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Oltreoceano
La missione in Sicilia non poteva
fallire. Per questo gli alleati decisero di muoversi per tempo creando una
fitta rete informativa a scopo esplorativo, tanto per avere un’idea del
“carattere” dei siciliani, per poi dare il via ad una sorta di “preparazione
psicologica” all’invasione. Le condizioni dell’isola erano pressoché disastrose
tra fame, sete e disordini di ogni genere. Il lavoro da fare era complesso, ma
non impossibile. E la strategia partiva da casa.
I mafiosi che erano sfuggiti alla repressione del Prefetto Mori emigrando in
America avevano fatto fortuna, esercitavano una rispettabile influenza e
disponevano di non poche entrature in vari ambienti come quelli militari dove
prestavano il loro ausilio come interpreti o strani accompagnatori, alcuni di
loro furono addirittura arruolati direttamente nei servizi segreti della Marina
Americana. Illustrissimi del calibro di Joe Profacy, Vincent Mangano, Nick
Gentile, Vito Genovese e l’immancabile Lucky Luciano si resero disponibili ad
offrire la loro preziosa consulenza sfruttando gli antichi legami mai
interrotti con la terra natia.
Per portarsi avanti, nel contempo, L’Oss (Office Strategic Service) mandò Max
Corvo e Vincent Scamporino, il capo del settore italiano del secret
intelligence, a Favignana dove erano rinchiusi i mafiosi “perseguitati” dal
Prefetto di ferro e li fece liberare.
Dopo lo sbarco il loro primo incarico fu quello di mettere ordine, chi poteva
farlo meglio di coloro che avevano sempre avuto un controllo serrato del
territorio?
In pochissimo tempo i padrini ripresero il comando e eliminarono con accanita
sistematicità le decine di bande che infestavano l’isola, tutte tranne una:
quella di Salvatore Giuliano ricondotta sotto l’egida della famiglia di
Montelepre che controllava da giusta distanza la mitica azione
rivoluzionaria del bandito. In men che non si dica venne a crearsi in Sicilia
una catena di persone e personaggi, in numero sempre crescente, disposti a
mettersi dalla parte dei vincitori. I capimafia di fatto si sentirono
nobilitati e vennero elevati al grado di “liberatori”.
Ma la vera legittimazione venne con l’assegnazione dei comuni ai vecchi boss
che si ritrovarono di nuovo padroni dei loro feudi e con la fascia tricolore
posta di traverso sul petto: Don Calò Pizzini divenne sindaco di Villalba,
Salvatore Malta di Vallelunga, Genco Russo sovraintentente agli Affari Civili
di Mussomeli e altri rivestirono incarichi ufficiali in diversi ambiti.
A consentire il salto di qualità però fu la dimostrazione sul campo di quanto
il potere mafioso potesse rendersi funzionale a scopi e scenari di ben più
ampio respiro.
Dopo una prima fase di assestamento avevano ripreso vigore in Sicilia quei
movimenti che sulla scia dei Fasci Siciliani, soppressi nel sangue prima della
guerra, rivendicavano terra e diritti. A tal punto da costituire una forte
coalizione di sinistra che sotto il nome di Blocco del popolo aveva ottenuto
una netta vittoria alle prime elezioni regionali in Sicilia il 30 aprile 1947.
Sul pianoro di Portella della Ginestra quel 1° maggio quindi non si festeggiava
solo la tradizionale festa del lavoro ripristinata dopo anni di fascismo, ma
anche e soprattutto la vittoria elettorale che rappresentava un grande
cambiamento. Che però non era tollerabile.
Verso le dieci del mattino mentre uomini, donne, anziani e bambini si erano
riuniti sotto il palco per ascoltare i comizi si udì un crepitio, come di
“fuochi d’artificio”. Trascorse qualche minuto prima che la folla si rendesse
conto di essere al centro di una raffica di proiettili e cominciasse a scappare
in ogni direzione. Per ventisette persone non vi fu scampo, altre undici furono
gravemente ferite, per tutti gli altri rimase indelebile il segno della
prevaricazione e del sopruso.
Sono trascorsi quasi sessantanni da quel giorno e ancora non è stato possibile
accertare la verità su mandanti e esecutori di quella che è diventata a tutti
gli effetti la prima Strage di Stato.
La storia dei vincitori, tre mille depistaggi e misteriose morti, ci ha offerto
solo un capro espiatorio: quel bandito Giuliano che tanto attirava l’attenzione
dei servizi segreti americani; prima incoronato colonnello dell’Evis,
l’esercito indipendentista che voleva fare della Sicilia il 49° stato americano
e poi pazientemente innalzato a paladino della battaglia per eccellenza: quella
contro i comunisti, la canea rossa che andava estirpata! Come aveva scritto
niente di meno che al presidente Truman.
Il povero Giuliano che sicuramente a Portella era presente e fece sparare i
suoi uomini finì miseramente la sua carriera di bandito-eroe tradito e ucciso
dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta cui non toccò sorte migliore, tradito a
sua volta da un caffè corretto alla stricnina. Gusto amaro per tappargli la
bocca per sempre dopo quelle sue altisonanti dichiarazioni che chiamavano in
causa anche i vertici dello Stato.
Con la desecretazione di molti atti contenuti negli archivi segreti
statunitensi, inglesi e italiani, oggi sono molti gli storici, primo fra tutti
Giuseppe Casarrubea (Storia Segreta della Sicilia, Bompiani), a sostenere che a
sparare a Portella non ci fosse solo Giuliano, ma anche gli americani e i
mafiosi.
Comunque sia andata l’effetto che ci si proponeva, cioè l’arretramento delle
sinistre, fu ottenuto. Il primo governo di unità nazionale costituitosi di lì a
breve escluse completamente i partiti di sinistra dando vita così a quel
fenomeno definito come Democrazia Bloccata.
E si condannava così la Sicilia, come il resto del meridione d’Italia,
all’indigenza e al sottosviluppo, continuo serbatoio per la manovalanza
criminale cui le mafie, padrone di un territorio senza Stato, attingono le
nuove leve pronte a tutto per un pezzo di pane e un misero sogno di gloria.
La mafia, Cosa Nostra, aveva così reso quel prestigioso servigio che le avrebbe
garantito negli anni impunità e silenzio, quegli ingredienti necessari per
farla diventare quella potenza criminale ed economica che è a tutt’oggi.
Anni di piombo
La partecipazione della mafia ad alcune delle vicende tragiche e ancora oscure
che hanno scosso da sempre gli equilibri interni del nostro Paese è stata tale
da indurre alcuni studiosi tra cui Emanuele Macaluso a definirla come una sorta
di gladio siciliana.
Il suo iniziale “ingaggio”, se così si può definire, da parte dei Servizi
Segreti, con lo sbarco, la gestione del territorio e la risoluzione del
problema Giuliano diviene, nel corso degli anni, con il rafforzamento
economico, militare e politico della mafia una collaborazione la cui reale
dimensione verrà poi disvelata dalle dichiarazioni dei pentiti.
Tommaso Buscetta, il primo a spalancare al giudice Giovanni Falcone le porte di
Cosa Nostra, spiegò, e all’inizio con non poca riluttanza, che durante uno dei
suoi viaggi tra gli Stati Uniti e l’Italia, fece tappa in Svizzera per sentire
in cosa consisteva l’offerta fatta a Cosa Nostra dal principe nero Junio
Valerio Borghese perché la mafia partecipasse al tentativo golpista previsto
per la fine degli anni Settanta. A confermare le sue dichiarazioni anche
Antonino Calderone, uomo d’onore della famiglia di Catania: “Mentre Liggio si
nascondeva a Catania ricevette la visita di due capi di Cosa Nostra, Salvatore
Greco “chicchiteddu” e Tommaso Buscetta che dovevano discutere con lui di una
questione di notevole importanza: la partecipazione della mafia al cosiddetto
Golpe Borghese del 1970”. Il progetto di occupazione dei vertici dello Stato
ideato da Borghese sarebbe dovuto scattare la notte dell’8 dicembre 1970 ma,
per motivi mai pienamente chiariti, fu bloccato all’ultimo momento.
Sempre tramite i collaboratori di giustizia sappiamo che sebbene alla fine Cosa
Nostra decise di non prendere parte al progetto golpista risulta invece
coinvolta nella “morte bianca” del giornalista Mauro De Mauro scomparso nel
nulla la notte del 16 settembre 1970, probabilmente perché, data la sua passata
vicinanza alla Decima Mas, era a conoscenza del progetto. Oggi dopo cinquant’anni
infatti l’unico ad essere sotto processo è Totò Riina.
A riferire del coinvolgimento di Cosa Nostra nella cosiddetta strategia della
tensione degli anni Settanta è ancora Buscetta quando spiega alla Commissione
Parlamentare Antimafia che Cosa Nostra fece esplodere molte bombe in Sicilia in
quegli anni perché: “dovevamo scassare la credibilità dello stato italiano”.
Antonino Calderone, si legge nella sentenza di condanna al processo d’appello
per la strage del rapido 904, è ancora più esaustivo sul punto: “… come ho già
riferito, negli inizi del 1970 o meglio fine 1969 Cosa Nostra programmò una
serie di attentati che dovevano essere eseguiti con ordigni esplosivi da
collocare in varie città come Palermo, Catania ed Enna. Io stesso vidi uno di questi
ordigni che era ad orologeria. Questo programma, che prevedeva anche attentati
a persone appartenenti a varie categorie, era volto a creare ‘bordello’ e cioè
marasma, confusione, in modo che il governo non si potesse orientare sulla
provenienza delle varie azioni e non pensasse soltanto alla mafia. Incaricato
di sovrintendere agli attentati dinamitardi era Madonia Francesco di
Resuttana”.
Sempre Buscetta spiega che nel 1974 mentre si trovava in carcere gli fecero
sapere che era in programma un altro golpe: “Ho ricevuto dal mio direttore del
carcere, dott. De Cesare, la notizia che dopo pochi giorni sarebbe successo un
colpo di Stato, e che io sarei passato, attraverso un brigadiere della
matricola, per un cunicolo, sarei entrato in casa sua e sarei stato liberato”.
Quando quattro anni più tardi venne sequestrato Aldo Moro, Buscetta, che era
ancora in carcere venne contattato da un uomo legato a Frank Coppola e a quanto
pare ai servizi segreti italiani affinché Cosa Nostra si interessasse per la
sua liberazione, ma non agì in nessun modo poiché comprese che non vi era
interesse a liberare lo statista.
Sul finire del 1979 racconta ancora il pentito dai mille segreti che rivelò, e
probabilmente in parte, solo dopo la morte del giudice Falcone, che una non meglio
precisata entità avrebbe chiesto a Cosa Nostra di uccidere il generale Carlo
Alberto dalla Chiesa.
Una dichiarazione che ha trovato una conferma formidabile solo di recente
quando intercettato dalle cimici poste nel suo salotto il capo del mandamento
palermitano di Brancaccio, uno dei più potenti, Giuseppe Guttadauro ha
commentato con Salvatore Aragona, altro mafioso: «Salvatore…ma tu partici
dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla
Chiesa… andiamo parliamo chiaro…». «E che perché glielo dovevamo fare qua
questo favore…».
Rivelazione inquietante che riapre ancora una volta la questione dei mandanti
esterni che chiesero, seppur in convergenza di interessi con Cosa Nostra,
l’esecuzione del generale, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di
scorta Domenico Russo. La verità giudiziaria che ha condannato all’ergastolo
gli esecutori tra cui Nino Madonia, Calogero Ganci, diventato poi collaboratore
di giustizia, ha infatti lasciato irrisolti i tantissimi quesiti sui reali
moventi dell’eccidio. Se da una parte infatti il generale, in soli cento giorni
a Palermo, aveva già dato un assaggio di quella che sarebbe stata la sua
politica antimafia a tutti i livelli: politico, sociale e militare Cosa Nostra
aveva in questo senso solo un interesse preventivo nei confronti del suo
operato. Molti invece erano i segreti a conoscenza del generale dopo anni di
onorato servizio dell’Arma per avere partecipato alle indagini sulle Br ed
essere stato a conoscenza dei tanti retroscena del sequestro Moro.
La stessa dinamica dell’agguato presenta anomalie che suggeriscono una
responsabilità solo parziale della mafia.
A comporre il gruppo di fuoco quel giorno uomini d’onore di primissimo piano
tra cui Pino Greco Scarpa, della famiglia di Brancaccio e fedelissimo di Riina,
e Antonino Madonia reggente, assieme al fratello Salvo, dell’antico ed
influente mandamento di Resuttana.
Racconta il Ganci che Pino Greco era a bordo di una moto, mentre egli stesso e
Madonia seguivano l’A112 del generale a bordo di un’auto. Mentre il Greco
cominciava a sparare contro l’Alfetta dell’agente di custodia, la macchina con
a bordo Madonia la superò per affiancarsi a quella del generale. Il killer,
abbassato il finestrino, girato, appoggiato con le spalle contro il
cruscotto e le ginocchia sul sedile, aveva aperto il fuoco contro le due
vittime. Pino Greco, sopraggiunto qualche minuto più tardi, aveva infierito
contro l’auto del generale ormai ferma.
Al termine dell’operazione – prosegue il collaboratore - tra i due boss si era
scatenata una violenta discussione. Greco accusava Madonia di aver colpito per
primo il generale, levandogli così “la medaglia”, ma soprattutto di averlo
messo in pericolo rischiando di raggiungerlo con una scarica di proiettili.
Effettivamente il comportamento del Madonia era stato alquanto imprudente per
un professionista del suo rango e Pino Greco se ne era fortemente insospettito,
tanto che, riferisce un altro collaboratore di eccezione Tullio Cannella,
cominciò a chiedersi per quale ragione si era dovuto compiere un omicidio tanto
eccellente e per conto di chi. Troppe domande persino per un capo come lui. Fu
fatto uccidere da Riina in persona per mano del suo compagno più fidato
Peppuccio Lucchese che gli sparò un colpo alla nuca, a tradimento, per essere
sicuro al cento per cento che il suo spietatissimo amico non avesse nessuna
possibilità di replica.
In realtà il comportamento apparentemente inspiegabile del Madonia potrebbe
trovare ragione nei rapporti occulti della sua famiglia con i Servizi segreti.
Era il patriarca Francesco ad avere il coordinamento della strategia della
tensione siciliana e forse solo attraverso di lui poteva arrivare
l’informazione che non solo il generale doveva essere ucciso, ma anche sua
moglie depositaria di molti segreti, come lei stessa aveva rivelato alla
propria madre, che ne diede testimonianza a processo.
Molte ipotesi sono state sollevate alla ricerca dei reali mandanti
dell’omicidio del generale e in plurime direzioni, dalla sua aperta
dichiarazione di guerra ai grandi elettori di Andreotti in Sicilia che già da
allora erano ritenuti più che contigui alla mafia, alle sue indagini sui
patrimoni criminali, ma in questa prospettiva del “favore” richiesto a Cosa
Nostra non può certamente essere tralasciato il grande peso di informazioni
riservate di cui era in possesso il generale. Senz’altro sufficienti per
consentirgli di comprendere quel filo di collegamento tra poteri forti e poteri
criminali di cui aveva sospetto già ai tempi delle sue investigazioni sulle
brigate rosse e di cui aveva parlato all’allora colonnello Bozzo.
Non sono stati mai un mistero comunque la solitudine e l’isolamento in cui
operò il generale negli ultimi anni della sua carriera ne che il suo telefono a
villa Withaker fosse sottoposto a sorveglianza.
Il clima di veleno e di vuoto che vengono a crearsi attorno ad una vittima
eccellente corrispondono ad una strategia specifica, progettata ad arte come
nei migliori manuali d’intelligence, e si è ripetuta ossessivamente per tutti i
terribili efferati omicidi che hanno insanguinato in modo particolare la
Sicilia.
Fino a quando perdurò in Italia la strategia della tensione Cosa Nostra ne fu
coinvolta con una sorta di competenza territoriale, agiva per lo più in “casa”
e ovunque avesse le sue basi più stabili. Un esempio in questo senso ci viene
direttamente dalla sentenza di secondo grado del processo per la strage di
Natale in cui l’esplosione del rapido 904 avvenuta alle 19,08 circa del 23
dicembre 1984 uccise 16 persone e causò il ferimento di 260 passeggeri.
Tra i condannati all’ergastolo Pippo Calò, reggente del mandamento di Porta
Nuova, e soprannominato il “cassiere della mafia” perché incaricato per conto
di Riina e di tutta l’organizzazione di riciclare i grossi proventi del
traffico di droga. Per questa ragione si era trasferito a Roma dove aveva
creato un vero e proprio avamposto di Cosa Nostra affiliando alcuni componenti
della nota Banda della Magliana e da dove si era inserito in grossi business
tra cui quelli con il faccendiere Flavio Carboni in Sardegna che lo
coinvolgeranno anche nell’omicidio del banchiere Roberto Calvi.
I giudici d’appello, ripercorrendo l’intera vicenda, analizzano il
coinvolgimento della mafia nei suoi rapporti con la destra eversiva e
organizzazioni mediorientali per via dell’utilizzazione dei medesimi traffici
di stupefacenti ed armi, ma non hanno dubbi nel rilevare che il suo raggio
d’azione vada inserito in un quadro ben più vasto.
“Le stragi come questa – scrivono i giudici – non sono mai fini a se stesse
poiché esse sono in funzione di una utilizzazione del massacro in chiave
latamente politica. Il termine ‘latamente’ sta ad indicare una utilizzazione
indiretta, propria dei fatti di strage, commessi da gruppi interni al nostro
Paese, gruppi che, come dimostrato, non rivendicano mai pubblicamente il fatto,
non avendo interesse ad attribuirsene la paternità, per essere enormi e
disumani gli effetti, ma che raggiungono il risultato voluto, che è la
creazione del terrore attraverso il compimento di una azione ad effetto
destabilizzante”.
La forza di Cosa Nostra si era accresciuta negli anni grazie ai grandi miliardi
del traffico di droga, ma anche e soprattutto grazie alle coperture di cui
godevano i vecchi boss come Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano
Bontade, ereditati poi da Riina e Provenzano.
Liggio, di cui si è sempre sospettato il legame occulto con i servizi, a
protezione della sua lunghissima latitanza, dimostrò la sua influenza, anche al
di sopra delle regole stesse dell’organizzazione, facendo assassinare il
giudice Scaglione senza nemmeno informare gli altri due componenti del
triumvirato.
Oltre ad essere un nemico giurato di Cosa Nostra il giudice era il solo
depositario dei segreti di Gaspare Pisciotta, il luogo tenente di Giuliano che indicò
tra i mandanti della strage di Portella, i ministri Scelba e Mattarella.
Rivelazione che il magistrato non fece tuttavia in tempo a verbalizzare.
Che Badalamenti godesse di entrature in ambienti istituzionali e in particolare
nell’arma dei carabinieri è ormai storia così come l’appartenenza di Stefano
Bontade alla massoneria.
Le segrete alleanze con questi ambienti, se vogliamo, “deviati”, aveva fatto di
Cosa Nostra un’organizzazione criminale talmente potente, attrezzata,
ramificata da presentarsi come “predisposta all’attuazione di un complesso
piano criminoso” proprio per “il tipo di attività - spiegano i giudici –
per l’imponenza degli investimenti economici e per la portata dell’attività
criminale”.
Se nei primi anni Settanta Cosa Nostra viene “solamente” interpellata per
partecipare agli eventi destabilizzanti di quegli anni, affidati invece nella
propria parte operativa alle frange estremiste tanto nere quanto rosse, a
partire dalla fine degli anni Ottanta sarà diverso il suo ruolo nel cambio di
equilibri che porta al passaggio tra la fine della Prima e della Seconda
Repubblica.
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