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Antimafia Duemila

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Jul 04th
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Una storia di stragi e misteri PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Una storia di stragi e misteri
Terra di mezzo
Oltreoceano
Cambio della guardia
Scacco al re
Una vita non vale un monumento
Senza volto
I servizi affossarono l'inchiesta sulla scomparsa di De Mauro

 

Oltreoceano
La missione in Sicilia non poteva fallire. Per questo gli alleati decisero di muoversi per tempo creando una fitta rete informativa a scopo esplorativo, tanto per avere un’idea del “carattere” dei siciliani, per poi dare il via ad una sorta di “preparazione psicologica” all’invasione. Le condizioni dell’isola erano pressoché disastrose tra fame, sete e disordini di ogni genere. Il lavoro da fare era complesso, ma non impossibile. E la strategia partiva da casa.
I mafiosi che erano sfuggiti alla repressione del Prefetto Mori emigrando in America avevano fatto fortuna, esercitavano una rispettabile influenza e disponevano di non poche entrature in vari ambienti come quelli militari dove prestavano il loro ausilio come interpreti o strani accompagnatori, alcuni di loro furono addirittura arruolati direttamente nei servizi segreti della Marina Americana. Illustrissimi del calibro di Joe Profacy, Vincent Mangano, Nick Gentile, Vito Genovese e l’immancabile Lucky Luciano si resero disponibili ad offrire la loro preziosa consulenza sfruttando gli antichi legami mai interrotti con la terra natia.
Per portarsi avanti, nel contempo, L’Oss (Office Strategic Service) mandò Max Corvo e Vincent Scamporino, il capo del settore italiano del secret intelligence, a Favignana dove erano rinchiusi i mafiosi “perseguitati” dal Prefetto di ferro e li fece liberare.
Dopo lo sbarco il loro primo incarico fu quello di mettere ordine, chi poteva farlo meglio di coloro che avevano sempre avuto un controllo serrato del territorio?
In pochissimo tempo i padrini ripresero il comando e eliminarono con accanita sistematicità le decine di bande che infestavano l’isola, tutte tranne una: quella di Salvatore Giuliano ricondotta sotto l’egida della famiglia di Montelepre  che controllava da giusta distanza la mitica azione rivoluzionaria del bandito. In men che non si dica venne a crearsi in Sicilia una catena di persone e personaggi, in numero sempre crescente, disposti a mettersi dalla parte dei vincitori. I capimafia di fatto si sentirono nobilitati e vennero elevati al grado di “liberatori”.
Ma la vera legittimazione venne con l’assegnazione dei comuni ai vecchi boss che si ritrovarono di nuovo padroni dei loro feudi e con la fascia tricolore posta di traverso sul petto: Don Calò Pizzini divenne sindaco di Villalba, Salvatore Malta di Vallelunga, Genco Russo sovraintentente agli Affari Civili di Mussomeli e altri rivestirono incarichi ufficiali in diversi ambiti.
A consentire il salto di qualità però fu la dimostrazione sul campo di quanto il potere mafioso potesse rendersi funzionale a scopi e scenari di ben più ampio respiro.
Dopo una prima fase di assestamento avevano ripreso vigore in Sicilia quei movimenti che sulla scia dei Fasci Siciliani, soppressi nel sangue prima della guerra, rivendicavano terra e diritti. A tal punto da costituire una forte coalizione di sinistra che sotto il nome di Blocco del popolo aveva ottenuto una netta vittoria alle prime elezioni regionali in Sicilia il 30 aprile 1947.
Sul pianoro di Portella della Ginestra quel 1° maggio quindi non si festeggiava solo la tradizionale festa del lavoro ripristinata dopo anni di fascismo, ma anche e soprattutto la vittoria elettorale che rappresentava un grande cambiamento. Che però non era tollerabile. 
Verso le dieci del mattino mentre uomini, donne, anziani e bambini si erano riuniti sotto il palco per ascoltare i comizi si udì un crepitio, come di “fuochi d’artificio”. Trascorse qualche minuto prima che la folla si rendesse conto di essere al centro di una raffica di proiettili e cominciasse a scappare in ogni direzione. Per ventisette persone non vi fu scampo, altre undici furono gravemente ferite, per tutti gli altri rimase indelebile il segno della prevaricazione e del sopruso.
Sono trascorsi quasi sessantanni da quel giorno e ancora non è stato possibile accertare la verità su mandanti e esecutori di quella che è diventata a tutti gli effetti la prima Strage di Stato.
La storia dei vincitori, tre mille depistaggi e misteriose morti, ci ha offerto solo un capro espiatorio: quel bandito Giuliano che tanto attirava l’attenzione dei servizi segreti americani; prima incoronato colonnello dell’Evis, l’esercito indipendentista che voleva fare della Sicilia il 49° stato americano e poi pazientemente innalzato a paladino della battaglia per eccellenza: quella contro i comunisti, la canea rossa che andava estirpata! Come aveva scritto niente di meno che al presidente Truman.
Il povero Giuliano che sicuramente a Portella era presente e fece sparare i suoi uomini finì miseramente la sua carriera di bandito-eroe tradito e ucciso dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta cui non toccò sorte migliore, tradito a sua volta da un caffè corretto alla stricnina. Gusto amaro per tappargli la bocca per sempre dopo quelle sue altisonanti dichiarazioni che chiamavano in causa anche i vertici dello Stato.
Con la desecretazione di molti atti contenuti negli archivi segreti statunitensi, inglesi e italiani, oggi sono molti gli storici, primo fra tutti Giuseppe Casarrubea (Storia Segreta della Sicilia, Bompiani), a sostenere che a sparare a Portella non ci fosse solo Giuliano, ma anche gli americani e i mafiosi.
Comunque sia andata l’effetto che ci si proponeva, cioè l’arretramento delle sinistre, fu ottenuto. Il primo governo di unità nazionale costituitosi di lì a breve escluse completamente i partiti di sinistra dando vita così a quel fenomeno definito come Democrazia Bloccata.
E si condannava così la Sicilia, come il resto del meridione d’Italia, all’indigenza e al sottosviluppo, continuo serbatoio per la manovalanza criminale cui le mafie, padrone di un territorio senza Stato, attingono le nuove leve pronte a tutto per un pezzo di pane e un misero sogno di gloria.
La mafia, Cosa Nostra, aveva così reso quel prestigioso servigio che le avrebbe garantito negli anni impunità e silenzio, quegli ingredienti necessari per farla diventare quella potenza criminale ed economica che è a tutt’oggi.
 
Anni di piombo
La partecipazione della mafia ad alcune delle vicende tragiche e ancora oscure che hanno scosso da sempre gli equilibri interni del nostro Paese è stata tale da indurre alcuni studiosi tra cui Emanuele Macaluso a definirla come una sorta di gladio siciliana.
Il suo iniziale “ingaggio”, se così si può definire, da parte dei Servizi Segreti, con lo sbarco, la gestione del territorio e la risoluzione del problema Giuliano diviene, nel corso degli anni, con il rafforzamento economico, militare e politico della mafia una collaborazione la cui reale dimensione verrà poi disvelata dalle dichiarazioni dei pentiti.
Tommaso Buscetta, il primo a spalancare al giudice Giovanni Falcone le porte di Cosa Nostra, spiegò, e all’inizio con non poca riluttanza, che durante uno dei suoi viaggi tra gli Stati Uniti e l’Italia, fece tappa in Svizzera per sentire in cosa consisteva l’offerta fatta a Cosa Nostra dal principe nero Junio Valerio Borghese perché la mafia partecipasse al tentativo golpista previsto per la fine degli anni Settanta. A confermare le sue dichiarazioni anche Antonino Calderone, uomo d’onore della famiglia di Catania: “Mentre Liggio si nascondeva a Catania ricevette la visita di due capi di Cosa Nostra, Salvatore Greco “chicchiteddu” e Tommaso Buscetta che dovevano discutere con lui di una questione di notevole importanza: la partecipazione della mafia al cosiddetto Golpe Borghese del 1970”. Il progetto di occupazione dei vertici dello Stato ideato da Borghese sarebbe dovuto scattare la notte dell’8 dicembre 1970 ma, per motivi mai pienamente chiariti, fu bloccato all’ultimo momento.
Sempre tramite i collaboratori di giustizia sappiamo che sebbene alla fine Cosa Nostra decise di non prendere parte al progetto golpista risulta invece coinvolta nella “morte bianca” del giornalista Mauro De Mauro scomparso nel nulla la notte del 16 settembre 1970, probabilmente perché, data la sua passata vicinanza alla Decima Mas, era a conoscenza del progetto. Oggi dopo cinquant’anni infatti l’unico ad essere sotto processo è Totò Riina.
A riferire del coinvolgimento di Cosa Nostra nella cosiddetta strategia della tensione degli anni Settanta è ancora Buscetta quando spiega alla Commissione Parlamentare Antimafia che Cosa Nostra fece esplodere molte bombe in Sicilia in quegli anni perché: “dovevamo scassare la credibilità dello stato italiano”. Antonino Calderone, si legge nella sentenza di condanna al processo d’appello per la strage del rapido 904, è ancora più esaustivo sul punto: “… come ho già riferito, negli inizi del 1970 o meglio fine 1969 Cosa Nostra programmò una serie di attentati che dovevano essere eseguiti con ordigni esplosivi da collocare in varie città come Palermo, Catania ed Enna. Io stesso vidi uno di questi ordigni che era ad orologeria. Questo programma, che prevedeva anche attentati a persone appartenenti a varie categorie, era volto a creare ‘bordello’ e cioè marasma, confusione, in modo che il governo non si potesse orientare sulla provenienza delle varie azioni e non pensasse soltanto alla mafia. Incaricato di sovrintendere agli attentati dinamitardi era Madonia Francesco di Resuttana”.
Sempre Buscetta spiega che nel 1974 mentre si trovava in carcere gli fecero sapere che era in programma un altro golpe: “Ho ricevuto dal mio direttore del carcere, dott. De Cesare, la notizia che dopo pochi giorni sarebbe successo un colpo di Stato, e che io sarei passato, attraverso un brigadiere della matricola, per un cunicolo, sarei entrato in casa sua e sarei stato liberato”.
Quando quattro anni più tardi venne sequestrato Aldo Moro, Buscetta, che era ancora in carcere venne contattato da un uomo legato a Frank Coppola e a quanto pare ai servizi segreti italiani affinché Cosa Nostra si interessasse per la sua liberazione, ma non agì in nessun modo poiché comprese che non vi era interesse a liberare lo statista.
Sul finire del 1979 racconta ancora il pentito dai mille segreti che rivelò, e probabilmente in parte, solo dopo la morte del giudice Falcone, che una non meglio precisata entità avrebbe chiesto a Cosa Nostra di uccidere il generale Carlo Alberto dalla Chiesa.
Una dichiarazione che ha trovato una conferma formidabile solo di recente quando intercettato dalle cimici poste nel suo salotto il capo del mandamento palermitano di Brancaccio, uno dei più potenti, Giuseppe Guttadauro ha commentato con Salvatore Aragona, altro mafioso: «Salvatore…ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo parliamo chiaro…». «E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore…».
Rivelazione inquietante che riapre ancora una volta la questione dei mandanti esterni che chiesero, seppur in convergenza di interessi con Cosa Nostra, l’esecuzione del generale, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo. La verità giudiziaria che ha condannato all’ergastolo gli esecutori tra cui Nino Madonia, Calogero Ganci, diventato poi collaboratore di giustizia, ha infatti lasciato irrisolti i tantissimi quesiti sui reali moventi dell’eccidio. Se da una parte infatti il generale, in soli cento giorni a Palermo, aveva già dato un assaggio di quella che sarebbe stata la sua politica antimafia a tutti i livelli: politico, sociale e militare Cosa Nostra aveva in questo senso solo un interesse preventivo nei confronti del suo operato. Molti invece erano i segreti a conoscenza del generale dopo anni di onorato servizio dell’Arma per avere partecipato alle indagini sulle Br ed essere stato a conoscenza dei tanti retroscena del sequestro Moro.
La stessa dinamica dell’agguato presenta anomalie che suggeriscono una responsabilità solo parziale della mafia.
A comporre il gruppo di fuoco quel giorno uomini d’onore di primissimo piano tra cui Pino Greco Scarpa, della famiglia di Brancaccio e fedelissimo di Riina, e Antonino Madonia reggente, assieme al fratello Salvo, dell’antico ed influente mandamento di Resuttana.
Racconta il Ganci che Pino Greco era a bordo di una moto, mentre egli stesso e Madonia seguivano l’A112 del generale a bordo di un’auto. Mentre il Greco cominciava a sparare contro l’Alfetta dell’agente di custodia, la macchina con a bordo Madonia la superò per affiancarsi a quella del generale. Il killer, abbassato il finestrino,  girato, appoggiato con le spalle contro il cruscotto e le ginocchia sul sedile, aveva aperto il fuoco contro le due vittime. Pino Greco, sopraggiunto qualche minuto più tardi, aveva infierito contro l’auto del generale ormai ferma.
Al termine dell’operazione – prosegue il collaboratore - tra i due boss si era scatenata una violenta discussione. Greco accusava Madonia di aver colpito per primo il generale, levandogli così “la medaglia”, ma soprattutto di averlo messo in pericolo rischiando di raggiungerlo con una scarica di proiettili.
Effettivamente il comportamento del Madonia era stato alquanto imprudente per un professionista del suo rango e Pino Greco se ne era fortemente insospettito, tanto che, riferisce un altro collaboratore di eccezione Tullio Cannella, cominciò a chiedersi per quale ragione si era dovuto compiere un omicidio tanto eccellente e per conto di chi. Troppe domande persino per un capo come lui. Fu fatto uccidere da Riina in persona per mano del suo compagno più fidato Peppuccio Lucchese che gli sparò un colpo alla nuca, a tradimento, per essere sicuro al cento per cento che il suo spietatissimo amico non avesse nessuna possibilità di replica.
In realtà il comportamento apparentemente inspiegabile del Madonia potrebbe trovare ragione nei rapporti occulti della sua famiglia con i Servizi segreti. Era il patriarca Francesco ad avere il coordinamento della strategia della tensione siciliana e forse solo attraverso di lui poteva arrivare l’informazione che non solo il generale doveva essere ucciso, ma anche sua moglie depositaria di molti segreti, come lei stessa aveva rivelato alla propria madre, che ne diede testimonianza a processo.
Molte ipotesi sono state sollevate alla ricerca dei reali mandanti dell’omicidio del generale e in plurime direzioni, dalla sua aperta dichiarazione di guerra ai grandi elettori di Andreotti in Sicilia che già da allora erano ritenuti più che contigui alla mafia, alle sue indagini sui patrimoni criminali, ma in questa prospettiva del “favore” richiesto a Cosa Nostra non può certamente essere tralasciato il grande peso di informazioni riservate di cui era in possesso il generale. Senz’altro sufficienti per consentirgli di comprendere quel filo di collegamento tra poteri forti e poteri criminali di cui aveva sospetto già ai tempi delle sue investigazioni sulle brigate rosse e di cui aveva parlato all’allora colonnello Bozzo.
Non sono stati mai un mistero comunque la solitudine e l’isolamento in cui operò il generale negli ultimi anni della sua carriera ne che il suo telefono a villa Withaker fosse sottoposto a sorveglianza.
Il clima di veleno e di vuoto che vengono a crearsi attorno ad una vittima eccellente corrispondono ad una strategia specifica, progettata ad arte come nei migliori manuali d’intelligence, e si è ripetuta ossessivamente per tutti i terribili efferati omicidi che hanno insanguinato in modo particolare la Sicilia.
Fino a quando perdurò in Italia la strategia della tensione Cosa Nostra ne fu coinvolta con una sorta di competenza territoriale, agiva per lo più in “casa” e ovunque avesse le sue basi più stabili. Un esempio in questo senso ci viene direttamente dalla sentenza di secondo grado del processo per la strage di Natale in cui l’esplosione del rapido 904 avvenuta alle 19,08 circa del 23 dicembre 1984 uccise 16 persone e causò il ferimento di 260 passeggeri.
Tra i condannati all’ergastolo Pippo Calò, reggente del mandamento di Porta Nuova, e soprannominato il “cassiere della mafia” perché incaricato per conto di Riina e di tutta l’organizzazione di riciclare i grossi proventi del traffico di droga. Per questa ragione si era trasferito a Roma dove aveva creato un vero e proprio avamposto di Cosa Nostra affiliando alcuni componenti della nota Banda della Magliana e da dove si era inserito in grossi business tra cui quelli con il faccendiere Flavio Carboni in Sardegna che lo coinvolgeranno anche nell’omicidio del banchiere Roberto Calvi.
I giudici d’appello, ripercorrendo l’intera vicenda, analizzano il coinvolgimento della mafia nei suoi rapporti con la destra eversiva e organizzazioni mediorientali per via dell’utilizzazione dei medesimi traffici di stupefacenti ed armi, ma non hanno dubbi nel rilevare che il suo raggio d’azione vada inserito in un quadro ben più vasto.
“Le stragi come questa – scrivono i giudici – non sono mai fini a se stesse poiché esse sono in funzione di una utilizzazione del massacro in chiave latamente politica. Il termine ‘latamente’ sta ad indicare una utilizzazione indiretta, propria dei fatti di strage, commessi da gruppi interni al nostro Paese, gruppi che, come dimostrato, non rivendicano mai pubblicamente il fatto, non avendo interesse ad attribuirsene la paternità, per essere enormi e disumani gli effetti, ma che raggiungono il risultato voluto, che è la creazione del terrore attraverso il compimento di una azione ad effetto destabilizzante”.
La forza di Cosa Nostra si era accresciuta negli anni grazie ai grandi miliardi del traffico di droga, ma anche e soprattutto grazie alle coperture di cui godevano i vecchi boss come Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade, ereditati poi da Riina e Provenzano.
Liggio, di cui si è sempre sospettato il legame occulto con i servizi, a protezione della sua lunghissima latitanza, dimostrò la sua influenza, anche al di sopra delle regole stesse dell’organizzazione, facendo assassinare il giudice Scaglione senza nemmeno informare gli altri due componenti del triumvirato.
Oltre ad essere un nemico giurato di Cosa Nostra il giudice era il solo depositario dei segreti di Gaspare Pisciotta, il luogo tenente di Giuliano che indicò tra i mandanti della strage di Portella, i ministri Scelba e Mattarella. Rivelazione che il magistrato non fece tuttavia in tempo a verbalizzare.
Che Badalamenti godesse di entrature in ambienti istituzionali e in particolare nell’arma dei carabinieri è ormai storia così come l’appartenenza di Stefano Bontade alla massoneria.
Le segrete alleanze con questi ambienti, se vogliamo, “deviati”, aveva fatto di Cosa Nostra un’organizzazione criminale talmente potente, attrezzata, ramificata da presentarsi come “predisposta all’attuazione di un complesso piano criminoso”  proprio per “il tipo di attività - spiegano i giudici – per l’imponenza degli investimenti economici e per la portata dell’attività criminale”.
Se nei primi anni Settanta Cosa Nostra viene “solamente” interpellata per partecipare agli eventi destabilizzanti di quegli anni, affidati invece nella propria parte operativa alle frange estremiste tanto nere quanto rosse, a partire dalla fine degli anni Ottanta sarà diverso il suo ruolo nel cambio di equilibri che porta al passaggio tra la fine della Prima e della Seconda Repubblica.

 



 
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  • La Rivista

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    In edicola dal 28 maggio 2008

    In questo numero:

    Stragi ’93. Parla l’avvocato di Riina, Luca Cianferoni in un’intervista esclusiva al nostro direttore Giorgio Bongiovanni.
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    Csm e Anm sotto accusa. Responsabilità e i silenzi nel caso De Magistris. Speciale droga. Le sostanze che invadono l’Europa.
    Le ultime novità del processo “De Mauro”.
    Ed altro ancora…

     

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  • Editoriale

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    Baciamo le mani

    Eccoci qui con il nostro governo nuovo di zecca. Ha stravinto il Partito delle libertà di Berlusconi con l’apporto fondamentale della Lega Nord, il Partito Democratico di Veltroni ha subito una pesante sconfitta e i partiti di estremità sia a destra che a sinistra sono scomparsi dal parlamento. E’ il volto della nuova Italia bipolare nella quale, come già ci hanno dimostrato, si va d’accordissimo, c’è pace e dialogo perché il paese ha bisogno di stabilità e non c’è tempo da perdere.

    E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan.

    A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.

    Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del  Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza.


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  • Terzo Millennio

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    Inserto Terzo Millennio N. 58

    In questo numero:


    Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero.
    Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa?
    Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze?
    Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina.
    Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.
     
 

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