la crisi ucraina è uno degli esempi più eclatanti dei meccanismi messi in atto per trascinare in guerra le nazioni “democratiche” attraverso una sistematica campagna di manipolazione dell’informazione.
    Dall’intervista al pm Nino Di Matteo si evince come la presenza delle organizzazioni criminali integrate non si fonda su teorie, ma su fatti e amare verità, così come si intuisce dalla morte del dottor Attilio Manca, divenuto da vivo troppo pericoloso per la latitanza di Provenzano (sempre più indizi provano che l’urologo operò il boss a Marsiglia) e fatto passare, da morto, per un “drogato suicida”. D’altronde, lo stesso Giovanni Falcone ci parlava di “ibridi connubi fra criminalità organizzata, centri di poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato”. Oggi la magistratura ha fatto ancora passi avanti, le indagini in corso sono mirate proprio a indagare su questo “filo invisibile”. Non si potrebbe spiegare, altrimenti, la condanna a morte di Nino Di Matteo, prima pronunciata dal capo di Cosa nostra Totò Riina, oggi in carcere, poi dal superlatitante Matteo Messina Denaro. Non sappiamo ancora per conto di chi, ma sappiamo che il pm di Palermo “si è spinto troppo oltre” (forse anche per il Csm, che a Di Matteo ha opposto una secca bocciatura per il posto alla Procura nazionale antimafia?) come se fosse giunto a pigiare dei tasti mai da nessuno finora sfiorati. Anche le indagini sul versante calabrese (portate avanti da alcuni pm come Giuseppe Lombardo e Nicola Gratteri) ci confermano, oltre alla straordinaria potenza della ‘Ndrangheta, oggi sovrana del traffico di cocaina nel mondo occidentale, che esiste un livello “altro”, superiore a quanto conosciuto, un sistema che porta le mafie direttamente nelle stanze dei bottoni grazie a uomini appartenenti a questa alta sfera. Sono i veri coordinatori, coloro che stabiliscono le strategie che interessano tutta la criminalità organizzata, e non solo. Sono invisibili, perché il loro status non è conosciuto all’interno delle organizzazioni criminali che conosciamo, personaggi riservati ai più ma tenuti in alta considerazione dai grandi boss, che da loro ricevono indicazioni quando il gioco inizia a farsi troppo grande. Questi meccanismi, però, hanno inizio ben prima delle bombe del ‘92 e ‘93, ben prima di “quella” trattativa oggetto del processo in corso a Palermo. Di questo patto dalle radici antiche, in cui la mafia è il braccio armato che consente al resto del sistema di raggiungere determinati obiettivi, ne è un tragico esempio la strage di Pizzolungo (nella quale furono uccisi Barbara Rizza con i due figli di sei anni, Giuseppe e Salvatore) tentativo non riuscito di eliminare un magistrato, Carlo Palermo, che si occupava di inchieste di mafia e del grande traffico di droga e armi nel quale era coinvolto il partito socialista e il governo Craxi.
    E però, malgrado sia parte integrante del potere, la mafia conserva anche e ancora i suoi caratteri peculiari, primo fra tutti la presenza sul locale, grazie al sistema del racket. Esemplare, in tal senso, la storia dell’imprenditore Lo Sicco, in una Palermo dove il controllo del territorio e degli affari, per i boss, è tutto. Una questione resa ancora più urgente dal capitolo beni confiscati, vera e propria spina nel fianco specialmente quando vengono destinati ad associazioni e cooperative che ridanno loro un nuovo scopo, lontano dall’immagine di potere tanto caro alle organizzazioni criminali.
    E’ grazie a questa molteplicità di aspetti che, citando le parole del defunto pentito Salvatore Cancemi, la mafia rinasce “come la gramigna”. Lo fa ormai da 150 anni. Lo farà fino a quando, (per dirla con la conclusione del libro “Collusi” scritto da Di Matteo e Palazzolo) il nostro Stato non se ne vorrà veramente e definitivamente liberare, fino a quando, cioè, non troverà il coraggio di guardarsi dentro.

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Tendenze attuali del fenomeno mafioso e problemi conseguenti

Dal libro " Interventi e proposte" per gentile concessione della Fondazione Falcone
di Giovanni Falcone

Anno 1988
In un rapporto giudiziario dell'ormai lontano agosto 1978, i carabinieri di Palermo, nel riferire le notizie confidenziali ricevute pochi mesi prima dal noto mafioso Giuseppe Di Cristina, affermavano: "Le notizie fornite dal Di Cristina rivelano anche… l'agghiacciante realtà che, accanto all'autorità dello Stato, esiste un potere più incisivo e più efficace che è quello della mafia; una mafia che agisce… che lucra, che uccide, che perfino giudica; e tutto ciò alle spalle dei pubblici poteri. Tale riflessione - continua il rapporto - che poggia su una realtà indiscutibile (l'assunto del Di Cristina la conferma, ma nulla innova rispetto ai dati acquisiti dall'Arma), indigna e sgomenta per la inammissibilità di questo stato di cose, che mortifica ed avvilisce gli sforzi che vanno compiendo i pubblici poteri".
Ebbene, dopo quasi dieci anni, nonostante il maggior impegno delle forze dell'ordine, col conseguimento di indubbi risultati, la situazione non è granché mutata; si avvertono, anzi, i segni di
una accresciuta durezza dello scontro tra organizzazioni mafiose e pubbliche istituzioni. Ciò può essere, paradossalmente, il sintomo positivo di una certa inversione di tendenza nella preesistente infiltrazione della mafia nei gangli vitali dello Stato; ma, per converso, dimostra, senza possibilità di equivoci, quanto lunga sia ancora la strada da percorrere, se non  per eliminare, quanto meno per ridurre la capacità offensiva di queste forme di criminalità organizzata a livelli  più accettabili  per un Paese civile.
Per tutta una serie di motivi che non è il caso di analizzare in questa sede, i primi innegabili successi della repressione giudiziaria del fenomeno mafioso, dopo anni e anni di sostanziale impunità, sono stati enfatizzati a dismisura e, dal canto loro, anche le sedi più autorevoli hanno lanciato segnali di minimizzazione del problema mafia, contribuendo oggettivamente a creare un clima di disimpegno nell'opinione pubblica, disorientata, peraltro, da certi comportamenti antimafia di maniera. Le polemiche sui maxiprocessi, poi, e le insinuazioni, sempre meno velate, su insussistenti violazioni dei diritti di difesa da parte di giudici-protagonisti, hanno determinato un generalizzato desiderio di "uscita dall'emergenza" ed una sempre maggiore disaffezione della società civile verso i temi della repressione della criminalità organizzata. A ciò si aggiunga che la uccisione per mano mafiosa di valorosi ufficiali di polizia giudiziaria ha determinato negli organismi investigativi un notevole calo di tensione che,in una [...] con le intuitive difficoltà a sostituire detti funzionari con elementi dotati di specifica professionalità, ha provocato un radicale rallentamento nelle indagini antimafia.
La conseguenza è stata che una fase di obiettiva difficoltà della mafia non è stata adeguatamente sfruttata, perdendosi così un'occasione storica, e che Cosa nostra ha avuto modo di risollevarsi e di riorganizzarsi più agguerrita e pericolosa di prima. Si è tentato di contrastare in ogni opportuna sede questo diffuso e pericolosissimo clima di smobilitazione, avvertendo che i risultati raggiunti erano appena il punto di partenza - e non già quello di arrivo - dell'attività repressiva; ma ogni tentativo è stato inutile e, spesso, ha ottenuto effetti di segno opposto.
Adesso, alcuni recentissimi e gravi fatti di sangue, di chiara matrice mafiosa, hanno richiamato bruscamente tutti alla realtà, facendo ripiombare la Sicilia nel clima di terrore e di sfiducia di alcuni anni addietro e palesando, senza possibilità di equivoci, che la mafia mantiene intatta la sua pericolosità sociale ed è tuttora in grado di colpire, come, quando e dove vuole. Ed ecco, allora, il risorgere di disperate affermazioni sull'invincibilità della mafia, sull'irredimibilità della Sicilia, e il riaffiorare delle solite polemiche sul mancato impegno degli apparati statuali sia sul piano repressivo, sia su quello della bonifica sociale; atteggiamenti, questi, destinati a stemperarsi nel tempo, salvo a ripresentarsi, puntualmente, in occasione dei prossimi, purtroppo prevedibili, omicidi eccellenti. Ora, se non poteva essere condiviso l'ingiustificato clima di sottovalutazione del fenomeno mafioso diffusosi dopo i primi risultati positivi dell'attività repressiva, allo stesso modo è da contrastare l'attuale tendenza, determinata dai più recenti fatti di sangue, a reagire istericamente ed in maniera sostanzialmente irrazionale. Se non si comprenderà che, per quanto riguarda Cosa nostra e altre organizzazioni similari, è assolutamente improprio parlare di "emergenza", in quanto si tratta di fenomeni endemici e saldamente radicati nel tessuto sociale, e se si continuerà a procedere in modo schizofrenico, alternando periodi di intensificata repressione con altri di attenuato impegno investigativo, si consentirà alle organizzazioni criminali di proseguire indisturbate nelle loro attività e, in definitiva, sarà stato vano il sacrificio di tanti fedeli servitori dello Stato. E' necessario, dunque, prescindere da fattori emozionali e procedere ad una analisi razionale della situazione attuale; analisi che, è bene ribadirlo, è non solo legittima, ma doverosa anche in sede giudiziaria, senza per ciò ledere prerogative istituzionali di altri organismi statuali, specificatamente preposti alla repressione del fenomeno mafioso.
Spesso si dimentica che Cosa nostra e le altre organizzazioni che si avvalgono del metodo mafioso sono, a parte la indubbia rilevanza del fenomeno sotto il profilo economico-sociale, anche organizzazioni di natura squisitamente criminale e che i membri di tali consorterie debbono essere perseguiti, sulla base del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, sia per specifici e numerosissimi reati, sia per la loro appartenenza a tali organizzazioni, costituente  di per sé reato. Questo richiamo può apparire banale per gli "addetti ai lavori" , ma è bene ribadirlo, perché stranamente, le verità elementari non sempre vengono adeguatamente considerate. Ed allora, se è vero -come è vero - che l'attività giudiziaria incide su vicende tutt'altro che concluse storicamente e su di un fenomeno tuttora in pieno svolgimento, non vi è dubbio che non possano essere  studiate ed attuate le più appropriate tecniche di indagine  né possano essere efficacemente gestite le istruttorie dei processi alla grande criminalità organizzata, senza una previa ed accurata ricognizione ed analisi di tali vicende e delle linee di tendenza del fenomeno.
La verità è che su questi temi riaffiorano polemiche mai sopite su pretese attività di supplenza della magistratura, sul giudice-sceriffo e così via; polemiche, tuttavia, che, almeno per quanto riguarda le indagini sulle organizzazioni mafiose, sono mal poste, poiché qui non si tratta, se non molto indirettamente, di sopperire, attraverso l'intervento giudiziario, ad eventuali carenze di altri settori dei pubblici poteri, ma, molto più semplicemente, di perseguire fatti-reato che, per numero e per gravità, hanno un effetto indubbiamente destabilizzante per le istituzioni democratiche. Riemergono così, camuffati nei panni del garantismo, perniciosi limiti culturali che, fino ai tempi recenti, hanno portato perfino a negare l'esistenza della mafia come organizzazione criminale, così confondendo due aspetti del fenomeno che vanno accuratamente distinti, e cioè quello dell'esistenza di organizzazioni mafiose e quello del "comune sentire" di alcuni settori delle popolazioni meridionali. […]

Le più recenti acquisizioni probatorie hanno consentito, infatti, di stabilire con certezza che Cosa nostra - e cioè l'organizzazione mafiosa per eccellenza - ha salde radici in tutta la Sicilia e propaggini in diverse città d'Italia, e che da oltre un decennio le attività dell'organizzazione sono dirette e regolate da un organismo di vertice, la Commissione  regionale, ferma restando una larga autonomia operativa delle varie "famiglie", su base locale e provinciale, per gli affari che non riguardano l'organizzazione nel suo complesso. Quindi per riallacciarsi all'affermazione di Sciascia, si dovrebbe parlare più appropriatamente, anziché di confederazione di Stati, di Stato federale. Tale struttura verticistica, a seguito della recente "guerra di mafia" e per effetto delle incisive indagini giudiziarie, è, tuttavia, divenuta ancora più monolitica ed impermeabile alle indagini stesse.
Avevamo appreso da imputati appartenenti all'organizzazione che gli organismi direttivi di Cosa nostra, articolata in "famiglie" coordinate su base provinciale e regionale, ad un certo punto, erano divenuti strumento formale di ratifica delle decisioni prese da un gruppo egemone, che aveva assoggettato tutta l'organizzazione. Adesso è da ritenere molto probabile che questi meccanismi si siano ulteriormente accentuati con la istituzione, in ogni parte del territorio siciliano, di fiduciari del gruppo egemone che gestiscono il potere e dirigono l'organizzazione a livello locale, rispondendone direttamente a un vertice unitario ed inaccessibile. In altre parole, si è creato un sistema di compartimentazione, che rende più salda l'organizzazione e difficili le indagini. E', poi, divenuta più rigida la regola del segreto, e ciò come conseguenza delle dichiarazioni dei "pentiti", talché circolano pochissime notizie riguardanti i membri e le attività dell'organizzazione, e gli stessi capi delle varie "famiglie" tengono rigorosamente segreti, a differenza del passato, i nomi degli affiliati. Sembra importante, altresì, notare che l'individuazione, in sede giudiziaria, di diversi membri di Cosa nostra, non ha prodotto, come a prima vista sarebbe sembrato logico, un decadimento della qualità dell'organizzazione, dovuto alla necessità di rimpiazzare i vuoti con soggetti non sempre dotati delle caratteristiche necessarie per divenire "uomini d'onore". L'organizzazione, infatti, si è chiusa a riccio, e così, mentre si avvale stabilmente, per le meno impegnative attività illecite, della delinquenza comune, procede ad arruolamento di nuovi "uomini d'onore" dopo una verifica molto più rigorosa delle loro qualità. Si sta realizzando, così, insieme con una maggiore coesione delle strutture di Cosa nostra, un collegamento tra l'organizzazione e la criminalità comune, la cui pericolosità è di tutta evidenza.
Va rilevato, infine, che esistono ed operano in varie zone della Sicilia, altre organizzazioni che possono essere definite, senz'altro, di tipo mafioso, ma che, tuttavia, non appartengono a Cosa nostra, non essendo dalla stessa riconosciute, e che non hanno di per sé pari dimensioni e pericolosità. Tale precisazione, frutto di approfondite indagini, appare di notevole importanza
pratica, poiché, da un lato, fornisce la chiave interpretativa di diverse vicende mafiose di rilievo; dall'altro, consente di distinguere con precisione gli appartenenti a Cosa nostra dai membri di organizzazioni similari. Una situazione del genere, però, non è stata riscontrata, almeno allo stato attuale delle indagini, nella provincia di Palermo, in cui la presenza di Cosa nostra è totalizzante nelle vicende della criminalità organizzata; per contro, ricorre in diversi centri della Sicilia, con la conseguenza che quelli che, nel passato, venivano etichettati indistintamente come scontri tra opposte fazioni mafiose, in realtà erano spesso faide tra la "famiglia" locale di Cosa nostra ed altre organizzazioni ad essa non appartenenti, il cui esito era, ovviamente, scontato. Queste conoscenze sulla struttura essenzialmente unitaria di Cosa nostra, potranno consentire, insieme con altre risultanze probatorie, notevoli passi avanti nelle istruttorie di gravi procedimenti penali, fornendo una chiave di lettura puntuale di episodi criminosi finora avvolti nel mistero.
Ma non meno importanti sembrano le conoscenze acquisite sulle principali attività criminose attuali di Cosa nostra. Negli ultimi anni, il traffico nazionale ed internazionale degli stupefacenti è sembrato - ed era - la più lucrosa delle attività illecite della mafia. Ma forse, si è commesso un errore di segno opposto rispetto a quello compiuto nella sottovalutazione della pericolosità del contrabbando di tabacchi. Si intende dire che, probabilmente, la necessaria attenzione ed il particolare impegno profusi dalle forze dell'ordine nel tentativo di stroncare il traffico di stupefacenti ha fatto perdere di vista altre rilevanti attività illecite della mafia, che sono proseguite indisturbate. Era forse inevitabile che ciò accadesse e non si intende muovere, per ciò, critica o censura a chicchessia, ma, adesso che le cognizioni del fenomeno mafioso sono più complete del passato, occorre rivolgere l'attenzione anche alle altre attività criminali, non meno importanti del traffico di stupefacenti, e forse, ancora più destabilizzanti dello stesso commercio della droga. Nel settore dei pubblici appalti, ad esempio, gli interventi investigativi e gli approfondimenti istruttori sono assolutamente  insoddisfacenti, mentre è certo che trattasi di attività fortemente inquinate dall'intervento mafioso ed in cui si realizzano inquietanti saldature con oscuri centri di interessi economici, in grado di influenzare i pubblici poteri. Né vanno trascurate le cosiddette truffe comunitarie che, a parte il discredito per l'immagine dell'Italia nel contesto europeo, in Sicilia sono quasi sempre di matrice mafiosa e costituiscono, altresì, fonte di elevati profitti e, come è stato dimostrato dalle indagini istruttorie, comodo canale per il riciclaggio di danaro proveniente da traffico di stupefacenti. La piaga, poi, delle estorsioni sistematizzate ha raggiunto livelli ancora superiori rispetto al passato, e la determinazione delle cosche nel pretendere i "balzelli" è provata dai numerosi omicidi di imprenditori, recentemente avvenuti soprattutto a Palermo. Né va trascurato che questo fenomeno costituisce un grave fattore inquinante della stessa classe imprenditoriale, perché spesso si producono interessate familiarità tra i vari imprenditori soggetti alle estorsioni e gli stessi mafiosi, generalmente nella speranza che questi ultimi siano meno esosi  nelle loro richieste estorsive; e , al  momento opportuno, tale  familiarità viene utilizzata spregiudicatamente dagli  "uomini d'onore" per ottenere protezioni ed appoggi di ogni genere, nonché per sfuggire alle investigazioni e per mantenersi latitanti.
E', questo, uno dei campi in cui più subdola ed inquietante è l'infiltrazione della mafia nel tessuto sociale, tanto che è arduo distinguere, nei casi concreti, fino a che punto l'imprenditore sia una vittima della mafia e non si sia trasformato, invece, in una ruota dell'ingranaggio, divenendo funzionale ed attivo nel sistema di potere mafioso. Ed ancora, la cosiddetta microcriminalità - che tanto è a cuore della stampa locale - costituisce, almeno alla stato attuale, un problema non già distinto rispetto a quello della repressione della criminalità mafiosa, ma, per diversi aspetti, connesso. Non si vuol dire, sia chiaro, che le numerosissime rapine commesse quotidianamente nei maggiori centri siciliani siano tutte da ascrivere ad attività di Cosa nostra, né che vi sia un disegno unitario preesistente. Non vi è dubbio però che, avendo Cosa nostra il controllo del territorio, la consumazione di fatti illeciti senza reazione alcuna da parte della "famiglia" locale, è possibile solo in quanto tali fatti, per motivi più disparati, sono stati consentiti o voluti o tollerati dalla "famiglia".Va poi sottolineato che il generalizzato clima di allarme sociale determinato dalla consumazione di questi gravi reati - che , a mio avviso non vengono adeguatamente puniti nei rari casi in cui se ne sono individuati gli autori - finisce con l'essere funzionale al sistema mafioso. Infatti, l'attenzione dell'opinione pubblica viene distolta dai temi della repressione della grande criminalità e concentrata sull'insicurezza dei cittadini, sul mancato intervento delle forze dell'ordine, sull'eccessivo peso dato alle indagini su una criminalità mafiosa oramai in ginocchio e non più pericolosa, e cosi via. […]

E' indiscutibile che Cosa nostra è un organizzazione unica, radicata in tutta la Sicilia, con importanti ramificazioni nel resto d'Italia e con ambito di operatività anche all'estero; ed è parimenti provato - ed è stato riconosciuto dalla sentenza del cosiddetto maxiprocesso di Palermo - che l'organizzazione mafiosa è sotto il domino assoluto dei palermitani che ne dirigono ed orientano le attività. Ora, poiché il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale impone di perseguire tutti i responsabili di reati e, quindi, tutti gli appartenenti a Cosa nostra, sia per gli specifici reati-fine commessi, sia per i reati associativi, ci si chiede quale sia la soluzione processualmente praticabile. E' di tutta evidenza che un accentramento di tutti i procedimenti per i reati riferibili a Cosa nostra in un'unica sede giudiziaria, oltre ad essere un grave errore tattico, si risolverebbe, in definitiva, in un ulteriore regalo alla mafia per l'assoluta ingestibilità del processo.[…]
Io ritengo che la riconosciuta unità di Cosa nostra impone, nel quadro normativo della obbligatorietà dell'azione penale, l'attribuzione ad un'unica autorità giudiziaria - e cioè a quella della sede dell'associazione - della competenza a giudicare il delitto di associazione mafiosa, salva la possibilità di devolvere ad altro giudice, territorialmente competente, il giudizio sui singoli reati-mezzo dell'organizzazione. Ma in ogni caso, a prescindere dalle soluzioni concrete che, caso per caso, possono essere adottate, non è chi non veda che il nocciolo della questione non è tanto quello della individuazione in concreto delle autorità competenti in ordine a determinate fattispecie di reato, bensì quello della possibilità di avere, in ogni momento, un quadro, per quanto possibile, unitario e completo dell'organizzazione e delle attività di Cosa nostra, in modo da poter cogliere i nessi ed i collegamenti tra vicende apparentemente slegate tra loro. Ed allora, non è certamente la celebrazione di uno o più processi presso distinte autorità giudiziarie che potrà contribuire apprezzabilmente ad alleviare l'enorme carico di lavoro gravante sull'autorità giudiziaria del luogo in cui ha sede Cosa nostra, in quanto quest'ultimo giudice avrà sempre la necessità di prendere cognizione dei separati incarti processuali che spesso, si rivelano utili ai fini delle indagini sulla associazione solo dopo notevole lasso di tempo. La individuazione dell'autorità giudiziaria competente appare poi ancor più problematica per quelle associazioni, di cui si è constatata l'esistenza, diverse da Cosa nostra ma con questa collegate. Per esempio, non è infrequente che uno o più "uomini d'onore" si avvalgano di associazioni criminali esterne, e cioè composte di membri non appartenenti a Cosa nostra; oppure che, per specifiche attività illecite (traffico di stupefacenti, etc.) vengano costituite associazioni criminose che, sia pure sotto il manto protettivo di Cosa nostra, con la stessa non si identificano e sono composte, oltre che da mafiosi, anche da appartenenti alla criminalità comune e collegate con organizzazioni diverse (ad esempio, organizzazioni dedite al riciclaggio del danaro sporco).
Questa complessa realtà criminale è stata espressamente riconosciuta anche dalla Suprema Corte che, più di una volta, ha ritenuto giuridicamente possibile la contemporanea appartenenza del medesimo soggetto a più organizzazioni criminali.
E' chiaro, ovviamente, che tale teorica possibilità, di cui nessuno dubita, va poi verificata nel concreto; e si tratta di una indagine estremamente delicata che, per difetto di specifiche conoscenze, comporta il rischio, da un lato di dedurre l'esistenza di pretese e non meglio qualificate associazioni mafiose da vicende associative che vanno più esattamente inquadrate in Cosa nostra, e, dall'altro, di non cogliere l'esistenza di organizzazioni criminali distinte da Cosa nostra, seppur con la stessa collegate. La situazione è, poi, resa ancora più complessa dalla proliferazione normativa di fattispecie associative, il che impone una approfondita analisi e distinzione di vicende che, tutto sommato, potrebbero essere trattate unitariamente. Il nodo centrale, comunque, resta sempre quello di coniugare le specifiche previsioni normative di reati associativi con il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, nei confronti di tutti i membri dell'associazione criminale. Non intendo qui pronunciarmi, né a favore della discrezionalità dell'azione penale, né a favore dell'abolizione o di una drastica riduzione dei reati associativi; desidero soltanto osservare che, anche col nuovo codice, il problema dei processi-inchiesta, come sono stati efficacemente chiamati, rimarrà irrisolto e forse sarà aggravato, se resterà immutato questo quadro normativo, sostanziale e processuale.[…]

Tirando a questo punto le fila del mio discorso, vorrei ribadire che bisogna finalmente smetterla di parlare di "emergenza-mafia " e cercare di attrezzarci in modo serio per affrontare una situazione che, ancora per lunghi anni, impegnerà le strutture repressive statuali. Gli interventi di bonifica e di promozione sociale sono indubbiamente  indispensabili e costituiscono, probabilmente, la chiave di volta per affrontare alla radice il fenomeno mafioso; e il funzionamento più efficiente della macchina statale, in tutte le sue articolazioni, costituirebbe il segno più tangibile della presenza delle istituzioni in vaste zone del Mezzogiorno d'Italia dove, finora, lo Stato ha brillato solo per la sua assenza. Ma questi interventi, senz'altro auspicabili, da un lato non sono in alcun modo ricollegabili con l'esercizio della funzione giurisdizionale e, dall'altro, non debbono costituire il comodo alibi per giustificare la sostanziale inazione dell'autorità giudiziaria nel perseguimento di crimini che, per numero e gravità, non hanno pari nella storia dello Stato unitario. Ci sono voluti lunghi decenni per renderci conto che non solo la mafia esiste, ma che ha terribili potenzialità criminali e costituisce grave fattore destabilizzante per le istituzioni democratiche; è sperabile che non ci voglia un periodo altrettanto lungo per attrezzarci in modo adeguato per poter vincere questa autentica sfida allo Stato democratico. Nel concreto, bisognerà porre ogni attenzione per poter circoscrivere ed isolare il fenomeno, tenendo sempre ben presente che comportamenti e attività illecite che in altre parti d'Italia sono espressione di comune devianza, in Sicilia, e, in genere, nel Mezzogiorno, acquistano ben diverso significato. Occorre, in altri termini, che i centri di poteri e di interessi - che finora, al di là di mere affermazioni verbali, hanno ritenuto possibile la convivenza con la mafia - si rendano conto che i tempi sono ormai maturi per ripudiare qualsiasi intesa con organizzazioni ormai anacronistiche per un Paese civile come il nostro. Solo così ridotto a puro fatto criminale, il fenomeno mafioso potrà  essere affrontato e represso giudiziariamente senza quelle interferenze e quelle pressioni che purtroppo ben conosce chiunque si occupi di processi contro organizzazioni mafiose.
In questa ottica, a mio avviso, gli uffici giudiziari nelle zone costituenti l'epicentro delle organizzazioni mafiose  dovrebbero essere strutturati in modo da assicurare in modo stabile e continuo il flusso delle necessarie informazioni e notizie fra i vari magistrati incaricati delle istruttorie, tenendo  ben presente che, nelle zone ad alta densità mafiosa, ogni inquirente deve essere professionalmente attrezzato per comprendere ed affrontare i molteplici problemi derivanti dalla presenza della mafia. E tali esigenze di razionalità organizzativa saranno esaltate dalla prossima riforma del codice di rito penale, come sicuramente sarà evidenziato dalle altre relazioni. Dovrebbe, infine, essere compiuto ogni sforzo per ottenere la costituzione di nuclei di polizia giudiziaria, altamente specializzati, centralizzati e strutturati, in grado di intervenire in ogni parte del territorio nazionale in stretto raccordo con l'autorità giudiziaria e di polizia giudiziaria locali. Organismi centralizzati e sgravati dalle esigenze della quotidianità avrebbero il duplice pregio di attuare una continua attività di  intelligence informativa e di assicurare, in una visione finalmente globale ed unitaria del fenomeno mafioso, i necessari raccordi con le unità territoriali, individuate volta per volta sulla base delle esigenze contingenti. Solo così potrà essere assicurata una seria e razionale attività di polizia giudiziaria, in relazione alla gravità dei problemi.

Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila giugno 2000

 

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