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Scacco al re
Quando si verificò la strage di
Capaci il clima attorno a Giovanni Falcone era pressoché il medesimo
dell’Addaura. La sua ardita scelta di continuare la lotta alla mafia dalla
stanza dei bottoni, dall’ufficio degli Affari Penali del Ministero di Grazia e
Giustizia, alle strette dipendenze, cioè, del Ministro Martelli, non era stata
compresa quasi da nessuno. Le critiche gli erano piovute da tutti i lati, chi
in buona fede, chi no. Agli amici più stretti, preoccupati per la sua decisione
praticamente obbligata dato l’ostruzionismo che viveva a Palermo, aveva detto:
“Posso anche essere più intelligente di Martelli! Aspettate e vedrete!”. E
aveva avuto ragione perché in breve tempo era riuscito a far firmare al
Ministro provvedimenti importantissimi e soprattutto era riuscito ad istituire
la superprocura antimafia che avrebbe dovuto presiedere. Ma sembrava che
nemmeno questo incarico gli sarebbe stato affidato, nonostante fosse lui
l’ideatore dell’ufficio e il massimo esperto in assoluto in temi di criminalità
organizzata. Quindi, sempre isolato, sempre osteggiato, quel 23 maggio 1992
Giovanni Falcone, accompagnato dalla moglie Francesca Morvillo, prese il suo
ultimo volo per Palermo. Della deflagrazione che a Capaci sconquassò
l’autostrada e distrusse la vita dei due magistrati, dei ragazzi della scorta e
delle loro rispettive famiglie si è detto e scritto molto. Ma mentre gli anni
trascorrono questa strage come le altre sprofonda nelle sabbie mobili dei
misteri irrisolti che rimandano puntualmente alla “convergenza di interessi”
nel movente e all’altrettanto usuale traccia dei “servizi” nella pianificazione
e nell’esecuzione.
Mentre era detenuto in Inghilterra Francesco Di Carlo trascorreva le sue
giornate con Nizzar Hindawi, un soggetto di origine palestinese che aveva
lavorato nei servizi segreti siriani, coinvolto nell’attentato all’aereo di
linea caduto in Gran Bretagna che provocò la morte di circa 300 persone con il
quale, spiega, aveva stretto un’intima amicizia. Un giorno, racconta il
collaboratore, “era già avvenuto il tentativo di uccidere Falcone nella sua
villa dell’Addaura. Fece venire gente da Roma. Mi dissero che in Italia c’era
chi lavorava a togliere di mezzo Falcone. E chiedevano un aiuto. Io gli indicai
mio cugino Nino Gioè. Poi so che si sono incontrati. Lui mi disse: ‘Hanno mezza
Italia nelle mani, possiamo fare tante cose’. Io avevo avuto per amico un
generale che comandava i servizi segreti (il generale Santovito, ndr.) a Roma.
Era una persona per bene, però era il capo dei servizi segreti. Perciò capivo
un po’ di servizi e quello che c’era sotto. E allora mio cugino cercavo di
guidarlo: ‘Sì, fanno favori, però vedi che al minuto opportuno scaricano, stai
attento sempre’. L’unica cosa che potevo dire era questa. Non lo so si era poi
esposto tanto, perché l’ultima volta che l’ho sentito, Nino era molto preoccupato.
Poi l’hanno arrestato e ha fatto la fine che ha fatto”.
Gioè si suicidò in carcere il 29 luglio 1993 e sebbene non vi siano dubbi sulle
modalità del suo gesto, ne permangono sulle ragioni che lo hanno indotto a
compierlo. Anche perché Gioè interpreta in quegli anni tremendi della strategia
stragista una parte tra le più inquietanti.
“Fu un vero suicidio – si domanda il pm Luca Tescaroli nella requisitoria – o
una morte procurata per impedire una collaborazione con possibili effetti
destabilizzanti su apparati deviati dello Stato? E al riguardo va ricordato che
Gioè non è stato solo colui che venne in contatto con i personaggi indicati da
Di Carlo, ma è stato il soggetto che aveva avviato quella sorta di trattativa
durante la fase preparatoria della strage di Capaci avente ad oggetto il
recupero di opere d’arte di provenienza furtiva, a fronte di benefici carcerari
per boss mafiosi, quello stesso Bellini che insufflò l’idea in seno a Cosa
Nostra, gia nel corso del 1992, di colpire i beni appartenenti al patrimonio
della nazione (la Torre di Pisa) e che risultò in contatto con appartenenti al
Nucleo tutela del patrimonio artistico dei carabinieri prima, e con ufficiali
del Ros e della Dia, poi”.
Sei mesi più tardi Di Carlo ricevette in carcere un’altra visita, questa volta
molto meno cortese. Raccontò infatti che una sera si ritrovò in una stanza
piena di persone; a lui si rivolsero in quattro, qualcuno parlava italiano ma
l’accento era maggiormente americano-inglese. Gli chiesero informazioni sul
caso Calvi e lo minacciarono. Di Carlo si chiuse in un mutismo, ma l’incontro
lo aveva preoccupato molto tanto che scrisse una lettera al cugino Gioè perché
riferisse dell’accaduto a Riina. Ebbe poi rassicurazione che il capo di Cosa
Nostra si sarebbe occupato personalmente della faccenda. Il fatto fu
clamorosamente confermato in aula durante il processo per la strage di Capaci
quando un difensore chiese dell’episodio che poteva essere a conoscenza solo da
chi era informato degli incontri, cioè da qualcuno degli imputati della Cupola.
Di Carlo in seguito, come precedentemente accennato, si rifiutò di aggiungere
particolari di cui era a conoscenza, per sfiducia in certi “apparati dello
Stato”.
Mentre Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo morivano in ospedale e
la Procura di Caltanissetta disponeva il sigillo sia degli uffici che
dell’abitazione del giudice, qualcuno, probabilmente in grado di oltrepassare
tranquillamente qualsiasi divieto, si introduceva nella sua casa di Roma da
dove sparì per un certo periodo di tempo il databank Casio in cui Falcone
annotava appunti e considerazioni per poi riapparire misteriosamente,
manomesso, alla fine del mese di giugno, e nel suo studio di via Arenula dove,
allo stesso modo, veniva violato il contenuto del computer portatile Compaq.
Secondo gli inquirenti, tra l’altro, il lavoro era stato eseguito
maldestramente lasciando evidenti tracce di manipolazione. Per quale fine?
Il consulente della Procura di Palermo Gioacchino Genchi, sentito a processo,
ha provato a fornire una risposta al quesito: “Bisogna bilanciare la malafede,
l’incapacità o la volontà di dissimulare simulando, perché a volte ci si può
fingere estremamente imbecilli per far sembrare tutto quello che si fa come
frutto di un’attività puerile”.
Rimane avvolto nel mistero anche un altro dei tanti elementi inquietanti di
questo processo: il ritrovamento, tre giorni dopo l’esplosione, di un
bigliettino con su scritto: “Guasto numero 2 portare assistenza settore numero
2.GUS, via Selci numero 26, via Pacinotti” seguito da un numero di cellulare
0337/806133. Dalle prime indagini l’utenza telefonica risulta in uso a tale
“Lorenzo Naracci, funzionario appartenente al Sisde, servizio segreto
civile”.
Il Gus, Gestione unificata servizi, è una società di copertura dei Servizi
Segreti e Naracci è stato vice capo della struttura informativa di Palermo e ha
lavorato con Bruno Contrada sia a Roma che a Palermo. Il Gus ha sede in via In
Selci a Roma mentre in via Pacinotti a Palermo, si trova la Telecom e il
“guasto numero 2” indica la probabilità di una clonazione in atto.
Tante, tantissime informazioni in un solo bigliettino, forse troppe.
“L’ipotesi di una convergenza di interessi di settori deviati dei servizi
segreti – scrive il pm Tescaroli nella sua requisitoria – viene corroborata dal
rinvenimento di questo bigliettino”, tuttavia “ci si deve chiedere, in effetti:
come mai un biglietto con un’annotazione relativa al nome e alla sede di una
società del Sisde, nonché ad un numero telefonico di un funzionario
appartenente alla medesima struttura siano stati rinvenuti in quel luogo
proprio nella immediatezza dell’eccidio? Quando, da chi e per quale motivo è
stato fatto ritrovare quel sito?”
Domande senza risposta. Depistaggio?
Mezza verità? Mezza Menzogna? Difficile pensare che gli agenti dei servizi
segreti che agirono sul teatro della strage, come è risultato dalle indagini,
si siano distrattamente persi un foglietto così “esplicativo”.
E quell’indicazione di clonazione telefonica che rimanda proprio a quello
strano giro di telefonini che ruota attorno alla strage di Capaci?
Le investigazioni porteranno ad una specie di agenzia esperta in clonazioni
presso cui si servivano anche i mafiosi: lo si scoprirà grazie ai collaboratori
di giustizia che rivelano che gli stragisti sul posto fece uso proprio di
telefonini clonati. Che, però, lasciano traccia.
Qualcuno infatti si era premunito utilizzando, il giorno della strage, un
telefonino fantasma, cioè apparentemente disattivato, per chiamare un numero
del Minnesota, negli Stati Uniti. Un’inquietante coincidenza con la strage in
cui morì il Giudice Istruttore Rocco Chinnici, quando l’Fbi intercettava un
mafioso di primo piano Gino Mineo al telefono con un anonimo interlocutore di
Palermo che lo informava dell’esito dell’eccidio.
Dell’interessamento dei cugini d’America sui grandi delitti siciliani e proprio
su quello di Falcone ha parlato chiaramente anche Antonino Giuffré, l’ex
braccio destro di Bernardo Provenzano. Disturbati dall’attività del magistrato
che aveva ampiamente varcato l’oceano i Gambino, una delle cinque potentissime
famiglie di New York, aveva inviato addirittura il proprio avvocato ad
interloquire con i cugini italiani affinché si comprendesse l’entità delle
dichiarazioni di Buscetta e soprattutto affinché si provvedesse a fermare
questo Falcone.
Riina, tramite Giuffré, che aveva titolarità a parlare con gli americani grazie
al suo legame di parentela, da parte della moglie, con gli Stanfa di
Philadelphia, aveva inviato rassicurazioni in merito. E la “malafigura” fatta
all’Addaura era stata riparata a Capaci.
Nonostante le manomissioni i consulenti della Procura, grazie agli
ingegneri della Casio, riuscirono a recuperare la memoria del databank del
giudice, nel quale erano riposti i dati delle ultime indagini su cui stava
lavorando il giudice. Il delitto Lima, gli omicidi politici, tutte le sue
straordinarie intuizioni, e un vero e proprio archivio sulla vicenda Gladio.
Anche questo era stato consultato da chi si era introdotto nel software.
“Le schede sono inserite nell’ambito del programma Perseo. – Hanno spiegato i
consulenti informatici. – E non basta conoscere la password per consultarlo,
bisogna anche avere una serie di conoscenze approfondite e specifiche sul
funzionamento del programma, che è utilizzato solo dalle Procure e da uffici
investigativi ad altissimo livello. I servizi segreti per intenderci”.
A confermare questa intenzione di Falcone ad indagare su Gladio il giudice
Alfredo Morvillo, oggi procuratore aggiunto a Palermo: “Ricordo con precisione
che il dottore Falcone parlò delle indagini su Gladio in più di una riunione
nell’ufficio del procuratore Giammanco a proposito degli omicidi politici. Ne
ho un ricordo preciso perché quell’inchiesta costituì oggetto di discussione:
Giovanni Falcone aveva delle idee circa la possibilità di ricominciare tutto
daccapo sugli elenchi, in maniera più approfondita, invece il procuratore
Giammanco non la pensava allo stesso modo. E assegnò il fascicolo ad un altro
magistrato”.
Che pista stava seguendo Giovanni Falcone? A cosa si riferiva quando,
rileggendo la storia dei tanti colleghi e amici che lo avevano preceduto nella
sua tragica fine, scrisse “si muore quando si è lasciati soli o quando si entra
in un gioco troppo grande?”
Cos’è questo gioco grande? e chi sono i giocatori?
Aveva fatto in tempo Giovanni Falcone a trasferire quanto di sua conoscenza
all’amico fraterno e altrettanto geniale collega Paolo Borsellino?
Non lo sappiamo con certezza. L’unica cosa che è sempre stata chiara ai
familiari e ai colleghi di Borsellino è che per seguire l’imput lasciatogli con
Falcone non avesse abbastanza tempo. Lo sapeva e lo ripeteva continuamente.
Affermava anche di essere a conoscenza di informazioni che avrebbe riferito
quanto prima all’autorità giudiziaria e lavorava incessantemente giorno e notte
per non lasciarsi sfuggire nessuna pista che lo potesse portare a scoprire gli
esecutori e i mandanti interni ed esterni dell’assassinio di Giovanni Falcone.
Un'altra strage, se possibile ancora più misteriosa, se possibile ancor più
avvolta nei Segreti di Stato. Questa volta sono i collaboratori di giustizia
stessi, nonostante le preziosissime rivelazioni, a tracciare una sorta di
confine invalicabile oltre il quale non intendono andare costringendo i giudici
del cosiddetto “Borsellino ter” ad ammettere nella motivazione della sentenza
che “la Corte è pienamente consapevole che la ricostruzione dei fatti che
intende offrire è gravemente lacunosa, rimanendo tuttora non identificata una
larga parte degli attentatori e dovendosi ancora sciogliere innumerevoli e
importanti interrogativi riguardo alle modalità operative seguite dai
medesimi”.
Perché?
In realtà la strage di via D’Amelio presenta ben più di un’anomalia rispetto
alla “tradizione stragista” di Cosa Nostra. La tempistica prima di tutto, la
cosiddetta accelerazione con cui Riina decise di procedere a “fare il fatto di
Borsellino” lasciò letteralmente interdetti gli altri membri della Cupola che
non fecero mistero delle loro perplessità. Al compare Raffaele Ganci che per
confidenza si permise, in disparte, di avanzare una qualche rimostranza il capo
dell’organizzazione rispose con assoluta fermezza che: “La responsabilità era
sua”. E solo 57 giorni dopo la morte di Falcone assassinarono Borsellino
scatenando una reazione senza precedenti sia della pubblica opinione sia da
parte dello Stato. Una scelta strategica del tutto sbagliata, si dirà, ma
Salvatore Cancemi, che all’inizio della sua collaborazione non si sognò nemmeno
di nominare la strage di via D’Amelio, semplicemente suggerisce: “Riina non era
un pazzo, se l’ha fatto è perché aveva avuto qualche garanzia”. E con questa
frase l’ex membro della Commissione di Cosa Nostra si sbilancia ad indicare i
possibili referenti politici con cui Riina e Provenzano, che “sono la stessa cosa”,
potevano aver preso accordi, ma non a riferire quanto sa sugli esecutori
materiali della strage. Si limita infatti a ricostruire il percorso di
sorveglianza compiuto da lui stesso, da Raffaele Ganci e dai suoi figli, ma non
conosce sugli esecutori materiali.
Ancora più eclatante la posizione di Giovan Battista Ferrante che ha confessato
di aver provato il telecomando che ha fatto detonare l’esplosivo, di aver
partecipato alla perlustrazione della zona di abitazione del magistrato, ma ha
dichiarato di non sapere chi rispose al telefono quando, alle 16.52, chiamò uno
dei cellulari del gruppo operativo della strage per dare il via libera. Un
numero tra l’altro che aveva composto più volte in quel giorno. “Volevo provare
il campo”, ha spiegato durante il processo. A fornirgli quel numero, intestato
a Cristoforo Cannella, era stato Salvatore Biondino che glielo aveva scritto su
un biglietto.
I tabulati telefonici però non fanno altro che infittire il mistero.
Ed è proprio seguendo le tracce lasciate dai telefoni che il consulente della
Procura Gioacchino Genchi riesce a ricollegare Gaetano Scotto, condannato
all’ergastolo per la strage, con il Cerisdi una scuola per manager ospitata al
Castello Utveggio che dal Monte Pellegrino sovrasta Palermo e soprattutto offre
una visuale eccezionale su via D’Amelio.
Erano emerse due telefonate importanti, una cinque mesi prima dell’omicidio
Borsellino da Scotto, e un’altra del ’91, effettuata da un altro boss di
Bagheria, Gaetano Scaduto. La squadra mobile avvia un’indagine che però si
ferma subito tra ostacoli e il trasferimento degli inquirenti.
Solo dieci anni dopo in sede dibattimentale Genchi ha potuto spiegare che:
“Nella sede del Cerisdi si trovava una postazione di soggetti già appartenenti
all’Alto Commissario per la lotta alla mafia e poi forse in forza al Sisde, il
servizio segreto civile. Il Sisde, all’epoca, aveva smentito nettamente che
quei soggetti fossero appartenenti alla struttura”. Poco tempo dopo però
sbaraccarono tutto e lasciarono il Castello. La Procura fece poi esaminare il
traffico telefonico del Cerisdi, ma solo quelle in entrata fatte dai cellulari
poiché in quegli anni quelle dagli apparecchi fissi non venivano registrate.
I magistrati hanno accertato che indubbiamente furono due i gruppi che operarono
sul posto: uno composto dai mafiosi di cui si è detto che si occupava della
parte preliminare e un altro, su cui vige il più cupo dei silenzi, che ha
portato a termine il lavoro.
Qualcun altro poi entrò in azione subito dopo la deflagrazione. Quando
l’inferno divampò in via D’Amelio in quello scempio di corpi e lamiere qualcuno
si introdusse nell’auto blindata del giudice Borsellino, prese la sua borsa da
lavoro la portò lontano, sottrasse la preziosissima agenda rossa in cui il
magistrato annotava tutti i suoi appunti di lavoro più riservati e la riportò
nella blindata.
Una fotografia e un filmato ritrovati recentemente ritraggono un uomo, l’allora
capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli tra carcasse e fuoco con una borsa
di cuoio in mano. Interrogato dai pm di Caltanissetta, ha fatto il nome di tre
magistrati cui avrebbe consegnato la borsa, ma il suo racconto non trova
riscontri e finisce iscritto nel registro degli indagati. Altro mistero.
Una ricostruzione ipotetica degli eventi quindi è possibile solo risalendo ai
rapporti interni di Cosa Nostra.
Salvatore Biondino è l’incaricato di gestire la pianificazione sia della strage
di Capaci che in modo particolare quella di via D’Amelio, procura l’esplosivo,
tra cui il rarissimo T4 di solito lavorato in ambiente militare, e fornisce il
numero a cui far pervenire la comunicazione dell’arrivo del corteo del giudice.
E’ il braccio consapevole che si muove sul campo assieme agli altri grandi capi
mandamento coinvolti in questa strage: Pietro Aglieri, Carlo Greco, i Graviano,
tutti ferocissimi stragisti, giovani, condannati all’ergastolo che dopo anni di
carcere non hanno mai dato un solo minimo cenno di cedimento. Sono custodi di
grandi segreti che non violeranno a nessun costo.
Cosa Nostra dunque acconsente che qualcun altro partecipi alla strage, qualcuno
con cui ha un dialogo diretto e riservato, qualcuno come i servizi segreti.
Un contributo di notevole spessore, invece, è venuto dalla collaborazione di
Antonino Giuffré che ha spiegato agli inquirenti che mentre la strage di Capaci
era stata decisa da Riina, quella di via D’Amelio era stata voluta da
Provenzano. Questo perché “non si sa bene come” il capo di Cosa Nostra aveva
saputo che Borsellino rappresentava un ostacolo sia per le trattative in corso
tra pezzi dello Stato e l’organizzazione, alla ricerca di nuovi referenti in
quel momento politicamente così difficile per il Paese, in bilico tra la
cosiddetta Prima e Seconda Repubblica, sia per le indagini che il magistrato
stava svolgendo sull’omicidio di Falcone.
Che Provenzano abbia sempre avuto contatti di primissimo livello con entità
esterne all’organizzazione era un po’ sulla bocca di tutti in Cosa Nostra.
Leoluca Bagarella, suo compaesano, ma anche suo eterno rivale nella successione
a Riina, non esita – secondo il pentito Tullio Cannella - a definirlo sbirro e
sospetta di un suo intervento nella cattura del potente cognato.
Salvatore Cancemi rivela invece che un giorno, mentre si trovava in tribunale a
Palermo, l’avvocato Rosalba di Gregorio (che ha smentito l’accaduto ndr.) lo
aveva preso sotto braccio e gli aveva confidato di aver saputo che c’era un
grosso corleonese latitante in contatto con i servizi segreti. E il pentito non
ha dubbi nell’identificarlo con Provenzano, considerato l’epilogo per Riina, e
Bagarella, a suo avviso, non possedeva una pari valenza.
La sua stessa incredibile latitanza record finita solo l’11 aprile scorso dopo
43 anni è indice del grado di coperture di cui ha goduto quest’uomo e non sono
riscontrabili solamente nella fitta rete di fiancheggiatori, imprenditori e
politicanti che lo hanno aiutato tanto negli affari quanto nelle esigenze
primarie. Più volte Provenzano è riuscito a sfuggire alla cattura quasi certa
pianificata con grande scrupolo da ottime squadre di investigatori, come a
Mezzojuso nel 1995, quando su indicazione del confidente Luigi Ilardo il corpo
diretto dal colonnello Michele Riccio fu fermato sulla soglia della masseria in
cui Provenzano stava tenendo una riunione al vertice.
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