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Antimafia Duemila

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Dec 04th
Home arrow Informazione arrow Rassegna Stampa arrow Risposta ai boss: noi giornalisti andiamo avanti
Risposta ai boss: noi giornalisti andiamo avanti PDF Stampa E-mail
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di Lirio Abbate
L'attacco ai giornalisti da parte dei boss della camorra è un segnale di debolezza e rappresenta la mossa della disperazione dei clan ...




che sono sfiancati dalle inchieste della procura, gravati dalle condanne all'ergastolo e stroncati dai sequestri di beni accumulati in questi decenni. Diciamocela tutta: i camorristi, in particolare i Casalesi, sono alle corde, ormai umiliati dalle cronache che svelano i loro malaffari, forse non avevano tenuto conto del carcere a vita e della confisca dei patrimoni.
 
E così dalle celle, o dalla latitanza, i criminali continuano a dibattersi, per scaricare il nervosismo, come una lucertola a cui tagliano la coda proseguono a dimenarsi, prendendosela adesso con chi li ha smascherati, con chi ha reso pubblici i delitti commessi e le ricchezze raccolte con i traffici illegali. L'atteggiamento di questi clan assomiglia sempre più spesso a quello dei boss di Cosa nostra, ai mafiosi sanguinari che per decenni hanno sporcato le strade della Sicilia del sangue di politici, sindacalisti, magistrati, sacerdoti e giornalisti. Uccisi anche per aver toccato i fili dei business mafioso. E quando le cose sembravano, almeno in Sicilia, aver preso la via della sommersione, del silenzio delle armi, i boss sono tornati a farsi sentire, e in un caso anche a farsi vedere con la sfrontatezza che li contraddistingue. Lo hanno fatto quando si è iniziato a raccontare delle complicità della mafia, facendo nomi e cognomi di politici, professionisti e medici che per anni sono stati al fianco dei boss. E da quando i giornalisti hanno iniziato a contestualizzare i fatti, ponendo la domanda «perché?», è stato allora che sono arrivati i primi segnali intimidatori, le minacce di morte, fino a progettare un attentato sotto casa mia, fortunatamente sventato. I boss, o forse gli amici dai colletti bianchi dei boss, hanno perso la testa e continuano a dimenarsi senza controllo.
 
Per fortuna, e lo ripeto spesso, la polizia di Stato, per il mio caso, è sempre arrivata un attimo prima che i criminali attuassero il loro piani. I poliziotti sono sempre riusciti ad anticiparli. Ma ciò sembra non essere bastato, perché il volto della mafia è ricomparso più minaccioso di prima. È rispuntato una mattina di ottobre da un carcere di massima sicurezza, e a farlo è stato lo stragista Leoluca Bagarella che, chiedendo e ottenendo la parola a conclusione di un'udienza di un processo in cui era imputato di omicidio, ha puntato il dito contro di me. Ha iniziato a inveire perché sapeva che ero l'autore di una notizia che lo riguardava (come faccia un detenuto sottoposto al carcere duro del 41 bis a sapere che una notizia pubblicata da giornali e ripresa dai tg nasceva dall'Ansa e soprattutto chi fosse l'autore, per me rimane ancora un mistero). E così Bagarella, dal collegamento in videoconferenza, ha parlato di «quello dell'Ansa di Palermo».
 
Lui, il capomafia di Corleone, il cognato di Riina, l'uomo accusato di decine di omicidi e di avere organizzato stragi, è uscito dall'ombra ed è venuto allo scoperto per minacciarmi a viso aperto. Come adesso hanno fatto questi due camorristi a Napoli. Vedete, i boss - a torto - vivono spesso nel loro mito di essere mafiosi, e qualcuno anche di essere un sicario delle cosche. Se ne vantano nei processi o in carcere. Ma quando all'esterno vengono svelati i loro contatti, i loro favoreggiatori dai colletti bianchi, i loro beni e le loro ricchezze, allora sì che si arrabbiano e iniziano a innervosirsi. Nel libro «I complici», che ho scritto con Peter Gomez, tutto questo intreccio è stato svelato. Nomi e cognomi sono stati scritti, ma la politica, nonostante ciò, sembra non averlo preso in considerazione. Gli unici che lo hanno fatto sono stati i diretti interessati: Cosa nostra & c. Eppure di politici moralmente collusi ve ne sono tanti, ma nonostante ciò sono stati riproposti come candidati alle elezioni politiche. Le minacce dei clan a Roberto Saviano, al magistrato Raffaele Cantone e alla cronista del Mattino Rosaria Capacchione, le cui azioni professionali sono da ammirare e incoraggiare, rappresentano lo specchio della realtà criminale italiana. Perché la camorra non ha paura che si parli della sua organizzazione; ha timore, invece, che si svelino gli affari dei clan, e quando questi finiscono in un libro o nelle pagine dei giornali, i boss vanno in tilt e partono all'attacco di giornalisti e magistrati.
 
Quello che sta accadendo in Campania, come in Sicilia, è un fatto unico nella storia giudiziaria italiana degli ultimi 50 anni: i magistrati sono passati all'attacco dell'economia mafiosa, stanno sequestrando i beni a camorristi e uomini di Cosa nostra. E in molti casi stanno riducendo i boss «in mutande». Ma tutti dobbiamo fare la nostra piccola parte, senza essere eroi, prendendo spunto dal coraggio, che ha come radice la parola cuore. E per questo dico a tutti di mettercelo, questo cuore, per affermare la legalità.
 
*Giornalista dell'Ansa di Palermo
 

ARTICOLO21 18/03/2008
 
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    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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