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Antimafia Duemila

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Una storia di stragi e misteri PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Una storia di stragi e misteri
Terra di mezzo
Oltreoceano
Cambio della guardia
Scacco al re
Una vita non vale un monumento
Senza volto
I servizi affossarono l'inchiesta sulla scomparsa di De Mauro

 

 

Cambio della guardia

L’offensiva aperta dal pool antimafia di Palermo sul piano giudiziario nei primi anni Ottanta ha messo a rischio uno dei capisaldi su cui si basa tanto la mafia quanto i vari poteri occulti: il segreto. Con le loro intuizioni Giovanni Falcone prima e Paolo Borsellino poi costrinsero Cosa Nostra per la prima volta nella storia a giocare sulla difensiva e a cambiare strategie e referenti. Quei referenti che vedendola in difficoltà le girarono le spalle.
Tommaso Buscetta condusse il giudice Falcone quasi per mano nei meandri dell’organizzazione avvertendolo dei rischi e soprattutto evitando di fornirgli quelle informazioni che, a suo avviso, il Paese non era in grado di recepire. Buscetta però non era un mafioso qualunque. Sebbene non rivestisse cariche ufficiali all’interno del sodalizio criminale, godeva di rispetto da parte di tutti e soprattutto era in possesso di informazioni più che delicate che esulavano dallo stretto ambito della gestione di Cosa Nostra. Il boss dei due mondi, come lo avevano appropriatamente ribattezzato i giornalisti, era molto legato al potere americano che ha interesse, ad un certo punto, che il giudice Falcone indaghi su Cosa Nostra, ma non su Giulio Andreotti per esempio. Difficile pensare che un mafioso qualsiasi, seppur scaltro e carismatico, abbia una visione tanto globale degli assetti interni di un Paese da poterlo valutare come “non pronto” a recepire la verità.
Quando infatti Buscetta farà il nome di Andreotti, questi, il 1° giugno 1994 rilascerà delle dichiarazioni in diretta ad un giornalista di Rai 1 molto interessanti proprio in questo senso. Il senatore allude ad un complotto ordito da qualcuno che ne tira le fila e il giornalista gli domanda:
D: “Ecco, ma questo tira fili, lei ha detto che potrebbe trovarsi negli Stati Uniti, a chi pensa? R: No, io intanto penso a tutta la rete di mafia siculo-americana che è una rete molto forte, molto presente, molto attiva e anche molto protetta, diciamolo pure… D: Molto protetta da chi? R: Ehm beh molto protetta da una parte dei loro servizi. (…) D: Mi scusi, ma lei mi consentirà di dire che sentire Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, ventuno volte ministro affermare che il tira fili, diciamo, di questo complotto è negli Stati Uniti, che dietro ci potrebbe essere l’ombra, anche… R: Io ho detto può essere, potrebbe non essere il solo, potrebbero…”.
Quella stessa America che proteggerà Buscetta fino alla morte.
Giovanni Falcone non era un ingenuo. Sapeva giocare le sue carte e aveva di certo compreso la caratura di Buscetta al di là del suo essere un uomo d’onore. Accettò quel limite che gli aveva posto il pentito e lo aveva fatto fruttare al meglio, ma sapeva di essere solo all’inizio e che non sarebbe stato affatto facile proseguire sul livello delle contiguità che fanno il gioco “grande”. Infatti non glielo permisero.
Forse ne prese pienamente coscienza solo con il fallito attentato all’Addaura. Quando, il 21 giugno 1989, gli uomini addetti alla sua sorveglianza rinvenirono sulle rocce di fronte alla sua abitazione estiva una borsa sportiva in plastica piena di candelotti di dinamite. Se fossero esplosi avrebbero certamente ucciso non solo lui e la moglie, ma anche i due magistrati elvetici Carla del Ponte e Claudio Lehman in quei giorni a Palermo per completare il lavoro di indagine che stavano svolgendo in collaborazione con il giudice italiano sul traffico di stupefacenti e riciclaggio di denaro sporco tra la Sicilia, la Svizzera e gli Stati Uniti.
A Saverio Lodato che lo intervistò per l’Unità parlò di “menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.
Aveva poi aggiunto: «Sto assistendo all’identico meccanismo che portò all’eliminazione del generale dalla Chiesa. (…) Il copione è quello. Basta avere occhi per vedere».
Al giornalista e amico Francesco La Licata Falcone fece un commento più esplicito.
«Capisci cos’è successo? Si è verificata la saldatura. C’è stata la coincidenza di interessi…».
Fu subito chiaro a Falcone e successivamente agli inquirenti che si occuparono dell’inchiesta che anche in questo caso Cosa Nostra non agì da sola.
L’attentato si verificava in un momento “perfetto”, per dirla con le parole di Giovanni Brusca, perché il giudice era solo, emarginato, al centro di continue polemiche e attacchi infamanti come quelli che provenivano dal cosiddetto “corvo”. Era osteggiato tanto all’interno della procura che della magistratura più in generale, da ampi settori della politica e della stampa. Le sue inchieste, condotte tra mille difficoltà e ostacoli, lo avevano portato a realizzare, in collaborazione con le autorità straniere, e in particolare con gli Stati Uniti, operazioni importantissime a danno non solo di Cosa Nostra italiana, ma anche americana. La rogatoria internazionale che stava espletando in Svizzera poco tempo prima dell’Addaura di concerto con i medesimi magistrati lo aveva portato ad investigare anche sul paradiso elvetico nel quale erano occultati i miliardi del traffico di droga e non solo quelli dei mafiosi. Interrogando poi Oliviero Tognoli, il faccendiere coinvolto nell’inchiesta Pizza Connection con l’accusa di riciclaggio, questi gli aveva rivelato, senza però volerlo verbalizzare, di essere riuscito a fuggire dall’hotel Ponte di Palermo grazie ad una soffiata. A salvarlo era stato il questore Bruno Contrada, poi numero tre del Sisde, ancora oggi sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Una dichiarazione riportata dallo stesso Falcone e confermata dalla dottoressa del Ponte, ma mai ripetuta dal Tognoli e smentita dai suoi avvocati.
Il giudice era convinto che l’attentato non avesse la pura finalità di avvertirlo, ma propriamente quella di assassinare lui e i suoi ospiti secondo un disegno criminale ben preciso. Da quel momento, raccontano familiari e amici, cominciò davvero ad avere paura, non tanto di morire, a quell’idea si era abituato, ma di non avere abbastanza tempo per portare a termine il suo compito.
Il sostituto procuratore Luca Tescaroli, che si è occupato dell’istruttoria di primo grado, scrive nella sua requisitoria, pubblicata poi nel libro I misteri dell’Addaura (Rubettino, 2001), che tanto il clima politico e sociale creatosi attorno a Falcone quanto le anomalie investigative e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia “appaiono idonei a corroborare l’ipotesi di ulteriori forme di concorso nel reato da parte di soggetti appartenenti ad entità portatrici di interessi convergenti a quelli, preminenti, di Cosa Nostra”.
Francesco Di Carlo, uomo d’onore di primo piano della famiglia di Altofonte, da anni punto di riferimento per il traffico di stupefacenti e riciclaggio del denaro sporco a Londra, ha rivelato agli inquirenti che qualche tempo dopo l’Addaura, mentre si trovava detenuto nella prigione di Full Sutton, era stato visitato due volte nel giro di quattro-sei mesi da esponenti dei Servizi Segreti di diversi paesi, tra cui inglesi ed israeliani, che gli avevano chiesto, anche non in maniera sempre garbata, un interessamento per eliminare Falcone.
Inoltre la presenza dei colleghi svizzeri e l’intenzione di Falcone di fare un bagno proprio nel tratto di mare di fronte alla casa era un particolare noto a ben pochi, teoricamente a conoscenza solo dell’ambito istituzionale, così da indurre ad ipotizzare l’esistenza di una cosiddetta “talpa istituzionale” collegata ai membri del commando operativo.
Non meno rilevanti sono l’ “errore” compiuto dall’artificiere Maresciallo Tumino che per disinnescare l’ordigno lo fece esplodere in modo tale da cancellare qualsiasi prova e le continue interferenze dell’ufficio Alto Commissario Antimafia con il lavoro di Falcone al punto di compromettere la possibilità di collaborazione con la giustizia di Gaetano Badalamenti.
Il cosiddetto corvo, scrive infatti Tescaroli, “non poteva identificarsi in un solo individuo, ma rappresentava l’antisistema costituito, verosimilmente, da un’alleanza trasversale di soggetti appartenenti ad ambienti di polizia, all’Alto Commissariato ed a Servizi deviati delle Istituzioni. Ecco allora – aggiunge – che non deve sorprendere che Francesco Di Carlo non abbia riferito tutte le sue conoscenze sul fatto che ci occupa, motivando l’esercizio della facoltà di non rispondere con la non fiducia in determinati ‘apparati dello Stato’”.
Indicazioni in questo senso ci arrivano anche dall’interno di Cosa Nostra, dagli organizzatori materiali del piano criminale. L’Addaura rientra nel mandamento di Resuttana, quindi dei Madonia. Ritorna ancora una volta il nome di questa potentissima famiglia palermitana il cui coinvolgimento in fatti così eclatanti risale, come abbiamo già visto, sia agli anni Settanta che Ottanta. Antonino Madonia, come nel caso del generale dalla Chiesa, volle agire da solo sul campo, ma non poté farlo nella fase preparatoria. L’esplosivo infatti gli era stato fornito da Salvatore Biondino, capo del mandamento di San Lorenzo, e uomo ombra di Salvatore Riina, suo autista e segretario, catturato infatti con lui il 15 gennaio 1993 a Palermo.
Sulla sua figura misteriosa si sono pronunciati pochi collaboratori di giustizia. Salvatore Cancemi, capo del mandamento di Porta Nuova, lo descrive come un personaggio importantissimo che aveva contatti a tutti i livelli, comprese le istituzioni e i servizi segreti.
Un uomo di strategia, e nello stesso tempo feroce assassino. Accolse con tale disappunto il fallimento all’Addaura da architettare un nuovo macabro attentato: chiedere ad un malato terminale del mandamento di San Lorenzo se fosse stato disposto a farsi saltare per aria in Tribunale uccidendo Falcone.
A svelare questi agghiaccianti retroscena è uno dei soldati di Biondino, Francesco Onorato, ma il suo racconto più importante per comprendere appieno la reale caratura del boss è un altro.
Emanuele Piazza aveva 26 anni, la passione per il mare e tanta voglia di fare. Da pochi anni in polizia collaborava in maniera riservata con i servizi segreti alla ricerca dei latitanti. Forse un po’ ingenuo o forse solo amante del rischio Emanuele era riuscito a stringere una buona relazione di conoscenza con Onorato; condividevano infatti la passione per la boxe e spesso si fermavano a fare due chiacchiere. In una di queste occasioni passava per caso da quelle parti il Biondino che li vide. Più tardi fece chiamare Onorato e gli disse: “Ma che fai? Ti abbracci con gli sbirri?”. A sufficienza per sentenziarne la morte.
Come facesse Biondino a conoscere il lavoro super riservato di Emanuele resta un mistero. Così come sarebbe rimasta la scomparsa del poliziotto se Onorato non avesse rivelato ai giudici che Emanuele era stato strangolato nello scantinato di un negozio di Capaci e il suo cadavere disciolto nell’acido.
La vicenda di Emanuele è legata a quella di un altro ragazzo, un altro agente segreto, cui il destino ha riservato la stessa tragica fine, poiché entrambi muoiono a breve distanza di tempo e appaiono in qualche modo collegati con il fallito attentato all’Addaura.
Antonino Agostino viene ucciso a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989 assieme alla giovane moglie Giovanna Ida Castelluccio che aspettava un bambino. Sulla loro drammatica scomparsa l’autorità giudiziaria non è riuscita a far luce in alcun modo e ha recentemente archiviato anche l’ultima indagine a carico di ignoti.
Le poche informazioni provengono dal confidente del Ros Luigi Ilardo, reggente del mandamento provinciale di Caltanissetta in sostituzione del potentissimo zio Piddu Madonia, fedelissimo di Bernardo Provenzano, il quale, parlando con il colonnello Michele Riccio dell’intreccio tra mafia e politica, gli riferì del ruolo svolto dai servizi segreti in taluni omicidi, poi addossati a Cosa Nostra e in particolare gli accennava anche dell’omicidio dell’Agostino e della moglie e lo metteva in relazione con la scomparsa di Emanuele Piazza.
“… una parte importante l’hanno giocata i Servizi Segreti nell’omicidio dell’agente Agostino con la moglie e nella scomparsa di un altro agente della Pubblica Sicurezza, che era collega di Agostino, e che come lui aveva la passione del mare.
In particolare erano dei sub, e mi ricordo che mi fu confidato che questi due agenti sono stati quelli, su mandato non so… dei Servizi Segreti… cosa… sono stati incaricati di piazzare la borsa con la bomba sulla scogliera dell’Addaura, dove c’era Falcone che passava la villeggiatura estiva…”. Tempo più tardi suo cugino gli confermava questa confidenza aggiungendo poi che ad eliminare sia Emanuele che Agostino erano stati gli stessi Servizi segreti.
“… hanno fatto ammazzare questi due poliziotti perché erano quelli che erano andati a mettere la bomba all’Addaura…”.
In particolare, aggiunge, “mi ricordo che si diceva che c’era proprio uno di questi agenti dei Servizi Segreti, che era… in faccia, dice, che aveva la faccia di un mostro e questo girava imperterrito in Palermo e molte volte hanno cercato la posta per poterlo fottere a questo qua, perché in diversi fatti, dalle testimonianze che poi emergevano dalle persone che assistevano a questi fatti, veniva proprio confermato la presenza di questo… sia quando spararono al piccolo Domino, sia quando spararono ad Agostino, sia quando, prima di… che si venisse a scoprire la bomba all’ Addaura, c’era stata una signora che aveva visto a bordo di una macchina, proprio nelle immediatezze della villa dove c’era Falcone, due individui fra cui uno che aveva questa faccia così brutta… 
Perciò non so qual era il motivo per cui i Servizi Segreti facevano questi… partecipavano a queste azioni in Sicilia, se era… diciamo, anche se noialtri davamo delle giustificazioni, sempre da quello che si sentiva dire, che era per coprire determinati uomini politici che avevano interesse a coprire determinati fatti che erano successi in Sicilia o che succedevano in quel periodo, mettendo fuori gioco magistrati o politici che volevano far scoprire tutte ‘ste magagne”.
Gli inquirenti hanno inutilmente cercato di identificare questo presunto agente dalla “faccia da mostro”, ma alla richiesta di poter visionare gli archivi del personale Sisde in servizio presso i “centri” di Roma e Palermo dal gennaio 1987 al settembre 1989 è giunta una risposta di diniego poiché sussiste su tali informazioni il “segreto di Stato”.
Per i magistrati non è stato poi possibile formulare una richiesta per un ambito più ristretto di possibili soggetti come suggerito dal Sisde e si sono visti perciò costretti all’archiviazione.
Luigi Ilardo fu assassinato a Catania nel 1996, una settimana prima di rendere ufficiale la sua collaborazione con la giustizia; le sue dichiarazioni sono confluite in diversi processi e sono sempre state ritenute rilevanti e attendibili.
Tuttavia il sostituto procuratore Tescaroli che ha indagato sull’ Addaura ha escluso un coinvolgimento dei due agenti nell’attentato.
Permane perciò a tutt’oggi ancora sconosciuto il movente dell’omicidio dell’ Agente Agostino e di sua moglie e ancora più inquietante l’enigmatica frase pronunciata da Falcone al funerale dei due giovani: “questi due ragazzi mi hanno salvato la vita”.
Purtroppo però, solo per poco.



 


 
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