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Antimafia Duemila

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Una storia di stragi e misteri PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Una storia di stragi e misteri
Terra di mezzo
Oltreoceano
Cambio della guardia
Scacco al re
Una vita non vale un monumento
Senza volto
I servizi affossarono l'inchiesta sulla scomparsa di De Mauro

 

 


Terra  di mezzo

Un documento dell’Oss (Office of strategic service, il servizio segreto americano), datato tra il 1946 e il 1947, descriveva così il nostro Paese:
Al giorno d’oggi, l’Italia è un vasto campo di battaglia politica e di intrighi tra le maggiori potenze (Russia, Gran Bretagna e Vaticano). Una situazione dovuta alla fine del suo ruolo di grande potenza, della sua posizione strategica nel Mediterraneo e, infine, dall’assenza di un forte governo centrale.
Nel primo dopoguerra l’Italia si presentava quindi come una terra di mezzo ideale, per storia e geografia, quale campo di sperimentazione per i nuovi equilibri del mondo.
Il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi, spiega in un libro intervista (Segreto di Stato, la verità da Gladio al caso Moro, Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri ed. Einaudi) che, all’indomani della firma di Yalta, la nostra penisola era a tutti gli effetti da considerarsi una nazione a sovranità limitata la cui posizione di frontiera al limite dei due imperi l’ha condannata ad una situazione di instabilità e di dipendenza quasi endemica che è stata mantenuta nel corso degli anni con sistemi e metodi tanto diversi quanto uguali.
Le pressioni del cosiddetto Blocco occidentale e del Vaticano da una parte e del Pcus sovietico dell’altra si ripercuotevano all’interno del nostro paese sia a livello visibile, cioè nella dialettica di governo, sia a livello invisibile con uno scontro clandestino e silenzioso di strutture parallele e segrete che si tenevano sotto controllo a vicenda.
Di fatto le forze stesse della Resistenza, “Partigiani bianchi” e “Partigiani rossi”, che avevano gettato le basi per l’ordinamento giuridico della nuova democrazia si trovavano su fronti ideologicamente e politicamente opposti. Che dovevano rimanere tali affinché il patto di Yalta fosse rispettato. Non è poi da sottovalutare che in Italia, più che in ogni altra democrazia occidentale, il sistema politico italiano, da una parte e dall’altra, era condizionato da enormi flussi di denaro provenienti dall’estero.
Per conseguire l’obiettivo il Blocco occidentale cui l’Italia aderiva per sua stessa sopravvivenza aveva creato in Europa una serie di nuclei occulti che rientravano in una vasta operazione denominata Stay-behind. La tecnica di lasciare propri agenti occulti in territori occupati dal nemico (stay behind “restare dietro le linee”), specifica De Lutiis nel suo già citato libro, per conoscerne e contrastarne le mosse è stata perfezionata al punto da prevedere corpi appositamente addestrati a questo scopo.
Nel 1951 il capo del Sifar (Servizio Informazioni Forze Armate), generale Umberto Broccoli, inviò al capo di Stato Maggiore della Difesa un promemoria nel quale proponeva la costituzione di una struttura con “carattere clandestino ed ordinamento cellulare tale da restare ignorata” ed aggiungeva che gli Stati Uniti avevano cercato di organizzare una cosa del genere ad insaputa dei servizi segreti italiani, ma che ora, chiarita l’incomprensione, erano disponibili a creare questa struttura di comune accordo.
Lavorarono quindi all’istituzione di “Gladio”, inaugurata ufficialmente il 26 novembre 1956, tra le cui finalità, almeno sulla carta, c’era quella di addestrare gruppi di persone pronte ad organizzare nuclei di resistenza nei territori eventualmente occupati da truppe nemiche in caso di invasione militare nel Paese. Il riferimento è ovviamente al possibile attacco comunista.
Sull’altro fronte però, spiega Pellegrino, era stata creata anche una specie di Gladio rossa che andò pian piano definendosi come un organismo a carattere difensivo che, nel caso in cui il partito comunista fosse stato dichiarato fuori legge, avrebbe dovuto proteggerne e far fuggire i dirigenti.
Gladio rimase un’organizzazione segreta dal 1956 al 1990 quando nel corso di tutt’altra indagine il ritrovamento di alcuni documenti spinse l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti a rivelarne pubblicamente l’esistenza. Furono resi noti i 622 nomi dei gladiatori, l’avvocatura di Stato proclamò Gladio “un’istituzione creata e disciplinata dalla pubblica autorità” e l’allora Presidente Cossiga ne riconobbe pubblicamente la legittimità vantandone addirittura la paternità. Ma non fu sufficiente per gettare luce sulle moltissime zone d’ombra rimaste. In realtà fu sollevato più di un sospetto circa la partecipazione di Gladio al progetto di terrore e stragismo che mantenne costante l’instabilità dell’Italia. Chiarisce ancora Pellegrino che la Commissione stragi non ravvisò alcun elemento per provare responsabilità di Gladio nella strategia della tensione, tuttavia, scrive: “Considerando quello che è successo in Italia credo sia legittimo domandarsi se dietro questa facciata apparentemente ‘pulita’ non si nascondesse qualcos’altro”.
E ancora: “non vorrei violare segreti istruttori, tuttavia posso dire che da un’indagine giudiziaria sta emergendo un’ipotesi clamorosa: cioè che quando Andreotti parlò per la prima volta di Gladio volesse in realtà gettare in qualche modo un osso all’opinione pubblica per coprire qualcosa di più segreto, di più occulto e probabilmente anche di più antico rispetto a Gladio”.
Il riferimento ad una struttura sovranazionale e al di sopra delle parti ricorre incessantemente nella necessaria lettura tra le righe che si trova a fare qualsiasi storico o investigatore intenzionato a scoprire il filo logico di una storia di sangue troppo lunga e ancora troppo misteriosa.
E viene dalle parole seppur spezzettate di autorevoli uomini dello Stato, ma anche del controstato e di quei Servizi Segreti di cui ancora oggi poco si capisce il confine nebuloso della deviazione.
Le prime dichiarazioni in proposito vengono pubblicate dall’Europeo il 17 ottobre 1974 che riporta l’intervista a Roberto Cavallaro, arrestato per cospirazione politica su ordine di cattura della Procura di Padova: “L’organizzazione esiste di per se in una struttura legittima con lo scopo di impedire turbative alle istituzioni. Quando queste turbative si diffondono nel Paese (disordini, tensioni sindacali, violenze e così via) l’organizzazione si mette in moto per cercare di ristabilire l’ordine. E’ successo questo: che se le turbative non si verificavano venivano create ad arte dall’organizzazione attraverso tutti gli organi di estrema destra (ma guardi che ce ne sono altri di estrema sinistra) ora sotto processo nel quadro delle inchieste sulle cosiddette trame nere (Rosa dei venti, Ordine nero, la Fenice, il Mar di Fumagalli ecc..). Sentito dal giudice Tamburino Cavallaro ripeterà le stesse considerazioni specificando che ai vertici dell’organizzazione vi erano “i servizi segreti italiani ed americani, ma anche alcune potenti società multinazionali”.
Rivelazioni prorompenti che seppur prese con le pinze indussero il giudice a chiederne conto al tenente colonnello Amos Spiazzi che per la sua lunga permanenza all’ufficio “I” (Informazioni) del Sid (Servizio Informazioni Difesa) non poteva essere all’oscuro dell’eventuale esistenza di un eventuale Sid parallelo o Supersid: “… Ricevetti ordini dal mio superiore militare, appartenente all’Organizzazione di sicurezza delle Forze armate che non ha finalità eversive ma che si propone di difendere le istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il Sid, ma in gran parte coincide con il Sid”.
“Ma come è composto questo organismo parallelo di sicurezza? E’ un organismo militare? – domandava il giudice Tamburino. “Mi risulta – rispondeva – che non ne facciano parte solo militari ma anche civili, industriali e politici”. In altra sede ebbe poi a precisare ulteriormente: “l’Organizzazione ha carattere di ufficialità, pur con l’elasticità per quanto riguarda metodi e personale, di volta in volta definiti con disposizioni orali. In sostanza l’organizzazione è composta dagli alter ego della struttura “I” ufficiale”.
Il generale Vito Miceli, allora capo del Sid, nel corso di un’udienza al processo per il tentato “golpe Borghese” confermò l’esistenza di questa organizzazione supersegreta precisando: “C’è ed è sempre esistita una particolare organizzazione segretissima che è a conoscenza delle maggiori cariche dello Stato. (…) Si tratta di un organismo inserito nell’ambito del Sid. Comunque svincolato dalla catena di ufficiali appartenenti al servizio “I” che assolve compiti prettamente istituzionali, anche se si tratta di attività ben lontana dalla ricerca informativa”.
Indagando poi sulle Br il generale Dalla Chiesa chiese all’allora colonnello Bozzo, che ne ha reso testimonianza in Commissione, di indagare su “una struttura segreta paramilitare con funzione organizzativa antinvasione ma che aveva poi debordato in azioni illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro interno, struttura che poteva aver avuto origine nel periodo della Resistenza attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso un controllo di alcune organizzazioni di altra tendenza. Questo gruppo sarebbe continuato nel dopoguerra e avrebbe costituito la tecnostruttura destinata a muovere le fila sia del terrorismo di destra sia del terrorismo di sinistra”.
Allo scopo, sottolinea ancora Pellegrino, di mantenere ad ogni costo l’equilibrio stabilito da Yalta.
Con lo scandalo della P2 emergono altre dichiarazioni come quelle rese dal generale Siro Rossetti, già responsabile del Sios-Esercito (Servizio Informazioni Operative e Situazioni esistente per tutte e tre le forze armate) e iscritto alla loggia che, riferendosi alle dichiarazioni di Miceli, aggiungeva: “L’organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, della finanza e dell’alta delinquenza”.
Che in parole spicce significa che suddetta “organizzazione” può operare attraverso propri elementi nei settori sopra indicati per svolgere attività che spaziano dall’acquisizione di informazioni alla messa in esecuzione di azioni di varia natura. Il che vuol dire che questo organismo ha propri infiltrati in tutti i settori e in tutti gli ambienti, in tutti i gruppi e in tutte le associazioni cioè che non tutti neofascisti o i brigatisti sono tali, che non lo sono tutti i mafiosi, che ci sono finanzieri, bancari, ufficiali delle Forze Armate, funzionari di polizia, politici di tutti i partiti e giornalisti di ogni testata che fanno capo a questa “organizzazione”.
L’alto ufficiale ha poi riferito un altro dato molto significativo: la struttura di cui parla è provvista di un elevatissimo numero di uomini capace di garantire l’assolvimento dei loro compiti nei campi indicati.
Se questa sovrastruttura sia coincisa o coincida con Gladio o se questa ne sia stata solo un’espressione, parte di un “network” che difficilmente si può pensare essere terminato con l’uscita alla luce della struttura non lo sappiamo, è indubitabile però che sia quella che stabilisce le regole del gioco, quello “grande”, di cui parlava Falcone. Ed è in questo quadro che va inserita Cosa Nostra, questo è il suo ambito di azione con la disponibilità di denaro, informazioni, uomini e silenzio che è sempre stata in grado di fornire. Solo se si comprende il suo ruolo nella storia del nostro Paese, passata e presente, si può arrivare a capire perché nonostante l’impegno incessante di molti uomini delle Forze dell’Ordine, della magistratura e della società civile e l’arresto di tanti capi, continua ad esistere, a proliferare e a sembrare invincibile. E una delle tante vie passa proprio attraverso l’esplorazione del rapporto tra la mafia e i servizi segreti, che per comodità di concetto e linguaggio, intenderemo come “deviati”. Quanto lo siano in realtà è molti difficile a dirsi.
 


 
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