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Rassegna Stampa
Risposta ai boss: noi giornalisti andiamo avanti | Risposta ai boss: noi giornalisti andiamo avanti |
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di Lirio Abbate
L'attacco ai giornalisti da parte dei boss della camorra è un segnale di debolezza e rappresenta la mossa della disperazione dei clan ... che sono sfiancati dalle inchieste della procura, gravati dalle condanne all'ergastolo e stroncati dai sequestri di beni accumulati in questi decenni. Diciamocela tutta: i camorristi, in particolare i Casalesi, sono alle corde, ormai umiliati dalle cronache che svelano i loro malaffari, forse non avevano tenuto conto del carcere a vita e della confisca dei patrimoni.
E così dalle celle, o dalla latitanza, i criminali
continuano a dibattersi, per scaricare il nervosismo, come una lucertola a cui
tagliano la coda proseguono a dimenarsi, prendendosela adesso con chi li ha
smascherati, con chi ha reso pubblici i delitti commessi e le ricchezze raccolte
con i traffici illegali. L'atteggiamento di questi clan assomiglia sempre più
spesso a quello dei boss di Cosa nostra, ai mafiosi sanguinari che per decenni
hanno sporcato le strade della Sicilia del sangue di politici, sindacalisti,
magistrati, sacerdoti e giornalisti. Uccisi anche per aver toccato i fili dei
business mafioso. E quando le cose sembravano, almeno in Sicilia, aver preso la
via della sommersione, del silenzio delle armi, i boss sono tornati a farsi
sentire, e in un caso anche a farsi vedere con la sfrontatezza che li
contraddistingue. Lo hanno fatto quando si è iniziato a raccontare delle
complicità della mafia, facendo nomi e cognomi di politici, professionisti e
medici che per anni sono stati al fianco dei boss. E da quando i giornalisti
hanno iniziato a contestualizzare i fatti, ponendo la domanda «perché?», è stato
allora che sono arrivati i primi segnali intimidatori, le minacce di morte, fino
a progettare un attentato sotto casa mia, fortunatamente sventato. I boss, o
forse gli amici dai colletti bianchi dei boss, hanno perso la testa e continuano
a dimenarsi senza controllo.
Per fortuna, e lo ripeto spesso, la polizia di
Stato, per il mio caso, è sempre arrivata un attimo prima che i criminali
attuassero il loro piani. I poliziotti sono sempre riusciti ad anticiparli. Ma
ciò sembra non essere bastato, perché il volto della mafia è ricomparso più
minaccioso di prima. È rispuntato una mattina di ottobre da un carcere di
massima sicurezza, e a farlo è stato lo stragista Leoluca Bagarella che,
chiedendo e ottenendo la parola a conclusione di un'udienza di un processo in
cui era imputato di omicidio, ha puntato il dito contro di me. Ha iniziato a
inveire perché sapeva che ero l'autore di una notizia che lo riguardava (come
faccia un detenuto sottoposto al carcere duro del 41 bis a sapere che una
notizia pubblicata da giornali e ripresa dai tg nasceva dall'Ansa e soprattutto
chi fosse l'autore, per me rimane ancora un mistero). E così Bagarella, dal
collegamento in videoconferenza, ha parlato di «quello dell'Ansa di
Palermo».
Lui, il capomafia di Corleone, il cognato di Riina,
l'uomo accusato di decine di omicidi e di avere organizzato stragi, è uscito
dall'ombra ed è venuto allo scoperto per minacciarmi a viso aperto. Come adesso
hanno fatto questi due camorristi a Napoli. Vedete, i boss - a torto - vivono
spesso nel loro mito di essere mafiosi, e qualcuno anche di essere un sicario
delle cosche. Se ne vantano nei processi o in carcere. Ma quando all'esterno
vengono svelati i loro contatti, i loro favoreggiatori dai colletti bianchi, i
loro beni e le loro ricchezze, allora sì che si arrabbiano e iniziano a
innervosirsi. Nel libro «I complici», che ho scritto con Peter Gomez, tutto
questo intreccio è stato svelato. Nomi e cognomi sono stati scritti, ma la
politica, nonostante ciò, sembra non averlo preso in considerazione. Gli unici
che lo hanno fatto sono stati i diretti interessati: Cosa nostra & c. Eppure
di politici moralmente collusi ve ne sono tanti, ma nonostante ciò sono stati
riproposti come candidati alle elezioni politiche. Le minacce dei clan a Roberto
Saviano, al magistrato Raffaele Cantone e alla cronista del Mattino Rosaria
Capacchione, le cui azioni professionali sono da ammirare e incoraggiare,
rappresentano lo specchio della realtà criminale italiana. Perché la camorra non
ha paura che si parli della sua organizzazione; ha timore, invece, che si
svelino gli affari dei clan, e quando questi finiscono in un libro o nelle
pagine dei giornali, i boss vanno in tilt e partono all'attacco di giornalisti e
magistrati.
Quello che sta accadendo in Campania, come in
Sicilia, è un fatto unico nella storia giudiziaria italiana degli ultimi 50
anni: i magistrati sono passati all'attacco dell'economia mafiosa, stanno
sequestrando i beni a camorristi e uomini di Cosa nostra. E in molti casi stanno
riducendo i boss «in mutande». Ma tutti dobbiamo fare la nostra piccola parte,
senza essere eroi, prendendo spunto dal coraggio, che ha come radice la parola
cuore. E per questo dico a tutti di mettercelo, questo cuore, per affermare la
legalità.
*Giornalista dell'Ansa di Palermo ARTICOLO21 18/03/2008 |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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