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Senza volto
Si dice che prima di comprendere appieno un fatto storico occorre che
trascorrano anni, e in parte è sicuramente così, ma la storia del nostro Paese
presenta caratteristiche talmente ricorrenti da consentire ben più di una
semplice ipotesi.
Spiega Giovanni Pellegrino nel già citato testo che, a partire dal 1974 vi fu
una fase di transazione della violenza: dall’eversione nera alla furia
brigatista. Ed è proprio in questo periodo che si verifica un inquietante
attività da parte di apparati dello Stato per depistare i magistrati che
indagano sulle stragi.
“I servizi volevano impedire che i giudici scoprissero l’esistenza di Gladio,
coperta da segreto atlantico, e di quella vasta rete di organizzazioni
paramilitari clandestine legate agli apparati. Dovevano difendere il segreto
Nato, ma temevano anche che la magistratura scoprisse l’alleanza operativa tra
queste organizzazioni clandestine e la destra fascista e, ai livelli più alti,
le connivenze e le responsabilità politiche. Dunque, anche quando quella
strategia fu abbandonata, interessi istituzionali e politici impedivano che
fosse disvelata. Si è chiuso il conto con quella fase attraverso lo
sganciamento progressivo dalla manovalanza fascista, ma l’esigenza e la volontà
di tenere tutto coperto hanno prevalso a lungo”.
Lo stesso potrà dirsi anni dopo dell’eversione rossa. Curcio stesso ammetterà
in sede di Commissione: “Perché ci sono tante storie in questo Paese che
vengono taciute o non potranno mai essere chiarite per una sorta di sortilegio?
(…) una sorta di complicità fra noi e i poteri che impediscono ai poteri e a
noi di dire cosa è veramente successo… quella parte degli anni Settanta, quella
parte di storia che tutti ci lega e tutti ci disunisce (…) cose che noi non
riusciamo a dire perché non abbiamo le parole e le prove per dirle, ma che
tutti sappiamo”.
Attraverso l’azione guidata dei servizi segreti e l’opposizione “subdola e
strisciante” del Segreto di Stato si è resa impossibile in quegli anni l’accertamento
della verità: un metodo che ha subito qualche cambiamento forse solo nella sua
manifestazione immediata, ma non nel suo significato.
“Gerarchie occulte – scrive il magistrato Libero Mancuso, consulente per la
Commissione – catene di comando non istituzionali, ordini illegali di tacere e
mentire alla magistratura consentivano e consentiranno deviazioni, trame
occulte e ostacolo definitivi all’accertamento delle responsabilità politiche
di tutti coloro che parteciparono a quell’intricato intreccio di illegalità
costituzionali”.
Con il trascorrere degli anni la strategia di condizionamento della politica
del nostro paese si fa più sofisticata. “Si avverte sempre meno il ‘tintinnio
delle sciabole e sempre più quello degli zecchini”, si progetta cioè di utilizzare
il controllo sociale come leva per la modificazione istituzionale più che gli
apparati di forza cui si ricorre solo in extrema ratio. E il mezzo scelto per
conquistare e mantenere il potere è la corruzione. Un programma che trova la
sua fabbrica nella P2 di Licio Gelli la cui scoperta non modificherà quasi per
nulla, salvo forse ritardarlo leggermente, il “piano di rinascita” democratica
apertamente enucleato dal suo primo patrocinatore, anche di recente.
Il passaggio forzato dalla Prima alla Seconda Repubblica avviene proprio
facendo saltare il sistema di corruzione di cui quasi tutti erano parte, al
fine di eliminare il vecchio per far subentrare il nuovo, anche se solo fino ad
un certo punto.
La sensazione è che si recida una parte appositamente troppo compromessa per
poi salvare l’intero sistema che può agilmente perseguire gli scopi che si è
prefissi salvo magari apporre qualche lieve modifica di rotta, sempre più
precisa. Un po’ come giustamente sospetta la Commissione circa la scelta di Andreotti
di far conoscere solo una piccola parte della verità su Gladio per nasconderne
in realtà la vera natura.
Cosa Nostra e i Servizi Segreti, che continuiamo a definire deviati, tanto per
sottolineare la presenza di più soggetti che confluiscono in maniera parallela
al raggiungimento degli obiettivi, fanno parte di questo sistema, e tanto
dell’una quanto dell’altra sono stati “bruciati” gli elementi che potevano
essere sacrificati affinché la “malapianta”, potata, potesse rinvigorirsi e
crescere.
“Possiamo affermare con certezza – scrive il pm Luca Tescaroli nella sua
requisitoria – che l’organizzazione denominata “Cosa Nostra” è un soggetto
criminale che, particolarmente a partire dagli anni 1991-92, ha recitato una
parte non marginale nel quadro politico-istituzionale della Nazione”.
Cosa Nostra partecipa fin da subito al cambio di assetti prospettato per quel
periodo. Quando infatti, su ispirazioni riconducibili ad ambienti massonici ed
eversivi, rappresentati ancora da Licio Gelli e da personaggi come Stefano
delle Chiaie, si vanno formando in tutto il Paese leghe autonomiste, non perde
l’occasione di formare un partito tutto suo. Sicilia Libera è la creatura cui
Leoluca Bagarella dedica le sue attenzioni, nella quale finalmente intravede la
possibilità di fare a meno dei politici e di rendere la Sicilia autonoma.
A ricondurre Bagarella a tutt’altra realtà, come un moderno Giuliano, sono i
fratelli Graviano e in particolare Filippo che, secondo quanto riferito dal
collaboratore di giustizia Tullio Cannella gli disse:
“Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto chi c’è chi si cura
i politici …, ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno
risolti i problemi che ci danno i pentiti…”.
I contatti di cui si vantava Graviano erano, sempre secondo il collaboratore,
con Marcello Dell’Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi e ideatore di Forza
Italia.
Dichiarazioni che hanno trovato conferma in quelle di Antonino Giuffré che
dalla privilegiata vicinanza con Provenzano apprese che si era deciso di
lasciar perdere la questione leghista e di saltare “sul carro di Forza Italia”.
Contrariamente alla sua solita attitudine il capo di Cosa Nostra si era
sbilanciato e si era assunto la responsabilità della scelta.
E chiosa ancora Giuffré: «nel momento in cui Provenzano si è assunto delle
responsabilità, sta significare che aveva avuto a sua volta delle garanzie».
La strategia stragista decisa da Riina già a partire dal 1991 con lo scopo di
“chiudere i conti” con i nemici e i traditori aveva anche ben altre finalità
che i magistrati non esistano a definire “di terrorismo e di eversione
dell’ordine democratico”. E si inserisce, con la partecipazione attiva dei
servizi segreti la cui traccia è evidente in ognuna delle stragi del biennio, in
un periodo storico nevralgico “estremamente adatto – scrive Tescaroli – per un
verso, a far saltare ogni equilibrio esistente e, peraltro, a crearne di nuovi,
caratterizzati da nuovi e più favorevoli rapporti di forze, segnato in un
contesto del cosiddetto ‘ingorgo istituzionale’: dimissioni ed elezioni del
nuovo capo dello Stato, dimissioni del governo e nuove elezioni politiche
anticipate”.
“Tutto cambia affinché nulla cambi” è il gattopardesco sguardo di verità che si
stende sulla Sicilia sull’Italia e sul Mondo. Segreto, strategia e violenza
sono le tre braccia di cui si serve il potere. Osceno, cioè fuori scena,
occulto così come lo definisce con grande maestria il procuratore aggiunto di
Palermo Roberto Scarpinato. Un potere che non si vede, che non si sente, che
non si tocca, ma di cui abbiamo tutti sicura percezione.
La mafia, nei suoi personaggi più potenti e scaltri, i Servizi Segreti, nelle
deviazioni, la Massoneria, nelle sue cellule impazzite, la Finanza nei suoi
speculatori più spietati, ecc… una parte dei tanti tutto che rimandano ad un
unico Tutto, a quel Gioco Grande di cui Giovanni Falcone, vittima consapevole,
aveva già cercato di togliere la maschera, senza riuscirvi, sì, ma indicando la
via. Che se perseguita solo da pochi, isolati, delegittimati, calunniati e
derisi non potrà essere altro che costellata da nuove dolenti croci.
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