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Boss Pipitone torna in liberta'? PDF Stampa E-mail

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27 marzo 2008.
Palermo.
Se sarà acclarata la "demenza" potrebbe essere scarcerato l'ottantottenne boss dell'Acquasanta. E' tra i fedelissimi di Provenzano.

Potrebbero aprirsi le porte del carcere per l'ex boss del quartiere palermitano dell'Acquasanta, il quasi ottuagenario Antonino Pipitone, che ha da poco ricevuto – il 21 gennaio – la condanna, ridotta con rito abbreviato, a diciotto anni di reclusione nell'ambito del processo "Gotha" ai 44 padrini e gregari fedelissimi di Bernardo Provenzano che per anni si sono spartiti il racket delle estorsioni nel capoluogo siciliano. La Cassazione ha infatti accolto il ricorso con il quale Pipitone, classe 1929, ha protestato sostenendo che in prigione non riceve le cure per l'arteriosclerosi che lo affligge e che rende incompatibile il suo stato di salute con la detenzione. Ora, per ordine degli "ermellini", il Tribunale della libertà di Palermo dovrà rivedere il "no" alla scarcerazione del vecchio capomandamento.
A Pipitone, che chiedeva di essere messo agli arresti domiciliari nella sua abitazione o in una clinica neurospichiatrica, il magistrato di sorveglianza aveva risposto che se era vero che le sue condizioni erano «gravi, essendo il detenuto affetto da una patologia psichica in fase di deterioramento» era anche vero che - almeno «in astratto» - in carcere avrebbe potuto usufruire di «cure farmacologiche e interventi terapeutici». Questo punto di vista non è piaciuto alla Cassazione: «l'idoneità della struttura carceraria a somministrare le cure – hanno obiettato gli "ermellini" – deve essere esaminata in concreto e non solo in astratto». La «demenza» che affligge Pipitone – continua Piazza Cavour – «necessita di una valutazione particolare onde verificare se il detenuto possa rendersi conto di ciò che accade e della sua condizione di costrizione fisica, per valutarne la pericolosità ai fini della sussistenza delle esigenze cautelari».
Insomma se il boss non sa più nemmeno dove si trova, non ha senso tenerlo in carcere, questa la conclusione del "verdetto" della Suprema Corte (sentenza 12716 della Prima sezione penale appena pubblicata). Il primo arresto di Pipitone avvenne nel gennaio 1994, con l'accusa di associazione per delinquere ed estorsione nell'ambito delle indagini seguite al ritrovamento del "libro mastro" della famiglia Madonia, in Via D'Amelio nel 1990. Gli investigatori lo definivano «uomo d'onore» e «personaggio mafioso di notevole spessore». Tra i business di Pipitone, anche un'impresa di calcestruzzi, la "Sicilconcret" di cui era contitolare. Scontata la pena, il boss dell'Acquasanta – cognato di Tommaso Cannella, consigliere di Provenzano – torna libero: fino al giugno 2006 quando scatta l'operazione 'Gothà che lo porterà alla condanna a 16 anni per «per avere diretto, pur demandando le questioni operative a un gregario, la famiglia mafiosa dell'Acquasanta; per aver costituito un punto di riferimento mafioso per il controllo di lavori pubblici e l'imposizione del pizzo alle imprese operanti nella zona; per aver mantenuto, attraverso il continuo scambio di messaggi e attraverso riunioni ed incontri, un costante collegamento con gli altri associati in libertà, in tal modo, svolgendo funzioni direttive per l'organizzazione».
Ma la demenza – meglio di un colpo di spugna – potrebbe finire col condonare le colpe di un boss molto attivo nel settore del "pizzo" fino a due anni fa.(ansa)

 
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