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Pagina 3 di 7 Bombe eversive Non si potrà comunque giungere ad alcuna verità sulle stragi palermitane se non le si guarda anche alla luce delle cosiddette “bombe in continente”, gli attentati cioè avvenuti nella primavera-estate dell’anno successivo: il 1993. La furia omicida di Cosa Nostra cerca dapprima di rispettare il suo elenco di morte attentando alla vita del questore Germanà a Trapani, del giornalista Maurizio Costanzo e del giudice Piero Grasso a Roma, ma poi si concentra su obiettivi diversi che hanno, di conseguenza, finalità diverse. Cosa nostra ad un tratto comprende che forse sarebbe più vantaggioso colpire lo Stato nel suo patrimonio, in una delle sue risorse più importanti: il turismo. Il 27 maggio si colpisce a Firenze. In via dei Georgofili, proprio di fronte al museo degli Uffizi. Due mesi dopo, nella notte del 27 luglio, a Milano, in via dei Giardini. Quasi contemporaneamente, a distanza di poche ore, a Roma, altre due bombe: una distruggerà il porticato di San Giorgio al Velabro, l’altra danneggerà la celebre basilica di San Giovanni in Laterano. Non basta. Il programma di guerra prevedeva, tra le altre cose, anche di abbattere la torre di Pisa e di cospargere le spiagge romagnole di siringhe infette. Un piano che, se portato a temine, avrebbe determinato un vero e proprio collasso per la nostra economia. Le vittime innocenti? Danno collaterale. Così chiamano i civili caduti durante i bombardamenti i signori della guerra. Guerra sì, perché di questo si trattò. A Milano e Firenze in via dei Georgofili i danni collaterali avevano un nome e un cognome: Fabrizio Nencioni di 30 anni e la sua famiglia, la moglie Angela di 36 anni e le figlie Nadia 9 anni e Caterina di appena 50 giorni, Davide Capolicchio 22 anni e altri 48 feriti, il vigile urbano Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Stefano Piperno, Sergio Passotto, Carlo La Catena e un cittadino marocchino Driss Moussafir trovato agonizzante nei giardini pubblici davanti alla villa reale, dall’altra parte della strada e altri sei feriti. Ma cosa spinge i mafiosi a scatenare una tale offensiva e da dove viene questa idea dei monumenti? Giovanni Brusca, il primo dei grandi collaboratori di giustizia a riferire delle stragi, racconta di essere stato in contatto con un tale Bellini tramite Nino Gioè uomo d’onore a lui sottoposto che lo aveva conosciuto durante un periodo di detenzione. Un giorno questo misterioso soggetto, collegato sempre in modo molto fumoso, ad altrettanto fumosi servizi deviati, spiega al Gioè: “Se tu vai a eliminare una persona, se ne leva una e ne metti un’altra. Se tu vai a eliminare un’opera d’arte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l’interesse è molto piú che per la persona fisica”. E lo stesso tipo di proposta rivolge anche al Maresciallo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri con il quale aveva una sorta di accordo per recuperare opere d’arte trafugate. Sfruttando il suo contatto con Gioè, il Bellini, che mercanteggiava la sua posizione giudiziaria, disse di essere in grado di reperire oggetti di ancor maggior valore, grazie alle sue entrature in Cosa Nostra e che in cambio portava la richiesta da parte di uomini d’onore di concedere benefici carcerari a boss detenuti del calibro di Bernardo Brusca. Una richiesta considerata troppo eccessiva dalle istituzioni così come quelle avanzate da Riina nel famoso papello che riguardavano tutte quelle modifiche di tipo legislativo che servivano a Cosa Nostra per ritornare a coabitare pacificamente con lo Stato. A distanza di quattro anni dalle stragi, nel 1997, veniamo a scoprire, durante un interrogatorio, che due uomini delle Istituzioni, l’allora colonnello dei carabinieri Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno stavano dialogando con i mafiosi, attraverso l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Volevano la testa di Riina e degli altri capi; in cambio erano disposti a cedere solo un trattamento di favore ai familiari. In un primo momento il vecchio sindaco non accetta di fare da intermediario considerando la proposta troppo pericolosa ma poi si fa consegnare una piantina della città per indicare la zona in cui potrebbe nascondersi il latitante. A detta dei due militari questa ennesima trattativa sarebbe finita in un nulla di fatto quando Ciancimino è rientrato in carcere per scontare una pena residua. Sta di fatto che dopo pochissimo tempo, il 15 gennaio 1993, Riina viene catturato a pochi metri dalla sua abitazione, in via Bernini, nel centro di Palermo. Per conto di chi stava trattando Vito Ciancimino? Molti anni più tardi, nel 2001, viene catturato Nino Giuffré, braccio destro di Provenzano che, dopo un paio di mesi di detenzione, decide di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni sono importantissime e racchiudono nel suo parlare un po’ criptico chiavi di lettura fondamentali. Innanzitutto specifica che sebbene entrambe le stragi siano state volute sia da Riina che da Provenzano, la strage di Capaci fu organizzata da Riina mentre quella di via d’Amelio, compresa quell’anomala accelerazione con cui fu compiuta, da Provenzano. Il quale, in merito a Ciancimino, gli rivelò che “era andato in missione dalle forze dell’ordine per sistemare la situazione all’interno di Cosa Nostra che in quel momento era delicata”. Le correnti che vengono a formarsi all’interno dell’organizzazione spingono in più direzioni pur di riaffermare quella legittimazione che Cosa Nostra si è meritata nel corso dei secoli a partire dalla strage di Portella della Ginestra. Non intende cedere e insiste secondo lo stile dei corleonesi. Scoppiano le bombe in continente e si prepara un altro grosso attentato a Roma, allo stadio Olimpico. Obiettivo: ancora lo Stato, decine di carabinieri in servizio. Grazie a Dio, per un guasto tecnico l’ordigno non esplode. E non ne esploderanno più. Da quel momento in poi cessa il dialogo delle bombe. Perché? E’ l’ultima delle tante domande rimaste senza risposta. Chi ha voluto le stragi? Che attinenza hanno questi atti eversivi con il passaggio dalla prima alla seconda repubblica? Perché il covo di Riina è rimasto incustodito abbastanza per permettere ai mafiosi di ripulirlo? Che fine hanno fatto tutte quelle trattative in corso? Giuffré, Cancemi e Brusca, dai loro tre distinti ma convergenti punti di vista, forniscono diversi pezzi del puzzle e ci spiegano che se inizialmente la frangia più estremista di Cosa Nostra capeggiata in particolare da Leoluca Bagarella aveva pensato di costituire un partito proprio in modo da non incorrere più nei tradimenti dei politici, aveva finito poi con il ricredersi. Infatti sia Provenzano sia i Graviano, che “si facevano gli affari loro a Milano”, li avevano convinti a lasciar perdere perché avevano trovato la situazione migliore per poter ottenere quanto era nelle loro necessità. “Con la discesa in campo di Forza Italia”, dice Giuffré, Provenzano compie un atto insolito, si espone in prima persona e garantisce la ripresa di Cosa Nostra. “In 5, 7 anni” aveva detto il capo mafioso al rappresentate della famiglia di Caltanissetta Luigi Ilardo (confidente del colonnello Riccio e per questo poi ucciso a Catania nel 1996), “tutto sarà sistemato. Occorre solo avere pazienza e non fare rumore”. Il silenzio delle bombe, insomma, in cambio di quelle riforme giudiziarie così agognate. Una specie di tentativo di riconciliazione. E’ storia che Cosa Nostra non abbia nessun colore politico, né che parteggi per una fazione precisa, si sa invece, e molto bene, che si accorda, sposa e favorisce chiunque abbia in mano il potere e adotti una politica di garantismo esasperato dalla quale possa trarre vantaggi. |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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