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La mia caccia testarda ai boia dei Balcani PDF Stampa E-mail
Indice articolo
La mia caccia testarda ai boia dei Balcani
La tigre della nuova Norimberga

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26 marzo 2008

In un libro di memorie il procuratore dell’Aja racconta le sue battaglie, l'incontro con Tenet, capo della Cia, e la scoperta del muro di gomma.


Durante la mia prima visita a Washington come Procuratore capo dei Tribunali per i crimini di guerra delle Nazioni Unite, mi sono rivolta a uno degli uomini più potenti della Terra per chiedergli aiuto.
 
Questo accadeva un mercoledì pomeriggio della fine di settembre del 2000, all’inizio della lunga serie di appelli che nel corso degli anni avrei rivolto a funzionari governativi e capi di organizzazioni internazionali. Avevo bisogno che forzassero la mano di stati non collaborativi come la Serbia, la Croazia e il Ruanda; avevo bisogno che ci aiutassero a ottenere materiale di prova; e, soprattutto, avevo bisogno che ci aiutassero ad arrestare latitanti imputati di crimini di guerra. La sede di questo specifico appello era adiacente alla Casa Bianca, nell’Old Executive Office Building. Un assistente accompagna me e i miei consulenti attraverso il portone d’ingresso. \ Attraversiamo un corridoio che rimbomba dei nostri passi. Poi ci troviamo faccia a faccia con il Potere, sotto le spoglie di George Tenet, direttore della Central Intelligence Agency. È oberato di impegni, impegni pressanti. Dieci anni dopo l’invasione irachena del Kuwait e l’imposizione di sanzioni economiche che hanno distrutto la vita di centinaia di migliaia di iracheni, Saddam Hussein è ancora al potere. Tutti si lamentano che il prezzo del petrolio sia balzato a trentacinque dollari al barile, e tra poche ore a Gerusalemme Sharon salirà sul Monte del Tempio, l’Haram al-Sharif, accendendo la miccia della Seconda intifada. Forse Tenet sa già che nell’arco di qualche settimana la folla invaderà le strade di Belgrado rovesciando Slobodan Milosevic. Nella Corea del Nord, Kim Jong-il si balocca con le armi nucleari. Gli agenti della Cia sono sulle tracce di Osama bin Laden. All’11 settembre mancano ancora undici mesi.
Quello di cui ho bisogno è che Tenet coordini le attività della Cia con gli sforzi del nostro ufficio e di altre agenzie di intelligence per aiutarci a catturare due degli uomini più ricercati al mondo, Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Il Tribunale li ha incriminati con imputazioni relative, tra l’altro, all’assedio e al bombardamento di Sarajevo, a operazioni di pulizia etnica che hanno provocato centinaia di migliaia di profughi, e all’uccisione di quasi settemilacinquecento prigionieri musulmani, uomini e ragazzi, a Srebrenica: il più vasto massacro avvenuto in Europa dopo quelli delle settimane che seguirono la fine della Seconda guerra mondiale. \ La mia opinione è che potrebbe metterci a disposizione le informazioni raccolte dalla Cia nelle sue operazioni di sorveglianza, intercettazioni telefoniche, consigli e sostegno per gli arresti...
Tenet commenta che Karadzic gli ricorda un capomafia siciliano. Non mi sfugge l’ironia. Di boss mafiosi ne so qualcosa. E Tenet, con le sue origini greche, trasuda una passione mediterranea, una forza di volontà autoritaria e altre qualità tipiche dei capimafia siciliani. La cosa mi va a genio, perché ogni capo di un’organizzazione di spionaggio ha bisogno di queste qualità perché le sue attività siano efficaci. Mi assicura che la Cia è attivamente impegnata nella caccia all’uomo, ma che mettere le mani su Karadzic, che non parla mai al telefono né firma mai una carta, è un compito impervio: «Di gente così ne sto inseguendo in tutto il mondo... Ci abbiamo messo sette giorni per trovare Noriega, con ventimila GI». Butta lì il nome di bin Laden. Poi aggiunge: «Karadzic è la mia priorità numero uno». \
Non dovrei essere tanto ingenua. Confido che Tenet faccia seguire i fatti alle parole. Non immagino che stia innalzando quello che noi di lingua italiana chiamiamo il «muro di gomma», il rifiuto travestito da qualcosa che non sembra un rifiuto. \ La mia carriera ha avuto inizio con una lunga serie di collisioni con il muro di gomma, collisioni seguite talvolta da forme di resistenza più rozze, quando non da minacce fisiche. Mi sono scontrata e continuerò a scontrarmi con il muro di gomma in occasione di incontri con molti personaggi potenti, da finanzieri della mafia a banchieri e politici svizzeri, da capi di stato come George Bush e primi ministri come Silvio Berlusconi, a burocrati responsabili di uffici governativi e di vari dipartimenti delle Nazioni Unite e, più avanti nel mio incarico, ministri degli Esteri europei che sembravano prontissimi ad accogliere la Serbia nell’abbraccio dell’Unione europea anche quando leader politici, poliziotti e militari serbi davano rifugio a uomini responsabili dell’uccisione a sangue freddo, sotto gli occhi del mondo, di migliaia di prigionieri. L’unico modo che conosco per sfondare il muro di gomma e servire gli interessi della giustizia consiste nel cercare, con costanza e persistenza, di imporre la mia volontà.
* * *
Nella primavera del 2001, ho avuto il mio secondo incontro con il Potere nelle vesti di George Tenet. Questa volta il luogo era il quartiere generale della Central Intelligence Agency, un complesso di vetro, acciaio e cemento sormontato da antenne che proiettavano i voleri di quest’uomo e dei suoi superiori in ogni capitale e in ogni angolo del mondo devastato da una guerra. \ Tenet esce a ricevermi nel corridoio subito prima del nostro colloquio. «Carla» esclama, «la mia cara Madame Prosecutor.» Poi vengono i bacini-bacetti, che tanto mi danno sui nervi. Entriamo in una sala riunioni senza finestre e con le pareti rivestite di pannelli, forse legno di ciliegio. Tenet si siede alla testa del tavolo, dopo che io ho preso la sedia accanto alla sua. Dice qualche bagattella in tono informale. Specifica che non può dirmi tutto quello che la Cia sta facendo. È comprensibile. Assicura che arrestare i nostri latitanti rimane una priorità alta. Dice che sono state condotte operazioni che non hanno avuto successo e queste dichiarazioni mi facilitano abbastanza il compito di venire al punto senza tanti discorsi infiorettati e mielate espressioni di gratitudine. Forse è stato un errore immaginare che Tenet, il top delle spie della superpotenza, non scambierà la mia franchezza per mancanza di rispetto: «George, ci siamo visti a settembre. Allora mi hai detto che Karadzic era la priorità numero uno della Cia. Ma sono passati sei mesi e, visti i risultati, faccio fatica a crederti». I pezzi grossi dell’intelligence non amano che qualcuno che non faccia parte del giro dica loro come fare il loro mestiere, e molti pensano di non aver nulla da guadagnare e molto da perdere mettendosi a inseguire criminali di guerra in terre lontane. Forse a Tenet brucia che io abbia detto quelle cose davanti al suo staff. Ma sa che non sono venuta a ringraziare gli Usa per il loro appoggio finanziario alle Nazioni Unite. Sa che sono lì per discutere di come assicurare l’arresto di Karadzic e Mladic. A questo punto so che quello che ha fatto nel nostro precedente incontro di settembre è stato innalzare il muro di gomma, quando mi assicurava che Karadzic era una priorità allo stesso livello di bin Laden. Ma se il direttore della Cia mi dice che arrestare Karadzic è una priorità, io presumo che gli operativi della Cia siano sufficientemente competenti per realizzare tempestivamente gli obiettivi del loro direttore. «Quali misure sono state prese per assicurare gli arresti?» domando. «In che modo la Cia può cooperare con il Tribunale?» L’Ufficio della Procura ha intenzione di formare un team che si occupi di rintracciare i fuggitivi, gli dico. Poi propongo di elaborare una nuova strategia per arrestare Karadzic. Penso che, entro i limiti della legge degli Stati Uniti, dovremmo essere in grado di scambiare informazioni e di lavorare di conserva con le agenzie di intelligence di altri paesi, in particolare di Francia, Gran Bretagna e Germania. Se non avete intenzione di fare qualcosa, dico, penso che dovreste almeno sostenere i nostri sforzi.
«Guarda, Madame» risponde Tenet, «che di quello che pensi tu non me ne frega un cazzo».

LA STAMPA 


 
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    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
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    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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